venerdì 20 giugno 2008

Good morning Sir

Una soffusa luminanza fendeva l’opaca penombra della stanza dagli stretti spiragli della serranda, dando a tutto un vago sapore d’eterno e diffondendo tra le sagome e i contorni in toni bigi l’irreale chiaritudine di un mattino novembrino intorno al mio letto; ma dal suo centro un perfuso tepore mi annunciava l’inizio di una grandiosa giornata. Pian piano i miei occhi si abituarono a quella ritrovata luminanza dissolvendo la grigia nebbiolina di prima, che tutto avvolgeva, lasciando il posto a una variegata tavolozza di colori, arricchita da una spiccata nota d’oro. Che bello svegliarsi la mattina con qualcuno vicino: ti dà un senso di accoglienza nel mondo ridesto, che dell’estate non sentivo; ma ora quel biondino era lì con me.
Finalmente distinguevo i lineamenti morbidi di quell’emivolto pubere, emergente dal cuscino, e i sinuosi contorni di quel corpicino, sotto le lenzuola, che, pur non toccando, percepivo in tutta la sua grandiosità, quasi una gravità intensa esercitata dalla sua metafisica mole. Mi attirava, m’intrigava quel profilo pubescente dalla nobiltà infusa: un sogno perfetto…, un’opera perfetta che non toccavo per paura di destarmi; i sentivo bene: mossi il braccio per poggiarglielo sulla spalla e un’emozione violenta mi percosse l’anima. No, non era un sogno! quella corporeità tangibile era reale, non un’illusione d’un demone crudele; quel primino che dormiva tra le mie braccia era reale, concreto, come me! Scivolai con la mano sul suo capo… tra le mie dita oro finissimo: un vello morbidissimo tra le cose più preziose al mondo; e poi sulla guancia liscia come la sabbia, lontana dall’avere ancora il primo accenno di barba, poi Luca aprì gli occhi.
Una pupilla dolcissima mi guardava, che per simpatia un: – Good morning Sir! – mi fece uscire dalla bocca per omaggiargli alla sua intrinseca nobiltà. Luca incominciò a stendersi, a stiracchiarsi dolcemente, abbracciandomi il collo, e: – È stata la notte più bella della mia vita! – mi disse affettuosamente, stringendosi al mio petto.
Davvero… – gli dissi retoricamente, ma intanto non potei fare a meno di pensare a quante notti, in realtà, avesse potuto vivere nella sua giovane vita per designare quella come la più bella, con così tanta certezza.
…sai a cosa ho pensato? – aggiunse.
No…
Che sarebbe bello rifarlo in gita! – ma come correva!
Beh, la vedo un po' dura…
Perché?
Insomma: trova i professori… –che erano diversi! – …; metti d’accordo le classi, scegli il luogo e la data in comune… – era praticamente impossibile, oltre che averne io poco entusiasmo per la sua idea… e poi la mia classe avrebbe deciso diversamente: l’ultimo anno avevamo quasi rischiato di saltare la gita per le diserzione di alcuni all’ultimo momento.
Beh, che problema c’è… io sono capoclasse! – lo disse come fosse un titolo onorifico.
– …e te pareva! – mi scappò sovrappensiero: un bel tipino come lui, non avrà mica avuto difficoltà a diventare capoclasse; chissà quante primine che l’avranno votato…
Eh…?
No… niente! – di certo, nella mia idea, lui non era adatto per quel ruolo: non che non avesse le capacità o il carisma necessario, anzi…! solo che, secondo me, l’incarico richiedeva determinate attitudini che lui non aveva, come una predisposizione a farsi naturalmente carico della problematiche degli altri; mentre lui era, insomma, più portato a ricevere che a dare, come accadeva con me d’altro canto.
Va be’, ma se ci diamo da fare … – ecco che pensava a usare per lui l’incarico…
Luca lascia perdere… dai!
Ma perché?
Ma perché forse non ti è venuto in mente che le terze vanno con le quarte, massimo le quinte… e le prime con le seconde! Poi, in tutti i modi, sarei io a non venire in camera con te!
Perché, scusa? – c’era rimasto male.
Ma perché, secondo te… che cosa penserebbero… – mi stupiva che non ci avesse pensato da solo.
Va be’, ma non vuol dire niente…
A no…? secondo te uno di prima che va in camera con uno di terza, è tutto normale!
Ma allora adesso…
Che c’entra?
Eh! Se è sbagliato, perché noi adesso siamo qua?
Ma che c’entra l’essere sbagliato! Io non voglio solamente che altri sappiano, perché non voglio essere giudicato da chi non sa! …e poi, in fin dei conti, con chi faccio sesso è affar mio!
Sesso?! – Luca mi guardò come se avesse ascoltato qualcosa che l’aveva piacevolmente sconvolto.
Sì, perché tu come lo chiameresti …? – se aveva un termine migliore…
Luca improvvisamente cominciò ad assumere un tono serio: – Ma allora dobbiamo stare attenti!
Cioè…
e… – sembrava non avere ben in mente, nemmeno lui, che cosa volesse dire: – usare il… – e con le dita mi fece segno del profilattico.
e perché… scusa, tu mica rischi di rimanermi incinto…! – gli dissi col sorriso sulle labbra.
Ma no… le malattie… – non ho capito, fino a poco prima non gli passava nemmeno per l’anticamera del cervello e adesso, solo perché lo chiamavamo “sesso”, dovevamo preoccuparci!
e di che cosca dovremmo preoccuparci, scusa… tu hai quattordici anni… io con le ragazze non ci sono ancora stato! – e va be’, c’era poi la parentesi di Robertino… ma anche lui era verginello.

Luca sembrava aver esaurito gli argomenti per ciarlare, e si appoggiò sul cuscino a guardare il soffitto trasognato: – Wow sesso! – bisbigliò.
La sua espressione m’incitò: sembrava aver raggiunto l’illuminazione karmica, talmente era estasiato; e lo tampinai subito al pacco, dicendo: – Oh, che c’hai… le visioni? –.
Ma dunque io non sarei più vergine! – dichiarò. Uhh… ma come faceva ad usare quella parola? Io già solo a sentirla mi sentivo infastidito, come a sentire graffiare la lavagna: quando mia madre la pronunciava o andava sull’argomento, oppure in tv se ne parlava, io facevo sempre in modo di non essere nella stanza – avevo come un sesto sento che mi preannunciava che se ne sarebbe parlato –; lui invece la pronunciava come nulla fosse, parendomi un alieno.
Cioè…
E… se dici che quello che facciamo è sesso, allora io non sono più vergine! – sentenziò.
Uhh, Luca… qui è un po' difficile risponderti! – proprio non sapevo che cosa pensare, e gli levai la mano dal genitale.
Perché?
E… dipende da cosa intendi!
Come da cosa intendi… se è, è! – sembrava in tutti i modi deciso a confermare la sua “sverginità”
Insomma Luca, è un po' più complicato di così!
E come…
Ma… bisogna vedere, innanzitutto, che senso ha parlarne per un ragazzo! – proprio non mi convinceva… – per una ragazza ha più senso… insomma lo puoi anche vedere fisicamente; ma per un uomo… non ha senso! –.
Come non ha senso!?
Insomma, Luca, le parole hanno un significato ben preciso…; noi le possiamo anche usare in un modo diverso, ma poi bisogna vedere se è corretto!
E allora come facciamo a saperlo?
– …e –mi grattai il capo– guadiamo sul dizionario! – mi alzai.
Sul dizionario…! – Luca mi squadrò come se avessi detto un’eresia.
Ma perché tu come fai quando non sai il significato di una parola, la usi senza saperlo… – insomma, le parole sono importanti! Presi il vecchio dizionario che avevo in camera mia; quello nuovo mio padre me l’aveva “regalato” all’inizio delle superiori, come spesa extra “suggerita” nella lista dei libri, tanto per non sforare i limiti imposti! Era un po’ datato, ma serviva al suo scopo: in fondo il senso della parola non era cambiato negli ultimi due anni.
Appoggiai il dizionario sul lato di Luca, inginocchiandomi sullo scendiletto per consultarlo: – Allora…– mi disse il biondino.
Siediti intanto… – mi dava fastidio vederlo ancora letto! e si sedetteapparendo con tutto il suo pigiamino azzurro: – Toh, qua.: ‘persona che non ha ancora perso la verginità’ … e, comunque, in una accezione più ristretta, ‘donna con imene ancora integro’; come ti dicevo prima, per una ragazza ha più un senso! –.
e nel nostro caso?
e… adesso vediamo…‘verginità: condizione di chi non ha ancora avuto rapporti sessuali’…
Dunque? – chiese a me le conclusioni.
Dunque, se per te facciamo sesso… hai ragione! – non riuscivo proprio a dirgli: «non sei più vergine!». Luca tutto soddisfatto mi guardò quasi impettito: – …comunque, vedi che per le ragazze a più senso… anche perché da loro lo puoi sapere con certezza! –.
e da noi?
Beh, in teoria ci sarebbe anche da noi modo di saperlo …
Quale?
Non so se lo facesse apposta per assecondarmi, comunque stava andando nella mia direzione: – Ecco… – gli allungai le mani ai pantaloni: – …ci sarebbe il filetto, o il frenulo, per meglio dire! – portai le braghe alle sue caviglie e poi vi sbirciai in mezzo, intravedendo, appena sotto il limitare della sua maglietta, uno stralcio delle sue mutande bello colmo dei maroni: – dicono che durante le prime volte si dovrebbe rompe… – abbassai anche le mutande, dopo una breve tastatina, come al solito mi aveva aiutato con un sussulto del suo sederino: – quindi, ecco, quello dovrebbe essere il segno se uno è vergine o meno… – finalmente portai in primo piano il suo splendido cazzo: – e il tuo è ancora intatto! –; quindi non poteva propriamente dirsi “svergine”!
Fissai quel cazzo turgido sullo sfondo azzurrognolo, era una scultura perfetta: lungo, diritto, all’insù; un’armonia in tensione tutta tesa (asta, cappella, filetto – persino quello) verso l’alto, verso l’estasi… Senza neanche chiedere, lo presi in bocca e iniziai a succiare ma di vero gran gusto; non poteva esserci custodia migliore della bocca, per quel gustoso monile. Luca pose le mani sul mio capo; era tanto che sognavo di farlo: prostrarmi ai suoi piedi inginocchiato a succhiarlo, mentre lui mi benediva, ma avevo sempre evitato perché avevo paura che, davanti a un mio gesto così devoto, lui si sarebbe gasato e poi se ne sarebbe approfittato… ma ora no! il mio Luca era buono… e desiderava essere succhiato, e io desideravo la sua crema, che presto arrivò. Sognavo da mesi di bermi il suo sperma la mattina presto, qual migliore nutritivo per iniziale la giornata: se fossimo stati da soli su un’isola deserta, l’avrei eletto a nostro unico alimento in un’autarchia seminal-alimentare di coppia.
Terminai dopo avergli fatto veramente un bel pompino, talmente era felice, e quel flotto mi gorgogliava ancora in gola, segno che l’altra sera non l’avevo scaricato abbastanza.
Andiamo a mangiare… – mi disse.
Andiamo!
***

Non mi mollava un secondo; mi seguì anche in bagno: – Perché lo spazzolino? – gli chiesi.
Beh, tu non ti lavi i denti di mattina…
Sì, ma dopo! – o che senso aveva…
e io adesso! – mi contraddisse. Lo lasciai a lavarsi i dentini, anche se facevo fatica a separarmi da lui anche solo per quei pochi metri che mi separavano dal water; ma appena lo tirai fuori, Luca mi sbucò di fianco: – Te lo tengo? – che peste!
Dai vattene, lo sai che non riesco se mi guardi!
Ma lo devi superare questo blocco… – e già, adesso mi faceva pure da psicanalista: il “blocco disfunzionale urinario da presenza” come nuova patologia…
Luca fatti i cazzi tuoi… e vatti a lavare! – mannaggia, prima ero così sereno, dopo il pompino che gli avevo fatto, da riuscire a farla pure con lui dentro la stanza, e adesso, dopo il suo intervento, non mi usciva più! Quando finii, gli diedi il cambio.
Me lo tieni? – mi chiese lui adesso avendocelo già duro in mano; ma come faceva ad avere quella sempre bestia in tiratura continua?
No! – era bello averlo in casa con me, ma mi dava l’esaurimento la sua pressante e continua richiesta di interessamento sessuale.

Quando mi asciugai la faccia, me lo ritrovai di fianco che mi porgeva la verga già bella scappellata sul lavabo: – Me lo lavi! –, mi disse con un’inflessione maliziosa.
Ma certo… – lo presi alla base stringendolo bene, quel meraviglioso pezzo di carne! e gli strofinai la cappella nel palmo, mentre lui emetteva versetti di dolore e godimento; poi una bella passata nell’asciugamano ruvido, sentendolo dolere: – ora è bello asciutto! – gli dissi guardando quella cappella violacea da bacio.

***

Entrai in cucina con quel bel primino sottobraccio; ero io ora a non riuscirgli a levare gli occhi di dosso e specialmente a non toccarlo: era più forte di me, avevo bisogno di un contatto fisico con lui: – Allora cosa vuoi? –.
Cosa c’è? – mi chiese timidamente.
Quello che vuoi: latte… yogurt…
Il latte non mi piace tanto da solo…
Beh, allora dimmi cosa vuoi, che te lo preparo! – mi sarei trasformato pure nel Genio di Aladino,
Qualsiasi cosa?
Qualsiasi cosa…! – insistetti.
Luca stette zitto due secondi mordicchiandosi il labbro, quasi avesse vergogna di farmi la sua richiesta, e poi mi disse: – Cioccolata…! – velocemente con la scansione da bambino.

Luca si mise a tavola: era un amore vederlo biondino e azzurrino dietro il tavolo in trepidante attesa; se non fossi stato indaffarato, a prepararci la mia cioccolata, l’avrei riempito di abbracci!
Dopo avergli servito la cioccolata: – Biscotti…? –.
Sì! – mica potevo fare mancare i suoi biscottini! e poi una volta sedutomi al suo fianco iniziai a toccarlo, a vezzeggiarlo, a riempirlo le moine sulla morbida peluria dietro il coppino; me lo toccavo tutto quanto, finché lui mi disse: – Allora la smetti! – con finta ritrosia.
Non ce la feci più a quella provocazione: – Oh! Ma tu sei mio! Hai capito… Mio! – e gliel’avrei ripetuto fino alla fine dei tempi, trascinandomelo sulle mie gambe; poi iniziai a tampinarlo dappertutto. Luca imperterrito si bevve d’un sorso la rimanete cioccolata, poi mi fece un gran – Mmm! – con soddisfazione, e lì persi definitivamente la testa: sgusciati sotto la sua canotta a solleticarlo lungo tutto quel corpo longilineo. Mammamia com’era bello! avrei fatto con lui un’altra volta già sesso su quella tavola, ma intanto ero già finito per masturbarlo; Luca intanto si tese all’indietro, mentre io lo reggevo con la mano sulla schiena: era a tratti uno sforzo incredibile, ma per lui questo ed altro… poi m’accorsi che stendeva le gambe, sentendo l’intralcio dei suoi piedi puntati.
Punti i piedi eh!
e se no come faccio! – giusto, se no era difficile godere… ma ora basta, ci dovevamo calmare; ci ritrovammo entrambi a guardare il suo uccello nella mia mano, e gli terminai la sega con due massaggini alla cappella; poi basta veramente o mi sarei ritrovato a spompinarlo un’altra volta nel giro di un’ora. a convincersene: forse perché per lui poteva ancora rappresentare una sorta di primato in una classe di primini… io invece ero quasi sicuro di essere oramai uno degli ultimi della mia classe a non averlo ancora fatto o a non aver ricevuto un pompino da una ragazza. pur di realizzare qualsiasi suo desiderio.

L'amore dei Briganti

Vorrei... vorrei....
che questa notte non finisse mai,
come se il mondo dietro quella porta
scomparisse ora e poi;
perché il mondo non è pronto
per l’amore dei Briganti!

Io e te
possiam viver solamente
come parole a mezza voce:
dette, per esser poi taciute.



Dormivo ormai da una mezz’ora beatamente, quando mi sentii chiamare alle spalle: - Alle… alle… ps… -.
- Eh…! -
- Devo andare in bagno… - mi sussurrò come se non volesse farsi sentire.
- Mmm… e vai, no? -
- Ma la luce non c’è… - disse; già… me n’ero dimenticato
- E… e… sarà un blackout! - mica potevo dirgli la verità!
- Ma fuori c’è! -
- Sarà partita soltanto per le case! - cos’altro mi potevo inventare… poi tacque. Solo in quel momento m’accorsi della stupenda sensazione del suo basso dorso contro il mio: una piacevole percezione di solidità eppure di morbidezza al tempo stesso, un massaggio incantevole di schiene contrapposte che ogni tanto si strusciavano; ma non doveva andare in bagno…!: - Oh… ma non dovevi andare in bagno? -.
- No… più! - sembrava quasi infastidito dalla mia domanda.
- Mhmm?...puoi usare la torcia, se vuoi… è sul comodino! -
- No, fa niente! - finse indifferenza; ma allora perché stava contratto come se la trattenesse? perché lo sentivo rannicchiato come se gli scappasse? Mentiva! aveva soltanto paura di attraversare quel buio corridoio per recarsi da solo nel bagno; ma io non volevo condividere il letto con uno che la tratteneva! e domattina come avrei fatto…; insomma, non volevo dormire con un primino piscialletto!
- Che fai? - mi chiese.
- Mi alzo! -
- Perché… -
- Per andare in bagno, così ti accompagno… visto che hai paura! -
- Non ho paura! - contestò immediatamente.
- Sé… come no? Dai… muoviti! - e si alzò cercando di persuadermi che non aveva paura; ma chi voleva ingannare quel piccoletto: si vedeva lontano un miglio che aveva soltanto paura del buio; ma prima d’uscire l’abbracciai ugualmente per farmi perdonare dell’arrabbiatura. Ma che morbido primino! Lo accompagnai fianco a fianco per tutto il tragitto, tenendolo con un braccio intorno alla cinta, fino alla porta, quando mi chiese. - Tu non entri? -.
- A fare…! -
- A farmi luce… io come faccio! - già… è cosa notoria l’impossibilità di pisciare tenendo una torcia in mano; credo ci fosse in proposito perfino un teorema! ma cosa non avrebbe fatto pur di non stare da solo e al buio? comunque entrai… tanto che ci avrei fatto tutto solo e al buio fuori dalla porta.

Luca stava in piedi col cazzo diritto davanti la tazza a giocare con le ombre cinesi proiettate dalla mia torcia, e intanto il tempo passava: - Allora hai finito! - lo rimproverai.
- Oh, ma quanta fretta…! Dai, saluta Gianluca! Ciao… - m’invitò alla calma salutandomi col pene, oscillandolo; in altre circostanze gliel’avrei preso e menato quel gran bel pezzo di carne, ma adesso non ne avevo voglia: non c’era abbastanza sensualità nell’aria ed io mi sentivo troppo stanco; poi finalmente una pailette
- Beh, non ho capito… - intervenni scandalizzato: - …tutto qui! Io, domattina, quel coso lo metto in bocca e tu lo pulisci così?! -.
- …e …e che ci devo fare? - balbettò, come se avesse fatto tutto l’umanamente possibile per pulirsi.
- Tu adesso vai là e te lo lavi! - gli indicai perentoriamente il lavandino.
- Va bene… va bene… calmati! - disse con una flemma incredibile e alzando le mani, quasi in segno di resa, e poi dirigendosi verso il lavandino per aspettandomi.
- Scappellalo! - gli intimai appena lo vidi vicino al flusso dell’acqua; quel pene andava lavato mica solo esternamente!
- Va bene, badrone! - e iniziò a passarselo con le dita con estrema sensualità, indugiando tremendamente su quella turgida cappella per prendermi in giro; ora sì, che avrei veramente avuto voglia di menarglielo! poi disse: - Toh, va bene adesso…?
- Sì… ora sì! - e l’incalzai: - …ma non è meglio adesso che è bello pulito? - non mi andava di dargli soddisfazione alla sua provocazione; ma lui contestò: - Beh, voglio vedere se stai sempre a farlo veramente! -.
- Sempre, quando so che vieni da me! - sentenziai ammutolendolo immediatamente: con la mia rivelazione l’avevo reso conscio di quanto io tenessi a lui veramente, e ora stava zitto a fissarmi impacciato: - Su che andiamo! - lo condussi sotto braccio fino alla camera, ma in quel tragitto di ritorno mi parve come di ritrovare il mio tenero primino.

***

«Brrrrrr» fece Luca appena m’affacciai sotto le coperte: - a sì…! - gli dissi io abbracciandolo immediatamente: avevo capito le sue intenzioni e quel brivido biricchino mi aveva riacceso. Lo accarezzai, lo strofinai e mi parve in quel buio occultatore che il suo corpo non fosse soltanto morbido come al solito, ma pure tosto e compatto al tempo stesso, quasi fatto d’una materia eterea; coglievo di lui dimensioni inedite, che altrimenti, alla luce del giorno, non avrei mai colto. Incautamente passa la mano sul davanti e mi ritrovai il palmo ricolmo di quella mostruosa intimità. Luca sembrava decisamente gradire il mio interessamento alle sue parti intime e incominciò subito a strusciarsi contro la mia mano: quel magnifico cannone di Navarone nella mia mano… stavo trasalendo; salii lentamente lungo quella verga, ma appena la sua percezione sotto la stoffa della canottiera mi fermai: non ancora… era troppo presto! e ritornai su quella suprema bega.
Luca cominciò profondamente a respirare sotto i miei colpi di sega, fattagli attraverso i vestiti, e quella respirazione affannata m’incitò a spogliarlo; lo volevo, ma non potevo… faceva freddo! eppure io lo volevo spoglio, nudo, e accarezzare i suoi ignudi lembi di pelle sotto la mia mano, così scivolai sotto la sua maglietta. Con uno strato in meno era decisamente meglio e mi sarei anche fermato lì, se Luca non m’avesse sollevato la maglietta fino al petto accarezzandomi. - Aspetta… - gli dissi facendo intendere che volevo spogliarlo, e iniziammo a denudarci a vicenda; fu un attimo incredibile: un intreccio di arti, di reciproci carezzamenti e man mano che le vesti si levavano, ci sentivamo più spogli, più liberi e più rapaci… e iniziammo immediatamente a masturbarci, con le mutande non ancora discoste dai nostri sederi. Lo afferravo, lo ghermivo, lo tenevo quel fallo perfetto: dopo tutti quei giorni d’astinenza non sognavo altro, sapevo soltanto che lo volevo in tutte le salse che ora purtroppo non ricordavo. A un certo punto Luca m’implorò di fermarmi, non ce la faceva più poverino: dopo tutti quei giorni d’astinenza era al limite anche lui; andai sulla punta a tastarlo: era umido! Scesi immediatamente a leccargli la cappella dal suo succo primitivo: era una droga per me, e ne volevo ancora… mammamia, ma da quanto non l’assaggiavo! sarebbe stato bello stillarlo tutto ora, ma la nostra prima notte non era da sprecare così, con insolita fretta, e gli levai le mutande. Avrei levato pure le mie, se ritornando non avessi sfiorato con la guancia il suo tiepido fallo, buttandomi subito a menarglielo con foga incredibile, ma Luca emise un verso…
- T’ho fatto male? - forse avevo usato troppa irruenza.
- No… un grampo… -
- Un crampo…? -
- Sì, ma bello però! Proprio qui… - mi portò la mano sul ventre proprio al limitare del pelo.
Lo capivo, poverino… anche io negli ultimi tempi soffrivo delle fitte terribili attorno al pene, quando mi masturbavo o mi toccavo i testicoli; ed ora avevo proprio il dovere di farlo venire! lo portai sotto di me e iniziai a massaggiarlo. Che bello, avere tutto il suo corpo da accarezzare lungo le braccia o sul petto sentendolo gemere, ma sotto di me il suo rigido fallo da strapazzare; lo sfioravo gentilmente in punta di dita, perché sapevo che più lieve era il tocco e più avrebbe goduto, lo capivo dai suoi respiri. Anche Luca incominciò ad occuparsi di me accarezzandomi le gambe: mi sfiorava le cosce coi suoi tocchi gentili, facendomi ingrifare; avevo bisogno d’inarcarmi per resistergli, avevo bisogno di arcuarmi e gridare il suo nome al cielo, ma non ce la facevo a resistere in quella posizione arcuata, allora Luca raccolse le gambe per farmi appoggiare. Avevo di lui, ora, a disposizione fino alle caviglie mentre mi masturbava; era bellissimo, volevo gridare, ma improvvisamente mi sentii in crisi di astinenza per lui, per il suo fisico, che mi chiamava a gattoni per stargli più vicino. Mi sentivo come un magnete attratto da un altro magnete, e gli infilai le mani sotto la schiena per tirarlo a me; volevo sentirmelo contro, compenetrato in seno, percepirne la libidine scorrergli dentro e fluire in me attraverso i nostri punti di contatto, e più stringevo per farli aumentare; e infine lo adagiai. Mi ritrovai a pochi millimetri dal suo viso, ne sentivo il calore e respiro sul volto, solo che adesso ero più innamorato di prima; gli strofinai la punta del naso con la mia e dopo di un po' mi ritrovai a strusciarli le labbra carnose, ma con una incredibile voglia di baciarlo; a un certo punto mi staccai, sperando che avesse dimenticato quei sublimi, ma imbarazzanti, momenti. - Luca rilassati! - gli dissi tastandogli il ventre, e scivolai lungo il suo corpo nudo a rimarcargli le forme: il petto, le spalle, le braccia, la mia mano sembrava una nave che solcava un mare in tempesta d’ormoni; così bello e così dirompente. Ogni tanto lo sfioravo proprio sul fallo e lui lievemente gridava, mi piaceva un sacco sentilo gridare, perché mi comunicava un senso liberatorio che io invece non sapevo ancora darmi, costantemente crucciato dal giudizio del mondo.
Gli accarezzai i maroni, poi il pene riprendendolo a masturbare: il suo odore mi arrivò violento; quel cazzo era d’una durezza adamantina, Luca doveva essere straeccitato e non sembrava anelare altro che sentirselo da me scappellare. Presi a sferzarlo, mentre incominciavano a farsi sentire più chiaramente i suoi «aah…», ma ancora sussurrati; doveva essere quel clima sopimento a farlo contenere, ma io volevo sentirlo urlare: - Luca rilassati! - gli dissi: - voglio sentirti urlare! - e finalmente i suoi gemiti iniziarono a farsi più alti. M’abbassai su quel glande famelico e lo scappellai; ma da quanto non lo riospitavo dentro la mia bocca? fu come ritrovare un carissimo amico perduto nel tempo; solo ora Luca aveva aumentato ulteriormente il volume, ma io così lo volevo! Sembrava incitarmi coi suoi versetti di godimento squarciando il velo di silenzio tenebroso; incominciai a succhiarlo come un forsennato, come se per la prima nella mia vita l’avessi succhiato, e mi figuravo (il suo) come un’immensa trivella perforatrice di ghiacci, solo che ora era il foro (la mia bocca) a svolgere l’azione attiva andandogli incontro. Avevo perso persino il computo dei gemiti per sapere tra quanto sarebbe venuto, e mi ritrovai la gola ripiena del suo succo meraviglioso; un po' ne andò anche di traverso, talmente era tanto e non ci stava dentro la mia bocca con tutta la cappella, ma inghiottendone ripresi a succhiarlo, sentendone giungere del nuovo. Mi ero oramai assuefatto a quella copiosità, tanto che continuai imperterrito a succhiarlo fin oltre il suo ultimo spasmo, finché quel pene non fu completamente mollo.
Oramai c’era soltanto un incomprensibile silenzio nell’aria e oltre ai miei movimenti impacciati erano i suoi rilassati respiri a farsi sentire; Luca giaceva lasso nel letto, lo accarezzai sul pube ancora un pochino e poi decisi di coricarmi con lui che già sentivo infreddolito. Me lo caricai addosso: non mi sarei perso per nulla al mondo la stupenda sensazione di lui sul mio corpo, il suo leggero carico poggiarmi addosso, il suo lieve tepore darmi conforto; così me l’appoggiai con la testa sul petto, restando un attimo immobile a goderlo e ringraziarlo d’esistere, poi lo accarezzai. Luca finora era stato zitto, quasi sopito direi, ma appena passai la mano tra i suoi capelli, disse: - Sono venuto molto? -; non so perché, ma quella domanda mi diede fastidio: stavamo così bene ora, e lui interrompeva quell’attimo pace per una questione di quantità? probabilmente per il suo orgoglio da primino doveva essere quella questione fondamentale, specie dopo otto giorni d’astinenza, ma per me no.
- Dormi, su! - gli accarezzai la testa.
- Ma… - fece distaccandosi da me.
- Sss… riposati, dai! dormimi sopra… - riportai nuovamente la sua testolina a ripezzarmi quella chiazza di freddo che mi aveva lasciato e rise.
- Che c’è? - gli chiesi.
- …mi - mi! -
- Oh… si dice così! - e finalmente anche lui tacque.

Riposavamo ormai da un quarto d’ora nudi e rilassati nello stesso letto, e sarei rimasto in quella posizione anche per ore, non m’interessava d’essere soddisfatto, talmente mi soddisfaceva averlo sopra da coccolare, ma si alzò, contro il mio volere. Stavo quasi per rimproverarlo, quando m’accorsi che si stava rannicchiando sulle mie gambe per masturbarmi; mi parve quasi una sagoma di madonna nera che dominava la scena.
- No! lascia… - gli dissi: non volevo che lo facesse perché si sentisse obbligato, ma Luca mi fece intendere che voleva farmi venire; però le mie mutande gli davano fastidio e decise di togliermele. Indietreggiò sulle mie ginocchia, iniziando a suziarmi: mi stava succhiando mentre sfilava le mutande e, giunto alle caviglie, prese a baciarmelo scendendo giù fino ai testicoli; Luca… te e i tuoi bacettamenti! mi stava facendo impazzire: l’avrei preso e violentato seduta stante, quando mi chiese: - Dove le metto? -.
- Buttale di qua, di là ci sono le tue! - e poi riprese a masturbarmi; con l’altra mano cercava di carezzarmi, imitandomi, ma malamente: i suoi movimenti erano troppo impacciati e il tocco decisamente poco leggiero, ma in fondo non era quello che contava… presto però sembrò stufarsi: - Ma è come me che non vieni? - chiese.
- Sì… - era da quella polluzione notturna che non venivo, quindi più o meno come lui, e allora Luca si buttò a fellarmi; in quella notte buia, vidi soltanto una sagoma nera svanire come il venir meno d’un’ ombra che lascia il posto ai toni grigi di una scrivania sullo sfondo. Mi creò però un leggero imbarazzo quel suo intervento, perché da zero mi sentii il glande completamente scappellarsi con un suo risucchio, e a quella sensazione urlai, trasformandolo l’urlo poi svelto in gemito. Mi sentii letteralmente limonare il pene, come se lo stesse baciando al posto della mia lingua, talmente ne aveva voglia; sembrava davvero volerlo tutto e subito, non dandomi nemmeno il tempo di godere, quasi avesse fretta di andare a dormire… e potevo io andare contro il volere del mio padroncino? Portai le mani sulla sua cavezza, ma non per premerla, per sentirla muoversi su e giù aumentando di ritmo, e in pochi secondi fui totalmente suo: un orgasmo travolgente mi salì lungo l’asta per scaricarsi dentro la sua bocca assieme alle mie tensioni, che lui succhiava avidamente, e poi ancora e ancora in quell’orgasmo che sembrava rinnovarsi continuamente. Se continuava così, sicuramente avrebbe continuato fino in fondo - come feci con lui -, ma improvvisamente smise: si fermò con il mio pene in bocca e deglutì, riprendendo poi a masturbarmi e alzandosi.
- Luca vie… - «…ni qua!» lo reclamai: mi aveva tolto il godimento dell’orgasmo fino in fondo, allora pretendevo in risarcimento il suo corpo; ma lui mi precedette.
- lo so… lo so… - gattonò verso di me, col tono di chi sapeva già che l’avrebbe fatto e si riadagiò; quella piccola canaglia l’abbracciai immediatamente come la cosa più belle del mondo, perché ero ugualmente il ragazzo più felice della terra: sedic’anni, un bel primino a dormirmi sul mio corpo e il sapore ancora dentro la mia bocca.

***

- Alle ho freddo! - mi disse Luca lievemente tremare: sembrava chiedermi il permesso per potersi rivestire… che tenero! tremava fra le mie braccia come una fogliolina in pelle d’oca, che percepivo come un braille sotto le mie dita; lo accarezzai ancora un po' e poi gli diedi il benestare, anche se dentro rimpiangevo già quella tenera nudità. Appena s’alzò corsi lungo suo ventre per tastarne il fallo: era molle e ancora bello barzotto, non mi sarebbe dispiaciuto succhiaglielo un pochino già che stava fermo, ma non potevo esser io cagione d’un suo malanno.
Nel mio palmo sentivo ancora la dolce genitalità di prima, e la ricercavo stropicciandomi i pantaloni, mentre mi rivestivo, ma non aveva eguali…; mi voltai poi verso di lui, io mi ero ormai completamente vestito, ma lui no: - Allora…? -, gli mancavano ancora i pantaloni.
- …e non trovo più le mutande! - mi disse col nel tono la preoccupazione di chi già riviveva gli esiti di quella volta nella mente.
- Dai… non scherzare! - due volte dietro fila era impossibile, a meno che nella mia stanza non ci fosse stato un folletto addetto alla sparizione delle sue mutande!
- Non sto scherzando, non le trovo davvero! -
- Ma allora è un vizio! - fu la prima cosa che mi venne in mente, ma a Luca non piacque.
- Dai, tirale fuori! -
- Ma non te le ho nascoste io, le ho buttate dalla tua parte … -
- Uffa!!! - sembrava nuovamente disperarsi in quell’impasse senza uscita; poi andai a cercarle assieme a lui. Pensai financo di ridargli, in caso estremo, il suo vecchio paio che avevo ritrovato, anche se la cosa mi scocciava: in parte separarmene e in parte per la figura che ci avrei fatto, tirandole fuori ingiustificatamente da un cassetto, di maniaco trafugatore della sua biancheria.
- Ma ne hai un altro paio, vero? - perché mi scocciava dargliene un altro mio.
- Sì, ma è per domani! - non si voglia mai che la mammina venisse a sapere che aveva fatto il bagnetto senza il cambio delle mutandine!- E poi non posso perdere un altro paio … a mia mamma che cosa dico!? - perché sua madre faceva la conta delle mutande? poi finalmente vidi uno straccetto bianco e puntinato, allontanando la luce dal letto: si vede che l’avevo lanciato con troppo impeto.
- Toh… guarda! -
- Oh, bene! - me le strappò di mano infilandosele, mostrandomi il grillo; e perché questa volta non mi avevo chiesto di aiutarlo… proprio adesso che gliel’avrei anche infilate!
- Va bene adesso? - il suo panico sembrava placato.
- Meno male! - esclamò e ridacchiando tornammo nel letto. Dopo tutto quel rilassamento di prima, la ricerca ci aveva stressato, ma, appena abbracciato, lo sentii subito dormire; oh, Luca....,
vorrei... vorrei....
che questa notte non finisse mai,
come se il mondo dietro quella porta
scomparisse ora e poi;
perché il mondo non è pronto
per l’amore dei Briganti!

Io e te
possiam viver solamente
come parole a mezza voce:
dette, per esser poi taciute.

Una lunga giornata

Rincontrai Luca felice davanti l’uscita di scuola; sembrava non star più nella pelle, appena mi vide corse subito verso la macchina gridandomi di venire; quel pomeriggio sarebbe venuto da me e vi sarebbe rimasto l’intero weekend, due giorni tutti per noi… e lui tutto per me! e come al solito nel ritorno lui salì davanti e io didietro, non capivo il perché, nell’andata sedevamo tutti e due dietro, ma forse era soltanto questione d’abitudine: una pura casualità trasformatasi poi in consuetudine scaramantica; ma a me piaceva così, anche perché potevo ascoltare i loro dialoghi pur standone fuori.
Allora, Alle, – mi chiese sua madre: – cosa combinerete stasera? Scommetto vi divertirete… – suggerì, ma il suo tono era realmente pieno di curiosità; di quella sana curiosità che prende ogni genitore quando il proprio figlio passa la notte fuori di casa.
Ma no… niente d’eccezionale…! Stasera siamo soltanto io e lui, e domani forse vengono due miei amici… – non potevo dirle forse avevamo intenzione d’uscire.
…e ragazze niente? – provocò sua madre; io non risposi, probabilmente arrossendo, e lei riprese: – Veh, che lo so come vanno queste cose… sono stata ragazza anch’io, sai! Sono uscita anch’io la sera con le mie amiche, e quante volte andavamo dai ragazzi con le case libere… – ma Luca la interruppe bruscamente…
Sì, mamma abbiamo capito mm… non ci interessa sapere cosa facevate da ragazze! – probabilmente era seccato di sentir sua madre raccontare le sue si avventura da ragazza.
Eh… Luca… adesso fai così, ma quando ti interesseranno le ragazze vedi…
No, Mamma, mi interessano già le ragazze! – le rispose tostamente – solo che non mi interessa sapere cosa facevate quarant’anni fa! –.
Oh, ma quanto mi fai vecchia! Ma guarda te che figlio impertinente, vero alle? – mi chiese conferma, ma io in quelle beghe non ci volevo rientrare! per fortuna che accostò a casa mia…
Allora ci ved… – stavo per dire, ma sua madre intervenne inopportunamente: – Guarda, Luca, guarda che bel mao! –.
È Niki! – esclamò Luca con la sua acutezza giovanile.
Il mao… – diss’io sconvolto dall’infantilità di quel termine.
Sì, quando lui era piccolo li chiamava sempre così… il bau e il mao, e allora io glieli chiamo ancora così per prenderlo in giro! – insomma: era una ritorsione materna per averle dato della “vecchia”, e per fargli capire che era comunque sempre il suo piccolino.
Comunque è il mio! – le dissi mentre Luca ci guardava già male.
Ah! Allora ecco perché torna sempre pieno di peli; hai un gatto! – beh, se guardava meglio forse notava anche dell’altro: possibile che non si sia mai interrogata su quell’abbigliamento sempre inspiegabilmente stropicciato? ma era meglio sorvolare: – Luca che fai allora… – gli accarezzò i capelli: – scendi anche tu che ti porto dopo la roba?–.
No! – disse lui muovendo il ditino pieno d’orgoglio: – Vengo dopo io col mio motorino – sottolineando ogni volta quel “io”: – così sono libero tornare a casa quando mi pare! – e soprattutto non doveva farsi accompagnare dalla mamma, che, a quattordic’anni, non faceva certo sintomo d’autonomia… e poi non avrei neanche saputo che cosa preparargli visto che prima dovevo vedere che cosa mia madre mi aveva lasciato per il weekend! Poi l’autovettura andò via con Luca che gesticolava animatamente.
Chissà che cosa ci avrebbe riservato quella giornata? troppe robe avevo per la mente, e troppe tra loro contrastanti per potergliele realizzare tutte.
***
Di già…? avevo appena finito di sistemare i piatti quando riconobbi un rumore noto; capivo benissimo ormai quando arrivava, seguiva sempre il solito pattern: una sgasata a inizio della via per poi planare fino casa mia, soffermandosi a borbottare col motore acceso davanti al cancello, quasi aspettasse impazientemente; ma di solito riuscivo a dargli il tiro prima che s’arrestasse, così ch’entrasse, parcheggiasse in completa autonomia e salisse da solo fino in cucina, dove l’attendevo; oggi però proprio non riuscivo a trovare il telecomando.

Luca tra poco sarebbe entrato da quella porta; era venuto in fretta oggi e sicuramente s’aspettava qualcosa… e subito! eppure per me era così chiaro che sarebbe stato meglio aspettare... Luca comunque comparve sulla soglia col suo biondo radioso, a illuminare la stanza, e disse: – Ciao, come va? –. Recava in mano un casco e a spalla i due zainetti, l’uno coi libri e l’altro con la “roba”, mentre io per la tensione non riuscivo a rispondere; un imbarazzo d’aspettativa si respirava nell’aria, finché lui non disse, rompendo il mio nervoso: – Allora… –.
Dai, intanto vatti a cambiare così stai comodo anche te! Vai pure in camera mia! – per non cadere nell’immediata tentazione lo mandai via e Luca salì con lo zainetto a monospalla, come un figo incredibile, così che intanto vedevo l’oggetto della mia venerazione allontanarsi disinnescando il mio incendio interiore. In quell’attimo raccolsi subito le mie idee e decisi: che avremmo aspettato la sera, perché sarebbe stato più bello! Ma come fare a convincerlo? Luca ridiscese in una grigia tutina, esattamente come la mia; ora sì che eravamo veri cugini come a scuola andavamo tanto spacciandoci per giustificare la nostra intesa… ma nonostante vestisse in quell’abito informale, era bellissimo: era come un piccolo modellino dotato d’una gran dote, non proprio nascosta… e difatti discendendo l’ultimo gradino vi passò sopra la mano ridicendo un grazioso: – Allora… –.
Subito gli andai incontro togliendogliela con tono deciso: – Mh! Mio! – per sottolineare la mia proprietà.
Eh! Adesso…! – rispose ristrofinandosela immediatamente.
Mio! – gliela levai di nuovo.
No… è mio! – vi ripassò la mano.
No, mio! –
Luca stette un attimo attonito, guardandosi intorno, non sapendo cosa rispondere, e si grattò sovrappensiero la spalla. – Sei lì pure mio! – gli dissi levandogliela: – sei tutto mio! –; ma Luca alla mia frase sgrammaticata reagì liberandosi le mani e mettendosi sulla difensiva.
Alle, te l’ho detto che non sono il tuo giocattolino! – pronunciò con voce minacciosa; il mio piccolo aikidoka del messaggio aveva colto il senso, ma non il tono giocoso, ed ora era teneramente minaccioso.
Sei mio perché sei in casa mia… – gli spiegai il senso: – e visto che i miei non ci sono, il padrone sono io… e quindi per questi tre giorni tu sei mio! – in fondo mi stavo rifacendo alle nostre regole.
Mm… – mugugnò rigrattandosi la spalla.
Allora! – lo rimproverai.
Ma ho prurito…
Allora ti gratto io! – gli infilai una mano nel colletto per grattargli la clavicola. Mi sembrava quasi di toccare un ossicetto di pollo: sottile, magro, leggiero, che mi trasmetteva l’idea di un’intima fragilità, di un corpicino inerme, nonostante l’ostentazione di coraggio, che andava difeso: – Tu me lo dici che ci penso io… ma tu non devi più toccarti, capito? –.
Ma dappertutto?
Dappertutto…!
E allora avrei un prurito anche qui… – m’indicò il suo pacco; maledetto! Dovetti grattargli pure quelle e lui cominciò subito a godere come un matto: – Ahhh, ma come fai…? – .
Cosa…
A grattarmi, senza farmi male! – godeva sia con gli occhi che con la bocca in quel momento, ma io non riuscivo a capire bene che cosa intendesse: forse si riferiva a quel fatto che quando chiedi di essere grattato per non farti del male, finiscono sempre per non grattarti affatto, oppure usano le unghie veramente; cosicché, essere grattati piacevolmente, è praticamente impossibile… ma io avevo la mia tecnica, e gliela mostrai prima finalmente di sederci e fare i compiti allontanandoci da quella tentazione.

Che fatica oggi fare i compiti con Luca, aveva sempre prurigine dappertutto… e non bastava mica che lo grattassi dai vestiti: no, no! dovevo proprio andare sotto e grattarlo sulla pelle nuda, come «solo io sapevo fare»… e ancora più strano era il fatto che avesse sempre quel prurito intorno al pube, e si spostava pure! tanto che dovetti sempre grattarlo alternativamente sia suoi testicoli e che sul pene, immancabilmente duro; ma come potevo resistere a quell’affronto: a quella roba perennemente dura davanti agli occhi, che non s’ammosciava mai! Poi, d’un tratto passò un’ambulanza e una mano scaramantica andò a toccarmi i testicoli: – Presto toccami! – m’ordinò lui.
Perché?
Perché non posso!ma no, sotto!
Come sotto…
Dentro le mutande!
Che palle…! – aveva sempre una scusa buona per farsi toccare, e io mi sentivo crollare, sia fisicamente che psichicamente, con quell’irrefrenabile voglia, che avevo, di spararmi una sega; ma non volevo venire: volevo solo calmarmi, riappacificarmi con me stesso, una raspa rigeneratrice insomma; ma davanti a lui non potevo… o sarebbe voluto andare fino in fondo, ma per fortuna che andò in bagno.
Vieni… – mi chiamò.
Per cosa?
A tenermelo, hai detto che non posso toccarmi! – che pestifero!
No, no, lì fai pure da solo! Diciamo che ti do un’esenzione dai…! – e finalmente si allontanò. Appena voltò l’angolo, mi abbassai i pantaloni e mi tirai una sega pazzesca direttamente sulla sedia, tanto, come già detto, non volevo venire, ma solo raccapezzarmici con me stesso, ritrovare formalmente la mia padronanza del corpo, della mia libido, il cui controllo era stato fortemente compromesso, ma Luca tornò improvvisamente: – …e no, non è giusto! …anche tu devi farti toccare! –.
Ma tu forse non hai capito, che non sono io a essere anche tuo, sei tu a essere soltanto mio! – dissi finalmente smettendo di menarmi.
Vuoi forse litigare… – mi ricattò. Che bastardo! memore della sua reazione di prima, sapeva che l’avrei lasciato fare pur di non tornare a litigare. Luca con smania iniziò a smerlettare con la linguina mezza fuori, tipica di quando aveva perso l’autocontrollo; aveva una smorfietta che era tutto da mangiare, ma anche una voglia famelica metterlo bocca, ipnotizzato com’era dalla mia verga. Preso da quella paura l’abbracciai prima del suo abboccamento, ma ora chi avrebbe dissuaso me dal continuare? quell’abbraccio ci sarebbe stato fatale: – Luca, dobbiamo distrarci… – invocai il suo aiuto.
Lo so, Niki dov’è? – suggerì ,strusciandosi anche lui dolcemente con la testolina; giusto… che genio! Quel felide inutile, che passava otto noni del suo tempo a poltrire e a mangiare a sbafo, dov’era quando serviva? Lo cercammo sul divano, dove l’avevo lasciato dopo pranzo, sulle sedie, sotto i tavoli, negli armadi, ma niente non c’era! Dov’era? scesi le scale e lo scovai, come al suo solito, raggomitolato in una scatola; – Vieni qua tu! – lo presi con me. A ogni gradino di quella breve scalinata mi soffermai ad abbracciarlo: ne avevo proprio bisogno di quella inusuale terapia, o presto Luca avrebbe fatto la sua stessa brutta fine ma con esito ben diverso…; riemersi dalle scale, per darlo ora a lui in braccio e disintossicarsi.
Dov’è il collarino… – mi chiese.
Eh, glielo dovuto levare… mia madre mi ha detto, se no, che dopo poteva impigliarsi nella siepe… – e Luca non obbiettò, ma lo strinse più forte, come volesse scusarsi con lui per quel pericolo mai corso: – però se vuoi adesso possiamo metterglielo, se lo teniamo dentro in casa… – e corsi subito in camera a cercarlo per poi ridiscendere giusto in tempo per vedere la scena: Niki in un moto di mattana si stava ribellando a Luca, stanco forse dello stargli in braccio, ma lui lo tratteneva; – Presto lascialo…! – stavo per dirgli, ma troppo tardi: Niki per divincolarsi lo graffiò e con un balzo quasi lo capitolò al tappeto: – Luca stai bene? –.
Sì, però m’ha graffiato
Fa vedere! – un graffio a mezzaluna lo solcava sotto il polso: non profondo, né aperto, ma lungo e rossastro; il tipico graffio da “fuga”, che non fa male, ma brucia moltissimo: – Dai che ti disinfetto!
– Ma solo è un graffio! – ma proprio adesso doveva farmi Mr. coraggio! Proprio ora che volevo consolarlo.
Fa niente, meglio disinfettare lo stesso! – e poi a me piaceva curarlo… presi l’acqua ossigenata e tornai dal mio feritino.
Cos’è…? – guardò il flacone con sospetto.
È acqua ossigenata…! Non l’hai mai usata? – manco ci fosse sopra il teschio di morte!
Ma brucia? – mi chiese ritirando il braccio.
Eh sì… un pochino… ma disinfetta e chiude subito! Non l’hai mai usata? – gli ripetei.
No! – e mi riporse finalmente il braccio; ma come: prima mi ostentava tanto coraggio e ora chiudeva gli occhi? che primino…
Comunque Niki è forte! – disse dopo il mio intervento, cercando dialogo – …mi ha quasi spinto all’indietro! – sembrava quasi che ci fosse qualcosa di cui stupirsi.
Ma non c’è nulla di strano, il gatto è un animale forte! Pensa a quanto salta… tu, in paragone, dovresti quasi saltare una casa!
Sì, ma io sono più grosso di lui!
Eh… ma non più furbo… – se no, non si sarebbe fatto graffiare.
Eeeeehh… – mi fece il finto risolino da battuta antipatica.
Comunque non c’è nulla strano, se ci pensi bene non sarei neanche 10 volte lui…
Cioè?
Cioè, che non pesi neanche 10 volte lui!
Impossibile! – asserì categorico.
Ah no! tu non pesi neanche 45 kili, lui più di 5… fai un po' tu! – davanti all’evidenza tacque: – Comunque… – continuai: – lo dovevi lasciar andare! –.
Ma io volevo tenerlo! – obbiettò giustamente.
Sì, ma tu non hai diritto di costringerlo se lui non vuole! devi lasciarlo andare, devi rispettare la sua volontà!
Il faccino di Luca si fece improvvisamente nero: – Non ho capito! – sbottò subito furioso:– io non posso fare quello che voglio in questa casa e lui sì! Valgo forse meno d’un gatto adesso! – meno d’un gatto, no; ma meno di Niki, per me, sì! e offeso se ne andò verso il divano.
La giornata stava decisamente prendendo una brutta piega: l’avevo già fatto incavolare due volte e questo non giovava né a me e né ai miei progetti, anche se adesso almeno tutta quella carica sessuale di prima ci avrebbe impiegato un bel po' prima di rifarsi viva; ripresi il felino e andai da lui: era doveroso rifar pace con Luca non soltanto per me, ma anche per lui, e oltretutto non sapevo con che altri pretesti cominciare.
Luca subito non ci degnò d’uno sguardo: offeso guardava il televisore tenendoci il muso, quando poi Niki incominciò a fare le fusa e io glielo misi vicino, allora lui dovette capitolare e accarezzarlo prima timidamente sul coppino, e poi chiedendomelo in braccio: – Me lo dai? –.
Sicuro… – non volevo che facesse la stessa fine di prima: gli animali sono bravi a sentire lo stato timoroso e reagiscono inaspettatamente.
Dai! – ripose sicuro; gli passai il fagotto che mollemente gli si adattò sulle ginocchia, e lui iniziò a vezzeggiarlo immediatamente come al suo solito, ma con evidente più rispetto di prima: se questa volta fosse voluto andare, certamente l’avrebbe lasciato. Pian piano fui completamente obliato, oramai erano tornati una coppia e io l’intruso, nonostante fossi il padrone di casa e di entrambi.
Luca, ma se ti piacciono cosi tanto, perché non te ne fai regalare uno? – così capiva che non erano soltanto dei peluche animati, ma dei veri rompiscatole quando chiedevano da mangiare o andavano in amore; troppo comodi vederseli belli a casa di altri, senza però doverseli subire.
Non posso… – dissefacendosi malinconico.
Perché… – la mia prima tentazione fu quella di accarezzargli la fronte.
Mia mamma non vuole… – e Luca si chinò verso Niki quasi ad abbracciarlo teneramente.
Perché scusa…
Lascia stare… ha ragione in fondo! E poi neanch’io voglio… – e a quelle parole si fece ancora più triste, ma di una tristezza profonda, di quelle nell’animo più cupo, ma sentivo che mi mentiva.
Ma perché? – questa volta lo accarezzai sulla schiena.
Luca chinò il capo ulteriormente guardando Niki, e dopo un interminabile secondo rispose laconicamente: – Perché poi muoiono… – e in quell’attimo Niki scappò. Il mio primo desiderio fu quello di stringerlo forte, mentre guardava con lo sguardo malinconico in basso e quella cupezza intorno a lui; ma cos’era quello spettro di morte che aleggiava turpe sulla mia luce? Sciò! Via… pussa via! Lo colsi in braccio, caricandomelo addosso. Lo sdraiai, lo abbracciai, lo coccolai, e Luca cominciò a raccontandomi allora con la voce fioca il suo “trauma del pesciolino rosso”: quello classico da fiera, che non vive più d’un giorno, e lui l’indomani, ritrovandolo cadaverino, vi rimase ammutolito per un’intera settimana almeno, e allora sua madre decise: da quella volta niente più animali in casa; poi divenne muto. In fondo la capivo: se questi eran gli effetti ancora a ott’anni di distanza, Luca bisognava proteggerlo, preservarlo, tutelarlo da quel truce mondo, anche se la soluzione poteva sembrare ad occhi inesperti insensata.

***
Luca si risvegliò col faccino vispo sul mio petto e la manina che andava a tampinarmi da quelle parti… lo lasciai fare: mi abbassò i pantaloni e lo slip, e si soffermò a grattarmi il genitale, come gli avevo mostrato, prima di metterselo in bocca. Capii in quel momento che dovevo lasciarlo fare, perché ne aveva bisogno: chiusi gli occhi e mi rilassai, ma non per godere, solo per resistere di più, per lasciarlo continuare allungo; mi ero oramai quasi completamente estraniato dal mio corpo, non sentivo più le sensazioni, ma lui soltanto succhiare, andare su e giù lungo l’asta come in una lunga tettarella; avevo persino perso la cognizione del tempo, non sapevo neppure se erano passati dieci, venti oppure mezzora da quando aveva cominciato, ma alla fine la fame mi destò dal torpore.
Luca, tu non hai fame? – gli dissi.
Sì! – rispose finalmente mollando il mio cazzo: – Cosa c’è?
Pasta…
Solo quella! – che si aspettava da me!
Non sei mica ristorante! – anche se prima si era appena fatto un’abbondante scorpacciata di pesceIo sapevo fare da mangiare per me, ma non di più piatto di pasta o di una bistecca riscalda, o comunque di un qualcosa riscaldato al microonde, anche se di certo sapevo fare più di lui. Luca mi seguì in cucina dandomi tutto il suo apporto seduto sul tavolo alle mie spalle; non lo sopportavo quando faceva così: mi guardava col suo sguardo innocentino, quasi fosse un angioletto contornato da un’aura bionda, e intanto il mio occhio cadeva immancabilmente tra le sue gambe dal suo faccino; era un criminale faccia d’angelo, che mi provocava continuamente: sarei andato lì e gli avrei tirato un marlettone direttamente sul tavolo, ma in quel momento entrò Niki inopportunamente. Subito lo chiamammo entrambi dai lati opposti della stanza; il gatto pareva disorientamento: non sapeva dove andare, ma il mio micio era furbo e sapeva che era il padrone… e difatti andò da lui a ricevere le carezze.
Ah sì… – mi avvicinai: – Giuda! – ma il quadrupede si voltò miagolandomi: – no, tu sei più il mio gatto, non ti do da mangiare! Sei andato da lui… e allora fatti dare da mangiare da lui! – e me ne andai.
Niki incominciò a miagolare insistente e Luca intervenne: – Niki, hai visto che padrone cattivo che hai, non ti vuole dare da mangiare… dai te lo do io! che evo fare? –.
Dagli le crocche di quel sacchetto! – non mi voltai neanche, sentii solo una cascata di crocchette versarsi nella ciotola: – Ma Luca è un gatto… mica un bovino! – gli dissi voltandomi. Luca mi guardò perplesso con un’espressione dolcissima e quel grosso sacchetto sottobraccio; sembrava quasi che io lo avessi rimproverato e invece volevo soltanto correggerlo, poi lui si congedò andando in bagno: – Sì, ma fai presto! –
Va bene… –.
– …e non ti segare! – mi diverti molto fargli quelle raccomandazioni, ma appena si chiuse la porta la sua voce arrivò: – Alle, mi sparando le seghe! –.
Nooooo!
e invece sì… ahaaa… ahaaa… ahaaaaa!
Beh, peggio per te! Vuol dire che allora stasera dormirai sul divano… – gli feci intendere che in realtà avevo in mente ben altra sistemazione per lui quella sera.
No… no… Alle sto scherzando! – ma io mi allontani senza rispondergli. La prima cosa che fece, uscito dal bagno, fu quella di assicurarsi che io avessi capito: – oh, non mi sono segato! – ripeteva: – hai capito? –; ma io non l’ascoltavo – oh, non mi sono masturbato… ho cagato!
MA SI’, ho capito! – gli gridai infastidito più quella sua irritante precisazione: – ma cazzo! non c’è mica bisogno di raccontarmi cos’hai fatto nel bagno! – specie che aveva defecato! va bene ch’eravamo ragazzi e ogni registro potevano essere saltato, ma almeno il minimo comune denominatore del pudore poteva tenerlo...

Dopo cena la parte più difficile di tutta la giornata: con quelle tre - quattro ore da riempire col fatidico «che fare?» prima di andare a “dormire”; perché mica sarà voluto andare a letto presto proprio oggi che avevamo la casa libera tutta per no? – Che facciamo? – continuava a chiedermi.
Non so, ieri ho noleggiato un film ma terrei per dopo… Play?
Mm No! non ne ho voglia… – disse, poi tacque lungamente: – Non hai, che so, dei giochi di società… – di società…? non credevo alle mie orecchie…
Sì, là – gli indicai ancora incredulo lo scaffale; Luca si rannicchiò per passare in rassegna tutte quelle vecchie scatole di giochi di società, forse usati uno, due volte al massimo da piccolo sull’impulso del giocattolo nuovo, costringendo i miei a una serata in famiglia, per poi dimenticarle lì ingloriosamente, dopo che per anni magari avevano intrattenuto le serate della generazione di mio padre. Risiko, Forza quattro, L’Oca, Scarabeo… Luca continuava a passarli tutti indeciso col ditino, forse ora si sarebbe convinto anche lui dell’assurdità dell’idea.
Tu a quale vuoi giocare? – mi passò la patata bollente; dunque: L’Oca… no! troppo stupido, e poi basato soltanto sul culo finisce subito; Forza Quattro e Risiko… no! mai stato bravo in quei giochi, e poi Risiko in due è noioso e a Forza quattro venivo battuto sempre, inoltre lui, non so perché, mi dava l’idea di uno che aveva passato gli ultimi due anni di vita a giocare a seghe e forza quattro; Scarabeo… sì! lì certamente l’avrei battuto: conoscevo certamente più parole di lui.
Dunque… dunque, dunque…– finsi incertezza: – Scarabeo, dai! – .
No, Monopoli! – e prese fuori direttamente la scatola, ma allora che cosa me l’aveva chiesto a fa’? Mi davano fastidio quelle persone che ti chiedono consiglio e poi comunque fanno di testa loro!
Però non so se ho le regole!
Fa niente… ce le inventiamo! – ma sì, dai… così da Monopoli sarebbe diventato Pornopoli!
Ci piazzammo al centro del tappeto davanti al divano col televisore alle spalle acceso a tenerci compagnia; l’inizio del gioco fu tutto molto serio: rispetto all’originale poco ortodosso, ma ancora niente era uscito, né entrato dai nostri pantaloni, invece dopo fu Luca a farsi prendere per primo dall’istupidimento e a voler assolutamente controllare se il mio “prigioniero” era rimasto per tutto il tempo (tre turni) rinchiuso in prigione, constatandolo con mano; e nel frattempo era diventato un vero Paperone, con hotel e palazzi sparsi qua e là in barba a qualsiasi piano regolatore. Era incredibile come un gioco banale, e normalmente noioso in due, era diventato con lui un vero spasso, specialmente quando, per megalomania, si distese sul fianco lungo il divano a rappresentar, diceva lui, la scritta “MONOPOLI” installata sulla montagna, stile “HOLLIWOOD”.
Luca saltellò 3 passi e capitò su “Vicolo Corto”, ancora invenduto.
Aaaaah, Bigolo Corto… – lo sbeffeggiai in quel clima di sbornia pre-sesso per l’acquisto obbligato; allora Luca s’abbassò i pantaloni e disse: – Beh, proprio corto non mi sembra! – e mi trovai così davanti agli occhi quei venti centimetri: belli, duri, diritti, che come una freccia m’indicavano la direzione della sua testa – siccome lui era un’insegna; avevo una voglia incredibile di leccarli tutti dalla radice fino alla punta: – Mettilo via, – gli gridai, dovevo vincere la mia tentazione: – Ti ho detto di non toccarti! – .
Ma mi sto tenendo la tuta!– rispose.
Fa niente… mettilo via! – se continuavamo così, non saremmo durati ancora molto; ma io non avevo paura per lui, quanto per me: sapevo che se mi fossi attaccato a quella cosa, non me ne sarei più staccato via, consumando tutto troppo presto per divertirci poi, nel prosieguo della serata. Riprendemmo il gioco, ma ora avevo sempre quell’immagine davanti la mente e persino la sua posa neutrale ora mi sembrava eccitante: me lo immaginavo disteso su un triclinio romano mentre io lo leccavo e lui muoveva per entrambi le pedine; basta! – Dai mettiamo via, mi sto annoiando, tanto hai vinto te! – in tutti i sensi, tra l’altro odiavo giocare quando sapevo già come andava a finire, specie se ero io a perdere; raccolsi i soldi, ma Luca ebbe un’idea: – Sai giocare a poker? –.
– Certo! – per chi mi aveva preso: per un pivellino di prima?
Propose un pokerissimo con i soldi del Monopoli, ma già me lo immaginavo come sarebbe andato a finire…; passammo indenni le prime tre mani, poi Luca volle alzare la posta, e la calura, giocandosi i calzini; ma che mi fregava a me dei suoi calzini, io che già ero possessore di un suo paio di mutande! e poi lui era già mio, che ero scemo a giocarmi qualcosa di già mio? – e scusa, ma che ci guadagno io? – lo sbattei all’indietro sul divano: – …tu sei già mio! – gli afferrai i testicoli salendo velocemente. Luca non attendeva altro: iniziai a masturbarlo e poi sul più bello mi fermai: – Ti piacerebbe, eh… e invece aspetti! Ora ci guardiamo il film! –: quella per lui sarebbe stata la più atroce tortura.
Avevo riflettuto per giorni sul film giusto da noleggiarsi: volevo un horror, ma non un horror-thriller o uno qualsiasi, ne volevo uno di suspense, d’attesa, di palpitazioni, uno che lo facesse sobbalzare sulla poltrona, attraversare gli angoli bui con sospetto, guardare sotto le coperte prima di entrarci; lo volevo terrorizzato insomma, qualcosa che lo facesse letteralmente cacare sotto dalla paura! e questo per il semplice fatto che sapevo di poterlo faro, sfruttando la natura da primino. Dovetti effettuare il noleggio con la tessera di mio padre, per prendere qualcosa di v.m. 18, tanto lui non se ne sarebbe accorto; neanche Luca sapeva cosa era tanto lui pur di fare il fico non avrebbe sicuramente detto niente. Spensi le luci, per creare atmosfera; accesi il Dolby, per sentire i bassi fin dentro i polmoni, e in fine stesi il panno su di noi, per creare quel sentore di finta sicurezza e lo show ebbe inizio. Abbracciai il primino distendendolo sul divano assieme a me, come quando ci riposavamo; che bello stringerlo dentro una stanza buia… avrei voluto coccolato, ma era meglio non distrarlo troppo dalla visione, io mi ero perfino visionato la pellicola prima, annotandomi tutti momenti migliori, per rimarcarglieli nel caso qualora avesse chiuso gli occhi. Sentii Luca sobbalzare due o tre volte per tempo: era anche stato bravo tutto sommato, ma verso la fine della visione lo vedevo inspiegabilmente guardarsi intorno con sospetto, scrutando le ombre, prestando orecchio ai rumori anomali; che voglia di continuare a spaventarlo, ma ora ogni minuto fuori dal letto, era un minuto in meno per il nostro divertimento.
Dai alzati! –
No, dai… restiamo ancora un po’ qui… – mi disse tutto affettuoso; ma secondo me era soltanto per rimandare quell’istante in cui sarebbe rimasto solo prima che riaccendessi la luce.
No, guarda che ora! – il display segnalava appena mezzanotte, ma era ora di andare… feci appena in tempo ad accendere la luce, che me lo ritrovai alle spalle: – Ah, sei qui! Vatti a cambiar,e dai… intanto io lavo i piatti! –.
No, ti aspetto! – disse seguendomi in cucina sempre seduto sul tavolo alle mie spalle; mi mossi anche dalla stanza ma lui mi seguiva, era come un cagnolino: sempre appresso; ero divertito dal quel suo religioso tallonamento, ma gli si leggeva in faccia la stanchezza dagli sbadigli che faceva: – Dai, vatti a cambiare, che poi ti raggiungo! –.
No ti spetto, non c’è problema! ma dove vai adesso… – disse in fine col tono lamentoso.
Giù, devo stendere! mi sono ricordato adesso che ho dei panni da far asciugare… –
Luca sbuffò, ma mi seguì; feci apposta a non accendere alcuna luce per tutto il tragitto, e neanche per il percorso che dovevo fare dallo stenditoio al garage, dov’era sita la lavatrice: volevo che mi seguisse tutte le volte al buio e per tutte le volte cui avevo deciso di separare il bucato; avevo oramai una seconda ombra, un gemellino siamese ma disunito, che in fine misi alla prova – Per piacere, mi vai a prendere l’ultima roba! –
Io…? –.
Eh sì! chi se no? – altri non c’erano… Luca si accostò alla porta per accendere l’interruttore, mettendo fuori soltanto il braccio come se sulla soglia ci fosse una ghigliottina che altrimenti gli avesse mutilato la faccia.
No…! – lo sgridai, Luca mi guardò per capire l’ammonimento: – Perché mi devi consumare inutilmente della luce… vai senza, no? tanto sai dov’è! – se no dov’era il divertimento…. anche se vi avevo fatto la figura dello spilorcio, che in fondo ero. Luca non obiettò, ma attese un secondo prima di solcare la porta, poi si fermò nel cono di luce proiettato dalla porta davanti a quel muro d’ombra che separa la zona in luce da quella di buio e in fine schizzò: – Spegni pure la luce del garage, già che ci sei! – gli gridai per farlo tornare completamente al buio, aspettandolo sulla soglia.
Luca comparve improvvisamente guardandosi di scatto all’indietro e attraversando velocemente la porta: – Tieni! –.
Ma che hai? – gli chiesi per il suo affanno.
Niente! – rispose.
Attesi un secondo in cui lo guardai intensamente con occhio indagatore, poi affermai – C’hai paura! – finendo col sorridere.
Noo! – obbiettò.
E invece sì! Allora perché mi stai sempre appiccicato?
non è vero… è… è che voglio starti vicino! – si accorse anche lui subito che quella frase stonava nonostante fossimo soltanto noi: – insomma non siamo qui per stare insieme, no? – si corresse giusto in corner, ma oramai era certo che avevo fatto di quel primino quel che volevo.

Dai cambiati! ce l’hai il pigiama, no? – gli dissi finalmente dentro la mia stanza.
Sì! – e si accinse a prenderlo fuori dalla sua cartella mentre io da sotto il cuscino e iniziammo a spogliarci: la tensione stava già aumentando vedendoci reciproci lembi di pelle comparire, e liberatomi dai pantaloni andai verso un cassetto.
Cosa fai… – chiese Luca incuriosito?
Prendo le mutande, no… tu non ce l’ha il cambio?
Sì… – e figurati se la mammina non gliele aveva messe dentro lo zainetto… – ma per domani, mi devo lavare… – disse come per chiedermi il permesso di docciarsi l’indomani in casa mia, cosa che certamente gli avrei concesso; poi Luca mi guardò accattivante: – Te le cambio io… –.
Prima lo guardai per capire se dicesse sul serio e poi lo bocciai, ma cos’eravamo… due bambini da doverci cambiare a vicenda! Poi per fargli gola glielo sbandierai duro davanti la faccia indugiando lungamente, Luca me lo guardava desideroso, e lo ridestai: – Dai finisci di cambiarti! –.
A proposito, dove dormiamo? – finalmente mi chiese.
Qui! –.
Ma c’è solo un letto…
Appunto! – voleva forse perdersi l’opportunità di dormire con me, come Robertino al mare…, Luca mi guardò divertito; non mi sarei mai perso l’occasione di dividere il letto col mio primino, anche se in una piazza sola ci saremmo stati strettissimi, ma era proprio quello che volevo: dormire tutta la notte abbracciato per non cadere… era tutta la settimana che lo pregustavo.
Luca sempre più elettrizzato scese quasi istintivamente il lato destro del letto, soffermandosi ad attendermi prima di sollevare le coperte; ci guardammo negli occhi dandoci il reciproco assenso a iniziare la nostra serata e ci fiondammo nel letto.

La prima cosa che feci fu quello di cercarlo, di stringerlo e abbracciarlo con tutta la smania che avevo mammamia quant’era tenero… lo passavo dovunque su quel morbido pigiava, sembrava lui fatto interamente di flanella e si faceva toccare tutto come fosse il mio immobile orsacchiotto, gli piaceva farsi guidare. Finalmente tutto mio, il mio primino tutto per me! un sogno realizzato in quella magica sera, quanti ricordi mi venivano in mente, di sere passate a letto con Robertino, ma ora il loro attore era sempre lui; il mio turgore stava esplodendo, e anche il suo percepivo, perché ancora non mi azzardavo lì a toccarlo: dulcis in fundo e ad ogni momento la sua sorpresa, rompendo pian piano tutti quei posticci tabù, per rendere più intensa l’ascesa. Mm… come mi eccitava tutto quel tenero primino per me, tutto dolce, tutto spaventato, poi un rumore ruppe l’intesa.
Cos’è? – mi chiese.
È Niki che gratta! – che rompipalle d’un gatto: – VATTENE! –.
Ma perché fa così?
Perché vuole entrare: ogni tanto lo prendo a letto con me! – e quella settimana l’avevo preso parecchie volte a letto con me in attesa di Luca e doveva averci fatto l’abitudine, ma ora stava decisamente rompendo.
Davvero, e fa anche le fusa?
– Sì, certamente, e fa anche un caldo incredibile, sembra una stufetta!
Luca sembrò intenerirsi e mi propose si prenderlo con noi; dunque: io coccolavo lui, che a sua volta si coccolava Niki… no! in quel letto eravamo già troppi adesso: – No, lascialo pure dov’è! – e intanto continuava a grattare – Niki, allora, te ne VAI! – se non la smetteva, presto si sarebbe ricevuto una ciabatta, ma poi finalmente smise e potemmo tornare noi due solamente, ma quel magico momento era svanito; che rabbia, cercavo di abbracciare Luca per ritrovare il tizzone, ma niente, la stanchezza era fin troppo forte e stava prendendo su entrambi in soppravvento, inoltre perfino lui si era troppo rilassato e non lo sentivo più pauroso e arrapante come prima.
Dove vai? – scesi dal letto.
Mmm, devo fare una cosa! Aspetta qua! – presi la torcia dal cassetto.
Ma dove vai?
Luca, dormi tu! ritorno subito… stai lì!
Era d’assolatissima importanza che Luca non uscisse dal letto e soprattutto che non accendesse la luce… uscii dalla camera in fretta, percorrendo il corridoio silenziosamente e a luce spenta: mi diressi verso il quadro centrale della luce e la staccai in tutta la casa; mi era venuta voglia di terrorizzare ulteriormente Luca in quella nottata, e quella era l’unica cosa che mi poteva venire in aiuto. Tornato in prossimità della stanza avanzai lentamente, senza torcia, sgusciai dalla porta a gattoni; Luca mi chiamò, ma io non risposi: – Niki sei tu? Alle…? – doveva essersi accorto di una presenza, ma non di me! Mentre Luca chiamava, mi avvicinai al letto, vicino la sponda inferiore, e ratto gli afferrai la caviglia.
AAAHhHH! – urlò; io risi: – Stupido!
Ma allora hai paura veramente!
Fanculo! Ma dove sei stato?
Niente… ho spento la televisione, mi sono ricordato che l’avevamo lasciata accesa! – in tanto chiusi la porta.
Chiudila a chiave per favore… – mi chiese.
Ma siamo soli in casa!
Dai…
Va be! – ecco cosa si otteneva a spaventare un primino; poi rientrai nel letto e l’abbracciai calorosamente, finalmente avevo quello che volevo: nel mio letto un primino stanco e spaventato, forse un fin troppo stanco…
Alle… – mi disse dolcemente: – mi sento stanco… – io intanto mi continuavo a strofinarmi arrapato attorno a lui: – possiamo dormire? – mi chiese col vocino tutto sottile.
– Ma certo… – lo accarezzai delicatamente, ma dentro stavo bestemmiando animosamente.
Davvero… – disse quasi stupito come se secondo lui l’avessi costretto anche contro la sua voglia.
Certo, non ci obbliga mica nessuno a farlo adesso… – lo rassicurai – C’è sempre domattina… – e domattina non mi sarebbe di certo scappato, poi lo bacia sulla tempia per dandogli la buonanotte, e quindi mi voltai dandogli le spalle.

Aspettando venerdì

Quanti sguardi birichini, quante occhiate maliziose durante quei compiti di scuola che non avrebbero mai dovuto esserci… troppe volte le nostre mani si erano incontrate tra quei quaderni scarabocchiati nella consapevolezza che avrebbero mai dovuto essersi toccate, se volevamo resistere; solo due giorni mancavano… non potevamo sciuparli così! Se tutto quel subbuglio, tutto quel parapiglia era frutto di soltanto così pochi giorni d’astinenza, venerdì sarebbe stata una cosa fantastica! anche se ora era veramente difficile resistergli, a quel biondino incredibile; ogni suo effluvio era un profluvio d’ormoni ch’empivano l’aere.

Per l’ennesima volta Luca mi chiese intervento sui compiti di scuola come pretesto per toccarmi la mano, e come d’incanto calammo in un erotico torpore che piano ci portava ad avvicinarci: sapevamo ambedue benissimo che tra poco avremmo finito entrambi e che allora sarebbe stato alquanto più difficile resistere, ma per fortuna in quel momento entrò Niki; con la sua intrusione felpata, quasi per similarità alla nostra cognizione ovattata, s’insinuò sotto il sub-limite cosciente della nostra percezione assonnata a distarci, di rientro dalle sue penultime uscite autunnali. – Pc'… pc'… vieni qua… dai! –, ma il quadrupede non mi cagò di striscio e continuò la sua strada imperterrito verso il divano, la sua prossima dimora invernale per la quale presto avremmo litigato, sulla quale salì scomparendo dalla vista.

Oh, non ho capito! – andai a molestare il gatto accompagnato dal mio vice.

Niki si toelettava bellamente sul cuscino, mentre noi due restavamo ginocchioni a guardarlo nel suo gesto sinuoso, finché non lo interruppi con la mano: – Oh, quando ti chiamo, mi devi cagare, hai capito? – atterrai il felino.

Ma lascialo stare! – mi rimproverò Luca, si vedeva che non era suo il felide: – ma ciao Niki! … ma come sei bello! – disse con la voce stridula, portata all’estremo limite del suo registro vocale come sempre quando si rivolgeva al gatto, tanto che mi trapanava il timpano: – Niki… – poi lo vidi alzarsi: – tienilo lì che torno subito! – e scappò via; subito pensai che dovesse recarsi al bagno, ma lo sentii aprire la cerniera della sua cartella e poi un tintinnio. Ma cos’era?

Luca tornò: – Niki guarda…– gli sbandierò davanti al muso un collarino, che lui annusò: – ti piace, eh? – muoveva quel campanellino freneticamente.

– Che cos’è? Fa vedere…

E’ un collarino; l'ho preso per Niki… – ma che roba: neanche a dodic’anni avrei fatto una cosa del genere per il mio gatto…

Ma no…

Perché…

Ma non lo indossa, non è abituato! – un po', in realtà, ero geloso perché quel presente non era per me.

Ma aspetta! Aiutami a metterglielo – fui costretto a bloccare quel morbido ammasso di pelo che come al solito al brandimento s’agitò.

Ma come ti è venuto in mente?

L’altro giorno, mentre giravo, l’ho visto e mi è venuto in mente Niki… – ero felice di sapere che un qualcosa di me fosse sempre presente nella sua mente, perché in fondo ora era come se quel regalo lo avesse fatto implicitamente anche a me.

Ma quanto hai speso? – gli chiesi: non volevo certamente saper da quella cifra la valuta del suo pensiero per me, anche perché non è mai lecito misurar col pecuniato il valore d’un pensiero; ma il semplice sapere che si era separato di un qualcosa di suo, il danaro, per dare qualcos’altro a me, relativamente alle sue disponibilità di quattordicenne, mi era sufficiente per sentirmelo e acquisire lo stesso sapore di un “ti amo”.

Boh, uno, due euro… – disse finendo di allacciarlo, invece io l’avrei sommerso di coccole; poi lasciammo Niki che andò via tintinnando per nulla soddisfatto. – Guarda, gli piace! – disse Luca forse antropomorfizzando un po' troppo il gatto; ma io in quel momento, in quella sua manifestazione di dolcezza, io gli sarei saltato addosso: sentivo un intenso bisogno di stringerlo, di abbracciarlo a più non posso, ma non potevo!

Una crisi d’astinenza per la di lui corporeità mi prese; ma dovevo sedarmi, calmarmi, impedirmi d’abbracciarlo o tutto sarebbe finito lì, e mancavano soltanto due giorni… – Luca, vai a seguirlo! –.

Intanto io mi buttai sul divano, occupando tutto lo spazio disponibile e portandomi le mani sotto il petto per vincolare a me, ma Luca tornò: – Oh, che fai? – non gli risposi, guardavo dall’altra parte e gridavo dentro: – dai lasciami venire… –.

No!

Perché?

Lo sai!

Dai, non facciamo niente… voglio solo sedermi! – E sì, solo sedersi… come se non lo conoscessi.

No!

Dai…

T’ho detto di no!

Beh, allora mi ti metto sopra!

Non gli risposi, ero troppo preso dal lottare con me stesso, con la mia astinenza, ma lo sentii salirmi sopra.

Ma che fai!?

Mi metto sopra di te!

No…

Eh, prova a fermarmi! – maledetto! Sapeva benissimo che non potevo voltarmi o in quell’attimo sarebbe finito tutto.

AHIA! –

– Che c’è? – si tolse subito.

– Tu e quella cazzo di cintura! – mi voltai con testa, ma non portando, violentandomi, la mano sulla parte fitta: – Me la sono sentito nella carne!! –.

Scusa… – e poi lo vidi metter mano alla cintura.

E adesso…? –

Me la levo, così non ti faccio male!

– Perché tu pensi ancora di risalire …

Se non mi fermi.. – ma non si stava solo togliendo la cinta: assieme a quella si stava levando pure i pantaloni.

Ma non ti dovevi levare solo la cintura?

Lo sai che mi stanno larghi… dopo scendono e mi danno fastidio! Dov’è il panno? – e si voltò intorno con disinvoltura trovandolo sulla sedia, ormai si muoveva – pure in mutante – come fosse a casa sua; nel movimento scorsi sotto la camicia le sue mutande, a tratti comparire come una chiazza bianca tra le sue gambe; che voglia di violentarlo… poi con quell’insolito pastrano addotto ritornò: – Mi fai posto? – chiese retoricamente.

No!

E allora risalgo! – disse col tono di ripicca di un bambino: «non mi fai venire, allora ti salgo sopra» sembrava dire, che proprio non era un vero dispetto, anzi avevo finalmente occasione di toccarlo, ma per me era una vera e propria tortura, averlo intorno e non poterlo abbracciare… ma Luca non si limitò soltanto a salirmi addosso, dopo avermi detto scherzosamente che ero comodo si infilò con le mani sotto le mie mutande, afferrandomi il genitale.

Luca, no!

Ma dai non posso farti niente, sono sotto di te… – intendeva le mani; inutile discutere con uno così: con lui la logica e la diplomazia non servivano a niente;quanto voleva qualcosa, l’otteneva sempre! Iniziò a palparmi i testicoli e poi disse: – Come sei morbido! Sembrano di velluto… –.

Grazie… – cos’altro potevo rispondere a quel primino-peste.

Passarono cinque minuti di silenzioso abbraccio: Luca mi stringeva forte come in cerca anche lui di un libidico riempitivo del suo bisogno incolmabile di affetto, lo stesso per cui sentivo quel turgido pene premermi contro la schiena; passò quindi un’auto proiettando il suo riflesso sulla parete interna: – I tuoi.. –.

No… è troppo presto! – Luca mi strinse trasmettendomi il suo senso di imbarazzo e poi disse: – Pensa se entrassero ora … – non capii bene il nesso tra il detto e il suo gesto di prima.

Cioè?

e…se entrassero ora, se ci beccassero…

Mmm, e dunque…

Eh, che cosa penserebbero? – ecco, proprio il classico discorso che non volevo sentire, quel pensiero che mi ero ripromesso non avrei mai affrontato: perché io avevo tacitamente accettato la mia situazione con lui, ma a patto che non avrei mai pensato alle sue eventuali conseguenze, e lui invece andò proprio a tirarlo fuori; allora risposi aspramente: – Penserebbero di che: di tu che stai in mutande nella mia sala… di tu che stai in mutande sulla mia schiena… o di tu che stai in mutande sulla mia schiena e con le mani dentro le mie… Eh! – volevo fargli notare come proprio non gli convenisse affrontare in quel momento la questione, rappresentando proprio lui l’unica anomalia evidente nella stanza: – e comunque non voglio pensarci! – chiusi perentoriamente il periodo.

Luca si fece piccolo piccolo sulla mia schiena, come se fosse un capo in ammollo in procinto di ritirarsi durante il lavaggio: – Ma se… –.

Luca non voglio parlarne!

Va bene… – finalmente aveva capito: – ma allora facciamo qualcosina… – mi strofinò il genitale.

Nooo… – che testardo.

Ma senza venire…!

Luca, ma, can… mancano solo due giorni, si può sapere che fretta hai! – L’odiavo quando insisteva così: io avevo già i miei problemi a resistere con lui sulla mia schiena e quella canna turgida dietro il sedere e lui mi provocava…

Beh, anche mia mamma dice che io ho sempre fretta… – disse sdrammatizzando – sono nato persino di fretta!

Cioè… – non capivo come c’entrassero con la fretta le circostanze del suo parto.

– Sono nato prima, io!

Prima de che? –

Di quando dovevo nascere! Sono nato di sette mesi, io… – me lo disse come se fosse una cosa per cui, solo per quella, dovesse essere considerato del tutto speciale.

A sì… – mi fece immediatamente tenerezza immaginarmelo come un piccolo fagottino: – dunque sei un settimino! – e un ennesimo -ino si andava ad aggiungere alla mia collezione di vezzeggiativi per lui: il mio Luchino, il mio primino, ed ora anche il mio settimino; in quel momento avrei strinto forte pure il cuscino per resistere a quella matta voglia di coccolarlo…

Mmm… – fece il mugolio impreciso di chi non aveva capito.

…che sei nato di sette mesi: setti – mino; almeno cosi ho sentito dire… – poi Luca mi rinnovò l’abbraccio intuendo il mio senso d’affetto per lui, e sussurrò con nostalgia: – Ti ricordi il mare? –.

Certo… – e come scordarlo… poi Luca tacque: – A proposito del mare… –

– Yes… –

– Tu avevi detto di non aver mai baciato una ragazza…

Mmm, sì!

– …e allora perché mi avevi detto che bacio meglio!? – quella sua affermazione d’allora, pronunciata con quel tono sicuro, ancora non l’avevo digerita, e ancora non capivo se fosse verità o pura canzonatura.

Rise: – Era solo per prenderti in giro… – disse ridendo, ma in quel momento lo avrei strozzato: – …ma lo senti ancora quel coso?– disse poi cambiando argomento.

Chi?

Quel bimboccio…!

Ah, Robertino…, no non lo sento più! – e perché mai avrei dovuto…?

Robertino…? – disse col tono improvvisamente ingelosito dal mio simil-vezzeggiativo.

Era il suo soprannome; lo chiamavamo tutti così! Il suo soprannome completo era “Robertino il cretino”, ma ovviamente non potevamo dirglielo!

Ah, ecco! – disse proprio approvando appieno il soprannome

e scusa, ma… perché mai dovrei risentirlo?

Beh, visto quello che facevate… – come se con lui non avessi mai fatto niente…

Innanzitutto era soltanto lui a fare… – meglio tenere nascosta l’altra parte della verità – …e poi mi sembra che anche con te non scherzavi! – come metteva adesso

Va be’, mai io ero soltanto curioso, volevo provare…

Provare…? – per lui farmi tre pompini, era soltanto provare…

Sì, volevo provare a farmi fare una sega da qualcun altro, provare cosa si provasse… mio cugino non me l’ha mai voluto fare! –

– E coi tuoi amici di scuola? –

– Mi vergognavo, mica è una che si può chiedere così! –.

Invece con me vergogna non l’avevi…

Era diverso, non ti conoscevo! E poi ero sicuro che ci saresti stato… – ma… mi stava forse dando implicitamente del finocchio?

E come facevi a essere così sicuro che ci sarei stato…

Beh…in spiaggia mi fissavi sempre il pacco! – improvvisamente mi vergognai, anche retroattivamente, per quel me stesso d’allora: – e poi vi ho visti…

Chi?

Te e Robertino! In spiaggia… la sera della festa… e poi a casa mia… – capito, meglio cambiare discorso!

Ma non potevi comunque chiederlo a tuo cugino? – dopotutto era lui che si faceva fare le seghe dal cuginetto… quel bastardo! Se solo ci pensavo sarei andato da lui e gli avrei mozzato l’uccello; però forse doveva accadere, o Luca non si sarebbe mai fatto avanti con me per quella voglia…

Non ha mai voluto toccarmelo! Forse si vergognava che ce l’avevo quasi grosso come il suo, pur essendo più piccolo… e poi tu c’è l’hai di più di lui… – come a dire se lo devo fare, voglio farlo bene! Però, finora, si era soltanto riferito alla sega, dimenticando tutta l’altra parte di quello che avevamo fatto; se l’era forse dimenticata?

E la bocca… anche quella sei stato tu a cominciare! – e lì volevo proprio vedere come se la cavava: ora non poteva più la scusa preconfezionata dell’innocente curiosità… ora doveva ammetterlo, e rimangiarsi pure quell’implicita accusa di prima!

Stessa cosa…

Come! – quella non gliela aveva fatta al cugino…

Eh, dopo la sega, mi aveva chiesto di fargli anche quello… –

– E tu? – stavo già iniziando a preoccuparmi di non essere stato il primo.

– e io ho rifiutato! – bravo Luca! – solo che poi, a furia di insistere, mi aveva convinto e ma quella volta che stavo… siamo stati interrotti!

Come? – Non li avranno mica beccati? M’immaginavo già quella porta spalancarsi mentre Luca lo impugnava in direzione della bocca…

… ci hanno chiamati… e poi per ballazze varie ci siamo più rivisti! Adesso c’ha pure la ragazza! – allora pericolo scampato, in tutti i sensi.

E che c’entra però con te al mare?

Eh, dopo quella volta mancata con mio cugino mi è rimasta la curiosità … e già che c’ero, ho provato con te! – ma che piccolo grazioso animaletto curioso che era Luca… dunque per lui dovevo bermi che fosse soltanto frutto della sua curiosità, e non invece che della sua atavica voglia di prenderlo…

Ma dunque tu con tuo cugino non c’hai mai…

No, tu sei stato il primo, sei l’unico! – mi strinse forte affettuosamente – come te d’altronde… – sottolineò.

Beh… – lui proprio l’unico….

– Chi? – aveva già intuito, e fattosi improvvisamente geloso.

Ehm… Robertino! – dissi a mezza voce come quelle parole non dovessero da lui farsi sentire.

Robertino…! Ma mi avevi detto che era soltanto lui a… – e ci credeva pure…? Sembra più scandalizzato di una fidanzatina gelosa, solo perché avevo fatto un pompino al suo rivale; dopotutto che c’era di male: lui l’aveva fatto delle seghe al cugino, io spompinato Robertino! solo che l’avevo ben fatto anche prima di conoscerlo, ma questi erano soltanto dettagli: – Luca dopo quel giorno con te mi è piaciuto da matti, è ho voluto riprovarlo, solo che tu non c’eri … – Dunque, in fondo era colpa sua, era lui che mi aveva sedotto e abbandonato; Luca tacque, e di dopo di un po' riemise: – Allora chi è meglio? –.

Chi?

Tra me e Roberto…

E cosa? –

Insomma ci hai bevuti entrambi, o no?

Sì… – anche se mi vergognavo ad ammetterlo.

Eh, appunto... allora chi è meglio? – non ci potevo credere, voleva sapere chi dei due trovassi di sperma più buono! Da una parte sembrava anche averla presa con filosofia: disposto persino a mettersi in gioco; ma non sapevo se avrebbe preso altrettanto sportivamente una sua eventuale bocciatura: – Ma non lo so, come faccio a dirlo! – e francamente mi trovavo ridicolo a paragonare i loro spermi.

– Ma dai… – mi esortò nuovamente; sembrava quasi che, nonostante il tempo trascorso, il suo residuo di competizione con Robertino non fosse per lui ancora risolto, tanto da voler sapere chi fra loro preferissi.

Ma cosa ti posso dire… – non sapevo che cacchio inventarmi: – diciamo, che tu sei più liquido, ecco! – speravo almeno di avergli fatto una specie di complimento, tanto per placarlo.

Come più liquido! – disse però come se gli avessi evidenziato un difetto.

Eh, più liquido… si vede che, essendo più grande, ne produci di più! – mi toccava pure rivisitargli l’affermazione, come se fosse un moccioso troppo cresciuto che si offende con niente! Certo che da quel punto di vista tra lui e Robertino non c’era poi molta differenza, avevo pure dovuto mentirgli: a memoria ricordavo,infatti, che quest’ultimo ne producesse molto più abbondantemente di lui, forse per quegli enormi maroni che aveva e che in lui non avevo invece ritrovato, ma Luca, in compenso, aveva dell’altro che molto più mi piaceva.

– Quanti anni aveva? – mi chiese insofferente.

Tredici… – speravo in fondo di averlo placato: lui era più grande, l’aveva più lungo, era più liquido; insomma, lo batteva su tutti i fronti… e difatti ricadde in un silenzio cogitabondo per poi riemergerne con uno strano sbuffo, quasi sovrappensiero.

Mmm?

– Puah… a tredici anni aveva già fatto un pompino! – disse con sprezzante tono di superiorità, quasi a voler schernire quell’invisibile presenza di Robertino ormai andata concretizzandosi al nostro fianco; ma che passava per quella testa di primino…

Beh, tecnicamente anche tu ne avevi tredici la prima volta…

Sì, ma io ero già verso i 14! – come se a quattordici anni fosse differente fare un pompino!

E allora! che cazzo c’entra, scusa? E poi quando li compi gli anni che non ricordo? –

Il 18!

Il 18, già! – una data che avrebbero dovuto far festa nazionale – …e il segno?

Leone, non ricordi? Lo sono di nome e di fatto…

Mhmm – cos’era questo oscuro proverbio.

Leone - Leoni… il mio segno, il mio cognome…, e poi, comunque, io ne avevo già quattordici! Perché, come t’ho detto, sono nato prima!

E no, bello… ti prendi un bel granchio! Tu non sei nato prima, se nato in anticipo, che è diverso!… tu sei nato prima di quando dovevi nascere, ma questo significa, semmai, che gli anni dovresti contarli dopo, e no prima! … anzi, due mesi… settembre ,ottobre… dunque tu avresti quattordic’anni da nemmeno un mese, forse…! E ti dirò di più: tra te e Roberto non ci sarebbero più di sei mesi! – ora volevo proprio infierire visto che lui ci teneva tanto a rimarcare la sua differenza, che invece non era affatto molta.

Beh, fatto sta che io sono comunque nato prima di lui! e ce l’ho pure più lungo! – cos’era tutto questo bisogno di sottolineare la sua pretestuosa superiorità, qualche tacca in più di bega, o di data o di altezza lo rendevano forse migliore? Per me lui era meglio perché era lui nella sua interezza ad esserlo; ma possibile che conservasse ancora un astio così profondo, verso quella scomoda presenza con cui ancora si sentiva in concorrenza?

Dopo un quarto d’ora sbrandai l’incomodo ospite dalla mia schiena, che ancora vestiva in deshabillé e mia madre stava arrivando: – Su che è tardi!

Di malavoglia scese lento come un bradipo, poi si fermò davanti a me avvolto in quella coperta a mo’ di mantella sulle spalle; per curiosità alzai la camicia e vidi l’illustre inquilino ergersi oltre la soglia dello slip: l’afferrai tra le dita massaggiandogli la cappella mentre lui si scioglieva teneramente in un brodo di giuggiole traspirando voglia di venire dai suoi pori: – Dai Luca, a venerdì – lo licenziai con una pacca sul sedere – e mi raccomando!

Va bene…

Piuttosto inventati qualcosa!

Cioè?

Un qualcosa di divertente da fare visto che abbiamo due giorni! – e anche due notti…

Ci proverò – in quell’attimo l’auto di mia madre si infilò nel cortile; Luca si rivestì in fretta e furia e quando lei entrò, diligentemente svicolò via, incrociandola il meno possibile.

– Ciao! Ma che ha Luca che è scapato via? – che palle, temeva sempre che gli avessi fatto qualcosa, ma se non gli avrei torto nemmeno un capello, al massimo un pelo pubico…

Aveva fretta, gli han detto di tornare prima che faccia buio! – poi Niki si mosse come al solito per reclamare la pappa, scampanellando fino in cucina.

Ma cos’è?

È Niki! – lo presi in braccio.

Ma cosa gli avete messo?

È stato Luca, gli ha fatto un regalo, guarda! – mia madre scosse la testa sorridendo condiscendente … sapevo benissimo cosa stava pensando: che Luca era veramente un bambino, perché solo un bambino poteva pensare a fare un regalo a un gatto… ma a me Luca in fondo piaceva proprio per questo.

Dai togliglielo che dopo lo sai che quanto va fuori s’ impiglia nella siepe … – e lo sapevo bene, ma solo che non potevo farlo finché era in casa, sarebbe stato un affronto, e poi ora avevo almeno la scusante che si trattava di una direttiva materna e non di una mia decisione.

Tolsi il collarino e lo riposi in un cassetto a fianco dei suoi slip, altro ricordo di che ritrovai dopo quella volta vicino ad un piede del letto, e che dopo una segreta lavatura riposi in attesa di momenti propizi.

Sogno o son desto

Sono stanco, sono sudato: ho finito la mia prima ora di palestra e me ne entro nello spogliatoio soddisfatto; dentro ci sono Luca e Alberto, e Marco mi arriva dalle spalle. – Ehi, ciao! – lo saluto; ci sono solo loro e si stanno cambiando: – Come va? – chiedo a Luca che mi risponde «Bene», oggi è più radioso del solito…, poi mi rivolgo a Marco e lo trovo serio e con gli occhiali indosso: – Come va? –.

Eh… niente! – ma io gli faccio segno degli occhiali: – Ah… ce li ho da piccolo! –.

Troppi smanettoni, eh… – gli rispondo facendo il simpaticone, ma lui non ride, solo Luca lo fa e Alberto chiede: – Cos’è? –.

Le seghe! – risponde Luca.

Cioè…

Le marlette! – gli faccio io accompagnando con un gesto, ma lui non capisce: – Non ti sei mai fatto le seghe… –; lui nega.

Neanche in compagnia… – aggiunte Luca e poi mi guarda e sorride; cerchiamo insieme lo sguardo complice di Marco, ma anche lui ci guarda strano.

Non vi siete mai segati insieme! – dico io.

Facciamo vedere… – mi propone Luca e se lo tira fuori davanti ad Alberto.

Guarda… – gli dico io e inizio a fare una marletta davanti alla sua faccia sbalordita, che non so se per la sega o la lunghezza.

Ma… ma… – balbetta Marco inebetito.

Cosa c’è…?

Non c’è mica niente di strano! – assicura Luca e poi incomincia a godere: lo smarletto, lo sego per bene e finalmente mi viene; spruzza dappertutto, e io gli lecco il seme dalla mia mano e lungo l’asta del pene. Marco e Alberto ci guardano stupiti e poi Luca propone: – Facciamo anche loro? –; io annuisco ma non capisco, e Luca porta Alberto sotto le docce. Mi affaccio con Marco, e vedo Luca abbassare le braghe bianche dell’aikido ad Alberto, lasciandolo solo in mutande col tessuto a pois visibilmente in tiro; attendo… 12 centimetri: però, mica male il piccolino… esattamente come Luca alla sua età! Allora prendo Marco e lo sbatto contro il muro, sento il suo cazzo duro nelle mutande recalcitrante come un mulo; mi volto, e vedo Luca smarlettare allegramente Alberto: mi fanno ingrifare in un modo incredibile quei due biondini! Lo spoglio e trovo il suo cazzo gagliardo completamente in tiro: bello, grosso, nodoso, ma non tozzo, di 15 centimetri all’incirca e con la cappella bella grossa, come quella di Roberto; lo sego e vedo la sua punta che s’apre spontaneamente bella rosa, lo scappello e infilo tutto in gola…. Incredibile: nella mia bocca sembra esattamente come il cazzo di Luca, nonostante sia più corto e con la cappella ben più grossa!

Alle! Alle! – mi sento chiamare da dietro nel bel mezzo del mio divertimento.

Che C’È…!? – chiedo incazzato.

Non si apre! Presto vieni! – grida Luca e, mentre tenta di aprirglielo, il dodicenne urla come un matto. M’inginocchio con la testa di Alberto sulle gambe e Luca s’affretta a scappellarglielo; Alberto urla, gli implora di smettere, ma Luca continua: – Lo debbo fare! – dice: sembra quasi una missione.

Luca era ormai giunto a scoprirgli metà del glande, quando, tra gli urli smisurati, Marco mi si pone davanti: si masturba; penso che me lo voglia rimettere in bocca ma, quando mi avvicino, si abbassa; – Tieni…– gli dice –…mettilo in bocca! –, e Alberto lo prende e inizia a ciucciare, invece di urlare. – Fatto! – declama Luca alle spalle di Marco, poi lo vedo chinarsi dietro la sua schiena, mentre Alberto rincomincia a gridare ma non più dal dolore. Mi sego: c’è Marco che si alza per venirmi in faccia, c’è Alberto che gemere il suo primo orgasmo; io vengo! sento Alberto che viene; sento Marco che viene, e in tutto quella doccia di sperma, mi sento il suo seme grondarmi lungo la faccia, ma solo sul mio ventre mi sento bagnato…

Porcaputtana! mi sveglio e con un bel schizzo di Dalì nelle mutande: è la prima volta che mi succede, ma ragazzi… che sogno!

Il malatino

Parcheggiai lo scooter davanti casa di Luca. Tre giorni che ormai non veniva più a scuola; la prima mattina sua madre mi telefonò, pure, per avvertendomi che quel giorno non sarebbe passata, scusandosene pure; ma dopotutto era ovvio che, prima o poi, sarebbe successo: se sostituisci il mezzo pubblico col privato per maggior comodità, quando rimani a piedi, so’ cazzi tuoi! ...ma sopravvissi a quei tre giorni di pullman e ora ero lì, finalmente, a veder come stava. Un altro mezzo, però, mi precedeva, parcheggiato mezzo metro davanti al mio; segno che qualcuno era già venuto a trovarlo; che rabbia! proprio oggi quello scassamaroni doveva venire! Preso da un impeto di gelosia mi precipitai al campanello, ma, prima di suonare, la curiosità mi spinse lo sguardo oltre la siepe, incrociando uno di quei cosi, una faccia da primino, che passava per il vialetto. Improvvisamente, il segno tangibile dell’altra vita di Luca “oltre” me, era palese; dovevo arrendermi: Luca oltre me aveva i suoi amici, i suoi colleghi d'arti marziali, i compagni di classe... di cui quel bipede doveva essere un esemplare.
Il primino mi guardò a lungo, come se non avessi mai dovuto trovarmi lì; faccia scarna, pelo fulvo, lentiggini: sì, era uno di loro, e anche se ora me ne sfuggiva il nome, di certo doveva avermi visto parlare con lui durante l’intervallo e quindi riconoscermi, anche se ora mi guardava come fossi un intruso.
Come sta? – gli chiesi per non sembrar sgarbato.
Ah, ciao! – mi salutò con sufficienza, invece d’inchinarsi e riverirmi con un ossequioso vossignoria, come sarebbe doveroso farsi davanti a uno più grande.– Che ne so! Sono venuto solo a portargli i compiti! – Ah, begli amici che aveva! Venirlo a trovare e nemmeno informarsi su come stava... quasi non fosse affar loro! L’avrei preso a pedate in faccia, fino a levargli le lentiggini da quella, ma s’infilò il casco e sfrecciò via altrettanto irrispettosamente, come una persona che ti saluta senza scappellarsi di cappello, comunque entrai: la scuola da me sognata, di terrore per i primini, era ancora lontana dal realizzarsi. Mi fermai davanti a quella porta d’ingresso, pensando: quell’ospite di prima aveva in fondo dei plausibili motivi per essersi recato da lui, era forse il mandatario del professore; ma io invece che ero? Ero soltanto uno recatosi da lui per veder come stava... e neanche uno malato da almeno 10 giorni di convalescenza, ma appena 3! insomma, che figura ci avrei fatto: era forse il mio un interessamento, persino, eccessivo nei confronti di uno più piccolo di me, quasi inopportuno direi, pensando a noi due, e specialmente a lui.


Ciao... – disse sua madre aprendomi la porta con lo sguardo sorpreso e in tenuta d’uscita – Sei venuto a trovarlo? ma che gentile... Dai, entra! –.
M’introdusse a forza in quella casa: il suo saluto così caloroso mi aveva quasi rapito e ora m’impediva di allontanarmi da lei, fino all’arrivo sulla soglia della sala, da cui vidi Luca in tenuta da notte seduto davanti a una grossa tazzona fumante e con lo sguardo annoiato perduto nel vuoto; – Luca... guarda chi c’è? – disse la madre.
Che carino che era: appena mi vide, gli s’illuminò lo sguardo venendomi incontro e io a lui; – Ciao..., sei venuto a trovarmi! – disse con la vocina raffreddata e slanciandosi in un abbraccio d'affetto. Cavolo! eravamo di fronte a sua madre... e io che consideravo già sconveniente la mia capatina, figuriamoci quell’abbraccio; in quel momento avrei voluto divenir trasparente, ma la madre inspiegabilmente mi rassicurò: – Non farci caso... – disse: – ...quanto Luca è ammalato, è sempre, diciamo, “affettuoso” con la gente! – con la gente, eh! ...beh, speravo per lui che non l’avesse riservato quel comportamento anche all’ospite appena uscito, o non l’avrei perdonato! comunque bene a sapersi, che d'ammalato era così coccoloso...
Ah, vedo! – risposi facendo ancora finta di esserne quasi infastidito.


Vuoi del tè? – mi chiese lei, mentre Luca si sedeva.
No, grazie... sono a posto così! – intanto mi sedetti accanto a lui vedendolo intingere dei biscotti nel tè, o in qualsiasi cosa fossa quell’odorosa tisana.
Ma che odore è?
La medicina... – m’indicò Luca.
...nel té!
Sì, da sola non riesco a prenderlo, così la sciolgo – chissà ch'efficacia...
Ma non è che mi attacchi qualcosa?
No, non ti preoccupare, non sono contagioso! però mi ha detto che finché ho la febbre non vengo a scuola! – e ci mancava altro! In quel momento tornò la madre: – Alle, sei arrivato al momento giusto! – esordì agguantandolo alle spalle: –Io devo uscire, me lo guardi tu? –.
Fargli da baby-sitter...– Certamente! – però, come lo trattava? Intanto Luca le fece segno sgarbato di andarsene non volendo essere trattato da bambino, ma lei lo baciò ugualmente; mi facevano tantissima tenerezza in quelle scenette, ma non riuscivo neanche a trattenermi dal ridere vedendo lui.
Allora grazie, Alle!

Ma di niente! – e ci mancava altro... mi sarei occupato di lui anche moribondo! Luca intanto guardò fuori la finestra finché non sentimmo il ciocco del cancello metallico e allora mi strattonò il braccio:– Dai vieni! –.
Dove... – mi trascinò fino al divano.
Siediti!
Perché...?
Dai, Siediti! – disse impaziente. Obbedii, e lui mi si distese accanto abbarbicandosi al mio braccio: mammamia quant’era affettuoso! con la testa mi si accomodò sulla spalla trattenendosi il resto tra le braccia, come fosse in suo possesso, e io intanto cercavo il caldo con la mano tra le sue gambe, astenendomi però da cercar dell’altro per non rovinare l’equilibrio coccoloso che s'era creato

Can, Luca, se sei caldo? – gli passai la mano sulla fronte.
È trentotto... guarda! – disse con contentezza mostrandomi il provino, quasi sembrava che ci tenesse a ricordarmi che dovevo occuparmi di lui.
Allora, stenditi qua... – l’accompagnai con le mani sulle mie ginocchia; era quella una mia fantasia di lunga data: poterlo coccolare mentre mi dormiva sulle gambe. Vederlo così piccolino e rannicchiato, mi fece venir voglia di custodirlo: di trasformarmi in un guscio protettivo per lui e proteggerlo dal mondo, mentre col nasino tirava su. Lo accarezzavo sui capelli biondi d’una morbidezza finissima, ma era quell’intera testolina ad essere meravigliosa tra le mie mani, che quasi la custodivano come fosse un cofanetto pieno di meraviglia; poi con la mano scesi sul resto del suo corpo; se fossimo stati da me e avessi avuto Niki a portata di mano, gliel’avrei messo tra le sue, così che anche lui avesse avuto qualcosa di morbido da accarezzare. Mi piaceva troppo sentirlo tutto minuto sotto la stoffa morbida del pigiamino, anche se il contatto con la sua pelle nuda, ovviamente, sarebbe stato meglio; ma capitò, però, che un lembo di maglietta ne uscì dal fianco per caso, muovendosi, lasciandolo così libero un lembo sull’anca e l’elastico delle mutande. Andai in quella zona a carezzarlo; poterlo toccare sul suo velluto naturale era tremendo: mi piaceva troppo solcarlo sulla cresta iliaca, per la scarnezza affiorata appena sottopelle. Lo vedevo estremamente rilassato e pure a me trasmetteva calma vederlo sopire, ma sentivo anche che, in fondo, dell’altro non l’avrebbe sgradito... scivolai così sotto sue le vesti, attraverso quella fessura, a solleticargli l’addome: su e giù, su e giù per quel ventre piatto, mentre lui ancora dormiva, e io attendevo almeno un suo passo.
Allora! – gli dissi scotendolo un po'; volevo vedere almeno un minimo di partecipazione da parte sua, e invece niente: se ne stava lì a godersi inerme le mie coccole e basta..., completamente abbandonato a me! Pian piano scivolai col mignolo sotto l’elastico degli slip sfiorandogli il prepuzio ad ogni lieve carezzina; pareva starci, e più che bene... così entrai nello slip avvolgendolo come un guanto: avevo l’intero suo sesso nella mia mano, maroni compresi; poche volte m’era capitato di beccarglielo così molle, morbido e flessuoso... un amore da carezzare, ma stava già diventando duro, non stando più nel mio palmo e nemmeno nell’indumento.
Presi a masturbarlo dentro le mutande, finché Luca non si decise a darmi una mano distendendo le gambe e abbassandosi gli indumenti, così che finalmente potessi vedere quella verga nuda alla fioca luce della televisione, parir più lucida del solito; non so se fosse per la febbre, ma quella verga mi pareva incredibilmente calda, rovente direi, come s'emanasse energia ardente d'ogni poro. Sarei stato per ore a menargli quel manico caliente, ma mi fece una strana impressione vederlo lì calmo e rilassato mentre lo masturbavo: come se mi desse per scontato, come se io fossi lì soltanto per segarlo. Per carità, non mi sarebbe dispiaciuto affatto esserne l’umile servitore o anche il capro espiatorio, nel caso fosse stato il mio padrone, ed espiare persino le colpe in sua vece (in quel caso financo alla morte per il mio piccolo principe); ma si dava il caso che lui fosse mio pari, e l’essere dato per scontato non mi aggradava affatto. Iniziai a scappellarglielo per dispetto, e più e più volte appoggiandogli il pollice sul grande scoperto, finché Luca non lo ricappucciò infastidito.
Can, Luca, guarda come si scappella bene! – glielo riscoprii.
Embe’...
...rispetto le prime volte intendo! –; Luca mi guardò come per capire il senso del mio intervento, poi disse:– Sarà a furia di farlo! – e tornado a guardare la televisione aggiunse: – però la prima volta mi ha fatto un sacco di male... –.
Mi ricordavo perfettamente la prima volta al mare, e non gli avevo fatto per nulla male; sì, un poco di resistenza c’era stata, ma la vinsi subito:– Dai Luca, non t'ho fatto poi così male! – anzi niente, anche perché la sola idea mi faceva star male.
Ma non tu...
E allora sciocchino – ma come poi m’era scappata quella parola!– bastava che ci andavi piano..., no? – l’avevo già sentito fare da altri miei compagni in passato

Ma non ero io! – mah... come!? e se non ero stato io..., e non era stato lui..., chi era stato a scappellarglielo la prima volta e per di più con dolore? nemmeno il cugino, mi aveva detto, si era azzardato a tanto, e io certe informazioni le ricordo bene!

Come non sei stato tu!? – non rispose.– Ohooo... – lo scossi.
EH! – disse incavolato.
Come non sei stato tu...
Non lo ricordo!
Come non ricordi?! – iniziai a punzecchiarlo.
–...è una cosa vecchia!
Dai...
È stata una dottoressa!
Una dottoressa...!
Sì! Una dottoressa... – ridisse seccato, quasi lo mettessi in dubbio.

E quando?
Tanto tempo fa! ...non ho voglia di raccontartelo ora
No, no... adesso tu racconti! – non mi poteva tenere sugli spini dopo uno shock del genere... anche se la storia mi sapeva tanto di vaccata!
Eh... avevo nove anni... – poi si fermò.
Poi...
... ero in uno studio, come si chiama?
L’ambulatorio...!
Ecco sì, ed ero s'un lettino, con il coso duro... – disse verso la fine censurando le parole, affievolendo la voce.
In tiro...! – e quando mai non l’aveva duro lui?– e lei te lo scappellava...? – riepilogai perché la storia non aveva senso.
Sì! me lo scappellava! – disse con insistenza – e mi faceva male, un male cane! – la cosa puzzava tanto di tipica fantasia erotica che ammorba i ragazzini delle medie, e a questo punto pure quelli di prima superiore... però, anche se frottola, era decisamente arrapante come storia, specie con quella vena di sadica tortura...
E aveva i guanti? – se era una dottoressa vera mica glielo toccava a mani nude.
Sì!
E ti faceva male?
Certo, un male tremendo! E ho anche gridato, e lei continuava... mi sembrava di avere degli aghi nella pelle! – subito, il suo pene a puntaspilli m'apparve come immagine accapponante , però mi stava eccitando.
E lei continuava?
Sì, continuava! – Luca si alzò sia fisicamente che con la voce: il racconto lo stava tremendamente agitando, costringendomi a rassicurarlo con un abbraccio prima di riposarlo giù; la cosa era troppo vivida per essere un frutto d'un falso ricordo o della sua immaginazione, ma una cosa non quadrava: il perché; perché avrebbero dovuto fargli quello? e i suoi dov’erano?
E i tuoi ti hanno lasciato fare una cosa del genere?! –
Ma mia mamma era lì con me! – deglutii a fatica con quella nuova rivelazione: improvvisamente era divenuto un racconto d’umiliazione, e per di più davanti a una figura genitoriale... mi sentivo venire!
Sì, Luca, ma perché? Perché i tuoi avrebbero fatto questo? – non aveva senso: era una tortura inutile, non potevano essere così snaturati!
Perché, sennò, mi dicevano che dovevo operarmi! –
Ahaaa...– gliel'avevano "aperto" per evitare la circoncisione... già sentito “fare” da altri miei amici in maniera autonoma e casereccia, ma non certo oltre la soglia del dolore!:– sarà..., ma secondo me stai solo delirando! – gli toccai la fronte, poi ripresi a masturbarlo.
Osservavo quella plica sottile scorrergli lungo il glande con facilità, e mi rivenne in mente la sua storia: Luca novenne sul lettino d'ambulatorio col pistolino in tiro e un’arcigna dottoressa che glielo scappellava con dolore tra le grida... mi stavo eccitando: le grida, i guanti, il dolore! Iniziai a masturbarlo con forsennatezza per sfogare l’ardore; quella cappella si scopriva ad ogni passaggio sempre di più: segno che in fondo quella dolorosa sevizia gli era servita... e se non gliel'avessero fatta allora, quando ancora era piccolino, ora sarebbe, probabilmente, toccato a me fargliela, e magari su quello stesso divano: aprirgli il prepuzio dolorosamente, e non su quell’affarino d'allora, ma su quello odierno, col diametro d'adesso e lungo quei quattro centimetri; millimetro dopo millimetro aprirglielo tra gridi infiniti e con un dolore ancora più lancinante. Stavo facendogli una marletta da Premio Oscar, da Segaiolo d’oro, se fosse venuto adesso, lo schizzo sarebbe arrivato fino allo schermo e forse di più; ma non riuscivo a fermarmi! Non riuscivo a togliermi dai panni del suo aguzzino: dovevo sfogarmi! dovevo farlo venire...
Dai Luca, che andiamo in bagno! – lui mi guardò inebetito– Ti faccio venire sul bidè! Sai, l’influenza, non mi fido in bocca...
Ma ho la febbre!
Gli toccai la fronte, era più calda di prima: – Ma no, dai...! e poi una sega non può farti che bene! –.


Lo portai in bagno sorreggendolo a ogni passo: non riuscivo a lasciarlo, ma anche lui ne approfittava per fare il tragico malato.
Riesci a resistere trenta secondi in piedi? – lo lasciai davanti al bidè per abbassargli le mutande e il pigiama da me con maggiore perversione. Scesi quei calzoni sottili che s’accasciarono al suolo come un involucro senz’anima – senza di lui erano soltanto un vuoto indumento – e gli guardai le cosce da tergo terminagli negli slip che sembravano disegnatigli addosso su quelle sode natiche; con libidine abbassai pure quelli, vedendo da vicino il suo sorriso verticale nel cui antro non mi ero ancora azzardato, e lo sedetti.
Ahhhhh...
Freddo eh... – lo posai delicatamente su quel freddo bordo, mentre praticamente mi si era abbandonato tra le braccia.


Sedendomi appena dietro di lui iniziai a masturbarlo: mi reggevo instabilmente sulla punta del bidè aggrappandomi a lui e specialmente al suo gran cazzo; mi aveva tolto la primogenitura del suo scappellamento e ora qualcosa mi doveva, mentre lo stringevo forte come fosse il mio bambolotto da sega, il mio personale primino. Mi accostai alla sua testa strofinandola avidamente sulla chioma come un gatto in fusa, non riuscivo a staccarmene mentre inglobavo il suo corpicino lasso... era mio! Sentii il suo ansimo aumentare: c’eravamo! Portai la faccia accanto alla sua per vederne lo spruzzo: il fondo bianco del sanitario amplificava le sue dimensioni già di per sé grandiose; aumentai la spinta, Luca reclinò il collo, strinsi più forte e con un ultimo spasmo di goduria gemette due volte; e due, tre schizzi di seme vidi saettare veloci dalla punta, quai fili bianchicci e svelti per non essere visti. Continuai a menarlo scivolando la mano sulla cappella per impregnarla di sperma, non potendolo saggiare con la bocca; poi con quella mano viscida di sperma ripresi la sega: era come massaggiarlo con un unguento speciale, puro e orgiastico allo stesso tempo, mentre quel pene diventava tumido anche se detestavo quello spreco di nobile fluido.
Quando il suo pene divenne molle del tutto, lo massaggiai ancora un pochino prima di sciacquarmi la mano; Luca fece per prendere dell’acqua, ma gliela fermai:– No, lascia! – avrei fatto tutto io... ma non prima di avergli dato un casto bacio sulla tempia coi dolci segni ancora di letizia. Pulii quel pene moscio e bollente dallo sperma, che come un fantasma oleoso a stento si tergeva, mentre rinveniva nuovamente; no, un’altra sega non poteva starci, il mio primino era troppo stanco, anche se per ghiribizzo gli spruzzai dell’acqua fredda sullo scroto:– Ahhhh –.
Fredda eh... dai vieni su! – lo sollevai di peso per strofinargli il genitale con l’asciugamano: che gran bel pezzo d’uccello! tutto grosso e compatto mi riempiva la mano... ma era tempo di andare:– Alle, mi accompagni a letto? – mi chiese.

Ma certamente... – gli avrei anche rimboccato le coperte, e così feci dopo averlo accompagnato in camera e fin dentro il lettino ancora disfatto. Mi sedetti accanto a lui a contemplarlo silenziosamente, ma Luca mi sorrise e scattò in piedi con un abbraccio liberatorio; un– Grazie... – sottile mi sussurrò all’orecchio, non volevo più lasciarlo!
Dai, Luca... devo andare... aspetterò giù che torni tua madre! – dicevo accarezzandolo: – ...eper sabato prossimo? –.
Ha detto che ci deve pensare... te l’avevo detto!
Allora ci provo io, però promettimi una cosa! se dovesse dire di sì, promettimi di non segarti fino a venerdì...
Perché?
Perché se facciamo un po' d’astinenza, diventa è più bello! Non credi?
Va be’, ci proverò!
Lo strinsi un’altra volta, e poi scesi per attendere sua madre.

Tornò la madre con le buste della spesa, mentre versavo in stato catatonico davanti ai bagliori della tivù, finché non mi comparve alle spalle:– Luca dov’è? –.
Eh... – nel panico scattai in piedi– è su! Era stanco così è andato a letto... –.
Stai calmo Alle, hai fatto bene! – mi rassicurò – se vuoi stare un altro po', stai! – capii che avrei fatto bene a rimanere e intanto mi sedetti, ma mi venne ancora in mente la sua figura di passiva osservatrice mentre il prepuzio del figlioletto veniva dischiuso nell’ambulatorio medico e pensai che dopo quella volta Luca avesse comunque dovuto ripetere l’esercizio per ottenere l’elasticità dovuta, e che anche le prime volte avrebbe dovuto continuargli a fargli male... e allora chi controllava che lo facesse veramente? Lei lo guardava affinché lui lo compisse, o magari era direttamente lei a praticarglielo? ero finito in un delirio morboso; quando tornò mi proiettai direttamente nudo di fianco a lei e mi sentii osservato.
Luca mi ha detto che il prossimo sabato non andate a scuola... – disse facendo uno strano intreccio con le dita.
Eh... sì! – già mi stava divenendo duro.
Dunque è vero!
Beh, veramente ci sarebbe l’assemblea... ma non è obbligatorio andarci!
...e così tu l’hai invito a casa tua...
Sì, a dormire... – speravo gliel’avesse detto.
Però i tuoi non ci sarebbero!
Sì, vanno via. Per questo mi hanno detto che potevo chiamare qualcuno, così ho pensato che venerdì chiamavo Luca, e sabato altri miei amici visto che Luca vuole conoscere...
Ma così, però, starebbe via due notti a dormire e senza genitori...!
Eh... – detta così sembrava quasi una cosa brutta, e io non sapevo proprio che rispondere
No, dai... lo faccio venire – disse sorridendo – lo so che siete bravi ragazzi! – Sì! Se Luca fosse stato lì, avrebbe fatto salti fino al cielo.
Grazie! da tempo mi aveva chiesto d'uscire...
Sì, lo so! Però, mi raccomando, non viziarlo troppo... va bene – disse concludendo la frase con un altro sorriso.

Lezione di Aikido

Era la prima volta che facevamo i compiti a casa di Luca e, sebbene non ci fosse nulla nell’aria che m’autorizzasse a pensare che presto qualcosa sarebbe cambiato, mi sentivo braccato, come dentro una gabbia dei leoni, con uno strano senso dall’erta sempre addosso; ma in fondo cos’era quel primino, se non il mio piccolo leoncino dalla bionda criniera.
Allora, Luca, io vado… torno alle 5 così vi porto in palestra!
Sì, mamma! – la salutò ad alta voce per farsi sentire dall’altra parte della stanza. Ero nervoso: in fondo Luca mi era sempre sembrato un innocuo pupattolo giocoso, ma a casa mia… ora, invece, eravamo nella sua savana e aveva uno strano brillio negli occhi che un po' mi preoccupava; da quando ci eravamo seduti mi adocchiava con insistenza e mi attendevo da un momento all’altro un suo balzo felino, anche se finora si era comportato da perfetto ometto di casa: – Torniamo di là… –.
Sì… – strano… e io che mi sarei aspetto di essere azzompato immediatamente! secondo me stava covando qualcosa…, eppure in venti minuti non si era ancora approcciato; forse si stava conservando… e poi alle cinque sua madre sarebbe tornata: non avevamo tempo! Ma una matita, da troppo tempo intenzionata a cadere, cadde… Che dejà-vu! e che mancanza di fantasia: non poteva trovarsi qualcosa di meglio? eppure giocai. – Dai, Luca… – mi sentii afferrare alla tuta che lui stesso mi aveva consigliato per la mia prima lezione di aikido.
Ma tu fai lì! – mi ribatté scocciato; come se fosse facile fare i compiti con uno che ti ghermisce la verga! se solo si fosse preso un’altra bella zuccata, ne sarei stato lieto! ma quel tavolo era più alto del mio e lui lo conosceva bene. Mi abbassai il pantalone per facilitargli la vita, ma le mutande no! …quelle no, se la sarebbe cavata da solo. Sentii le sue dita infilarsi sotto le mutande ad accarezzarmi i maroni: non ci stavo più dentro, e iniziò a tirarmi un bel segone. – Tiramelo fuori!– gli dissi; non ebbi neanche il tempo di finire la frase, che già mi stava precedendo: finalmente poteva realizzarsela, quella fantasia, visto che era la seconda volta che me la riproponeva! e poi poteva smanettarmelo per bene in quella posizione, data la naturale curvatura del mio cazzo; ma lo scappellò.
Luca che vuoi fare?
Secondo te… – e subito iniziò a ciucciare; ma cos’era tutta quella fretta…! Voleva farmi venire prima che tornasse sua madre? Iniziò a ciucciarmi, e allora m’accovacciai sulla sua tavola irretito da quella splendida fellatio, poi riprese a masturbarmi e dopo di nuovo a succhiarmi; e, secondo lui, io avrei dovuto continuare i compiti… Il problema vero, però, era che io da quella posizione non riuscivo a venire; andai indietro con la schiena e intravidi la sua capa bionda col mio uccello ancora in bocca: – Luca… così io non ci riesco! –.
Ma dai… dopo lo fai a me! – me lo disse come se la cosa avesse dovuto allettarmi.
Ti scazzi! – io, per lui, là sotto non ci sarei mai andato: quel primino era già fin troppo gasato da sé, senza trovarsi un più grande disposto a inginocchiarsi!
Allora, dove andiamo… – chiese retoricamente: – Fatti indietro! –. Mi allontanai con la sedia e lo aiutai a venir fuori; ma che bello tenere quel biondo fringuello per le aluccie: lo afferrai alle braccine e ora non lo volevo più lasciar andare. Si guardò intorno, poi m’indicò in direzione del divano: – Ecco… là! –.
Cioè…
Qua, poggiati qua!– sullo schienale; ma allora era una fissa: voleva assolutamente che io stessi in 'alto' e lui in 'basso', per poi ovviamente pretendere l’inverso; ma si sbagliava se pensava che io mi sarei chinato per lui: prostrato a quel suo magnifico fallo… e poi, magari, tenendomi pure le mani in testa, come stavo facendo io ora; poi tornò su, riprendendo a segarmi di fianco, ma io sentii un rumore sospetto.
Ma siamo soli…
C’è mio nonno di là! – disse tranquillamente. Fui preso subito dal panico, cercando di divincolarmi dalla sua sega fatale: – Ma stai fermo! – mi rimproverò non mollando la presa.
Ma c’è tuo nonno…!
Sì, ma non viene qua… c’ha il suo appartamento!
Sì, ma… – se avevo capito bene: era proprio quella porta nel salotto che li collegava!
Non viene di qua… fidati! – e già… mi sarei dovuto fidare di lui, come sabato quando gli avevo fatto un pompino nella sua cameretta con la porta socchiusa!
Ma la chiave…?
Non c’è neanche qua…– mi disse scontatamente e poi mi chiese come mai avessi la chiave in camera mia.
Ma che domande… perché ho la chiave in camera mia!
Beh, io non ce l’ho…! – sì, peccato che fosse lui l’anomalia: – Tu come hai fatto…–.
Cosa?
Ad avercela…!
Niente… un giorno sono tornato a casa e me la sono trovata nella serratura!– proprio dentro la toppa.
– …e come mai?
Lascia perdere…– ma su sua insistenza dovetti spiegargli per filo e per segno come a dodic’anni, mentre mi stavo segando beatamente nella mia cameretta, mio padre entrò nella stanza; per fortuna che era lui…
Te l’hanno visto…! – esclamò Luca con la faccia sconvolta.
Ma noooo! – o almeno speravo… lo speravo con tutto me stesso, che vergogna! mi ero voltato tanto in fretta… comunque la sua esclamazione mi aveva parecchio infastidito; poi Luca, come stanco di segarmi, venne davanti e si avvicinò al mio petto guardandomi malizioso: – Ah… poi l’ho trovato il foglietto… – disse discendendo, mentre mi sfregava contro l’uccello: – era 12 a dodici, e 15 a tredici…–.
Cosa?
Gianluca…! – ah… le sue stupide misure!: – Il foglietto… te lo ricordi? –.
Sì! – comunque preferivo le sue misure attuali di cinnazzo tutto cazzo! anche se come Peter Pan non doveva essere male a quell’età! se solo fossi stato alle medie con lui, probabilmente mi sarei perfino fatto bocciare due volte, pur di finire in classe con lui… meglio di no quindi o mi avrebbe travolto fin da allora quel quasi primino.
Luca fermati… io così non ci riesco! – neanche poggiato ci riuscivo; allora Luca tornò in pieni davanti a me, si guardò un po' intorno e poi mi spinse – se solo lo avessi fatto io con lui, si sarebbe incazzato come una bestia! –; mi lasciai cadere all’indietro sulla seduta del divano e Luca scavalcò venendomi in mezzo alle gambe. In ginocchio, mi guardava come un vero piccolo leoncino famelico e poi si decise a succhiarmelo avidamente. Oh, mammamia com’era bello! mi piaceva tremendamente la sua giocosa irruenza: essere dominato da quel piccoletto mi faceva sentire in suo possesso, ma in fondo pur sempre in possesso di un dominus benevolo. Ecco, comunque, perché non mi piaceva recarmi a sua casa: perché era la sua tana, e quel primino aveva già fin troppo ascendente su di me, senza concedergli ulteriore vantaggio di campo. Mi sentivo letteralmente svuotare, risucchiare da quel tremendo “faccia d’angelo” e dalla sua mirabile maestria: i miei gemiti non trattenevo, come lui in casa mia; e se anche in quel momento fosse entrato suo nonno beccandoci sul fatto, non me ne fregava più niente… affari suoi: era stato lui l’artefice di tutto quanto!
C’hai goduto… eh! – mi disse sorridendo; devo dire che a venire fuori casa c’era molta più soddisfazione, forse stato per l”esoticità” posto… e comunque mi faceva impazzire quel biondino: lo presi per coricarlo su di me, ma lui si bloccò stendendo le braccine: – Non c’è tempo! – mi disse a quadrupede; aveva ragione: i minuti sgocciolavano anche per un breve coccolino.
Allora, vieni qua! – gli dissi voltandolo sotto; mammamia com’era bello! quante cose gli avrei fatto… ma appena posai la mano sul suo genitale, sentendo quella sventola che vi stava sotto, lo spogliai di prepotenza. Scoprii il fianco scarno, mi piaceva la sua snellezza, e appena lo vidi baciai la sua nobile verga appassionato, accarezzandolo sul fianco, sentendo bene tutta la cresta iliaca, mentre quel duro pezzo di carne mi bruciava in mezzo alle labbra. Me lo passai guancia e poi presi a sferzarglielo con lunghi colpi di sega sua quella canna indomabile bega: – C’è tempo… o non c’è tempo? Ti faccio venire… o non ti faccio venire? – gli dissi, nel vederlo agognare l’orgasmo.
Dai… – mi disse quasi supplicano di regalargli l’orgasmo; allora lo scappellai e l’infilai con foga in gola, chiedendomi in quel momento chi godesse di più: se lui succhiato o io che la succhiavo; forse entrambi! perché quel pezzo di carne lo sentivo come il mio complemento assoluta a un vuoto esistenziale: un compendio perfetto tra bocca e verga, tra carne e mente, tra spirito e materia; fino a giungere al culmine, alla soluzione perfetta: al migliore orgasmo per lui o al più prezioso oro bianco per me!

***

Arrivammo in palestra che già mi sentivo nervoso come al primo giorno di scuola, era un ambiente totalmente nuovo per me quello e mai mi ci sarei recato se non introdotto da Luca, che in tutto mi precedeva: nel passo, nelle presentazioni, nelle spiegazioni. Appena entrati, mi diedero un foglio da compilare: grazie a lui la prima settimana sarebbe stata gratuita e quindi anche la prima lezione di prova; ma l’unica cosa veramente che mi consolava era la presenza di sua madre vicino, che però presto lasciammo alla reception per andare allo spogliatoio: – Ma tua madre che fa? –.
Ci aspetta qui! – ma che era… la sua autista! infatti non avevo ancora capito perché non c’eravamo recati da soli in quel luogo, coi nostri mezzi. Luca pose la mano sulla porta e spalancò un nuovo mondo davanti a me: lo spogliatoio; …un po' piccolo, direi, o almeno così mi pareva sovraffollato di bambini e ragazzini di tutte l’età, e con tutte le cartelle e gli abiti appesi, e soprattutto dominato dal bianco; poteva anche assomigliare al nostro spogliatoio di scuola, volendo, solo che era decisamente più sofisticato come ambiente con tutte quelle panchine poste ai lati e altre in mezzo, a comporre un’isola centrale, e poi gli specchi e pure i phon. Mi sentii a disagio: non c’erano adulti a cambiarsi, ma soltanto ragazzi e bambini, di cui alcuni molto piccoli, ma mi sentivo comunque osservato con ostilità da quelli più grandi per l’essere l’ultimo arrivato in quell’ambiente da camerata; alcuni di loro avevano facce davvero arroganti, mentre vestendosi si pavoneggiavano in prove di forza da spogliatoio, ma Luca saluta tutti e mi porta direttamente da Marco e Alberto, i suoi unici veri amici lì dentro: della nostra età il primo, più piccolo il secondo. Ero davvero frustrato in quel momento: costretto a nascondermi dietro la sua schiena per pararmi da quegli sguardi contundenti come un ladro; ma Marco e Albero mi sembravano delle brave persone, e sedendoci tra loro tutti quegli occhiatacci sparirono di torno.
Luca prese la roba dallo zaino e iniziò la sua vestizione, che m’aveva detto essere piuttosto complicata; io invece non avevo nulla da infilarmi se non le mie ciabattine, ancora una volta consigliatemi da lui, assieme alla tuta più larga e più vecchia che avevo. Luca si spoglia accanto a me, e in quel momento mi rendo conto che tutti in quella stanza si stavano spogliando, ma fu tremenda per me la consapevolezza che tutti potessero vederlo in mutande; però la cosa ancora più sconcertante, fu di rendermi conto anche di tutte quelle altre mutande intorno a me! la prima fu quella di Alberto: puntinata, come Luca, e piena – così appariva costretta tra le sue gambe sedute – ma che stava succedendo… pure i dodicenni adesso ce l’avevano come Luca? scossi la testa e lo guardai in volto. Era carino, altino ma magrolino, e con le spalle strette, che lo facevano sembrare ancora più piccolino con quel visino tondo incorniciato da un caschetto biondo, anzi biondissimo, ma più uniforme di quello di Luca, e con due scaglie di cielo al posto degl’occhi; mai viste due iridi azzurre più profonde! ma il tutto immerso in un intorno di malinconia dallo sguardo triste, mentre parlava da solo mogiamente con Luca… poi sfoderò una cintura gialla tonalità paglierino.
Alla mia destra, invece, Marco, più grandicello: quindic’anni, moro, dal fisico tonico; fu un imbarazzo vedere subito il suo gluteo rotondo all’altezza della mio viso come biglietto da visita, ma ancora non mi aveva mostrato il suo davanti. – Tutto bene…? – mi chiese con tono amichevole; ops… speravo solo che non m’avesse beccato nel mio safari di mutande!
Sì… ma cos’è? – stava prendendo fuori una strana vestaglia nera.
Questa…? è una hakama! – in quel momento notai che anche Luca ne aveva una; mammamia quant’era figo col judogi bianco! Notai pure che tutti gli altri, tranne le cinture bianche e gialle, avevano quel gonnellino nero pece a pieghe sottili lunghe fino ai piedi, ma mi spiegò, Marco, essere quello, no una gonnella, bensì un pantalone, sostenuto alla cintura da un complesso intreccio di stringhe e di nodi; rappresentava per loro solo un semplice paludamento, richiamo all’abbigliamento tradizionale giapponese, ma era invece per i samurai l’unico indumento in grado di permettere loro ogni movimento, proprio come quello indossato da Goemon nel mitico Lupin III.

Pronti, uscimmo dallo spogliatoio: io completamente borghese, Alberto col solo judogi, e Luca e Marco vestiti similmente con l’hakamae la cintura verde; ma apprendo da Marco che presto sarebbe passato alla successiva. Che strano clima di complicità che s’era già creato fra noi, ma colgo in loro che io ero solamente “l’amico di Luca”; un’altra cosa che non potevo accettare: perché io non potevo sopportare di essere considerato solo e soltanto in funzione di qualcun altro, specie se più piccolo, anche se era Luca! La cosa mi creava grande frustrazione, e iniziai a sfogarmi su di lui punzecchiandolo, prendendolo in giro, dicendogli super sayan, karate-kid con vena sarcastica, mentre si preparava, quando Marco mi corresse: – Beh, in realtà sarebbe un aikidoka, non un karateka… – e mi spiegò il significato di quel ka finale.
Marco era veramente un bravo cicerone, sveglio e serio; entrati in una nuova stanza, fu lui a spiegarmi che era il dojo e il tappeto a terra il tatami, ma la cosa che più mi attirava, era quella lunga parata di specchi, che si stendeva lungo una parete. Che strano vedermi ora… in quegli abiti normali, diverso da tutti gli altri: immerso in quel contesto di vago oriente occidentalizzato, non erano loro “quelli strani”… ma io! in un mondo tutto alla rovescia, coloro che sarebbero stati strambi, erano invece perfettamente intonati, e io coi miei abiti borghesi ero l’unico stravagante. Salimmo sul tatami: che strano sentore sdrucciolevole sotto i piedi scalzi, ma tutti erano a loro agio; alla parete, appesi, tutti i loro strumenti che, apprendo, usavano una volta su tre: i jo, i bokken, i tantoe poi tutti quegli altri ornamenti dal vago sapore esotico-guerriero, come quella lunga pergamena con tutti puntini dell’agopuntura segnati sopra, e i meridiani e i chakra, commentati rigorosamente in ideogrammi. Improvvisamente m’immaginai Luca al posto di quell’anonima figura nuda: gli avrei volentieri cercato io quei puntini sopra e scorso i meridiani per vederlo godere, ma notai, con disappunto, che non ve n’era uno sulla verga, eppure in lui quella parte sarebbe stata piuttosto evidente, e mi pareva strano che non ci fosse proprio niente! Dalla porta rientrò il maestro, Luca mi presenta e dopo i due tipici scambi di formalità mi spiega che cos’è l’aikido – la “via dell’unione dello spirito” – e il suo nobile retaggio, con l’appunto un po' polemico che oggi il marketingl’aveva reso un po' troppo occidentalizzato, come con l’uso di tutti quei gradi e colori, svuotandolo dal suo primordiale contenuto. Cinque minuti di corsa e dopo tutti a sedere, in ginocchio di fronte al maestro sul bordo del tatami, rigorosamente per ordine di grado ed età: sono, infatti, l’ultimo della fila bianca, pur non avendo il judogi, ma alla mia destra ho Alberto. Luca mi guardava, mentre il maestro spiegava: che bello vederlo con quel musino… finalmente immerso in quell’ambiente di cui si vantava tanto… il mio piccolo aikidoka.
Il maestro chiamò Samu, il ragazzo più grande, diciassettenne credo (anche perché di più grandi, in quel corso, non ce ne potevano stare), cintura marrone: alto dal fisico atletico e mediterraneo, col mento volitivo; se ci fosse stata una mia compagna gli avrebbe letteralmente sbavato dietro, ma c’era un qualcosa che mi stonava in lui. Mostrano la prima mossa, ikkyo: con eleganza incredibile Samu sferra il primo colpo e il maestro lo trascina a terra a rallentatore con un volteggio, mentre io mi chiedo cosa mai avesse di grande cotale tecnica… poi, guardai Samu: aveva il labbro sporgente, carnoso, che mostrava tanto l’interno dell’epitelio orale; ma non mi piacciono le labbra a canotto: mi san di lucciola, di prostituta, di volgarità! e poi mi ritrovo Luca che s’inchina: – numis smasch… – dice colle sue labbra sottili e maschiette.
Eh…!
È il saluto, fallo! – obbedisco rispendendomi dell’incanto, sbiascicando qualcosa: – Salì con me! – mi dice opponendo il polso al mio, e sale. – Quando senti la mossa, batti! – e subito mi ritrovo a terra, disorientato, in una posizione che manco sapevo dov’ero, e con una forte leva sul braccio.
Ahia…!
– …e ti ho detto di battere! –. Riproviamo due o tre volte, e ogni volta, appena sale, me lo ritrovo dietro, volteggiante come un ballerino, e poi di nuovo a terra; mi sentivo come una trottola nelle sue mani, e con le articolazioni che mi facevano male.

Il maestro mostra la seconda tecnica, nikkyo, e di nuovo mi ritrovo Luca davanti; lo prendo al bavero, e subito mi ritrovo carponi col polso ritorto in una posizione che manco sapevo di poter assumere: – Ahh… ahh! –.
Batti! – mi disse Luca, intanto che continuava a intorcinarmi.
AHhh… AHH!
Eh Batti!
Luca calmati! – intervenne il maestro: – è nuovo… – come se quel piccolo ******** non lo sapesse… mi aveva presentato lui!
Quando senti male batti sul tatami…–disse allora: – è il segnale!– e che cavolo ne sapevo io delle loro convenzioni del cazzo! Luca intanto si alza, sorride, come se mi avesse dimostrato qualcosa: quanto valeva; ma intanto il polso mi doleva. – Su prova tu! – mi prese lui al bavero; ma come potevo io… come potevo sapendo quello che gli avrei fatto? come poteva pretenderlo! Quel piccolo bastardo sapeva che non ci sarei mai riuscito su di lui, eppure mi guardava con aria di sfida come a dirmi: «visto come sono forte!».

Non ci riuscivo con lui: appena sforzavo, desistevo; poi venne l’ora del sankyo, col maestro che terminò la spiegazione raccomandando: – …attendi alle articolazioni! –; e no… questa volta l’avrei fregato! scattai prima di lui e mi diressi da Marco, l’unico di cui mi fidavo: – …scismas… – gli dissi.
Onegai shimasu– mi corresse.
Ciao… – ero finalmente felice di guardare qualcuno senza negli occhi quel brillio di rivincita.
È un po' complicata, spetta… – mi mostrò con calma la tecnica e poi, pur apprezzando la sua forza, mi ritrovai a terra con dolcezza, quasi planando: senza spinte, né crolli, eppure sentivo la sua tecnica… ma allora si poteva anche fare dolore! e poi fece subito provare a me: mi spiegò la presa, il movimento, le posizioni delle gambe, e l’importanza delle anche per imprimere forza alla tecnica, e lo chiusi sentendo bene la vigoria del suo braccio. Marco era veramente ben messo: sotto doveva avere veramente un fisico ben fatto, altro che me e Luca! che intanto fissavo in coppia con Alberto, il quale assolutamente non batteva; quindi su lui non stava affatto imprimendo forza… gli feci intendere con lo sguardo che se anche la smetteva strapazzarmi al suolo gliene sarei stato grato.

Finalmente Luca smise di scaricare su di me tutta l’energia di questo mondo, e anche se come insegnante continuava a non essere granché, almeno ora mi sentivo cullato dalle sue esili membra; e se invece di dilungarci in quella zuffa, ci fossimo appartati e coccolati a vicenda… non sarebbe stato meglio? Gli posai un palmo sopra il petto, sentendolo mingherlino sotto il judogi, per comunicargli la mia voglia di dolcezza, ma purtroppo c’erano troppi occhi in quel luogo…
Finii la lezione con un’ultima “umiliazione”: appaiati per grado, dovevamo mostrare i kata davanti a tutta la classe assisa e dovetti fare da uke a un bimbetto di diec’anni al massimo, per cui dovetti inginocchiarmi; basta, quella disciplina proprio non faceva per me!
Finita, fummo trattenuti dal maestro che voleva sapere com’era andata la mia prima volta, e io lì per lì non me la sentii di disilludere le aspettative di Luca davanti al maestro, così mentii – anche se, mi ero ripromesso, che quella sarebbe stare la prima ed ultima volta che quel dojo mi avrebbe visto come allievo, per la palestra ancora non sapevo… –; poi le parole del maestro mi turbarono: – …su alla doccia!– la doccia… io di certo no, ma Luca? Oddio, fui preso dal panico al pensiero che tutti potessero regolarmente vederglielo; ma poi scoprii essere solo un falso allarme. Rientrati nello spogliatoio Luca si tolse la palandrana nera, ma io notai che i ragazzi più smargiassi si aggiravano discinti, coi peni al vento, senza preoccuparsi di chiudere l’accappatoio, fui però colpito da come Luca e gli altri non se ne curavano nemmeno.
Ma tu non ti cambi? – gli chiesi, intanto che quei peni attivavano il mio occhio.
No, resto così! – in tenuta d’aikido; nemmeno Alberto e Marco si erano docciati, ma almeno si stavano cambiando! in quel momento fui distratto dal genitale di Samu: di fisico bello, asciutto e atletico, ma il pene… non era grosso, ma tozzo, e tutto cappella, con un prepuzio bruno antiestetico, che gli dava un aspetto serrato! Già che c’ero ne approfittai anche per ridare un’occhiata agli amici di Luca; fissai le mutandine di Alberto: ah, ecco… ora che era in piedi non appariva più così prominente come prima! però che teneri quei due, lui e Luca, accumunati da quella certa innocente immaturità e dalle stesse mutandine…, anche se Luca era intento ad atteggiarsi da grande. Marco invece vantava una bella mutanda bianca, dal contenuto interessante ma assai “svolazzante”: ne avevo capito la posizione, di lato, ma non ancora l’entità.
Allora andiamo? – disse Luca in collettivo.
Perché…
Ci porta a casa mia mamma… – scoprii allora che Marco e Alberto erano del paese di Luca, e che ogni volta ciascuna madre li accompagnava a casa: la prima tappa fu quella di Marco, completamente agli antipodi rispetto quella di Luca, poi la nostra, visto che Alberto abitava a due passi di distanza.

***

Allora ti è piaciuto? – chiese la madre appena entrati.
Insomma…
Perché!? – chiese Luca scorato.
Mmm… Non credo faccia per me! – mi guardava deluso: – non mi ci sono trovato… – mi sentivo quasi in dovere di chiedergli scusa!
Beh, comunque falla la prima settimana… – mi raccomandò sua madre.
No, no, quella sì! – almeno la palestra, quella vera, volevo provarla … poi Luca mi trascinò in camera con una fretta incredibile: ma che voleva… rifarlo di nuovo? ma prese la fotocamera: – Mamma ci fai una foto? – gridò.
Perché… – gli chiesi.
Così… non ne ho nessuna con te!– ci mettemmo in posa nel corridoio e Luca iniziò a fare lo sciocco ad ogni scatto.
Dai… tieni, dopo porto Alle a casa, o rimani qui? – magari… ma a dormire!
No, grazie! – ne avevo già avuto abbastanza di sabato… poi rientrati in camera Luca si mise a scandagliare le foto: – Fa vedere?–.
Toh! Sono venute bene! – disse: io come al solito sembravo uno spaventapasseri, e lui in judogi era un figo pazzesco!
Già…! –non potevo fare a meno di ammirarlo sia nelle foto sia mentre si cambiava: – Ma allora non hai fatto la doccia là per fare questo? – intesi le foto.
No, non la faccio mai!
Ah, pensavo ti vergognassi…
Vergognarmi di che! – disse mostrando il pube prima di farlo scomparire, poi si avvicino inquietantemente: – e tu che ti guardavi là… eh! – gli parti una manata verso il mio pube, che mi beccò di striscio.
Oh! – e gli tirai a mia volta per reazione una manata, appena ripreso, beccandolo, ma Luca si piegò in due.
Auh!
Oh! Luca… Luca… scusa!– lo abbracciai subito, ma lui mi guardò fiero.
Fregatooo…!
A sì…! – Iniziai a solleticarlo e poi lo sollevai di peso: in realtà mi sembrava leggero come un fuscello.
Ohoo! – esclamò sorpreso a mezz’aria, trovandosi disposto come un ariete: – Can, ma sei forte!–.
Eh…! – non ci credevo neanch’io; ma in quel momento s’affacciò sua madre.
Ehi, non fatevi del male voi due… adesso! – ci squadrò in quella buffa posizione.
No, mamma, non ti preoccupare… stiamo solo giocando! – e lei se ne andò allibita, io e Luca di guardammo ridendo, e poi lo buttai sul letto andandoci sopra
Allora…! – gli dissi sentendogli il suo bel gioiello: – Ma non la fai mai la doccia là, vero?–.
No! – mi disse per rassicurarmi mentre glielo stringevo; ma si vedeva che anche lui ne aveva voglia: quell’incontro ci aveva eccitati, ma purtroppo era troppo tardi, anche se una prossima volta lui e quel judoginon mi sarebbero più scappati!

Al centro commerciale

Un sabato da matti: un sabato pomeriggio da passare con mammà al nuovo centro commerciale appena aperto; nuovissimo, fichissimo, alla moda e perfino un po’ chic; per giorni interi i media locali ne avevano parlato: due piani zeppi di roba, negozi, supermercato e perfino boutique; non ci avevano fatto mancare nulla insomma: migliaia di metri quadri per lo spending e lo spanding, come ironizzavano i miei, e la mia disperazione… mia madre infatti né approfittò per costringermi a sé forte della festività d’ognissanti e della scusa di rimpolparmi il guardaroba autunnale. Appena arrivavi, c’eravamo già persi nei meandri del parcheggio sotterraneo, che con un’autista claustrofobica non è certo il massimo per perdersi tra sensi unici insensati e vie d’uscita sempre distanti migliaia di pilastri e dare la precedenza nascosti; per fortuna che il teatrino finì non appena avvistai un posto libero vicino l’uscita.

È inutile che ridi… sono propria curiosa di vedere tu quando prenderai la parente!

Sì, ma’… dai che andiamo! di qui! La scala è di qui! – perdersi nei parcheggi era il suo hobby preferito.

Volevo vedere il numero! G… 8… ricordati, siamo al G8!

Eh, scacco matto! Dai, basta ricordare il pittore… – avevo fretta d’entrare per uscirne il prima possibile.

Pittore…?

Gi - otto…, Gi - otto…

Ah, ma che furbo il mio ragazzo – mi spettinò i capelli

MA dai! – ci sarebbe scappato anche un bel vaffa!, lo sapeva che odiavo essere toccato sui capelli.

Eh, neanche ti avessi fatto brutto… Su… sei più figo! …tanto non va di moda essere spettinati oggi? – volevo cacciare cragnate dalla disperazione contro il primo pilone che incontravo, per vedere se quella giornata non fosse passata più in fretta.

Eran tre quarti d’ora cha giravamo alla ricerca di una mecca dell’abbigliamento e non ne potevo più: non era tanto il girare che mi stufava, quanto dover il provare ogni volta ogni roba che aveva la vaga intenzione di comprarmi; era un continuo togli e metti, vestire e svestire, spogliarmi e riabbigliarmi per ogni vano proposito d’acquisto… ma le taglie che ci stavano a fa’? e poi alla fine non comprava mai niente; stavo impazzendo.

È già un’ora che giriamo!

Alle… eh! – mi fece gesto d’evidente mal sopportazione delle mie lamentele – uh… una jeanseria… dai ch’entriamo! –

“MondoJeans” recava l’insegna e di fatti di jeans ce n’erano a consolare il cliente dalla poca fantasia del nome; jeans dappertutto: sugli scaffali, in vetrina, sui manichini, impilati ai bancali, appesi alle crucce nei posti più impensati, e il tutto facente parte di un’ardita scenografia, che all’occhio poteva anche fare il certo effetto, ma che non mancava, per l’eccesso, di scadere nel più tristo del kitsch, come in quel cartonato alla parete raffigurante ovviamente un jeans con la patta sbottonata e dietro la mutanda suggerita dalla lieve ombreggiatura che io fissavo con insistenza nel vano tentativo di capire se fosse una texture sovraimposta oppure il segno inequivocabile dell’essere stato indossato da un modello in carne ed ossa dalla dotazione inconcepibile...

Ci addentrammo nel negozio insolitamente lungo e tortuoso con spazi nascosti ad arte da pareti artificiali e specchi creati per ingannarne profondità e prospettive; ci fermammo alle prime ceste sotto l’esplosiva scritta di “SCONTO”, li apposta per attirare mamme e parsimonia: – Mh, belli!, ci sono due cose che vorrei farti provare, ma andiamo avanti! – era già la quinta volta che me lo sentivo dire, e come un’ombra non potevo far altro che seguire e tacere, tanto non avevo voce in capitolo: se qualcosa non mi piaceva, non avevo semplicemente buongusto come tutti i ragazzi e toccava a lei porvi rimedio, e se qualcosa invece mi piaceva, era oggettivamente orripilante e toccava sempre a lei vestirmi decentemente. Girammo l’angolo e con incredulità incrociai lo sguardo sbalordito di Luca che sostava immobilizzato in mezzo al corridoio e la mamma di fianco, mentre una commessa, d’altro lato china, le diceva: – …ha cavallo, vede! – afferrandolo proprio in mezzo alle gambe. AAAAAAAAAAH!!!!!! Ma come osava quella sciagurata! Le sarei saltato addosso tirandole un calco in bocca a quell’immonda donnaccia, quell’impura… come osava toccarlo proprio lì! ti piaceva, eh, tutto piccolo, carino e biondino, e con quella gran nerchia in mezzo alle gambe, eh! Ma vatti a trovar bega da un’altra parte, invece di molestarmi Luca, commessa megera! lungi da lì! lungi da lui! lungi da quel luogo! soltanto io potevo osar tanto, avventarmi tra quelle pieghe inscurite che montavano quella gran sagoma mostruosa e pretendevo che le fosse mozzata la mano, mentre il mio Luca, poverino, arrossiva dalla vergogna, invocandomi in estremo richiamo d’aiuto.

Luca… ciao! che ci fai qui? – tentai di togliere l’imbarazzo, mentre le due madri si conobbero e la commessa scappò da un altro cliente; ma nessuna di quelle sembrava essersi resa dell’oltraggio appena subito; poverino… l’avrei riempito di coccole.

Guarda che bel modello, Alle! – interruppe mia madre guardando Luca che e in effetti era davvero un bel modello, anche se lei si riferiva all’indossato – …quasi, quasi li proviamo, no? – sorrise perfida!

Anch’io glieli sto facendo provare! – intervenne sua madre – lui non vuole… ma, se non vuole andare in giro nudo, lo deve fare, eh! – intanto anche nudo era bello lo stesso, anzi meglio! solo che non poteva, perché quello era soltanto un mio privilegio vederlo nudo. – Dai, Luca provati gli altri! – e ubbidiente si recò nello spogliatoio; avrei tanto voluto seguirlo…

Toh, Alle! vatti a provare anche tu! …dovrebbero essere della tua taglia…– perché, non sapeva manco quella? – intanto io vado a trovare gli altri… –; tristo destino ci attendeva quel giorno, ma nonostante al mal comune non sorgeva alcun mezzo gaudio.

Lo spogliatoio era piccolo: un lungo budello a lato della stanza, diviso da questa da una parete in cartongesso e dentro tre stanzini con le porte tutte danti sullo stesso corridoio, ricavato nello spazio in eccesso, come i gabinetti e proprio come i bagni pubblici erano tutti e tre immancabilmente occupati: uno da Luca, l’ultimo forse adibito a sgabuzzino, e il primo chissà…

Mia madre tornò con un altro paio di pantaloni in mano: – Eh, che aspetti!

Sono occupati! – dissi seccato: me l’aveva detto come se fossi un imbranato.

Ma chiedi a Luca, no? siete entrambi maschi, non avrete mica vergogna… – e la porta si aprì; io non sarei mai entrato di mia iniziativa, ne l’avrei mai proposto per la paura dei sospetti, ma visto che era lei a proporlo, chi diceva di no…

Ciao! – esortò appena entrato; era come stare dentro una doccia, solo un po’ più larga, ma l’effetto era quello. Non sapevo che dire, gli mostrai i pantaloni e ci mettemmo entrambi a sorridere; ora sì, che il mal comune sortiva un mezzo gaudio.

Quante volte c’eravamo trovati nella stessa situazione, molto più ardita anzi, solo che ora c’era qualcosa di diverso nel ripetere gli stessi avvezzi gesti in un luogo come quello: ci sentivamo più impacciati, meno intimi, io personalmente più pudico nello spogliarmi in un luogo pubblico; inconsciamente mi guardai intorno alla ricerca di una telecamera: era una mia fissa da sempre quella di essere osservato dentro uno spogliatoio mentre mi cambiavo, non so se per paranoia o per un secreto desiderio di essere morbosamente oggetto di voyeurismo. Mi ero infilato i pantaloni, ed era l’ora d’uscire in passerella; aprii la porta e iniziò la sfilata d’alta jeanseria davanti a mia madre: – mm, vanno bene… stai bene anche tu Luca! – ringraziò inorgoglito – Dai provati anche gli altri, io vado a vedere se riesco a trovarti delle taglie… e incredibile! sono tutte larghissime… – e si allontanò delirando altri teoremi.

Luca richiuse la porta e ancora una volta ci trovammo ritratti nello specchio; era incredibile come pur nel chiuso d’uno spogliatoio ci sentissimo più parati a cambiarci spalle alla porta, come se dietro quella ci fosse uno capace d’osservarci attraverso i legni e i vestiti. Fermato da Luca ci rispecchiammo tutt’e due con le braghe abbassate: le nostre gambe si riflettevano scarne e tutto il resto coperto dalle pesanti camicie fin sotto l’inguine, poi Luca si alzò allora la sua camicia e incominciò a specchiarsi il pacco, poi, vedendo che io non lo seguivo, alzò pure la mia e comincio il truffaldino raffronto. Si divertiva a osservare come il suo, proverbialmente all’in su, risultasse più abbondante poiché risaltato dalla posizione, mentre il mio, risaputamente verso il basso, non beneficiava dalla medesima illusione; presi poi io il mio lembo di camicia così lui con la mano finalmente libera tentò di toccarmi: – biiiip! – fece anche infantilmente. Gli schiaffeggiai la mano; incredibile a sedici e quattordic’anni, star lì, come due bambini a farci i dispetti sui pisellini, … noi, che eravamo abituati ben ad altro!. – ….ha cavallo! – gli disse imitando la commessa, anche col gesto, per ricordargli l’imbarazzo, ma lui preso da un moto d’orgoglio si abbassò le mutande specchiandosi l’arnese. Lo fissavo in tutta la sua bellezza: lungo, diritto e per di più ora anche doppio, veniva voglia proprio di toccarlo; poi mi fece segno di seguirlo per specchiarci contemporaneamente i sessi. Avevo già le mutande gonfie, mi bastò abbassarle un poco per far scattare la naturale catapulta e Luca se ne uscì con un lieve risolino enfatizzando con la mia solita caducità. Iniziò poi un pudico raffronto, invece di toccarcelo a vicenda, ognuno manovrava il suo: di lato, di su, di giù, dovemmo specchiarci quelle verghe duplicate un paio di volte, poi, non pago, incomincio il raffronto diretto; prese le mie misure con la mano e le riporto sul suo; ma ci aveva ancora quel primino ben dotato da essere così timoroso? Eran inutili tutte quelle verifiche; e poi perché io lo stavo a seguire? Forse era il fatto che allo specchio sembrasse più grosso… o almeno io me lo vedevo così nel mio alterego rispetto che a guardarmelo indosso… comunque stavamo perdendo troppo tempo: – Allora, non vi siete ancora cambiati! – ci ripresero le nostre matriarche.

Usciti dalla bottega, riuscimmo ad ottener licenza per distaccarci da loro, da ragazzi e in due non potevamo stare troppo a lungo attaccati a loro, stretti a quei guinzagli matrigni dello shopping; e finalmente liberi e soli, potevamo trascorrere per la prima volta del tempo insieme al di fuori delle mura domestiche, cosa che Luca, avevo l’impressione, ritenesse una tappa importante della nostra amicizia. Tornammo sui nostri passi, in quei negozi che prima avevamo dovuto saltare per colpa non nostra: di elettronica, videogiochi, sportivi, per scuriosare in fino all’ultimo angolo; Luca correva e io lo seguivo per condividere opinioni, interessi e passioni, per conoscerci meglio, ma poi quella boria di libertà finì e tra le fila di CD ci ritrovammo noi due da soli, ma con l’entusiasmo dell’essere insieme e liberi! Finimmo in un canto deserto del centro commerciale, dove il grande atrio centrale andava riducendosi solitamente dove stanno i servizi nascosti al grande pubblico: istintivamente cercavamo i luoghi appartati, più intimi, per parlare meglio, lontani dal fragore della folla che ci disturbava; ma dietro quell’angolo ci attendeva anche il più grande paesaggio che quel posto aveva da offrirci. Una grande vetrata si apriva dinanzi ai noi, dietro l’angolo che occultava i gabinetti, dividendoci dal grande emiciclo balaustrato a parapetti in ferro alternati a siepi e panchine, prima di affacciarsi su un magnifico tramonto col sole che calava tingendo di rosso le nubi e gli altri profili della bassa.

Che bello… – disse Luca correndo fuori a vedere – andiamo a vedere! – e tutto il freddo di quella stagione mi venne in contro.

Raggiunsi Luca in ginocchioni sulla panchina per sporgersi meglio; era quello uno dei più classici paesaggi della pianura per me, nulla di eccezionale ma in sua compagnia sentivo che acquisiva una valenza del tutto speciale: – Bello davvero! Però che freddo! – tentai di convincerlo ad entrare, ma senza sortire effetto.

Già! – rispose, e poi stette fermo a mirare il tramonto in mia compagnia col mento poggiato sopra il braccio mentre il vento gli carezzava i capelli; mammamia com’era bello! Un profilo stupendo: tenero e sicuro, dolce e magnetico; sicuramente lo guardavo trasognato invece completare con lui quel quadro romantico guardando assieme lo stesso tramonto noi due soli, poi uno squillo interruppe sul più bello.

Chi è? – mi chiese.

Niente, un amico… –

Ah, siete poi usciti ieri sera?

No, alla fine nessuno ha organizzato qualcosa e sono rimasto a casa…

Ah! – mi fece con quel vago sentore di «te l‘avevo detto», ma tanto avremmo combinato alcunché lo stesso io e lui da soli per Halloween…! Poi tacque e vedendomi messaggiare ritornò sull’argomento…

Vi state mettendo d’accordo per stasera? – era inutile che insisteva, tanto era troppo presto per farlo uscire con noi e poi i miei amici lo avrebbero trovato troppo piccolo e limitante: doveva tornare a casa presto, non aveva la nostra autonomia, né i soldi, beh forse quelli né aveva, volendo, più di noi; e comunque io ero troppo geloso di lui, geloso in entrambi i sensi: che lo trovassero migliore di me, e di condividerlo con loro, perché lui era soltanto mio! e in tutti i modi preferivo tenere distinte le due amicizie per ora: quella puramente amicale, e la nostra sempre più coinvolgente.

No, li sento dopo… tanto per il sabato ci mettiamo d’accordo all’ultimo!

Beh, almeno voi uscite… – mi lanciò la frecciatina.

Luca te l’ho detto, dai…! Adesso, … ti prometto, che una volta ti farò uscire con noi, però non ti assicuro che ti diverti…

“ti prometto, che una volta ti farò uscire con noi”… ma tiratela meno va’! – m’interruppe, poi una coppia entrò sul terrazzo distraendoci; era una coppia di ventenni, poco più grande di noi, che cominciarono a limonarsi poco distanti dall’entrata.

Io e Luca ci guardammo immediatamente sentendoci un po' a disagio: le loro effusioni ci ricordavano le nostre, anche se meno carnali, solo che le loro erano tra uomo e donna e così ci defilammo col favore delle tenebre. Il ritorno a quell’aria più viziata mi rintronò fortemente, vuoi per il calore eccessivo o per il minor apporto d’ossigeno, mi sentivo intorpidito, tutto mi sembrava straniato: improvvisamente notavo tutta quella moltitudine di ragazzi della nostra età, forse della sua un po’ meno, ma comunque in gruppi misti di ragazzi e ragazze assieme, mentre noi eravamo due soli e maschi. Cercai di defilarci ai margini di quell’atrio, muovendoci ai limiti di quella zona calda al centro, dove i gruppi si addensavano maggiormente, perché a passarci in mezzo mi sentivo osservato da solo con lui, e inoltre mi montava una gran rabbia a guardare quei ragazzini, in gran parte delle medie, attergarsi a bulletti, sicuri e fighetti, spacconcelli con quelle amichette decisamente più mature di loro; li vedevo scherzare, toccarsi e rincorrersi, e li odiavo: io alla loro età non avevo tutta quella confidenza con l’altro sesso, e anche ora avevo bisogno di qualche incentivo…. Scorrevamo vicino alle vetrine e ad ogni mi voltavo verso quello per non farci riconoscere di faccia, specialmente da qualche suo amico che non conoscevo, e ad un tratto mi trovai dinnanzi a un negozio con tante foto di altri pupetti, come lui, in vetrina, a fare da testimonial alle griffe e notavo come pure lui avrebbe potuto in fondo trovarsi tra loro come modellino e ringraziavo il destino.

Squillò il telefonino: orario di rendez-vous! Le due madri nel frattempo si saran già fin troppo conosciute bene e parlato di noi, e chissà quant’altre avrebbero fatto meglio a tacere…

Ciao

Ciao

Ciao

Ciao – il walzer di saluti era finito.

Allora andiamo…? – disse la mamma di Luca passandogli una mano sulla schiena.

Mamma, Alle può venire con noi così gli faccio vede le foto dell’Egitto sta sera? –

Ma sì, che può… – si rivolse poi a me.

Mi sentivo già trafitto dalle occhiate di mia madre alle spalle che m’accusava d’averlo manipolato… era vero, delle volte manipolavo la gente, ma quella volta non c’entravo niente io, era tutta farina del suo sacco; ero stato incastrato, lo giuro! io per la sera avevo ben altro in mente… Mi sentivo il cuore battere in gola, davanti quel quadretto sereno di lor due calmi e pacifici e dietro gli occhi accusatori di mia madre: già giudicato e condannato; in quel momento avrei voluto teneramente stringere il collo sottile di quel giovane biondino, ma mi voltai.

Dai, va’…! – mi rispose fatalista mia madre; cosa aveva detto? …però non ero scampato alla sentenza: «come al solito ce l’hai fatta…» era il messaggio sottinteso di quello sguardo. Abbassai gli occhi e, dopo aver preso accordi per il mio riaccompagno, mi allontanai con quell’altra famiglia da cui avrei voluto essere adottato per non rincrociare più quello sguardo di biasimo.


***


Appena arrivati, Luca corse in camera sua a cambiarsi, avrei voluto tanto seguirlo ma mi sembrava troppo, e poi ridiscese vestito di una grigia tutina da salotto; era dal mare che non lo vedevo in abiti “morbidi” che mettevano in risalto la sua naturale abbondanza, mentre scendeva, restando unico punto fisso in tutto quel svolazzare di voluttuosa stoffa; che bello… sembrava ancora più piccino in quell’ambito domestico, una voglia di coccolarlo come un caldo orsacchiotto avevo.

Le foto… – chiesi.

No, quelle dopo! se no che facciamo …– io un’idea ce l’avevo… –…intanto giochiamo! – e mi sventolo sotto il naso una cartuccia della playstation.

Dopo mezzora lo chiamò sua madre: – Luca vieni ad apparecchiare…

– Sì… vado,‘tanto metto in pausa! –

– No… mettimi one player! continuo io, scusa! – e gli sfiorai la mano non volendo che se ne andasse… già mi fingevo di succhiarglielo mentre giocava a gambe conserte sul divano e sua madre preparava in cucina…

Va beh! – e scappò.

Mi stufai presto di star da solo, ci stavo male in quella casa senza di lui, non avevo confidenza con quel luogo e inoltre lui era la mia batteria: non potevo starne troppo senza! così andai a cercarlo mentre in ogni canto vedevo un posto buono in cui masturbarlo in una nostra scorribanda per la casa.

Luca, ma dov’è tuo nonno? – lo raggiunsi in cucina.

È di là in casa sua, non mangiamo assieme… – mi fece una gran tristezza quello che aveva detto, sarà che io di nonni in vita non ne avevo, o almeno quell’unica ancora viva non potevo, per mia madre, frequentarla – vecchi affari di famiglia – ma sicuramente l’avrei fatto, se quelli di mio padre lo fossero ancora stati.

Dai, che torniamo in là! – mi prese per un braccio, adoravo essere menato da lui per luoghi, molto più che stare al guinzaglio di mia madre; quando entrò dall’uscio un’alta figura.

Papà…

Ciao Luca… – lo guardò, poi fissò me e chiuse la porta, in quel momento mi sentii in sudditanza davanti a quel distinto signore.

Papa, lui è Alessandro! Ma lo devi chiamare “Alle”! – stavo diventando piccolo piccolo dopo quel “devi” che gli aveva detto, come se il mio suonasse di pretesa.

Ahhh… così sei tu! – mi strinse la mano, ma lo disse come se io fossi ormai un’entità risaputa in quella casa, e poi guardai il malandrino.

Piacere! – Che strana sensazione: mi sentivo nervoso, come fossi alla prima presentazione ufficiale al padre della mia ragazza... Alto, moro, di bell’aspetto, occhi scuri e fisico asciutto, molto elegante nei suoi vestiti e dal volto giovanile, nonostante il velo di barba ricresciuta. Molte caratteristiche Luca le aveva prese dal padre, alcune dalla madre, fra queste i capelli e la dolcezza di lineamenti e il carattere solare; ma la fattura: il marchio di fabbrica, quel senso di blasone, pareva direttamente discendere dal padre; gli occhi, però, proprio non capivo da dove li avessi presi, ma forse quelli eran due stelle dal cielo rapite. Il padre però aveva un che di unico in quella famiglia che mi induceva rispetto, non mi sentivo a mio agio, avevo paura di guardarlo in faccia quasi mi attendesse un inevitabile giudizio, però dentro sentivo di doverlo ringraziare per avermelo fatto così bello! Poi fui dimenticato un attimo da parte, giustamente estraneo, a quel quadretto di vita famigliare quando la madre di Luca arrivò, dove Luca però spiccava come la luce più bella; provai quasi un senso d’invidia nei loro confronti: per quello che avevano, per quello che erano, per Luca che non avevo come fratello…

In tavola… – poi mi gridò risvegliandomi dal mio imbambolamento.

Sotto certi aspetti quella tavola mi ricordava la cena a casa mia: Luca che parlava, io che stavo zitto, mio/suo padre che lo ascoltava e mia/sua madre che dirigeva tutto, si lamentava, e metteva tutti in riga; però c’era qualcosa di diverso in suo padre che mi lasciava inibito: una figura alta, distinta, ma di fatto né algida, né arida, che però mi dava una sensazione di freddo o distacco come se io mi trovassi al di là di un vetro a osservare la scena. Non riuscivo a relazionarmici, come se non ne fossi all’altezza e ogni volta che mi chiamava scattavo interiormente sugli attenti; poi con l’avanzare della conversazione iniziò a pormi delle domande: su mio padre, sul suo lavoro, su di me e la famiglia; scherzava, sorrideva pure, e non in miniera finta o opportuna, ma in tutti i modi non riuscivo a calmarmi; ero teso, come sottoposto a un perenne giudizio, anche se non avevo le prove per dirlo.

Giunti alla frutta praticamente monopolizzavo l’attenzione e Luca cominciava, dall’altro capo, a scalpitare, a batter di coscia come siamo soliti noi ragazzi fare; poi la madre gli mise una mano sulla testa e lui incominciò a tremare allora, come scosso da un martello pneumatico: – Allora Luca ti calmi! – poi mi chiese se prendevo il caffè, ma vicina scaturì dall’altra parte del tavolo timida: – Anch’io…–.

Luca lo sai… – lo riprese la madre, si vede che ancora non volevano i suoi che assumesse caffeina.

Sì, lo prendo! – diss’io.

Bene, allora ne faccio tre!

Stavo iniziando anch’io a rompermi di quel conversare tra adulti, ero venuto lì per Luca e non per parlare di me, ma dopo il rituale caffè fummo liberi di andarcene: – Andiamo su? – gli feci l’invito ad appartarci in camera sua, ma lui nicchiò: – No, prima guardiamo questi, siediti! – e prese un album da uno scaffale.

Prima ti faccio vedere queste: sono le più belle, che abbiamo fatto stampare, poi quelle sul DVD… – DVD? Ma quante ne aveva… non avrà mica voluto mostrarmi tutta la rassegna della sua vita! che per quanto interessante in quel momento non poteva certo interessarmi. In quel album c’erano soltanto le sue fotografie, quelle, cioè, in cui lui appariva in primo piano a partir in fin dalla copertina, dove compariva un Luca bel bambino, ma incominciò dall’Egitto; era tutto un dire: «qua, sono io a … , qua, sono invece a…, qui sono a… », insomma c’era praticamente lui e tutto il mondo intorno a fargli da paesaggio, non di certo didattico e piuttosto decisamente lucacentrico, e in dieci minuti finì. Giunto all’ultima pagina, essendo partito dalla fine, lo scenario cambiò, ma prima che potessi accorgermene chiuse l’album, quasi a volermi censurare quella parte della sua vita.

Va beh, qua son finite! … Ma’ dove sono le altre, quelle su CD?

Lo sai, sono in camera tua! – e ci raggiunse in sala.

Dove?

Ah, quello lo sai tu… sei tu che devi sapere dove metti la roba!

Okei… vado a vedere! – e sgattaiolò via; sua madre intanto restò lì, io non sapevo come atteggiarmi, ma poi prese le foto e si sedette accanto sfogliandole con vena nostalgica.

Te le ha fatte vedere?

Mhmm, solo quelle dell’estate... – chissà se lei mi mostrava il resto? Poi raggiunse al punto: – qui?

Sì! – e dopo averle un po' riguardate cominciò a parlare, mentre io mi avvicinai mostrandole vivo interesse: – Queste sono le foto dell’ultima recita… l’ha fatta qua al teatro comunale, sai… – bene, non sapevo questo suo passato da “attore”, ma man mano che quelle le pagine si sfogliavano ci calammo in una vera time machine della vita di Luca: dopo le prime foto di lui sul palco, comparirono quelle dei compleanni e delle altre feste e dei sacramenti; e man mano il tempo si allontanava, le foto diventavano sempre più rade e con maggiori salti temporali, ma sempre una cosa rimaneva costante in tutta quella giostra di immagini: la bellezza di Luca, immutabile come una verità eterna! – ah… ah… ah… – scattò poi a un certo punto, facendomi fare soprassalto: – queste me l’ero proprio dimenticate! – c’erano tre foto di un bel biondino in mutande per il giardino: – qui aveva sette anni, sì! L’anno prima che tornassimo… C’era una piscinetta qui in giardino, e Luca andava sempre dentro e fuori bagnando dappertutto… che disperazione! – ecco le cose che una madre dovrebbe non dire né mai mostrare, specialmente se c’ero io! Quelle foto e le stavo proprio gustando: Luca da piccolo era un amore, tutto da mangiare… in una sgambettava per il cortile, nell’altra sostava a cavalcioni sul bordo della piscina gonfiabile come su un cavalluccio a dondolo e nell’ultima si nascondeva timidamente dietro le gambe della madre, rimaneva sempre in evidenza lo slippino con un bel bozzetto di riempimento tutto sottolineato dalle lineette azzurrognole del disegno, era incredibile come già precocemente mostrasse così la sua vera dote o forse era una mia deformazione professionale vederglielo grosso dappertutto?

Comparve dalle scale, sentendoci ridere si avvicinò curioso, poi, appena fu abbastanza vicino da capire, scattò subito: – Ma mamma! – strillò scandalizzato, strappandole l’album di mano.

Ma Luca sono foto…

No, Mamma… no! – disse categorico, come per farle capite che era una cosa che non doveva fare e intanto io me la ridevo. Indispettito inserì il DVD, sedendole accanto con quell’album stretto tra le mani quasi volesse essere un lucchetto per custodirlo, e lei l’abbracciò; in quel momento avrei voluto tanto essere io ad abbracciarlo e consolarlo interessandomi di quel posto cui già da piccolo testimoniava tanta abbondanza.

Finita quell’interminabile sfilza, fortunatamente commentata da sua madre che la contestualizzava un pochino, lei se ne andò, e rimanemmo soli io e lui con lui visibilmente incacchiato: e che sarà mai? l’avevo visto sette anni prima in mutande, manco non l’avessi mai visto nudo, toccato, o addirittura masturbato… avrei capito in quel caso, ma dopo quello che avevamo fatto…! Continuavo a divertirmi per il suo sguardo trucido, ma per rompere quella tensione mi serviva un pretesto: – Sono belle le foto, che macchina avete usato?

Ce l’ho in camera mia, vieni! – bene! Prese il DVD e l’album, e salimmo. Finalmente l’avrei vista… io me le immaginavo un qualcosa di grandioso la stanza di Luca: tutta confusa e piena di roba e colori, un qualcosa che ricordasse la sua briosa personalità, con poster alle pareti, vestiti alla rinfusa, segni d’infanzia ovunque; praticamente un campo minato in cui non ti potevi muovere senza imbatterti ad ogni passo in un ricordo della sua infanzia: giocattoli dappertutto, libri misti di scuola e lettura, giornaletti, insomma una camera da perfetto adolescente. Aprì la porta, e il buio occultatore ancora alimentava le mie aspettative, ma entrando la luce disilluse tutto: poster sì, ma due, quello di Dragon Ball famoso e un altro che pareva di una squadra di calcio, ma di bambini quella forse dove aveva giocato; giocattolo sì, ma giochini della Kinder e in fila sulle mensole assieme ad altra oggettistica minuta da collezioncine; dietro la porta pure la cesta della biancheria sporca, e il letto e il mobilio in tinte pastello, tutto insomma nella più classica normalità, ma seguiva anche un innato feng shuj, forse più della madre, che suo… spiccava solo, unico esempio di modernità, la postazione del computer sita dinanzi a noi.

Tieni è questa! – mi mostrò la macchina. La guardai, la studiai: mi sembrava un oggetto decisamente interessante, ma complicato: – Ma è difficile…?

No, si accende così… – e mi presentò tutte le funzioni che conosceva, compreso qualche scatto di prova fatto all’istante.

Bella, mi sa che me la farò regalare!

Regalare… –

Sì, per Natale!

Per Natale…? – mi guardò come se avessi detto una cosa d’alieno.

Non mi manca nulla, me ne faccio regalare una, come questa! ce l’hai anche tu…

In realtà è di mio papà! io l’ho solo perché mi serviva per scuola …e comunque mi farei regalare altro… – me lo disse come per dirmi di farmi più furbo; ma per chi mi aveva preso: io non ero mica un marmocchio come lui, io avevo dei gusti più maturi dei suoi, mica le sue pipate da ragazzino…

Ho visto che c’erano delle foto di una recita… –

– Ah…! – disse piuttosto con disappunto.

Che c’è?

No niente, pensavo! …era l’ultima delle medie, fortuna che non le devo più fare! –

– Perché… –

– L’hanno scorso abbiamo fatto Peter Pan e l’ho dovuto fare in calzamaglia verde! – Calzamaglia! Wow…! se ben mi ricordavo il suo effetto evidenziatore, Luca in calzamaglia doveva essere qualcosa di terribile: tutto quel pacco in bella evidenza! Mammamia, il mio Luca davanti a tutta quella gente… già l’invidiavo e maledivo, ad uno ad uno, tutti quelli della platea per avermi battuto e ammirato prima di me, ma ora non potevo perdermelo!

Me lo… ehm… le fai vedere?

Sì! – accese il computer passandomi con la testa vicino le gambe, in quel momento gliel’avrei ficcato a forza in bocca e goduto guardandomele al monitor.

Avvicinò le sedie, e finalmente partirono le foto, Luca mi spiegava, mi raccontava aneddoti, ma io ero più interessato a cercarne una dove il suo pacco risaltasse, mi folgorasse quasi attraverso quello schermo, e invece tutte erano o lontane, perché lui si vedesse bene, o troppo vicine dove veniva visualizzato soltanto a metà busto; poi finalmente, quando ormai disperavo, dietro le quinte, la foto perfetta! L’atmosfera era quella di chi è in procinto di andare, di lasciare il teatro, e Luca appariva in piedi stenografato da un tendaggio di scena raffazzonato, con le luci, da destra e dal basso, che illuminavano lui e l’ombra sagomata del suo pacco: un Peter Pan perfetto e con quel valore aggiunto… ma come avevano fatto a lavorarci insieme, io su quel palco l’avrei violentato! ma Luca scorse le foto in fretta sottraendomela dalla vista, volevo pero gustarmela meglio: – Ma ce l’hai ancora il costume? – non mi sarebbe affatto dispiaciuto farlo con lui con quel costume indosso…

Ma va!

Invece ti stava bene veh… eri un Peter Pan perfetto, torna indietro!

Tornò indietro, ma oltrepassando quella foto: – dammi un attimo! – finalmente m’impadronii del mouse: – Guarda! – il biondino delle mie meraviglie…

Insomma… – commento Luca con sufficienza, ma quella foto era stupenda come poteva non notarla.

Beh, guarda! – gli zumai sul suo pacco fino a riempirne lo schermo al limite dalla sgranatura.

Luca deglutì fissando lo schermo, poi: – Chiudo la porta! – disse alzandosi in piedi senza incrociare il mio sguardo. Finalmente tornò soffermandosi con quel cavallo di fianco a me; lo fissai, volevo guardarlo in faccia ma non riuscivo ad alzare lo sguardo da quel suo cavallo, da quell’ansa morbida in mezzo alle sue gambe; attentai alla sua virilità con la mano, come la commessa: – ha cavallo! – dissi anche per sconquassarlo, ma mi accorsi che nel palmo non avevo nulla, soltanto stoffa! Presi allora quel pantalone sfilandolo fino alle ginocchia, ed ecco l’arcano: il genitale non riempiva la parte verso il basso delle mutande, il pene tirava tutto verso l’alto, cosicché quella sciagurata non avrebbe mai potuto prendere nulla nemmeno affondando; però notai con divertimento la somiglianza di quell’intimo con gli slippini di allora, e sfogliando l’album dissi: – beh! Vedo che in sette anni non è cambiato nulla, sono sempre le stesse…

Volevo sfotterlo, ma Luca rispose: – Beh proprio nulla non direi! – e si tirò su la felpa mostrandomi la sua belva diritta fuoriuscire dalle mutande; e in effetti per quanto precoce quella roba non poteva avercela allora! Gli abbassai le mutande per vedere per intero quella bega pulsante e quei testicoli da monumento; l’afferrai, la masturbai, spingendolo contro il banco, mentre nel monitor appariva l’alterego della sua allora tredicenne: – …e rispetto a qua è cambiato? – gli chiesi ridendo.

Devo vedere, comunque è cambiato!

Come devi vedere?

Sì, perché sono due anni che per il comple me lo sono misuro – disse ansimante.

… e lo segni?

Sì! – ma che bravo bambino.

Dov’è?

Devo cercare…

Sì, ma non adesso! – glielo scappellai e l’infilai tutto in bocca, avevo troppo foga di saggiare quei venti oggi visti doppi perfino allo specchio. Fintamente glielo succhiavo in casa sua, in quella cameretta: ennesimo tempio d’infanzia violato per ribadire il rito di passaggio: all’emancipazione del sesso, all’età adulta, con una bella eiaculata nella mia gola profonda che in poco mi fece.

Sbocchinavo ancora gustandomi quel pene, non volevo lasciandolo uscire anche se non più tumescente, e Luca mi chiese: – Finito… –; dovevo lasciarlo, anche se ancora volevo limonarlo quel pene. Mi misi a osservarlo con le braghe abbassate, così sensuale, mentre mi guardava maliziosamente soddisfatto, però i rintocchi di fuori segnavano le undici di notte: – Mi sa che devo andare! – dissi recandomi alla porta, ma Luca mi spinse sopra il letto. Mi lasciai pacificamente cadere, poi salì sopra slacciandomi la cintura e tirandomelo fuori.

La sua manina mi stava per masturbare: – Dai, Luca è tardi! – .

Non ho capito, l’hai fatto prima tu!

– …e che non c’è più tempo…

Aspetta! – aprii la porta e gridò – Mamma, Alle quanto può restare?

e insomma, ricorda che a mezzanotte vai a letto! – mezzanotte… ma che si trasformava in zucchina!

C’è tempo! – disse richiudendo la porta.

Ma non l’hai chiusa prima! – non ci potevo credere: gli avevo fatto un bocchino senza che la camera fosse chiusa …

Ma è chiusa…!

Con la chiave!

Ma non ce l’ho la chiave! – rispose Luca.

Come non ce l’hai…?

Non ne ho bisogno, tanto non entrano! Non preoccuparti… – parlava bene lui…

– No, no! non mi fido…! – ricominciai a riallacciarmi.

NO! Tu ora ci stai! – mi rivenne incontro buttandomi giù di prepotenza, e me lo riprese fuori; ero basito.

Ma tu sei matto! – feci di nuovo per alzarmi.

NO! Tu adesso ci stai e mi fai finire! l’hai fatto prima tu e ora lo faccio io! – e invece di masturbarmi prese subito a fellarmi.

Voleva “finire”, voleva farmi venire… voleva bermi! E intanto lo osservavo biondino, chino sul mio cazzo, scomparendone in bocca la più parte, e succhiando nervosamente; dopotutto era ragionevole la sua reazione: erano quindici giorni che non lo faceva… e io al posto suo sarei andato in crisi d’astinenza. Cercai di buttarmi giù, di rilassarmi per affrettargli i tempi, ma dopo pochi secondi udii dei passi veloci passare vicino la porta.

Luca, i tuoi… – gli dissi preoccupato.

Uffa! – smise di fellare – Non ti devi preoccupare… – i passi si allontanarono.

Ma i tuoi…

T’ho detto che non entrano! Rispettano la mia privacy… – non credevo a quello che avevo sentito, e i passi ripassarono – ti vuoi rilassare, che dopo dici che non riesci a venire! – e riprese a succhiare. “Rispettano la mia privacy” quella frase continuava a ronzarmi per la mente, e a parirmi assurda: come poteva così sicuro stare a succhiarmi con la porta aperta? E ad avere una cieca fiducia che non sarebbero entrati? io addirittura dei miei avevo fatto in modo di liberarmi per… ma cribbio non gliel’avevo ancora detto!

Luca… – non si fermava – Pss! Pss! – non mi dava ancora retta – Luca, devo dirti una cosa!

Cosa? – smise finalmente.

Ascoltami, che è importante! Non questo, ma quello dopo, insomma tra due sabati …c’è l’assemblea…

Che…?

– L’assemblea d’istituto, ma non sapete proprio niente voi di prima! –

Eh… allora? – riprese a masturbarmi

Aspetta! – che frettoloso – e allora, se uno vuole può anche starsene a casa… –

– Mia mamma, non me lo permette! –

– Ma se non c’è lezione! –

– Eh, e fatta così… –

– Va, beh… ascolta, comunque… mi sa che ti conviene parlarle! –

– Perché? –

– EH, ascolta! Io ho convinto i miei, finalmente, ad andare via da soli, e a lasciami a casa da solo… –

– Beato te! –

– E mi hanno anche dato il permesso di chiamare, se voglio, degli amici a dormire … –

– Mhmm… – sembrava non arrivarci.

Ma non ci arrivi! Puoi venire a dormire da me!

– E va be’, ma per il sabato non ci sono mica problemi, possiamo anche fare il prossimo se vuoi! –

– Allora non hai capito! io ho convinto i miei ad andare via, via… hai capito? e a lasciami solo per l’intero weekend! e se ti fai furbo, puoi restare a dormire da me anche il venerdì, visto che la mattina, insomma, non c’è scuola! –

– Sì, ho capito… ma ti ho detto che per me anche venerdì è difficile! –

– …eh datti una mossa a convincerli! –

– eh… ho bisogno del tuo aiuto allora… –

– non ci sono problemi… ti do una mano! –

– Bene! – e con più entusiasmo di prima riprese a succhiar, mentre io mi abbandonai sul letto tentando di venire o quella notte non sarebbe finita mai, e la mezzanotte si stava avvicinando.

Il rompiscatole

Finito! – disse Luca come se avesse appena vinto una gara: contro chi, poi… lo sapeva soltanto lui; contro me non certamente, avevo ben altro da fare!
Bene, allora vai là, che devo finire!
E io che faccio nel frattempo? – disse come sempre ponendo l’accento solo su se stesso, poi, senza chiedere, si sedette dietro di me abbracciandomi sul petto.
Ancora! – mi aveva già fatto un’altra volta il koala mentre studiavo e, anche se era dolce, mi distraeva!
Dai, non faccio niente… – ma m’infilò una mano nelle mutande.
Ah, no…
Non faccio nienteee… – e poi tacque, continuando il suo maneggiamento di maroni; lasciai perdere: tanto era inutile, avrebbe continuato comunque, gliel’avevo letto fin dal principio che oggi era pestifero; speravo almeno che avesse aspettato che fossimo entrambi seduti sul divano! Avevo il cazzo durissimo: mi doleva perfino nelle mutande, ma per fortuna ci pensò Luca a risolvere la situazione sistemandomelo verso l’alto con la sua piccola manina.
Allora…! – gli dissi severamente per scongiurare la sega.
Non faccio nienteee…! –ribadì con cantilena:– non preoccuparti, non ti faccio venire… –disse impertinente. Cos’avrà insinuato…? ma intanto continuava con il suo smarlettamento.
Cosa vuoi dire?
Che non ti faccio venire, come quella volta che tu hai fatto con me! – ma adesso dovevo pur subirmi i predicozzi da un primino… che per di più sembrava volersi burlare di me!? ma chi si credeva d’essere quel piccoletto, che intanto mi stava facendo una sega colossale così che a poco sarei venuto realmente? Mi piaceva troppo sentirmelo addosso: poggiato su di me come se volesse dormire, le sue braccia a cingermi l’inguine, la sua testa contro le mie scapole; già mi sentivo inumidire…
Ma perché, tu credi che io venga facilmente come te?
Cioè?
Cioè, che vengo dopo due secondi come fai te! Veh, che se voglio non riesci neanche a farmi venire!
Sborrone! –mi strinse dolcemente.
Veh, che non sto scherzando!
Scommettiamo? – mi prese in contropiede….
Scommettiamo! – oramai non potevo più tirarmi indietro, ma intanto fermai la sua mano scongiurando così un’imminente eiaculazione.

Mi avvicinai allo schienale mostrandogli l’uccello.
Beh, non ti siedi? – mi disse indicandomi la seduta del divano.
No, tanto sono sicuro che non riesci a farmi venire! – alludevo al fatto che tanto non avrei sporcato per terra, anche perché in caso estremo contavo in un suo pronto intervento…
A sì…! – disse guardandomi con aria di sfida e rimboccandosi le maniche, come se dovesse affrontare lavoro impegnativo. La sola schiettezza di quel gesto deciso mi eccitò, inoltre la nudità di quell’avambraccio scoperto, mostrante la sua reale fisicità rispetto quella falsata dalla sua splendida felpa, me ne fecero rinnamorare. Appena lo prese, ebbi quasi un sentore d’orgasmo nascermi da sotto i maroni, in un punto che lui in quel momento avrei voluto stimolasse; ci sapeva fare veramente… dovetti subito poggiarmi allo schienale per non cadere: avevo scelto quella posizione eretta apposta perché sapevo che, la sola scomodità dello stare in piedi, mi avrebbe permesso allungare il mio coito; esperienza fatta di anni davanti al lavabo, quando il bidè era occupato da capi in ammollo, accorgendomi che la semplice tensione nelle gambe mi bastava per durare più allungo, a volte perfino godere senza venire.
La postura scelta dava i suoi frutti, anche se i primi segni di cedimento non tardarono a farsi sentire: il semplice sostegno della mano sul divano non bastava più per reggermi in piedi ed a lui dovetti appoggiarmi; il mio macistino, che ora mi reggeva attivamente con un braccio attorno al fianco e l’altro a continuare il suo lavorio. Mi sentii come ipnotizzato da quell’abbraccio: quel senso si fragile e indifeso, che pure mi sorreggeva, mi aiutava; provai un bisogno di maggiore intimità con lui: abbassai il capo, e i nostri respiri incominciarono a muoversi all’unisono, quasi in un unico fiato, coi nostri polmoni che si riempivano della medesima aria, e la mia voce leggermente gemeva donando dando sfogo ad entrambi. Viaggiavo costantemente sul filo del non ritorno, con l’orgasmo sempre lì lì dal venire; tentavo di resistere facendo ricorso all’immaginazione per allungare l’orgasmo, ma mi costava uno sforzo immane, finché uno squillo roboante non mi fece perdere la concentrazione.
Nooooooo… – strillò Luca come se avesse appena assistito a un delitto, compiersi davanti ai suoi occhi; – Porca puttana! – gridai io, spargendo il mio seme per terra mentre Luca tentava di raccoglierlo sgorgante nel palmo della mano.
Subito la mia rabbia s’indirizzò verso quel disgraziato alla porta che aveva suonato, e andai a vedere chi fosse accostandomi alla finestra seguito da Luca nell’angolo più in basso: – Ma chi è? – disse lui incazzato vedendo uno scialbo figuro presso il cancello.
Un rompicoglioni… – sentenziai immediatamente, visto che avevo già sentore da prima di chi fosse la paternità di quello squillo seccante.
E cosa vuole? Ma proprio adesso doveva venire, cazzo! – Luca si stava decisamente irritando, mostrando quasi i gesti di stizza di un bambino scocciato, e intanto io avevo ancora l’uccello di fuori e il pavimento da pulire.
Luca, è un impiccione tremendo, ci penso io a lui… capito? Tu non t’intromettere… – ero in paranoia, lo conoscevo fin troppo bene quel figuro: Giacomo, un rompiscatole incredibile, ma soprattutto un impiccione da paura, e io c’avevo Luca in casa! …e ora come glielo giustificavo? Un primino in casa mia… domani l’avrebbe raccontato a tutta la classe; certo, alcuni miei compagni di già lo sapevano che io davo delle lezioni a “mio cugino”, ma io per tutti ero il teorizzatore della scuola perfetta: coi primi tutti chiusi nelle gabbie, e noi che per il nostro ludibrio li potevamo maltrattare o torturare e perfino far combattere all’ultimo sangue; ma ora ne avevo uno in casa mia… ero nel panico! La mia prima tentazione fu quella di rinchiuderlo dentro un armadio pur di nascondere le prove, ma non sarebbe stato carino, e comunque non avrebbe accettato il mio maldestro tentativo di occultarlo; ma non potevo in ogni modo fare affidamento su di lui, troppo imprevedibile! dovevo giostrarmi tutto da solo, speravo solo che non m’avesse complicato la situazione, già prospettatami oltremodo complicata; ma sembrava non dare retta alle mie parole: – Oh, hai capito? –.
Ma sì! – rispose seccato.
Dai, vieni… – lo condussi in cucina, ma nel tragitto lo vidi leccarsi rabbioso il dorso della mano dal mio sperma colante; possibile, mi chiesi, che gli piacesse così tanto? Ma in fondo pensai che anch’io avrei fatto la stessa cosa: perché quando ne hai voglia, ne hai voglia, e non c’è nulla che ti possa fermare, specie, per me, se era il suo di sperma.

Mi ripulii velocemente con un pezzo di carta e la sua mano con lo stesso, mentre cercavo di persuaderlo a tenere un low profile.
Adesso vai al tavolo e fai finta di studiare, va bene? lascia fare a me, tu non cagarlo nemmeno, lascia parlare soltanto me! –ma sembrava non darmi retta: – Capito? –.
Sì… – disse con tono non proprio deciso, forse non aveva intuito la gravità delle mie preoccupazioni.
Capito? – ripetei.
Sìììììì! …non sono mica uno scemo! – esclamò acidamente; buttai lo scottex e tornai con lui nel salotto, ma, mentre sistemavo un vaso sui miei residui di sperma, un altro squillo suonò fastidiosamente.
Mmm, adesso gliene dico io quando entra…! – disse Luca facendomi innervosire.
Luca, tu mettiti lì e fai finta di studiare! – gli gridai: – a lui, t’ho detto, ci penso io! Siediti! – stavo realmente perdendo la pazienza, se continuava così l’avrei veramente rinchiuso dentro l’armadio, ma si sedette.
Mi diedi un’ultima sistemata, un’occhiata a Luca, che irrequietamente si toccava i capelli e scalpitava, e aprii il cancello allo spilungone. Giacomo era alto, molto alto anche più di me, e corvino, ma aveva l’abitudine di stare ingobbito così che, quanto ti parlava, la sua faccia ti pareva scendere dall’alto trainata da quel naso ingombrante postogli apposta in mezzo per infastidire l’interlocutore; vedendolo dallo spogliato, lo si poteva descrivere fisicamente come “allungato”: allungato era il suo fisico lungo e secco, anche se ostentava un’ignobile panzetta; allungata era la sua faccia a tratti perfino flaccida; allungato era il suo naso come una vela di veliero; e allungate parevano le sue mutande, tanto che sembrava avere un’orchite o una bestia immane, ma non era possibile, dato che lui stesso aveva ammesso una volta in classe, interrogato da un amico, una misura che non era granché!
Avanzava sciatto lungo il vialetto e quando fu a metà uscii per fermarlo sulla soglia e non metterlo così a disagio, per fargli capire che era un ospite indesiderato, e che non doveva entrare.
Ciao – mi disse con la sua voce ultra-nasalizzata d’accapponare la pelle.
Ciao – gli risposi: – Aspetta, vado a prenderti la relazione! – corsi subito per le scale dando un’occhiata minacciosa a Luca per rintimargli di stare zitto; tanto sapevo che lo sbertuccione sarebbe ugualmente entrato. Non credo che Giacomo fosse in realtà un cattivo ragazzo, aveva però un qualcosa che automaticamente lo rendeva sgradevole, e non era una questione di un mero esercizio di cattiveria, era più una sensazione a pelle che suscitava; forse era per quella sua aria integralmente da sfigato o per quella sua faccia da melanzana, che metteva a disagio così tanto la gente, e per reazione lui allora comportava in modo così antipatico e impiccione.
Appena uscito, sentii subito le prime sillabe di lui relazionare con Luca, e mi precipitai dalla camera; non s’erano ancora detti nulla, se non le classiche frasi di cortesia, anzi Luca pareva perfino piuttosto seccato mentre fingeva di leggere sui quaderni non suoi, fortuna che Giacomo non si era accorto di nulla: – Tieni! – gli allungai la relazione: – Comunque abbiamo ancora tempo… ci pensi tu poi a darla agli altri quando hai finito? –.
Sì! – rispose, un’altra volta con quella sua voce irritante, poi, mentre lo spronavo verso l’uscita, mi chiese dell’acqua, ma avevo capito che era tutta una scusa per investigare su Luca; mentre lo menai in cucina, Luca reagì facendogli una boccaccia alle spalle, suscitando in me un riso tramutato poi maldestramente in un ghigno. Giacomo s’era accorto però che qualcosa alle sue spalle non andava e quando girammo l’angolo mi chiese: – Ma quello non è di prima? –; intanto quello era il mio Luca, avrei dovuto dirgli! Ma per fortuna avevo delle scuse già pronte da tempo che avrebbero trovato pure a scuola una conferma alle sue malfidate domande.
Sì, è un mio cugino, ma lontano però… – meglio precisare prima che si fosse messo a cercare inesistenti relazioni tra i cognomi: – …mi hanno chiesto di dargli qualche lezione, visto che facciamo la stessa scuola… sai com’è! –.
Hai pensato di farti dei soldini… eh! – disse facendo una voce da piacione; mammamia quanto mi stava sul cazzo quando faceva così, ci mancava soltanto la gomitatina sul fianco e gli avrei dato un cartone sulla faccia!
Ma va… mi danno 5 euro perché insistono, che faccio pagare i parenti! – ora però se non se n’andava, commettevo un giacomicidio…

Scavato il rompiglioni dalle palle, tirai un sospiro di sollievo. – Finalmente… – disse Luca al limite della sopportazione e saltando giù dalla sedia come se gli scottasse sotto il sedere; mi faceva però una certa rabbia la sua reazione, se pensavo che era colpa sua se avevo sudato sudori freddi finora: – Già! – risposi.
Allora che facciamo? – chiese, probabilmente aspettandosi di riprendere il nostro “esperimento” di prima.
Tu pulisci! Tu hai sporcato, tu ora pulisci; in fondo è colpa tua…! – gl’indicai il vaso.
Luca stranamente non obbiettò nulla: forse s’aspettava che l’avrei accontentato più facilmente, se si fosse reso servizievole… ma intanto che pulisca; io nel frattempo mi sedetti sul divano a guardare la tivù, finché non tornò: – Finito! – disse mostrandomi un moccolo sporco.
Ma che schifo! Buttalo via! – ma lo mise per terra venendomi a cavalcioni sulle ginocchia.
Allora facciamo qualcosa…? – disse, ma intanto mi stava oscurando la televisione.
Luca, sei… – «…bello, ma non trasparente» stavo per dirgli, ma quel “bello” era decisamente da non dire, nemmeno in una frase fatta: – mh…non ne ho voglia, sono già venuto! –.
Sì, appunto, tu! ma io…? – disse concentrando in quel io tutto il mondo e l’universo con una mimica sorprendente, quasi che io “trascurandolo” avessi fatto un torto all’intero universo; quanto l’adoravo quando faceva così! Poteva sembrare un atteggiamento egoista, ma era un dolce egoismo consapevole del fatto che soddisfacendo lui avrei soddisfatto anche me stesso; poi iniziò a saltellarmi sulle ginocchia. Il suo dolce peso mi pigiava ritmicamente; feci per fermarlo, ma m’intercettò le mani intrecciandovi le dita e iniziò un’oziosa lotta spingendomi le braccia contro il divano.
I miei gomiti rincalcati contro lo schienale: – Che fai: wrestling! – lo punzecchiai contrastandolo con minimo sforzo.
Sì! – rispose alzandosi per vincermi con tutto il suo peso.
Ma che vuoi fare… – lo neutralizzai nuovamente.
Beh, tu non crederti chissacchì!
Beh… più di te certamente! – iniziava ad essermi molesto però ora – e poi, a novembre, inizio a fare palestra! – ostentai la mia nuova attività per farlo sentire inferiore.
Davvero? –disse con un appunto d’incredulità.
Si! – ma il suo stupore mi dava fastidio.
…e i tuoi cos’hanno detto?
Che vuoi che dicano… che va bene! – e cos’altro avrebbero dovuto dire…: – Ci sono tanti miei compagni che lo fanno già! Adesso devo solo decidere dove! –.
Vieni da me! – disse immediatamente.
Da te?
Sì, da me! non facciamo mica solo arti marziali, sai… è una palestra vera! fanno anche “body building”! – disse mettendoci un’enfasi incredibile su tutte quelle b e d finali; mi stava prendendo in giro, ma non riuscivo a rispondergli male, né a negarmi, ero come ipnotizzato dal suo faccino, e gli risposi possibilista.
Bene! – sussultò con entusiasmo: – …così, magari, provi anche quello che faccio io… – ecco dove voleva arrivare – Anzi, perché non vieni lunedì? –.
Ma non… – balbettai, stava decisamente andando troppo in fretta.
Dai, prova… magari ti piace! – era così dolce, non riuscivo a dirgli di no, e un me lo strappò dalle labbra anche se non ero proprio convinto.
Luca era tutto raggiante, io invece mi sentivo plagiato, carpito nel mio assenso da quel priminetto che m’aveva circuito con fascino e astuzia innocente; per constatare se fosse reale o meno andai a tastarlo con una mano sul petto, ma sprofondai nella falsa sagoma della sua maglia larga. Sembrava quasi d’attraversare un fantasma evanescente, finché non trovai il suo esile fisichino; provai quasi un senso di sarcastico piacere nel riscontrarlo mingherlino, improvvisamente la sua figura: il Luca “atleta”, il Luca praticante arti marziali, si ridimensionò davanti ai miei occhi ritrovando l’originario aspetto da primino e mi scappò sardonico: – …e tu faresti arti marziali…! –in una mistura di rabbia e compiacenza.
Certo! E sono anche forte, sai… – rispose battendosi sul petto.
Ma se ti do un colpo, ti smonto come uno degli sbullonati! – risposi spingendolo leggermente all’indietro per aumentare il senso di disistima.
Prova,.. dai! – mi disse battendosi un pugno sul petto, ma improvvisamente quell’idea mi fece star male, mi riempì d’angoscia per il semplice fatto d’averla pensata: – ch… ma va’! – gli dissi dissimulando il mio stato.
Dai, tira! – mi esortò.
Perché mi fai questo… – Su, lascia perdere… – mi sentii ancora più in colpa come se l’avessi realmente fatto, ma Luca si gettò al mio collo abbracciandomi calorosamente, forse aveva intuito il senso del mio rifiuto. Mi strinse, si strofinò la nuca, quasi mi parve di sentirlo singhiozzare, poi si poggiò con la testa sulla mia spalla continuandomi ad abbracciare, mentre io l’andavo a cercare sotto la felpa; trovai il suo pene già per metà fuori dai pantaloni ma sotto la sua canottiera. Era bello, duro e stuzzicante; gli slacciai la cinta per essere libero d’agire, e quel naturale movimento lungo sua verga ebbe inizio. La mia mano sembrava fatta apposta per masturbarlo, quel ritmo era inscritto nei miei geni, e il suo respiro piano iniziò ad accarezzarmi volto e orecchi; ritrovai quell’intimità con lui di prima che ci disturbassero, solo che ora ero io a masturbarlo. Lo percepii affannarsi: stava venendo! e con la mano salii fino alla cappella, per sentirla inumidirsi appena appena all’apertura del prepuzio: era pronto! Iniziai a massaggiargli la cappella, ma Luca s’alzò portandomi il suo fallo all’altezza della faccia: mi ritrovai il suo pene a un centimetro dal naso; mammamia, com’era bello da quella prospettiva! Lungo, immenso e, oltre la cappella, i suoi occhi socchiusi a chiedermi d’usare la bocca. Lo sfiorai con la punta del mio naso e subito l’odore m’assalì: forte, intrigante, emozionante; improvvisamente ebbi voglia di leccarlo, di baciarlo, di gustarmelo. Lo baciai, spingendolo contro di me col sedere e lui alla mia testa; il suo sapore mi spinse a cercarne ancora più su con la lingua lungo quell’asta eretta, in quel momento avrei voluto che lui avesse eruttato così da leccargli lo sperma lungo la verga, ma Luca s’allontanò.
Andiamo in bagno! – mi disse dolcemente.
Perché…
Perché devo venire!
Sì, ma perché in bagno?
Beh, prima non t’ho fatto venire… non mi sembrava giusto! – che dolce… ma ancora con ‘sta storia della reciprocità; io lo volevo succhiare!
Ma che bagno! –lo presi sui fianchi: – io te lo voglio succhiare! – e lo battei sul divano. Luca atterrò contento; era la prima volta che uno di noi diceva all’altro di volerlo di spompinare così apertamente, ma in quel momento non me ne fregava niente, anche se in altri momenti mi sarebbe sembrata un’imprudenza madornale.
Salii con le mani sotto la sua canottiera - una voglia erotica si era impadronita di me -, poi scesi dalle spalle lungo il suo giovane corpo con movenze sottili da destra a sinistra accarezzandolo sul suo esile petto, e lui gemeva. Scesi, fino a lambirne il poderoso membro, poi m’avvicinai col volto percependone il calore irradiato, e non ce la feci più: lo leccai, l’infilai in bocca, finché la gola me lo permetteva, e cominciai a succhiare. Con lui dentro la bocca mi sentivo bene: era per me la cosa più naturale del mondo, e Luca iniziò ad urlare coi suoi versetti gentili; mi immaginai se in quel momento invece di essere nella mia casa fossimo stati dentro un appartamento: che cosa avrebbero pensato i vicini sentendosi prima quelle urla venire dalla casa vicina per poi vedere uscire dalla porta accanto quel fantastico biondino con io che l’accostavo trasognato e innamorato? Che voglia… poi finalmente mi riempì la bocca col suo pot-pourrì adolescenziale, pregandomi di continuare con un ultimo grido liberatore.
Luca ansimò ancora: il suo bianco, latteo sperma n’usciva copiosamente, finché dopo il mio rush finale lo sentii rilassarsi; sembrava beatamente intontito, adoravo portarlo fino allo sfinimento: niente più di quel dolce visino mi rincuorava sapendo d’averlo reso felice.

Riappacificazione

Piombò in casa buttando con sgarbo lo zaino nell’angolo, e dirigendosi verso al divano senza neanche salutarmi.

Eh i compiti… non li fai?

- NO! – vociò laconico e categorico, senza ammissione di replica, poi soggiunse: - Li ho fatti ieri!-, come dovesse giustificarsi con me; ma il tono certo quello del perdono e il fatto che non avesse neanche mostrato la testa da dietro il divano, non mi dava speranze…

- Beh, allora che sei venuto a fare? –

- Perché mia mamma mi ci costretto, ma non ho nessuna intenzione di parlare con te! –

- E allora non potevi andartene da un’altra parte! – che bisogno aveva di rompermi le palle!

- No! Perché ho promesso che sarei venuto qui… – ma che bravo bambino! – e poi non so dove altro andare… quindi ci sto … e ci rimango quanto mi pare! – terminò perentorio; contento lui… lo avrebbe spiegato lui a mia madre perché sarebbe rimasto a cena senza neanche essere stato invitato, visto che ci sarebbe rimasto «quanto gli pare» in casa mia… ma che potevo pretendere da una testa di primino…

Mi avevano detto di non preoccuparmi, che intanto gli sarebbe passata: perché se è passata a Napoleone, come si dice e lui ne aveva da esserne incazzato , sarebbe passata anche a lui; evidentemente ignoravano, sia sua madre che i miei, che era a sua volta un piccolo Napoleone. Dopo un’intera settimana non mi aveva perdonato; e per tutta la scorsa, e sia ieri che oggi, non mi aveva parlato, neanche in macchina davanti a sua madre, che gli diceva costantemente di smettere; oramai non sapevo più che pesce pigliare, sapevo solo che mi era difficile perderlo, e che in quella condizione non sapevo dividere la stessa stanza e studiare contemporaneamente. Non lo sopportavo quando faceva il moccioso e poi zappingava da un canale all’altro, peggio del suo repentino umore; era una situazione davvero irritante, da prenderlo a schiaffi, ma per fortuna smise da solo, perché non avrei potuto alzare le mani su di lui.

Sospettavo dormisse dal gran che non lo vedevo: da tempo aveva spento il televisore e nemmeno l’onore di adocchiare la cima la sua bella cavezza avevo, mi mancava quella sua tonda testolina; probabilmente s’era sopito, annoiato dal nulla pomeridiano in TV, però io non c’è la facevo a stare lì, come lui, senza far niente… senza neanche tentare un rappacificamento.

Mi avvicinai circospetto, da dietro, silenziosamente, sorgendo dallo schienale per vederlo dormire, ma senza svegliarlo, non volevo rischiare di peggiorar la situazione. Com’era bello vederlo dormire, coi lineamenti gentili, come un puttino: veniva voglia di carezzarlo sulle guance per poi scivolargli dietro l’orecchio, a sistemargli le ciocche bionde. Allungai la mano, quasi sfiorando la sua chioma morbida, ma poi la ritirai in fretta avendo paura di svegliarlo, ma come un sorrisetto vidi sparirgli dal volto, l’osservai meglio e di nuovo scorsi quell’accenno malandrino: - Ma allora non stai dormendo!… – iniziai freneticamente a solleticarlo sul fianco; Luca s’agitò nel dimenamento per ripararsi dai miei attacchi, ma non riusciva e lo facevo contorcesi a crepapelle: - Ma che piccolo bastardo: fa finta di dormire, di essere incazzato, e mi prende in giro… e io che sto a preoccuparmi… -.

- Arimo! …pace! …basta! - invocava a tratti tra le risa; ma gli avrei concesso una pausa soltanto dopo essere sceso e abbracciato.

Ora era Luca a solleticarmi, o a tentare, mentre io lo ribattevo: - …e io che mi preoccupo… e tu… sei un piccolo bastardo!

- …E tu uno stronzo!

- …un bastardo! -

- …uno stronzo!… - quello era il nomignolo che m’ero meritato per non averlo aiutato, o difeso, come diceva lui, e dopo quell’innocuo sproloquio finimmo per calmarci; mi rincuorava sapere di non averlo perso, o forse non c’era mai stato il rischio: chissà da quanto andata avanti quella farsa? e nemmeno sapevo come chiederglielo, perché, allora, avrei anche dovuto chiedergli le scuse: scuse che non era nel mio carattere fare, e né, forse, in lui in quel momento ricevere, dato che scrutava basso per non incrociare il mio sguardo; per fortuna che fu lui a rompere l’indugio proponendo di riguardare la TV.

Era meglio riconciliarci col nostro usuale sistema, senza parole, soltanto coi gesti, coccole e carezze, e tutto sarebbe tornato magicamente al suo posto. Lui governava il telecomando e io lo accarezzavo: il più piccolo, ma anche Piccolo Principe della situazione, colui cui in fondo tutto è dovuto per naturale condiscendenza; e come negargli ciò che anch’io per lui volevo! Coccolarlo era il mio modo per chiedergli scusa, l’unico che conoscessi, in quella nostra strana relazione di silenzi e profondi sottintendimenti; ripensando a tutto, a come l’avevi conosciuto, non avrei mai più saputo vivere senza, senza il mio primino.

L’odoravo, accarezzandolo per farlo rilassare; e pensare che sotto quei panni conoscevo bene ogni centimetro del suo giovane corpo, eppur sentivo che in quel frangente sarebbe stato eccessivo l’intimità della pelle nuda, foss’anche solo quella del pene, poiché una precognizione m’invitava a cautela.

Capitò per caso su forum dei ragazzi e le prime esperienze, con tanto d’inchieste, testimonianze e storie, con belle ragazze e tamarri un po’ brufolosi, tutti approcci con l’altro sesso: ovviamente, in tv, il sesso fra ragazzi non esiste, anche se in altre circostanze, io e lui, saremmo probabilmente stati su quel divano con il suo cazzo in mano. Venne poi uno stacco pubblicitario e Luca inspiegabilmente galvanizzato mi disse: - Alle, ma tu l’hai mai fatto… - e col braccio fece esplicito gesto della chiavata.

- Ma che domande sono? – gli risposi imbarazzato:; che bisogno aveva di chiedermelo, lo sapeva che anch’io, come lui, con una ragazza non c’ero mai stato; perché lo chiedeva? - … tu allora? Che mi dici di te?– non potevo far altro che incalzarlo.

- Io… Che c’entra?-

- Come che c’entra! Hai fatto la domanda, rispondi!… – doveva pur prendersi le responsabilità di quello che chiedeva, ma ora che era lui a dover rispondere si trovava a sua volta in imbarazzo; sedici o quattordic’anni non fa differenza… quella domanda è sempre una brutta bestia.

- Eh… io… io… no! Ma che c’entra, io sono più giovane… - non coglievo il ragionamento.

- …e allora?

- eh! C’è che te, a sedic’anni, non hai ancora avuto la ragazza…– neanche mia madre mi faceva questi ragionamenti.

- e allora, neanche tu se è per questo! – e fra l’altro era pure più bello di me.

- Sì, ma io sono giustificato… -

- Cioè, non ho capito! … a sedic’anni è obbligatorio avere la ragazza, a quattordici no! Per due anni in meno sei giustificato, che cazzo di logica è! – no, proprio non ci stavo a passare per il frocio della situazione mentre lui si tergeva bellamente la coscienza sulle mie spalle; come se lui avesse ancora l’attenuante di poter avere la ragazza per l’età, mentre io avrei dovuto già averla avuta talaltro mentre si trovava tra le mie braccia!

- Oh, stai calmo! Insomma sono più giovane, … ho vissuto meno tempo di te. – forse mi stavo sbagliando.

- Questo non vuol dir nulla! e poi più giovane? …più piccolo, semmai!

- Più giovane!

- Più piccolo! -

- Più giovane! Più piccolo…che differenza c’è? – disse infastidito dal sentirsi dare del piccolo.

- C’è che prima sei più piccolo e poi più giovane! -

- … e quand’è che si è “più giovani”?-

- …quando si smette di essere più piccoli!

- Mmm …e quand’è che si smette di essere “più piccoli”…

- …quando diventi più giovani! – mi divertivo a prenderlo in giro con le parole.

- Mmm… allora! – si stava indispettendo

- … allora diciamo che sei più piccolo finché non smetti di crescere… – e lo strinsi forte, volevo solo capisse che il mio considerarlo più piccolo non era per sminuirlo o ma un vezzeggiativo; poi poggiai la testa sulla sua nuca in cerca di tenerezza; mammamia quanto m’era mancato… non avrei più lasciato tornare a casa dopo quella lunga settimana d’assenza cui temetti di perderlo. Dopo qualche minuto di silenzio, mi prese la mano che lo sorreggeva e se la portò al petto intrecciandovi le sua alle mie dita, e: – Alle non voglio più che litighiamo…–; disse con quella voce quasi immagonita; Luca, pensai, bastasse solo volere per poi potere… ma, forse, a questo mondo soltanto gli dei possono tutto ciò che vogliono: a noi non resta altro che volere soltanto ciò che possiamo! Lo portai sotto di me mettendomi su di lui a quattro zampe, e lo guardai fisso negli occhi: il suo tenero viso mi guardava attraverso quelle immense luci castane; chissà se anche lui provava quello che provavo io in quel momento per lui? un sentimento misto d’amore e d’affetto; una cosa che andava ben oltre il semplice gesto, che adesso avrei fatto, e noi due, malgrado trovasse in quello il sua più alto manifesto. Mi alzai sulle sue ginocchia, slacciandogli a poco a poco i pantaloni: il primo, il secondo, il terzo, l’ultimo bottone, contavo guardandolo in faccia, poi quello lembo d’indumento biancò iridescente l’intera penombra della stanza dall’ali aperte della fessa. Vi appoggiai la mano: era lì, bel duro, già scoperto in tutta la sua metà superiore, sotto la canottiera, diretto come al solito al suo ombelico. Un piccolo massaggio col palmo a quel bel bindello, e Luca si rinfrescava già le labbra sottili.

Abbassai; stupendo! Passai la mano per carezzare quella bella duo-decimetrica a me sì tanto cara, poi m’avvicinai: - Quant’è che non… -

- Tre! – Fantastico! Ammiravo la sua resistenza:io non passava giorno che non mi masturbavo, da quando l’avevo conosciuto, perlomeno la sera prima di andare a letto. Era ora riprendermi ciò che m’aspettava e senza altro indugio… scesi a volo raso; finite le sue vesti una vampata di caldo m’infuoco il mio volto irradiata dal quel magnifico coso. In quel momento non mi andava altro che il suo cazzo, il suo odore…e allora dentro, scappellandolo direttamente, mentre Luca cominciava il suo concerto. Ma come feci una settimana senza? senz’ospitarlo dentro la mia bocca; non so se per il connubio che creava tra me e lui, o per il semplice fatto che mi strapiacesse un lungo cazzo o per quello che di lì a poco mi avrebbe regalato, ma sta di fatto che ora, sol ora, mi sentivo bene, soddisfatto; in pace con me stesso. Lo ingoiai un po’, come sempre, fin dove potei, poi nuovamente solo la cappella; su quella cosa rossa o rossastra, o rossiccia - non riuscivo a distinguere il colore -, e il suo taglietto centrale che si complanava così bene alla mia lingua, mentre una goccia saporita n’usciva; quel succo, quel sapor di seme e forse unico e solo di ragazzo, e non del suo semplice cazzo, m’indicava che c’era… che lui ora c’era e dopo, e per sempre, e in me e dentro me. Lo succhiai col suo ansimo che toccò le stelle, e poi ancora venire; lo succhiai, strusciando la lingua e quel liquido vischioso contro il suo glande; lo succhiai e lui ancora veniva a non finire, una cornucopia di seme per la mia impura delizia e assieme dannazione di lui che gocciava.

Buttai giù qualche flutto ponderandone il sapere, non potendomene dopo l’astinenza arrischiare anche un sol boccone inassaggiato: oro bianco, era per me, oro liquido non men prezioso della sua amicizia o della suo presenza in quella stanza. Salii lentamente per guardarlo nelle pupille, l’abbraccia da dietro prendendone le scapole nella mano; tenere quell’ossuta consistenza nel palmo mi davano vivida essenza della sua fragilità e assieme senso di tenerezza: - Scusa.. – bisbigliai e lo baciai sul naso nella penombra della stanza. Sembrava starci ora un lieve distacco di coccole e abbracci, ma: - Cazzo! … mia madre! – sentii il suo rumore per le scale; doveva essere arrivata appena quand’eravamo troppo presi per essercene accorti, e ora saliva. Presto avrebbe aperto quella porta: - Dai vestiti… - lo imboccai shockato, alzandomi mentre la luce si accendeva; corsi subito alla cucina per farne scudo col mio corpo e dargli il tempo di rivestire.

- Ciao mamma! – recava già le borse della spesa.

- A eccoti! È tutto spento… – allorché Luca riemerse dal buio – a, ci sei anche tu; finalmente ti rivedo! -

- ‘giorno… eh ‘sera! – salutò diligente.

- Cosa fai, resti a cena? – lei si sentiva sempre in debito per il fatto che la sua mi accompagnasse a scuola, i genitori… perché noi non ci facciamo mai così tante menate ad accettare una gentilezza?

- No, devo andare… – e prese la cartella –mi accompagni? – mi si riaccostò; aveva nel tono un qualcosa di sottinteso a cui non potevo dir no.

Accompagnai l’ospite in garage, oramai rimessa abituale anche del suo motorino, da quando la stagione si era fatta peggiore; lo vedevo in smarcato turbamento: una parte di lui sembrava dover andare, ma un’altra ancora voler rimanere. Riprese il casco due o tre volte farfugliando qualcosa sul domani, poi lo ripose sulla sella e si riavvicinò ruffiano: - allora vado… - sembrava voler sentirsi dire “no resta”.

- Dai, ci vediamo domani… -

- Sì, però… - mi agguanto il fallo – posso ricambiarti prima… - Già, il ricambiare… gli si leggeva in faccia che aveva voglia di succhiare; - Dai, vieni! – lo condussi nel ripostiglio, o forse nel cantinino; boh? Per me era solo il luogo dove mio padre teneva gli attrezzi. Lo prese subito in bocca; mi piaceva così, chino e piccino, da tenergli la mano sulla morbida cavezza alla giusta altezza, dopo tutte quelle volte che io m’ero prostrato per lui. Si sentiva che lo stava gustando, dopotutto era pure lui reduce da una settimana d’astinenza, e andava su e giù spingendo e mugolando, avrei resistito anche un quarantacinquina di minuti pur di godermelo così se non avessimo sentito nuovamente dei passi per le scale: - Alle, va tutto bene?-

- Presto prendi questi! – gli allungai i primi attrezzi a tiro, poi uscimmo in fretta mentre lei entrava.

- tutto bene?

- Sì, stiamo solo controllando il motorino… - e mentre io mi fingevo meccanico Luca reggeva martello e chiave inglese, come fossero coltello e forchetta, con l’aria di chi non sapeva cosa farsene; non poi un cosi gran attore.

- Beh, non è guasto…

- No, va tutto bene, ciao – fortuna le donne ne sanno poco di motori, perché come squadra eravamo davvero malmessa, e quel motorino non era manco stato aperto. Mia madre andò via, pericolo scampato! Ma ora era proprio momento di andare: - Dai Luca alla prossima! -

- Sì, è meglio! – prese il casco, poi mi ritornò vicino con lo sguardo malandrino: - Però me lo fai vedere un’ultima volta… - che insaziabile… però era anche giusto: nello scuro dello stanzino non l’aveva visto, l’aveva succhiato, ma non visto.

Lo guardò bene, lo strinse forte, mi diede tre colpi di sega contati e se ne andò via felice come una pasqua, mentre a me non restava altro che arrangiarmi da me.

Come cominciò... i tredici pompini

Stavamo tutt’e due supini a fissare il cielo della stanza, in quel letto che per tante notti c’aveva visti protagonisti di performànze inebrianti, ma ora così impacciati anche solo a cominciare con il primo approccio. Io lo volevo, non mi sarei tirato indietro! non questa sera, che era l’ultima sera! anche a costo di violentarlo, come la prima sera! E così avanzai con la mano verso lui lentamente: già lo strofinamento del palmo contro il lenzuolo si riempiva di tensione e aspettativa, poi, quando giunsi al suo soglio, pizzicai leggermente il tessuto che lo avvolgeva, ed era proprio quello leggerino dei suoi boxerini; chissà, forse era un suo modo discreto per dirmi il “via libera”? Così risalii la tondità della sua gamba nell’apatia più totale, soffermandomi sulla patta, palpeggiandola un pochino. Niente: Robertino non si smuoveva! ma intanto lo sentivo rigido come un tronco d’alt’alpe, quasi volesse sopraffare l’eccitazione che gli provoca, o forse era proprio quella? comunque entrai. Agguantai il suo penietto, bello flessuoso tra le anse delle dita, e mentre s’inturgidiva scivolai sulle sue sferette preziose, a carezzarle dolcemente; intanto mi sentii una mano farsi largo nelle mie mutande e prendermi il pene, poi iniziammo a masturbarci reciprocamente.
Ahhh, che bello masturbare un altro pene: la parte proibita d’un altro maschio! stringerla, carezzarla, menarla, ma soprattutto, dargli piacere! Ogni tanto scendevo ad occuparmi delle sue sferette, che da sole sembravano contenere tutto il segreto della sua erezione; e poi su..., su..., per quell’asta, fino alla sua sommità! poi basta: non ce la feci più! Mi fiondai con la destra a masturbarlo come si doveva: volevo sentirlo come fosse il mio. Ecco, lo sentivo ansimare: altri cinque o sei colpi e poi mi sarebbe venuto in un lago di sementa, inondando sé stesso e tutto l’intorno – me compreso –, in una chiazza che s’allargava e che nemmeno entro domattina non sarebbe sparita; così mi fermai e riprendemmo a segarci reciprocamente, e io di mancina.

Roberto guardava i nostri peni: il mio più lungo, il suo più corto, con sommessa rassegnazione; allorché, mosso da uno spirto pietoso, mi voltai verso di lui e con tenue affetto abbracciandolo gli dissi: – Non ti preoccupare...: crescerà! – stagliando il suo nello scuro con la sua forma fungina: – ...anch’io alla tua età ero come te! – e poi ripresi a menarlo, terminando il tutto con un lieve bacino sulla guancina per augurio. Finalmente gliel’avevo detto: il segreto che m’ero tenuto per tante notti per tenerlo al mio giogo con la fascinazione di un traguardo che doveva sembrargli irrimediabilmente irraggiungibile, era svelato; e ora chissà?
Vidi un sorrisetto sul suo volto da pupetto, e allora preso dall’eccitazione gli salii sul tronco accavalcioni, assumendo la mia “posizione del dominatore”. La notte buia: il suo torso mi pareva incredibilmente scolpito, più di quanto nol fosse in realtà: asciutto ma tornito, tonico ma robusto, piazzato il giusto, ma pur sempre inferiormente a me, con quelle spalline da tredicenne. Insomma, mi stavo infatuando della sua fasulla fisicità: tanto da cercar riparo tra le sue braccia, per trovare quel senso di protezione e d’abbandono, che tanto mi mancava; ma mentre mi chinavo, sentendomi il suo glande premermi contro il sedere, attraverso il pigiama, rinvenni, e da lì capii ch’era giunto il momento di ristabilire la naturale gerarchia: quella basata su chi ce l’aveva più lungo, sbandierandoglielo in faccia! Risalii infin sul suo torace, emergendo la mia cappella lucida per gli umori della preiaculazione; pronta per essere infilata nella sua boccuccia famelica, che già aperta l’attendeva. Ahhh... che goduria! anche lui si voleva nutrire di me: lo sentivo che mi (ri)succhiava! avanzai un poco per conficcarglielo meglio nella gola, e inarcarmi all’indietro per prendere il suo bel peniaccio. Ahh, sì..., quello sì ch’era un bel peniaccio veramente: duro! grosso! lungo! no, quello ancora no, ma presto lo sarebbe diventato! Iniziai a tirare con ambe le mani, come se dovessi estrargli una spada da sfasciargli sul quel zuccone; e più tiravo, più lui mi risucchiava: era come dovesse compensare, centimetri per centimetro, quel ch’io mi fingevo di estrargli; e quando mi sembrò d’essere completamente dentro lui, il suo mi parve quasi lungo come ‘l mio. Ero in estasi, e come un cavallerizzo, a cavallo del mio cinnazzo cazzuto affamato di me; ah!!! se solo avessi potuto inarcarmi ancora; fino a prendergli il cazzo in bocca, chiudendo il cerchio: avrei assunto una posiziona erotica da far invidia a qualsiasi contorsionista circense. Ma basta: ora dovevo ciucciarglielo! ripresi controllo di me, e dopo l’estrazione di me da lui, con un gesto quasi atletico mi misi parallelo al suo corpo, infilando il mio uccello nella fessura della sua patta, e cominciando a scoparlo. Robertino chiuse le gambe, e cominciai a strofinarmi anche contro il suo sesso, per regalargli un momento di godimento: era bello vederlo, così, sorridere e gaudere, quasi compiaciuto dell’essere scopato da me, il suo dominatore; e ansimante contro il mio petto. – Ti piace, eh! – gli dissi con ghigno ironico, e aumentai il ritmo. Sentivo il mio uccello strofinarsi contro le sue cosce e scappellarsi a poco a poco, finché la cappella non fu completamente nuda e cominciai a sentire un puntire tutto intorno: era fastidioso: volevo smettere; ma quel prudore mi costringeva a continuare: un po' come quando fui dentro al suo sedere; eppoi lui godeva! A quel punto pensai a se entrato mio padre: che figura imbarazzante! essere beccato a mimare di scopare un altro ragazzo come fosse una donna... ma forse quella era la cosa più normale che avevamo fatto in tutti quei giorni. Ora però, veramente, basta: il mio palato reclamava l’incontro con il suo pene! scattai in ginocchio, faccia a faccia con la sua verghetta buffa, e ne misi in mostra i testicoli: ben sopra le frangette della fessura, che m’ero appena scopato; e mi fermai a mirarla. Il fallo; il genitale maschile in fase d’erezione era una cosa veramente magnifica: che da sola sapeva trasmettere l’intero senso di maschietà perfino di un ragazzino; e allora mi buttai a mordicchiargli, tra le gonadi, quel principio d’asta nervigno.
L’odore, il sapore, il suo gemere: tutto maschile...! e allora il marone: tutto d’un colpo nella mia bocca; mmmh..., la mia passione di quel cinno cazzuto! Eran così grossi da sembrar du’ uova, di piccione; e quelle due gonadi, due caramelle di testosteron puro; da succhiare con cura. Ma ora basta anche con la mia scrotofagia! salii leccando quell’asta turgida, su su fino a quella cappella tumida, e via incastonandola, a meraviglia, nella mia cavità orale: ciucciarla, per me, era come completarmi un orifizio di cui finora avevo sconosciuto la reale funzione e il perché fosse cavo. Mi sembrava di essere un giunto ad incastro: di quelli con sede semisferica (la mia bocca) e un maschio a sfera (il suo glande), per permettermi la maggiore mobilità possibile, a trecentosessanta gradi; così com’io muovevo in quel momento la mia testa circolarmente, e, indi, il suo pene.
Quel piccoletto stava godendo, e godeva come un pazzo; e io ne andavo fiero! il suo pene mi compiaceva, mi riempiva e tra un po' mi avrebbe anche alimentato: sentivo che montava..., che cresceva! Robertino s’irrigidì, improvvisamente, come un fascio di nervi sotto le mie dita; e poi un gemito; un trattener di respiro; e poi rilassatezza, mentre la sua broda sgorgava nella mia bocca con l’impeto d’un fluido traboccante. Incredibile! Robertino era veramente straordinario: anche solo dopo una giornata appena, riusciva ad eguagliar me dopo almeno tre giorni d’astinenza; e io intanto continuavo a godermi quel saporino di sperma, che oramai, assieme ai protettivi e alla salsedine, era divenuto per me uno degli aromi che sapeva sapermi di mare e di vacanza: e peccato solo che, dopo quella parentesi, avrei dovuto dirgli addio; al massimo...: soltanto il mio.

Tornai a fianco di Robertino con un braccio sotto al suo collo e l’altra infilata nei suoi pantaloncini, a carezzare quella parte di lui che ancora non riuscivo a lasciare. – Ti è piaciuto, eh? – gli bisbigliai all’orecchio, e lui mi confermò con la testolina; non so perché: ma saper d’averlo fatto godere mi faceva star bene, però poi pretendevo ugualmente il contraccambio.

***

Quando sentii il suo fisichino riprendersi dal profondo stato d’intorpidimento del doporgasmo, cominciai a smuoverlo con lievi colpetti dietro il capo per spronarlo a farmi un pompino; poi finalmente capì. Anche perché in fondo stavamo pur sempre preparandoci per la vagina, ancóra: quindi ora toccava a me essere allenato per la figa.
Robertino si abbarbicò nei pressi il mio pube e subito sfilò il mio pene ricurvo guardandolo con ammirazione: forse s’immaginava quando anche lui ce l‘avrà avuto lungo come il mio, ma solo il tempo sapeva se avrei avuto ragione, oppure se gli avevo dato soltanto una pia illusione; poi fece per metterlo in bocca, ma io lo fermai. – No! – Roberto mi guardò come se non avesse capito – menamelo prima! – lo corressi e allora mi accontentò, ma svogliatamente.
Nonostante il suo menare disinteressato, cominciò a comparirmi davanti quel biondino che mi aveva menato appassionatamente: bastava il semplice tocco del mio pene, per rievocarmi quella scena meravigliosa. Ahhh sì! quella sì, che fu una vera sega strepitosa! poi... – Dai! Dai! – gridai a bassa voce, poiché stavo per venire; ma in quell’attimo di avvicendamento, tra la sua mano e la sua bocca, tornai indietro. Si vede, però, che il succhiare di Roberto mi piaceva... perché in quattr’e quattr’otto fui subito sui binari dell’organo!
Misi le mani sul suo capo, e cominciai a premere ritmicamente, fingendomi d’avere la cavezza di quel biondo tra le mani; ma intanto era quel moretto che spompinava avidamente: scendeva su e giù lentamente, aspirando con forza di un vuoto pneumatico nel ritorno. O che bello, quel cinnino spompinone! si capiva proprio che succhiare gli piaceva: ecco perché prima era così demotivato nel segare; poi iniziò a ciucciarmi sulla cappella solamente, quasi fosse una tettarella, e allora lo accontentai con il mio “latte”, anche se mi figuravo di sfamare quel biondino, in realtà.
Roberto continuò; continuò a lungo, più quanto non potessi desiderare, anche quanto il mio pene fu completamente collabito. Io ero entusiasta, ma la mia vena erotica non si era ancora esaurita, così quando Robertino tornò gli infilai la mano nei boxer a giocargli coi testicoli: ma non mi bastava solo quello; quello era l’ultimo giorno, quella era l’ultima che mi sarei potuto spupazzare bel un maschietto, e il suo genitale, in tutta tranquillità: così ci riprovai!
Robby,... – dissi un pochino imbarazzato, ed era la prima volta che lo chiavavo così: – ...questa è l’ultima sera...
Mh!... – fece lui, come se avesse capito dove stavo andando a parare.
...quindi, forse, ci conviene approfittarne... – e lui rispose di sì.
– ...ci conviene darci dentro! – e lui mi rispose un’altra volta di sì.
Allora..., dai, che facciamo un bel sessantanove! – e mi precipitai tra le sue cosce. L’avremmo fatto come ieri: fianco a fianco, poggiati l’un sulla coscia dell’altro; ma questa volta io lo volevo nudo: come mamma l’aveva fatto, anche se non l’avevo fatto di certo per quello...!
Gli sfilai i boxer, mentre lui si accapigliava con le mie mutande, e io incominciai subito a fellargli quel grilletto ben eretto, su cui m’avventai. Lo infilai tutto quanto in bocca – o almeno quanto mi era possibile –, quasi a farne a gara con lui, per prima, a chi ne infilasse di più in bocca, e poi mi sentii finalmente anche la sua bocca lavorare sul mio, ma subito si fermò; – Ma quanti ne vuoi fare? – mi chiese...
Eh?...
Quanti ne vuoi fare? – “di boccini” intendeva; mi fece segno con la mano.
Eh... giusto; quanti ne volevo fare? – T...u quanti anni hai?... – gli dissi la prima cosa che mi veniva in mente.
Tredici!
E a...llora te ne faccio tredici! – chiosai: uno per ogni suo (comple)anno.
E io sedici, allora! – rispose lui galvanizzato dalla gran cifra con cui intendeva riempirsi la bocca: in tutti i sensi...; e chi lo avrebbe mai detto all’inizio? e poi ricominciò a succhiare.
Mamma, che grand’impegno m’ero preso! ma il suo era ben più gravoso del mio; eppoi io, in quel momento, ci credevo. Cominciai a succhiare con gran voga, ed essendo quella anche una delle ultime volte, iniziai a registrarmi cosa significasse tenere quella struttura anatomica infilata in gola: ogni sensazione, ogni emozione che comportava, tenere quel paletto liscio e glabro serrato tra le labbra: il caldo, il duro, la cappella a fungo; eppoi il sapore; l’odore, agro e pungente tra le sue gambe; e il suo gran testone tra le mie. Sì, il suo gran testone – che poi non era così grande, ma strinto tra le gambe sembrava immenso, come averci un grand’uccellone! –: mi piaceva tenerlo attanagliato come fossi una piovra, per non lasciarlo scappare sul più bello dello sbocchinamento, e anche poi; e lui stringeva me.
Mmm, che bello..., la pressione delle sue cosce sulle mie orecchie! per aumentare l’eccitamento, passai la mano dietro le sue gambe a prendergli le palle, e in quel momento Robertino cominciò col turbo. Intanto io ripassavo nella mia mente la tabella di marcia di quei tredici di pompini: uno era già andato e il secondo stava andando: anzi era già andato (-11), sentii al più presto; e presto anche lui fu “solo” a meno quattordici.
Robby basta! – gli dissi di smettere anche quando avevo già smesso: evidente non si era accorto... ma io, dopotutto, non ero come lui...
Dai, ora dormiamo... – gli dissi riveste domi, e poi sotto le coperte chiarii: – Domani ci svegliamo per tempo: così continuiamo... – ; e lui: – Va bene! – assentì immediatamente, quasi diventata oramai la missione quella maratona di pompini.

Come cominciò... sabato

Smarlettavo Robertino beatamente, in quel dì di sabato mattina, col suo costume appena abbassato e nell’acque turbide dell’Adriatico, ben ancorati al materassino e godendomi la sua turgida quindicina. – È dura, eh? – diss’io riferendomi alla sua lungaggine nel venire.
Mh! – commentò lui, probabilmente riferendosi alla sua turgidezza, che la salsedine sembrava avergli favorito. Incredibile com’omai toccarci il pene a vicenda fosse diventata una cosa normalissima, quasi banale direi, tanto da sembrar risibile il non averci pensato prima, soprattutto in mare, dov’eravamo spesso; poi Roberto proferì fatalisticamente, come dovesse essere la sua memorabile frase di chiusa teatrale: – Oggi è l’ultimo giorno... –, sospirando lungamente.
Ma cos’era tutta quella tetrezza da film hollywoodiano, con lo sguardo rivolto verso l’orizzonte che sembrava sovrimporsi ai suoi ricordi che gli passavano davanti per finire là, in quell’azzurro lontano, dove mare e cielo si toccano e confondono in un mescersi confuso? – C’è anche domani – precisai.
Ma domani partiamo! – rispose acidamente come se gli avessi distrutto il suo più epico momento di struggimento melodrammatico.
Il suo essere cinno fetuso non l’aveva ancora perduto! così si meritava una bella strizzatina di gonadi, poi ripresi: – Conoscendo mio padre, ...e credimi: lo conosco! – a meno che non volesse mettere in discussione pure quello per il solo fatto d’aver passato con lui un pomeriggio da solo: – ...partiremo sul tardi, quindi avremo tutta la giornata davanti! – aumentai il ritmo della sega per fargli capire cosa...
Davvero? – s’illuminò immediatamente (infatti, ricordavo che lui era solito partire la mattina sul tardi, così che noi avevamo tutto l’ultimo pomeriggio davanti per prenderlo in giro e prenderci, alle sue spalle, quelle rivincite che altrimenti, davanti a lui, non avremmo potuto riprenderci, ma ai suoi fantasmi, sì).
Sì, come minimo partiremo dopo cena... e posso dirti anche, approssimativamente, all’ora cui arriveremo da te: circa verso le undici; e a casa mia a mezzanotte!
Bene! – esclamò, e siccome aveva la smorfietta di uno che stava per venire, lo scappellai.
NO! – gridò, intendo «In mare no!», attirando l’attenzione di tutti coloro che ci stavano intorno; fortuna ch’eravamo lontani dalla spiaggia!
Ma dai che non brucia! È solo una leggenda metropolitana! – e l’iniziai a stimolare sulla cappella per aggradargli la situazione, e dopo mi diede pure ragione; ma perché quel tredicenne non se ne stava zitto, e si fidava ciecamente di me!? non gli avevo forse dimostrato che la mia nuova missione non era più farlo soffrire? che non eravamo più nemici per la pelle..., ma, semmai, amici per le palle? fratelli di seme; concubini carnali alla ricerca di un sempre maggior piacere? eppoi com’era divertente stuzzicalo su quella cappella liscia in mezzo al mare, a tutta quella gente ignara che due ragazzi si stavano masturbano in mezzo a loro!

È tardi, andiamo? – dissi, facendogli capire di metter via il pene, ché mio padre ci stava certamente aspettando. Quella mattina non ci aveva lasciato neanche un attimo di pace, neppure per un fugace pompino prima di colazione; ma noi due sapevamo comunque come ritagliarci i nostri spazi di divertimento.
Usciti dall’acqua, lo feci immediatamente correre simulando una gara, non volendo che la gente lo vedesse col costume bagnato e soprattutto col suo bell’amico bellamente in tiro. Per tutti quei giorni fu un’impresa non farlo notare a mio padre: mi frapponevo sempre fra loro quando uscivamo dall’acqua, e poi sempre a menarlo per la spiaggia in attesa che quella pezza bagnata s’asciugasse: insomma da baby-sitter mi era toccato fargli per tutti quei giorni.

***

Il pomeriggio fu un autentico tormento: il nostro orgone – causa il mancato sfogo mattutino – aveva iniziato a prendere sopravvento sulle nostre povere menti già dopo la prima portata; io già lo vedevo anch’egli sopito, annoiato e accaldato agognare da me un tocco proibito anche s’elargito da sotto il tavolino: se gli avessi anche solo tintinnato i testicoli col piedino dall’altra parte del tavolo, me ne sarebbe stato grato; ma non potevo.
Dopo pranzo fu anche peggio: la canicola pomeridiana sembrava aver acuito la nostra erotomania, e io già mi vedevo buttato sull’ottomana con lui che me lo succhiava mentre mio padre se n’andava a dormire; ma quel pomeriggio non volle concederci neppure il momento del suo riposino per farci fare un pompino, che subito ci coscrisse a sé per l’intera giornata: cominciavo a sospettare seriamente che avesse a mangiato la foglia, visto che non ci lasciava più un attimo soli.
Arrivati in spiaggia, tra il caldo torrido e il sol battente, mio padre si buttò sul lettino com’un’iguana pigra, e io e Robertino sull’altro accontentandoci di quel poco d’ombra pia che il sole prepotente ci concedeva sotto l’ombrellone, mentre la sabbia intorno coceva. Scottava, solo a guardarla l’aréna scottava, e l’arsura e il calore e il sudore rappresentavan per noi un potente afrodisiaco ch’incalzava il nostro desiderio erotico; ahh... se solo avessi potuto toccarlo! se solo avessi potuto strusciarmi su’ suoi lembi di pelle nuda! poi Robertino mi chiese di passargli la crema, ma: – Aspetta... – gli feci io; gliel’avrei spalmata io! Quell’abbronzatura..., quegli unguenti ungenti...: la sua pelle più lucida del solito, e più bruna (Robertino doveva avere naturalmente una carnagione più scura della mia!) eppoi il suo fisichino...: ancora tredicenne, eppure così tonico e robusto; più di quel biondino! oltre a spalmargli la schiena, gli sarei scivolato davanti, da dietro, abbracciandolo, e poi sarei finito nei suoi pantaloni a menargli il grillo, già duro, come il mio. L’odoravo, e quello, almeno apparentemente, non doveva destare sospetti a mio padre, perché in fondo ci stavano spalmando; poi volle essere lui a spalmare me, anche se il suo tocco non aveva la stessa delicatezza e sensualità di Luca. Comunque si vedeva che anche lui cercava un contatto erotico con me, attraverso le nostre epidermidi, e che solo a quel modo poteva sembrare “lecito” e soprattutto giustificabile.
Per tutto il tempo non femmo altro che cozzarci contro, a vicenda: schiena contro schiena, spalla contro spalla, testa contro testa; spossatamente, svogliatamente; sotto l’ombrellone, il solleone, sulla medesima sdraio, e di là mio padre che dormiva; alla ricerca d’un qualche tocco erotico che, come prima, fosse in grado di darci un qualche sollievo al nostro tormento. Venne poi il momento d’entrare in acqua, quando il sole si fé men prepotente, e a Robertino s’illuminarono gli occhi, subito spentesi all’annuncio di mio padre d’entrare in acqua con noi: evento rarissimo. Basta! ormai era conclamato: causa il suo stramaledetto costume, mio padre ci aveva scoperti! Lui e quel suo stramaledetto costume, e quel coso che c’aveva frammezzo le zampe; gliel’avrei strappato, a morsi! Ero così nervoso, che neanche in acqua, mentre mio padre e lui si divertivano a schizzarsi, non riuscivo a distrarmi; quel maledetto scippa-padri non lo sopportavo più! cominciava a ristarmi sul cazzo, notevolmente; e mentre correva tra l’onde a(v)vrei voluto affogarvelo, anche se quel costume, ora, mi pareva men trasparente.
Usciti dall’acqua, fu come se quel bagno c’avesse mondati d’ogni traccia del nostro coinvolgimento erotico, e ora, pur vedendolo tutto di gocce grondante, non aveva più alcuna sensualità per me: era solo il moccioso che era, col sembiante tredicenne che aveva; ma meglio così: perché, se come temevo, ormai, mio padre ci aveva scoperti, stasera mi avrebbe chiesto certamente di dormire con lui, onde separarmi da quella tentazione di nome Robertino. Non vedevo però, in tutti i modi, l’ora che quella settimana finisse; di ritornare dai miei amici, della mia età; di non pensare più a tutta quella situazione: era solo stato un errore, un errare, una svista passeggera, una sbandata vacanziera senza più alcuna implicazione, un’occorrenza che senza più evidenza del ripetersi, ... ; e il prossimo anno, al destino compiacendo, sarei finalmente andato in vacanza coi miei amici.

***

Oggi, mio padre, non voleva proprio svestire i panni del superpapa – sarà stato da quando avevo ott’anni che non lo vedevo così presso –: dopo cena c’offrì pure una supercoppa di gelato: di quelle in coppette di cristallo, con tanto di cialde, cinque o sei gusti a scelta, più cioccolato, zuccherini e, volendo, anche panna montata; insomma una di quelle cose che si addicono solo a grand’addii reali. Ma la cosa che più mi compiaceva, è che guardando Robertino non provavo più alcuna attrazione erotica per lui, e la nostra situazione sentimentale era limpidamente algida e chiara come quella coppetta di gelato che di tanto in tanto tintinnava col cucchiaino; poi, guardando il sedere d’un ragazzino a pochi metri da noi davanti al banco frigo in calzoncini bianchi, mi rivenne in mente il posteriore di Luca, e improvvisamente anche Robertino ricominciò ad apparirmi bello e sensualmente più di prima!
Bene, ragazzi, allora io vado! – disse mio padre alzandosi in piedi: – Mi raccomando, non fate tardi che domani è l’ultimo giorno... – e dopo i saluti altrettanto figlieschi di lui, se ne andò.
Mannaggia, che fare? io ora qualcosa, con lui, la volevo veramente fare: che so? una toccatina, una spompatina...; ma intanto, tornado a casa, avevo veramente paura che mio padre mi mettesse a dormire con sé, quindi mi toccava fare qualcosa ora, se ci volevo provare; ma prima mi toccava risvegliarlo, visto che sembrava completamente desensualizzato.
Dai, vieni che andiamo! – lasciai lì le cialde per la fretta. L’erezione mi tirava nelle braghe e m’impediva di camminare, così mi sedetti su una panca a rifletter un quarto d’ora: ogni minuto che passavo con lui mi accresceva la mia voglia di masturbarlo, ma lui non mi cagava; chissà, forse avrei potuto dargli crucco e violentarlo poi sulla spiaggia, ma da svenuto non gli sarebbe venuto dure, e io era quello che volevo! Non sapevo che fare: dove portarlo per risvegliare la sua sopita libido; forse al sexy shop? naaa..., troppo lontano! eppoi vicino non c’erano posti isolati; oppure alla spiaggia, dove avevamo fatto la prima volta pipì...! chissà, forse quel luogo avrebbe potuto svegliarlo? Poi, gironzolando, capitammo nei pressi di quel parchetto vicino la marina, che m’aveva visto la prima volta sbirciare le mutande di Luca e prender conoscenza co’ suoi fianchi: allora mi venne in mente di riprovarci.
Facciamo a gara? – dissi arrampicandomi per la scaletta che giungeva le due torrette orizzontalmente, lanciandogli così un’implicita sfida. Speravo che giunto a certo un punto, come Luca, non ce la facesse più, così mi avrebbe chiesto d’aiutarlo; ma invece arrivò tranquillamente sino in fondo, e da lì poi scese usando la reticella che l’accompagnava comodamente fino a terra; da cui il sospetto che Luca, quella volta, l’avesse fatto apposta! Ma ora non m’importava: m’interessava solo risvegliare la bestia erotica che stava dentro quel nanetto moccioso; provai così con la pisciatina, dietro un albero, con auspicio che mi seguisse; e lo fece. Anche lui, a un metro da me, con il grillo di fuori e le gambe diverte, in vera posa da uomo, e l’urina che man mano finiva; ma nonostante che ci provassi a metterlo in mostra, col cazzo che s’intravedeva con le luci dell’insegne della città, Robertino non mi degnava.
Niente, non mi dava retta...: non mi restava altro che tornarmene a casa, e sfogarmi da solo nel bagno con mio padre che, nel frattempo, preparava i letti per tutti e tre, ma il mio col suo; e così, dopo una settimana di sesso sfrenato, non mi restava alto ch’archiviare il tutto con una sega mesta e l’effimero ricordo di quella scappellata in mare con la sua cappella liscia nella mia mano, per dimenticare poi tutto.

***

Rincasammo sul tardi, trovando il letto già fatto e mio padre di là coi ghiri a dormire.
Sss..., fa piano! – gli dissi: non volevo si svegliasse e magari mi chiamasse con lui a dormire. Roberto si defilò subito il bagno e n’usci così v’era entrato; evidentemente si voleva cambiare da solo: chissà se avrebbe indossato quei boxerini che a me piacevano tanto…, ma tanto, ormai, non ci contavo molto. In bagno mi venne una crisi di coscienza in quel riflesso di me, che il me stesso d’una settimana prima non avrebbe mai riconosciuto come sé stesso: ma che mi stava succedendo!? ma io, però, un’ultima scalippatina gliela volevo dare... solo quella, giuro! e poi basta sul serio: in fondo Robertino quando mai l’avrei rivisto? e poi, al destino compiacendo, il prossimo anno sarei andato in vacanza coi miei amici; ma adesso…?

Scivolai nel letto che Roberto s’era già rincalzato sotto le coperte in quella che sembrava una roccaforte per evitare che io lo raggiungessi; – È molla un po'! – gli brontolai strattonando, finché non mi concedette un quarto di coperta, poi, tirando di nuovo, guadagnai l’intera metà volgendolo supino.

Come cominciò... doppio

Era sorridente mio padre: ci guarda con gli occhi pieni di lieta malinconia, mentre ci rubavamo le patatine dal piatto, in quello stesso luogo cui, una settimana prima, giurai di distruggere la vita di Robertino, e invece, ora, ci trovavamo a ridere, come due scemi, seduti dalla stessa parte del tavolo: – Ghiri…ghiri…ghì… – gli fece solletico sotto al collo perché lasciasse sguarnito il piatto: – …fregato! –.

Dai…! – mi disse col tono piagnucoloso, come se adesso pretendesse da me le cure, anziché i dispetti; ma che stava succedendo… perché era così imbelle? dov’era finita la nostra fiera ostilità? la sua rivalità? possibile che mi fosse bastato così poco… che mi fosse bastato incularmelo per domarlo? Ma adesso mio padre ci guardava finalmente felice, anche se mi faceva sentire in colpa… perché lo faceva? Mi faceva sentire in colpa il non essere lì, in quel momento, solamente con lui: il non aver passato quella settimana semplicemente noi due; avrei voluto portagli le braccia al collo e dirgli «ti voglio bene… papà!», grato per quella settimana con Robertino – grazie a lui –, che mi rubò una patatina dal piatto. Dopo cena ci accompagnò pure a prendere il gelato, ovviamente pagò lui: forse la parte di Roberto l’aveva presa dal suo fondo spese, o forse gliel’aveva offerta lui, come la cena d’altronde; ma che mi importava!… io continuavo a sentirmi male: come sospeso tra quell’immagine di lui, che se ne andava di spalle, e quella provocante di Robertino, che mi guardava allettante in pantaloncini corti, tirandomi verso la spiaggia. Ma che aveva ora? mi corteggiava come se fossi il suo migliore amico… però, intanto, quella musica ,che l’aveva attirato sulla spiaggia, non proveniva da una festa, come ipotizzato, ma da un bar, e così ci sedemmo su una altalena (di quelle che squadrano i maroni).

Roberto si sedette per primo, alzandomi la sella all’altezza del cavallo, così che mi potetti sederi anch’io, sollevandolo in aria col solo vantaggio del mio peso, che lui non sapeva contrastare. – Dai… – mi disse, ancora rifacendo l’indifeso… e così lo feci scendere, mostrandomi magnanimo; poi iniziammo a dondolarci. In quel movimento notai un piccolo monte bianco sul suo pantalone panna, che catalizzò completamente la mia attenzione, che però Roberto sembrava non percepite, preso com’era dalla nostra ritrovata sintonia; ma io, invece, me lo immaginavo già nudo su quel coso, che andava su e giù, e io che glielo mangiavo… Lo portai in mezzo al parco, ma lui ancora non dava segno ai miei segnali, allora lo portai sul lungomare, in mezzo alla gente, per potermi calmare, ma anche lì, non appena si affaccio da una ringhiera, la visione del suo posteriore candido, mi eccito: – Roberto, andiamo a casa… –.

***

Oramai era più forte di noi: a una cert’ora, anche non tarda, dovevamo rincasare, seppure anzi tempo, calamitati da quel letto che mio padre ci aveva preparato sull’onda emotiva dell’averci visto finalmente andare d’accordo. Ci cambiammo al buio come sempre: in realtà solo lui doveva farlo, perché io il mio corredo per la notte l’indossavo già; c’era, però, qualcosa di strano che non andava in lui… Robertino, infatti, sembrava sessualmente inerte: il suo grillo non era bello vispo come mi sarei aspettato, cambiandosi davanti a me, ma molle, come se quel rito di spogliazione fosse ormai parte di un atto notturno privo di sensualità. Quando tornai dal bagno, Roberto stava già nella sua metà del letto; entrai e iniziai a punzecchiarlo: – Allora… –.

Fa caldo… – mi disse controvoglia, come se anche quel lagno fosse faticoso ormai per lui, e poi si voltò dandomi le spalle; un affronto peggiore non poteva farlo! Mi accovacciai dietro di lui e cominciai a molestarlo; ma come… ieri sera era stato lui a costringermi ad avere un rapporto orale, e ora, solo perché era lui che non lo voleva, pensava di cavarsela così! Continuai a stanarlo: finii nel suo boxer e iniziai a gingillarglielo; ma allora non era vero che non ne aveva proprio voglia, perché gli stava diventando già duro…, ma poi s’alzò dicendo che doveva andare a bere. Nel mentre entrò anche mio padre in cucina: lo squadrò come se avesse visto un alieni con la bottiglia in mano, e poi guardò me con gli occhi sbarrati, ma nella penombra della sala dovevo già sembrargli dormire. – Roberto non a collo! – gli disse proponendogli un bicchiere – giustamente, almeno, l’educazione poteva impararsela essendo un’ospite!

Ma non hai sonno? – gli chiese con evidente imbarazzo.

Ho sete! – disse Robertino.

Va beh…, fa caldo… – in effetti, anche lui s’era alzato per bere: – dai, vai a letto… e ricordati di mettere via l’acqua! – intanto lo schifiltoso si era servito un altro bicchiere d’acqua, e mio padre se ne tornò a letto. Roberto con calma si finì il suo bicchiere, lasciandolo sulla tavola, e ricomparve da dietro l’orizzonte di questa con una vistosa erezione nei boxer, a mo di maniglia; ma quel cretino non s’era fatto beccare da mio padre con un’erezione in atto! Ecco perché quello sguardo sbarrato… doveva essersi interrogato sull’opportunità di farmi dormire con uno così: uno che gli si presentava candidamente con la canna in tiro! supponendo che non l’avesse imputato a dei nostri giochetti notturni, ma probabilmente alla sua esuberanza ormonale, di certo doveva essersi disagiato, come genitore, all’idea di aver fatto dormire il proprio figlio adolescente con uno così, decidendo lui d’ospitarlo! Che deficiente…! ma in tutti i modi non ce la facevo a essere in collera con lui, anzi quel gonfiore mi eccitava.

Riprendiamo…! – disse Robertino appena rientrato nel letto; ma come… non aveva caldo? o bastava un semplice bicchiere d’acqua per refrigerarlo… comunque non me lo feci ripetere due volte: entrai nel suo boxer e glielo tirai fuori. Supini ci segavamo a vicenda: lui segava me, e io segavo lui; era rilassante farlo: sentire quel pezzo caldo di carne in mano non mio… ci sarebbe mancato soltanto un cielo stellato sopra di noi e tutto sarebbe stato perfetto, e magari anche una bella brezza su di noi due distesi sulla spiaggia, su due lettini appaiati, e con la risacca del mare a farci da sottofondo; però che noia quel monotono su e giù! Guardai i nostri peni ritti: il mio più grosso, il suo più corto; doveva ormai essersi abituato a tal evidenza, anche se un po' mi mancava la sua irruenza, ma probabilmente si era fatto una ragione dell’età, o forse semplicemente si era sottomesso al maschio alfa, a quello dal membro più grosso, che oggi pomeriggio gli aveva infilato i suoi venti centimetri nel retto; ma ci voleva una svolta: – Scappellamelo! – gli dissi.

Perché?

Così prende un po' d’aria… – in realtà volevo che me lo succhiasse incitato dalla mia cappella nuda; ma Roberto non colse l’invito: lo scappellò un attimo e poi riprese a segarmelo, mentre io rimasi incantato fissare la sua paffuta cappella. Quando finalmente si decise a succhiarmelo, alzandosi deciso, lo fermai: – Aspetta… – gli dissi: – lo facciamo doppio? –.

Mmm…

Tu a me, e io a te… contemporaneamente! – ne avevo voglia di rifarlo come ieri col biondino; ma poi pensai che lui ce l’aveva più corto di Luca, quindi avrei dovuto alzare la testa, mentre se fosse stato sotto probabilmente avrebbe goduto soltanto lui; – Tu sei destro, vero? – mi venne in mente un’idea, e annuì: – allora vieni qua! –. Ci scambiammo di posto: lui lo avrei lasciato con la testa dalla parte del cuscino disteso sul fianco sinistro, cosicché entrambi saremmo stati liberi di usare la mano dominante per poterci masturbare; poi gli fece piegare la gamba sotto: – Ci poggiamo qua! Su, levami i vestiti! – non vedevo l’ora di sentirmi spogliato da un altro, ma non mi tocco il pene.

Levami anche i miei… – disse.

No, non ce n’è bisogno… – gli usciva già comodamente dalla fessura, il che mi eccitava ancora di più eccitare: afferrai quell’uccello e mi poggiai sulla sua coscia per ciucciarglielo come un enorme ciuccio, quel che in fondo per me era…, e Roberto fece lo stesso con me; però… c’aveva una testa pesante per essere una zucca vuota! ma allora è vero che la testa é la parte più pesante del corpo e comunque mi conveniva stare attento se non volevo pesargli troppo, perché già la sua mi pigiava tantissimo, e in fondo era tre anni più piccolo di me. Era decisamente più rilassante quella posizione rispetto quell’altra: non te ne dovevi stare con la testa penzoloni a ciondolarla continuamente, ma te ne potevi stare poggiato su un cuscino naturale e concentrarti unicamente sulla cappella; intanto pensai a mio padre, a quella faccia che aveva fatto… se solo avesse saputo quello che adesso stavamo facendo ora, separati da una sottile parete da lui, sarebbe successo il finimondo; ma io Robertino me lo stavo godendo, anche se mi dava noia quel senso di piccicaticcio tra la guancia e la sua coscia. Mi staccai da quell’uccello e iniziai passandogli i polpastrelli sopra, volevo sentirne l’effetto: quel lucido che si sentiva perfino sotto le dita, per sinestesia, con quella turgida cappella liscia; che strato vedersi quella larga cappella tonda a due centimetri dalla faccia, aveva assieme sia una valenza iconica che onirica e m’apparve in quel tondo una faccia: una faccia bionda, la sua faccia … quella di Luca. Subito lo ripresi in bocca con l’intento di farlo venire: l’avrei ripreso tutto quanto in gola quello di Luca, come un gabbiano che ingoia un pesce ben più lungo del suo becco; ma presto mi resi conto che era impossibile per venire insieme in quelle condizioni, vuoi il caldo, vuoi il fastidio per quella piccicura, che mi impedivano di conciliare l’impegno per farlo venire e la concentrazione per avere il mio orgasmo assieme. – Robby… – mi fermai: – con ci riesco! – mi sentivo imbarazzato: – mi fai prima te? –.

Sì! – annuì col capo.

– …però continua dopo…! – non volevo mica che si fermasse solo perché non venivamo insieme… e subito l’ingoiò voracemente. Mi puntai il suo uccello verso la bocca per leccarlo; ma come facevano tutti quanti a trovarlo sconveniente, a dire che era disgustoso, solo perché ero maschio? In fondo io stesso ce l’avevo: se me lo toccavo, perché avrebbe dovuto farmi schifo toccare quello di un altro… e poi anche le ragazze lo prendevano in bocca, perché allora io avrei dovuto esimermi da un tal piacere; mi sentivo venire! Ancora un piccolo sforzo, ed ecco… chiusi le gambe sulla testa di Roberto, e gli occhi, e lui fece lo stesso con me; me la sentivo bella stretta quella grossa crapa che mi ciucciava, e lui non demordeva… poi mi resi conto che anche lui stava arrivando; mentre mi spargeva il suo aroma tredicenne nella bocca: era buono, sostanzioso e ora che ci prolungavamo l’orgasmo a vicenda, cementavamo la nostra amicizia definitivamente.

Ci scollammo contemporaneamente, quella pompa mi aveva stremato eppure sentivo già la nostalgia di quell’arnese nel mio cavo orale; e mi recai in bagno ad asciugarmi, calzando faticosamente le vesti che a stento scivolavano sulla pelle madida, al mio torno Robertino riposava già, con l’amichetto messo via, stravaccato sul letto. Mi sedetti accanto a lui, a guardarlo: guardavo il suo fisico acerbo, guardavo i suoi pantaloncini e ne avevo ancora voglia; salii lentamente lungo la sua gamba, tentando d infilarmi sotto il tessuto, ma non vi riuscivo, allora salii sul suo pacco. lo rifacciamo… – riproposi, ma lui non mi rispondeva, mi guardò come se avessi detto una scemenza e poi si rivoltò di lato, ma io non ne aveva ancora voglia… Rientrai nel suo boxer dalla solita fessura e lo tirai fuori: era il mio bambolotto sessuale, e mi ispirava una lussuria incredibile Robertino, e non me ne fregava affatto se ora ci facevo la figura di un maniaco appassionato per il suo sesso.

Aveva già ripreso forma, ma non ancora abbastanza nerbo per stare in piedi da solo: ma si accasciava di lato come una maniglia;fu allora che mi venne in mente la domanda: – Ma tu lo porti sempre così? – indicandogli di lato

No!

Ma allora perché ti fa la maniglia?

Mmm… – avevo usato un linguaggio troppo criptico.

Cioè, va di lato!

Eh, quando mi diventa duro, giù non ci sta! – allora era un fatto fisiologico, non lo faceva solo per mettersi in mostra; ma in quel momento sfilai fuori anche le sue balle dalla stessa fessura del pene, e in un impeto erotico mi buttai sulle sue albicocche pelose per leccargliele tutte; ne sentivo i noccioli in bocca, le gonadi, e intanto lo masturbavo… ma come aveva fatto la natura a inventare qualcosa di così fantastico! Il fallo era semplicemente un manufatto perfetto: un set composto due palle e una mazza, senza le quali sarebbe apparsa incompleta; e io in quell’estate ne avevo scoperto la passione.

Come cominciò... la retta via

Svegliarsi la mattina, giocherellando col pene del tuo amichetto direttamente nei suoi boxer, mentre papà vi prepara la colazione, non ha paragoni… per tutto il resto, c’è il resto della giornata per farla in barba alla bigotta moralità; mi occupavo del gigetto di Robertino, che mi guardava sonnacchioso con un occhio mezz’aperto e l’altro chiuso, ben rannicchiati sotto le coperte, e io provavo quel brivido arrogante che si può avere nel farla franca sotto il naso di un genitore.

Allora io vado! – disse mio padre: – sbrigatevi che vi voglio vedere spiaggia, eh… sono gli ultimi giorni di sole questi! – e chiuse la porta nell’indifferenza più totale.

Dai, a tavola! – gli dissi levando la mano dal suo intimo; ma a tavola un corno! non c’era nulla di pronto sul tavolo: toccava ancora una volta a me preparare la colazione… e per tutti e due. Certo che mio padre ci aveva preso gusto con ‘sta storia che volevo sentirmi adulto, ma non pensavo proprio che sarebbe arrivato persino a lasciarmi morire di fame pur di rendermi responsabile, e per di più con quell’altra piattola da sfamare; però certo non mancava di lasciami un poco più di libertà, neanche per sbaglio!

Dai, muoviti! che dopo ci marona! – gli levai il lenzuolo di dosso beccandolo intento a masturbarsi: – …ma metti via quell’affarino che fa ridere! –; ma Roberto non reagì: sgusciò fuori dal letto e corse subito in bagno con la banderuola in tiro; doveva aver ormai metabolizzato il mio maltrattamento e non traeva su di lui più alcun effetto.

Andai ai fornelli a scaldare del latte, come al solito si sarebbe accontentato di quello, anche perché altro, pur sapendolo fare, non gliel’avrei preparato; Roberto tornò dal bagno, mentre ponevo le scodelle in tavola, soffermandosi sullo spigolo: – Allora…

Allora che… dai il tempo che si scaldi! non sono mica il padrone del fuoco!

Oh… guarda qua! –disse aprendosi la patta come se fossero le grandi labbra di una vagina: – non sembra una figa…? –; ecco a cosa pensava un tredicenne rinchiuso nel bagno! e in effetti, agli occhi infoiati di un tredicenne quella fessura oblunga poteva anche scimmiottare malamente una vulva spalancata. M’accovacciai per osservarlo meglio in quell’incavo profondo, ma non coglievo nulla: solo buio, un buco che inghiottiva l’intero suo sesso; ma in fondo che cos’era una fessa, se non un’oscura cavità in cui far scomparire il proprio sesso? Poi mi avvicinai e intravidi tra la trama fine una sagoma d’ombra: nero ai lati, poi due chiazze di luce e in fine di nuovo nero in mezzo; una M di ombra, che pian piano andava definendosi con la forma del suo membro.

Mmm… c’assomiglia! – gli dissi mettendo due dita al posto delle sue: – Mah, vediamo con un cunnilingus! – e vi ficcai la lingua dentro quel groviglio di peli, pene e maroni; insomma, una bella magnata di fica ma sapore d’uccello, ma il latte incominciò a sfrigolare.

Sborriamo nel latte? – mi chiese quel piccolo pervertito.

No, dai… aspettiamo il pomeriggio! – tanto mio padre sarebbe partito e troncai ogni intrattenimento erotico.

***

Finimmo di pranzare con quello che mio padre frettolosamente ci aveva preparato prima di partire; oggi proprio non aveva voglia di viziarci, anche se le scaloppine al limone sono sempre state uno dei miei piatti preferiti, nonostante l’apparente banalità. Sarebbe tornato per cena, aveva detto, o poco prima, il tempo di una doccia – conoscevo bene mio padre, io…! –, e gli avevamo promesso che ci saremmo fatti trovare pronti per tempo: lavati e puliti, e anche la casa, e pure che saremmo andati in spiaggia perché “quelli erano gli ultimi giorni di sole”; insomma, troppe cose gli avevamo promesso, e troppe per essere mantenute tutte insieme e dar seguito ai miei progetti, che ancora non avevo.

Roberto mi coadiuvava nel lavare i piatti, lui me li passava e io lavavo, ma come massai proprio non c’eravamo tagliati: a un certo punto mi spinse un piatto sotto il rubinetto, invece di passarmelo, e mi schizzò tutto quanto inzaccherandomi la maglietta, che subito mi levai; Roberto allora mi guardò col muso geloso, quasi che il mio stare a dorso nudo per la casa fosse un atteggiarsi a bellimbusto da spiaggia, e così volle levarsela pure lui lamentando il solito caldo. Ora giravano entrambi a torso nudo per la stanza e in poco tempo l’aria fu satura di libido; mi eccitava vederlo così: seminudo nella penombra della stanza; era come se i suoi pettorali, i suoi bicipiti, i suoi fasci dorsali si fossero d’improvviso delineati, evidenziati dalla fosforescenza del suo costume sulla tenue muscolatura (in realtà appena abbozzata sotto la carnagione abbronzata), dandogli un’aria da vero ragazzotto. Era tutto un continuo scontrarci e chiederci «scusa», ma a un certo punto gli chiesi di levare un limone dalla tavola, per poterla lavare, e Roberto si chinò; in quell’istante gli sarei saltato addosso, eccitato dal vedere la sua schiena bruna e maschia distesa sotto di me, per potermelo ingroppare sul momento, ma mi limitai a pulire. Quando finii, mi ritrovai Roberto imbambolato ancora con il limone in mano e gli dissi scherzando: – Che fai… ci fai collezione? Veh, che ti ci condisco il pesciolino! – e feci finta di toccarglielo, ma lui non indietreggiò minimamente; possibile, mi chiesi, che la nostra “confidenza” fosse tale ormai da lasciarselo toccare senza il minimo arretramento? Avevo creato un mostro, e quando mi rivoltai nuovamente, dopo aver buttato la spugna nel lavandino, me lo ritrovai con un enorme sorriso stampato sulla faccia, che veniva voglia di prendergli a schiaffi, e quel limone ancora in mano: – Lo facciamo… – mi disse.

Cosa?

Questo… – e m’indicò in senso di spruzzarselo sul pistolino; mammamia che perverso: voleva mettere in atto il mio suggerimento….

Sì… va bene! – gli dissi celando il mio sconcertamento, ma la sua dabbenaggine m’aveva riacceso un lato sadico sopito col tempo; lo invitai a prendere posto dall’altra parte del tavolo: l’unica col mobilio sgombro alle spalle, perché qualcosa mi preannunciava che ne avremmo viste delle belle…

Che buffo vedere quel cazzetto a funghetto sbattuto sul tavolo, proprio all’altezza giusta del piano e perfettamente allineato al motivo del linoleum: conoscendolo si poteva persino stimarne la dimensione 15 x 15 della quadrettatura decorata; ed era anche fortunato perché i testicoli gli stavano proprio fuori dallo spigolo. – Però scappellalo…! – gli dissi retraendogli il prepuzio – se no il bello dov’era…! – e la forma fungina ne risultò esaltata. Lo premetti per bene contro il tavolo e gli sgocciolai la fetta di limone sulla cappella, che sola m’usciva dal palmo, ed immediatamente Roberto spiccò un balzo all’indietro, dandomi uno strattone che mi parve cavarsi l’uccello dal corpo; e poi lo vidi saltellare come una cavalletta agonizzante, trattenendosi chino il pene, e lamentando dolore.

Su…, quanta scena per un po' d’acido citrico! – gli dissi sarcasticamente, e intanto notai, nell’angolo dov’era, un alone di sudore lasciato dal suo pene che andava riassorbendosi tra le gocce di limone. Fui rapito da quel dissolvimento, e quando svanì ricominciai ad udire le sue lamentazioni: – Su, fa vedere… – gli dissi chinandomi su di lui; ero curioso di vederlo: il suo pene mi si proiettava dritto e ancora bello scappellato; un gioiello, insomma, da prendere in bocca. Roberto parve subito gradire il mio intervento di lenimento e si fermò beato a lasciarselo ciucciare; mi stava intrigando quel sapore d’umori maschili mischiati all’agre d’agrume a cui andava aggiungendosi anche la fragranza delle crema anti-UVA, incatenandomi per sempre quell’aroma d’uccello marinato al limone, che mi sarebbe rimasto impresso nella mente. Sfilai il suo costume; era ora lasciarlo anche se a malavoglia; ma ora avevo dei progetti!

Lo menai per l’uccello fino al divano, abbandonandolo lì sopra per abbassare la tapparella, perché, anche se per l’effetto “luce fuori e buio dentro” nessuno ci avrebbe visto con quell’accecante abbaglio sul terrazzo, nella semioscurità mi sentivo più a mio agio con la mia torbida libido. Tornai da lui che già si stava masturbando freneticamente con cipiglio da pornoattore di terz’ordine nella classica posizione a gambe aperte, con verga bella diritta e balle penzoloni; adoravo quella prospettiva e mi tuffai in mezzo alle sue gambe per leccarle. Mi sentivo passivo, una troia vogliosa anelante le sue palle; di certo si stava divertendo a vedermi in quella condizione, ma presto l’avrebbe pagata! Isolai una sua gonade e iniziai a ciucciarla come una caramella… tra pochi minuti l’avrebbe lacrimato silenziosamente, pur di non implorandomi di smettere e svilire così il suo orgoglio da moccioso; succhiai più forte, ma quel bimboccio continuava a masturbarsi baldanzosamente. – Ma non senti niente! – gli dissi incazzato, e lui mi fece segno di niente con la testa, allora adirato ripresi a succhiarlo più che mai; ma possibile che quel moccioso non sentisse niente! possibile che quel proprio maledetto fosse immune al supplizio del marone mentre io ieri ci soffrivo come un cane… che rabbia! ma ora l’avrei umiliato!

Presi Roberto e lo ribaltai sul divano; ora gli avrei mostrato io chi era il padrone: ginocchia ben sotto le ascelle e cazzo davanti la bocca… la mia “posizione del dominatore”; – E ora succhia! – gli dissi sprezzante e Roberto succhiò. Finalmente i ranghi erano ristabiliti: lui succhiava e io godevo com’era nell’ordine naturale delle cose, ma anche lui godeva e forse con fin troppo per un essere della sua infima specie. Presi il suo uccello e iniziai a strizzarlo; vacca s’era bello! era come impugnare un’Excalibur solo che m’infondeva un’infinita lussuria. Ero gasatissimo, gli sfilai l’uccello di bocca, perché godeva oramai troppo, e lui prese subito a menarmelo; incautamente m’abbassai irretito dalla sua sega e percepii subito un pizzicore pazzesco in fondo al culo che mi spaventò e mi fece staccarmene. Era stato bello, però! un piacere torbido che m’inquietava, ma che anche mi spingeva a ricercarlo, a riprovarlo per studiarlo meglio poiché elettrizzante, ma mi vergognavo; allora mi riabbassai cautamente per non farmi accorgere. Sentii nuovamente quel pizzico: il suo pene contro il mio ano, e finalmente capii che cosa provasse lui l’altra sera e perché lo ricercasse, e come lui mi spinsi all’indietro per sentirlo maggiormente; ma se lui se ne fosse accorto? mi avrebbe deriso! fatto il suo malizioso sorrisetto… e questo non potevo accettarlo!

Con un movimento quasi ginnico mi misi parallelo a lui, puntando il mio uccello sotto i suoi coglioni: – Apri le gambe! – gli dissi e Roberto ubbidì. Infilai l’uccello per bene tra le sue gambe, infilato fin sotto le chiappe, e gli dissi di chiuderle; allora cominciai a muovermi come se lo stessi scopando e lui dopo poco, divertito, a mimare un orgasmo concitato. Se all’inizio non godevo, presto iniziai a sentire qualcosa: quasi una sega, direi, e anche lui in fondo stava godendo per lo strofinamento della mia asta contro il suo scroto; il cazzo mi si scappellò pure e io associai quel formicolio a quello che avrei provato in una scopata vera. – Allora ti piace essere scopato! eh… – gli dissi per schernirlo, ma lui non reagì, anzi mi chiese che cosa si provasse a scopare veramente, come se io lo avessi già fatto: – Ma come vuoi che sia…– gli dissi: – è come nella sega, solo che lo senti più avvolto! – in fondo cambiava il mezzo, mica la sostanza del movimento; però ora volevo levarmi uno sfizio…

Ma lo sai quale sarebbe il miglior orgasmo per un uomo…?

No!

– Sarebbe da dietro…

Ma va… – mi stette per dire con fermento.

Veh, che dico veramente…, non sto scherzando! È l’orgasmo prostatico… solo che lo puoi raggiungere soltanto da dietro, perché la prostata è lì! – e gli mostrai il medio; poi gli portai la mano, dove stava il mio pene, a stimolarlo nei pressi dell’ano: – Senti…?– gli dissi e lui incominciò a tendersi: – Vorresti provare? – gli chiesi a ciel sereno.

Roberto non sembrava affatto schifato dalla mia proposta, ma piuttosto contrastato fra due differenti emozioni: una che portava a provare, irretito dal mio massaggino, e l’altra che lo spingeva assolutamente a rifiutare, per difendere il suo orgoglio mascolino: – …ma poi io a te? – mi chiese, come se l’idea dalla reciprocità fosse l’unico compromesso per conciliare i due opposti fronti.

No…! – gli dissi pacatamente; mica ero scemo…

Ma fa male! – mi replicò come se fosse l’unico valido motivo per non starci, uscito da una sua accesa diatriba interna.

No, dai… faccio piano…

Ma è lungo! – me lo disse come se fosse un difetto!

Beh… facciamo solo metà! – estraessi il mio uccello per occultarne la prima parte: – solo così, dai… non è tanto! saranno una decina di centimetri…! –.

Sì… ma è grosso! – mi aveva però accennato un mezzo consenso.

Veh, che t’ho visto quando vai in bagno e non tiri giù l’acqua… – diventò tutto rosso: – se ci passano quelli, ci passa anche il mio! – faceva certi stronzi che non erano da record: – poi usiamo dell’olio; allora…? – e intanto continuavo a stimolarlo per plagiarlo.

Roberto mi diede il suo definitivo assenso con la testa; ma mi conveniva sbrigarmi, prima che ci ripensasse non più irretito dal mio massaggio digitale. Presi un asciugamano, il suo, e un bicchiere con mezzo dito d’olio dentro, e corsi velocemente a predisporre il tutto; – Dai, mettiti lì! – gli dissi invitandolo a prendere posto prono sul divano, dov’era l’asciugamano, e le ginocchia a terra.

Ma prima non devo ... – mi fece segno di succhiarmelo.

Mah… non ce ne sarebbe bisogno… – gli mostrai l’olio!: – però, se proprio vuoi…! – e Roberto si buttò subito a fellarmi: lo inghiottiva, lo leccava facendoci rimanere sopra apposta più saliva possibile; evidentemente voleva essere lui a lubrificarlo, ma lo fermai quando m’accorsi che lo stava facendo solo per perdere tempo. – Dai basta! –; davanti ai suoi occhi mi unsi la cappella e la prima metà del pene, come era nei patti, e poi lo invitai a girarsi.

Sì, però solo metà, eh... come siamo d’accordo! – giusto, almeno un po’ di virilità voleva tenerla… quindi tutto no, ma metà sì!

Sììì… solo metà! – lo voltai.

…e … e non venirmi dentro! – si rivoltò di nuovo per un’ultima raccomandazione.

Sì… non ti preoccupare, non ci tengo a venirti dentro! – in fondo io volevo solo provare che cosa si provasse a “stare dentro”, come se fosse una figa… e finalmente presi visione del suo buchetto roseo corrugato in mezzo alle sue chiappe; che strano vederlo così stretto, sembrava quasi impossibile che potesse passarci il mio membro. Intinsi il dito nell’olio e glielo passai nella canaletta vedendolo tendersi di piacere ad ogni passaggio, poi gli spennellai anche la cappella per dargli sentore di quello che avrebbe provato – sembrava fatta apposta per passargli in mezzo alle natiche, e trarre da questo struscio piacere –, e in fine gliela puntai contro l’ano, ma quello sfintere proprio di aprirsi non voleva saperne. Riunsi il dito, allora, e glielo premetti contro; sembrava una membrana elastica che non voleva incidersi… così forzai e, mentre Roberto mugugnava, lo fendetti un poco, penetrando piano con una falange. Ma quanto era spesso uno sfintere? ero dentro, eppure sentivo ancora il “vuoto” dall’altra parte, ma in compenso avevo il dito tutto strozzato da un anello stretto; tentai di muoverlo, ma parve uno stantuffo bloccato, allora spinsi.

Ah… ahh! – fece Robertino.

Cosa c’è…

Sei dentro…? – mi chiese sofferente.

Veh, che è soltanto il dito!

Ah… –; ora sì, che era teso dal piacere! gli diedi una mezza sterzata a destra, una a sinistra e in fine lo sfilai con lo stappo; Roberto ululò, ma subito gli puntai la cappella per non dargli tregua. Ora si penetrava con cedevolezza: entrai con la prima parte della cappella mentre quello buco viscido vi scorreva sopra e strinse; Roberto intanto gemeva per l’allargamento, finché non mi trovai bloccato dal suo sfintere contratto, impossibilitato ad andare sia avanti che indietro. – Roberto rilassati! – gli dissi anch’io in preda dolore, poi mi chinai su di lui in cerca di un contatto, portando la mano sul suo ventre; e ritrovai il suo pene iniziando a menarlo. Pian piano lo sentii rilassarsi, lo sfintere decontrarsi, e allora a poco ricominciai la penetrazione; non ci potevo credere: ero finalmente dentro! mi sentivo il pene tutt’avvolto, come stretto in un budello caldo, e in uno stato d’incredibile intimità… vi appoggiai la testa e cominciai a muovermi piano per non fargli male. Fortuna che avevo usato dell’olio perché quel colon lo sentivo incredibilmente stretto! A un certo punto mi alzai per aumentare il ritmo, non ce la facevo più con quel movimento ristretto, e finalmente vidi il mio uccello completamente scomparire: era incredibile vederlo ritmicamente sparire dentro il suo sedere; solo allora realizzai quello che stavo facendo: mi stavo scopando Robertino, stavo scopando… Finalmente provavo cosa si provasse a stare dentro una figa! e va be’… non era proprio una figa vera, ma un colon, ma che differenza fa… un cunicolo è pur sempre un cunicolo! specialmente per un sedicenne infoiato; in quel momento mi immaginai se dalla porta fosse entrato mio padre: che faccia avrebbe fatto nel vedermi deflorare Robertino, che fra l’altro gli era stato affidato in custodia? Sarebbe stato allibito, ma in fondo era colpa sua se lo stavo facendo… se lui, infatti, non l’avesse invitato; se lui m’avesse lasciato libero di decidere a dodic’anni di non cresimarmi, ma mi avesse dato una educazione più religiosa, più moralmente bacchettone, a quest’ora non me lo starei inculando! Magari lo starei seviziando o torturando, ma non sodomizzando; non avrei mai intrapreso la “retta via”! la via del retto…, o la “terza”, come la designava Luigi secondo la sua “Teoria dei buchi”, dove la prima era la figa e la seconda la bocca, anche se a noi, non adepti, non era dato sapere il rigoroso criterio che stava dietro quell’ordine nomenclaturale, forse il godimento; perché infatti non godevo granché con quel buco, o almeno abbastanza per venirgli dentro.

Sì, volevo venire; avevo fatto trenta perché non fare anche trentuno… in fondo avevo già contravvenuto al primo patto e poi anche lui al mio posto l’avrebbe fatto. Ripresi a masturbare quel cazzo, che già si stava menando autonomamente, sentendo la grandiosità di tutta quella cappella; In fondo era un po’ come menare me stesso, solo più corto, e coordinai il movimento della sega per poter venire insieme. Improvvisamente m’invase l’idea che fosse lui al mio posto, e che mi stesse stantuffando con quell’arnese lungo il mio di retto, e già lo percepivo stimolarmi; ma poi arrivò Luca al suo posto, coi suoi venti centimetri, a incularmi; e ora sì, che godevo! In poco tempo venni, mentre quel biondino veniva dentro me, e Robertino nella mia mano; il suo succo raccoglievo per poterlo poi bere adagiato sulla sua schiena.

***

Non ci potevo credere: mi ero inculato Robertino… e ora lassi riposavamo madidi su quel divano che ci aveva visto partecipi, mentre l’accarezzavo. Faceva caldo, eppure non mi sarei discostato da lui di più di una spanna; in fondo non era malaccio: era un bel ragazzino, e incominciavo anche a sentirmelo fraterno, poi d’improvviso lo vidi contrarsi.

Che c’hai? – gli chiesi preoccupato per la sua reazione; stette un attimo immobile in quella posizione semifetale e poi mi disse: – Mmm! …devo andare in bagno! – e scappò via velocemente, nudo come un verme, trattenendosi dietro.

Repentinamente realizzai cosa stava succedendo, provando un senso di disgusto per me stesso: mi sentivo sporco, sozzo, come se fossi ancora al suo interno; ma non per quello che avevamo fatto, ma per quello che stava facendo lui adesso… non ci volevo pensare: solo cinque minuti in più, e poi… l’odiavo! Fui sopraffatto da un senso di disagio per il lurido che mi sentivo addosso: dovevo lavarmi! Raccolsi le mie quattro cose, e corsi velocemente in bagno; Roberto stava ancora seduto sulla tazza… ma io mi precipitai dentro la doccia senza guardarlo, e aprii l’acqua per levarmi quel senso d’immondo di dosso.

Improvvisamente Roberto si mosse: io lo vidi dal vetro fumé portarsi davanti la doccia mentre mi mondavo; ma come mi ero ridotto…? io non ero… no! non l’ero, eppure… Quel maledetto Robertino del cazzo! Quel moccioso irritante; era colpa sua se mi sentivo così, se avevo quel malessere addosso, ma io non sapevo che cosa pensare… che cosa provare… Uscii dal box che Robertino mi sedeva davanti, accoccolato su uno sgabellino bianco vicino al portasciugamani, e mi guardava con lo sguardo sospeso, in attesa di un mio intervento; allora mi avvicinai, ne presi uno per me, e uno glielo diedi in mano dicendo d’asciugarlo. Roberto iniziò prima a farmi una sega e poi lo prese a sbocchinare scendendo in ginocchio dallo sgabello; mi sentivo grande, onnipotente, mentre lo premevo con la mano e lui ginuflesso a fellarmi servizievolmente: era il mio paggetto sessuale, ma poi alla sua immagine si sostituì nuovamente quella di Luca e gli venni con due o tre colpi violenti nella bocca.

Dai, vatti a lavare! – gli dissi dandogli un buffetto sul volto.

Ma mi vai a prendere la roba… – disse ancora riverendo.

Va bene… vai! – con quella scusante potevo rovistargli liberamente dentro la valigia: non me ne fregava niente, ma trovai un sacchetto con le sue mutande tutte arruffate, quelle usate, e poi uno in cui erano tutte belle distese, le nuove, e n’estrassi una; volevo passarla sul mio uccello, ma poi rividi il suo asciugamano ancora sul divano e, ricordando quel momento, mi ci buttai sopra sparandomi una sega con le sue mutande a mo’ di guanto. Mi masturbai con quello straccetto intimo prono sul divano rimembrando com’era stato bello, allora corsi nel bagno, collocando lo sgabello proprio davanti la doccia, ad attenderlo. Quando uscì, fui subito ad accoglierlo: era davvero un bel cinno cazzuto! tamponai un po’ quel cazzo bagnato, che sotto il tessuto spugnoso mi sembrò grandissimo, e poi lo presi in bocca; non riuscivo ormai più a resistere davanti a un cazzo scappellato, metterlo in bocca era più forte di me! e ora avevo quel quindicimetrico cazzo tutto da succhiare… grazie Robertino, grazie d’avermelo fatto scoprire.

Come cominciò... galletto ruspante

Chi ero… cos’ero… continuavo a chiedermi, riflettendo all’oscuro sul divano col capo reclinato all’indietro; continuava nella testa quel maledetto balletto di dubbi: passi pure per Robertino, mi dicevo, prima per sfregio, ora per sfogo, me lo facevo… sì, per sfogo: per sfogo sessuale, per capriccio estivo, come molti altri avevo sentito fare prima di me; una prova insomma! nulla d’eclatante, nulla d’irreversibile, come a molti altri ragazzi è capitato… un nulla insomma che vuol dire soltanto un bel nulla! ma con Luca… come la mettevo? non una, ma tre… e non uno, ma due maschietti mi ero fatto in meno di una settimana … a sedic’anni avevo probabilmente fatto più pompini e visto cazzi di quanti non ne abbiamo fatti in media le mie compagne di liceo! Che mi stava succedendo…? il cazzo… solo il cazzo avevo per la testa, quella fallica forma che vedevo proiettata pure sul soffitto, e mentre cercavo di cavarmela dalla testa, si rinnovava l’idea di averne trovato la forma perfetta in Luca, e il dispiacere, perfino, di non rivederla più. Ma che mi stava succedendo? mi ero perfino sottratto alla gita, lasciandolo andare mio padre da solo con Robertino , pur di farlo con lui… e ora li sentivo rientrare.

- Ah… sei qui! – disse mio padre riportando luminosità nella stanza: - allora com’è andata?

Ma che cazzo c’era da dover chiedere com’era andata! Era andata cosa?! Ero semplicemente andato a casa di un amico per “fatti di scuola”, non potevo? Che c’era da sottendere…

- Allora com’è andata… – mi ripronunciò Robertino comparendomi davanti con tono deciso. Lo guardai; non credevo a me stesso: dopo tutto quel sesso avuto oggi con Luca, avevo ancora il coraggio, guardando il suo bozzo nei pantaloncini azzurri alla zuava, di desiderarne ancora. Alzai lo sguardo incrociando il severo di lui, che pretendeva risposata; quel tredicenne doveva essersi montato la testa se si atteggiava a quel modo, fissandomi spigoloso, ma io nella mia crisi non riuscivo a rispondere, se non sfuggendo da quella domanda cui non potevo dare risposta: - Papà, aspetta! Vengo a darti una mano… - mi defilai in cucina.

Per tutta la cena fu un autentico tormento: non mi rispondeva ai tentativi di riallacciare un contatto, non mi passava le spezie, parlava solo con mio padre come fosse diventato lui il suo unico figlio durante quel lungo pomeriggio; e io ero non sapevo reagire. Dopo la cena mi costrinse ad uscire, e con mio padre a seguito per poi separarci, e lui ovviamente con me; poi improvvisamente gli venne sonno, ora che la casa era libera… e - Dai, che sono stanco! – divenne il suo leif-motif della serata; ma io sapevo perché voleva rientrare: per farmela pagare, per la mia assenza di oggi, per l’aver scelto Luca a lui, e forse perché l’avevo “tradito”; o forse, anche, per sfogare la sua spropositata libido. E in tutto quel trambusto io non riuscivo a reagire, se non opponendo la mia flebile resistenza della mia passiva inerzia al suo comandare, suscitando se possibile in lui ancora maggiore rabbia e pulsione. Ero distrutto, non sapevo che fare: lui avrebbe preteso sesso, ma io non riuscivo a trovarne la benché minima voglia, vuoi per il mio stato, vuoi la mia esaurita libido.

Alle dieci e mezza entrammo in casa, nemmeno mio padre era rientrato, e lui subito si buttò sulle valigie, per poi precipitarsi nel letto, che ovviamente solo io dovevo fare: da padrone a servetto. Mi sentivo svogliato, stanco d’energie, o semplicemente stanco di lui, della vacanza, di tutto questo; avrei dato l’anima per svegliarmi l’indomani mattina a casa nel mio letto senza alcuno di fianco. S’infilò precipitosamente nel letto, quando il mio occhio cadde su uno strano indumento nella sua sacca: - Cos’è questo?- lo presi fuori: - …un boxer!

- Sì… – mi guardò stupito, come per chiedermi cosa ci fosse d’eccezionale: non né avevo mai visto uno dal vivo, sempre e solo nei film americani, e né tanto meno preso in mano; non che mi piacesse particolarmente, ma m’incuriosiva quell’indumento, e mi stuzzicava pure l’idea di vederglielo addosso in quel momento: - Perché non lo metti di notte? – gli dissi infilando un dito nella fessura come a imitare il suo uccellino.

- Perché mi hai detto non mettere niente sotto – e mi mostrò il suo birillo nei pantaloncini, per farmi vedere, appunto, che anche stasera non indossava niente sotto.

- Sì, ma con questi è uguale, non metti quelli e indossi solo questi… - fra l’altro era pur sempre un capo di biancheria e quindi più adatto, e soprattutto non avrebbe suscitato scalpore se beccato con solo quello addosso. Con disinvoltura si tolse i pantaloni e mi strappò i boxer di mano infilandoseli nel salotto; roba che se entrava mio padre ci avrebbe colti sul fatto. Vedevo con soddisfazione il suo pisello barzotto sparire sotto l’orizzonte di tessuto intimo stuzzicandomi già la libido; mi piaceva con quell’indumento addosso: aveva un qualcosa di sensuale col suo stargli a mo’ di costume da bagno, ma più attillato, più tubolate, meno sintetico, e lasciando intendere quel che vi stava sotto quei bigi calzoncini.

Mi accompagnò nel bagno con la sua ritrovata rimostranza gagà: fu bello vederne uscire quei 12 – 13 centimetri dalla fessura per pisciare assieme a me, e divertito mi guardava mentre l’osservavo manipolarselo come un placido lombrico; non seppi resistere a poggiargli la punta del dito al limitare del prepuzio durante la minzione, percependo il riverbero del flusso sulla pelle; che stravagante sensazione: parere di palpare tremula seta.


***


Allungò la mano per cercarmi nel letto, ma gliela levai: - No, adesso! Deve arriva mio padre… - e mi voltai dalla parte opposta; già me la vedovo la sua imbronciatura per lesa maestà: avevo rifiutato il suo appassionato interessamento, dopo il mio breve nel bagno, e per lui configurava un ennesimo rifiuto, un tradimento, non so tra quanto sarebbe scoppiato.

Mezz’oretta e mio padre entrò dalla porta: - Oh, siete a letto! – mi alzai per guardarlo: - No, dormi pure – spense la luce: - faccio piano e corro subito a letto! – tutto preoccupato per Robertino. Che rabbia vederlo prodigarsi per lui, ma dopotutto me lo meritavo: io l’avevo trascurato, io l’avevo lasciato andare da solo con lui oggi al parco e lasciato intenerire per quel temporaneo orfanello, e ora ne pagavo con rabbia il fio. Mio padre fu di parola: rapido, silenzioso, indolore come un assassinio ninja; lo vidi muoversi nell’ombra, la luce del bagno traspirò appena da sotto la porta contornando la sagoma di Robertino che dormiva beatamente, e poi si spense; dopo di cui soltanto il silenzio. Ormai pensavo che dormisse profondamente, ma appena mi poggiai: - Oh! – mi toccò la spalla, poi lo sentii avvicinarsi e come prima ricercami il cazzo.

- Dai, non ne ho voglia… - feci disinteressato.

- Dai! – calcò per esortarmi, e tirandomi mi dispose supino, mentre io né l’avvantaggiavo, né m’opponevo, per fargli capire che non avrei preso parte attiva al gioco; con estrema confidenza mi abbassò i pantaloni e benché io non volessi assolutamente agevolarlo, per il suo fare risoluto, parte di me aveva involontariamente reagito e ora se la trovava bell’e che pronta d’adoprare a suo piacimento.

Sotto il mio sguardo iniziò a menarlo, senza che glielo avessi chiesto, poi, dopo qualche secondo, lo scappellò – Oh! Adesso io lo faccio a te, e poi tu a me! - s’era dato battuta e riposta da solo col suo solito teorizzare di reciproca cortesia, e iniziò a succhiare; mi sembrò allucinante la normalità con cui lo faceva, la banalità che aveva assunto quel gesto prima scabroso come un atto d’assoluta quotidianità. Lavorava con passione e dovizia come oramai sapeva fare, incominciò a tirare come avesse creato il sottovuoto dentro la bocca, poi l’umido e lo strusciare della lingua; ormai era la quarta volta quel giorno che percepivo la stessa sensazione, ma qualcosa non andava: alzò la testa. Vidi il mio uccello tra le sue mani, la mia cappella lucida rispecchiare i bagliori della finestra: - Allora vieni! – mi ingiunse e lo riprese in bocca; mi sentivo abbastanza eccitato per avere un’erezione ma non per venire, Luca oggi mi aveva completamente svuotato, e alla lunga il suo insistente succhiare mi stava stancando: - Dai, lascia stare… non ho voglia – gli dissi anche a costo di rinforzare il suo sospetti. Roberto mi guardò col suo sguardo di un nero profondo e, vedendomi venire in contro come due fari cupi d’auto, mi si mise addosso, a cavalcioni, come un piccolo colosso di Rodi: - Ah sii…! - mi disse estraendo il pisello dalla fessura con fierezza. Quei suoi quindici centimetri sbattuti sotto la bocca con provocazione, poggiati sulle mie labbra con lieve pressione, vi entrarono tutti, dopo essermi gustato il suo caldo prepuzio corrugato sul labbro.

Non so perché me lo feci fare senza reagire, ma quel giorno mi sentivo passivo: non passivo nel senso che lo bramavo nel culo; ma nel senso che desideravo arditamente essere domato, dominato, e lui, in quel momento, era il mio piccolo dominatore, proprio come fu Luca. Avevo voglia del suo turgido cazzo, duro e nervoso, quella quindicina dentro la mia bocca, che per la fretta non avevo neanche scappellato, ma lui godeva ugualmente; però sentivo in me una foga: anche voglia d’altro… di quella parte di lui che ancora non vedevo, e che Luca come per contagio mi aveva fatto sublimemente apprezzare; cercai, ravanai, finché non portai in luce le sue palle consistenti. Estrassi quel pene di bocca per mirarlo al completo: quel membro sembrava magicamente scaturito da una vulva matura, ed ora più d’ogni altra cosa mi attivavano quelle splendide palle rattrappite che avidamente leccai. Roberto sembrava godere il mio nuovo interessamento; mi sembrava di leccare due uova sode rugose dal gran ch’eran compatte, e le volevo passare in ogni dove: in mezzo, dal pene, snella superficie più rugosa; mi sembravano immense, finché non tentai di leccarle dietro trovando lo spiacevole intralcio del suo tessuto.

- Toglilo! – gli dissi, e subito con un contorsionismo ne sfilò la gamba, girandoselo poi a perno sull’altra e portandolo di questa alla caviglia. Ora che era completamente nudo e libero, era meraviglioso; il mio piccolo galletto con tutta la sua ruspante emilianità eretto per dominarmi, aumentando la mia perversa voglia di sottomissione: tornai ai leccargli nuovamente i maroni, atto estremo di completa sottomissione, scivolandogli un poco sotto le gambe: era magnifico. Era come mangiare un lauto pasto, nel frattempo avevo persino ritrovato la mia eccitazione e preso a masturbarmi; se solo non ci fosse stato mio padre nella stanza accanto avrei potuto, ora, anche schizzarlo sulla schiena, solo non sapevo come avrebbe reagito. Sazio, poi, di quella ghiotta prelibatezza e stanco di sollevar la crapa in mezzo alle sue gambe, tornai nuovamente sul cuscino per cominciargli finalmente la sega; era la prima volta che lo masturbavo in posizione remissiva, e oltre il suo uccello potevo gustarmi la scena del mio dominus che spasmodicamente godeva. Col tempo sembrò perdere la resistenza per ergersi cavalcioni, e lo vidi piano adagiarsi sul mio ventre, ma non appena incontrò il mio turgido uccello, rapido sobbalzò nuovamente in piedi; poi abbassarsi e di nuovo alzarsi in un continuo balletto sulla punta del mio uccello. Poi finalmente parve trovare la posizione per non avere dal mio sesso noia, ma ogni tanto lo vedevo ugualmente arretrarsi, prendendoci contro quasi con ritmico piacere; possibile, mi chiesi, che Roberto si stesse stimolando l’ano traendone piace… proprio lui, che configurava il tutto ipocritamente come un vicendevole scambio al solo fine di svezzarsi alla figa; possibile che ora si abbandonasse a una pratica, a un piacere, così smaccatamente, inopinabilmente homo? Ma dopo un po’ Roberto si alzò facendomi intendere che doveva assolutamente concludere.

Lo scappellai: quella giovane verga sembrava pulsare di vita propria; sistemai il cuscino per prenderla più comodamente, è Roberto la spinse con prepotenza nella mia bocca; il piccolo voleva venire! Cominciai ad accarezzarlo tutt’attorno al genitale, con lui che ogni tanto dava accennati colpetti di pelvi, mimando una scopata; ma a me non bastava: il suo cazzo me lo volevo sentire in gola, fiondato con prepotenza in vero proprio stupro orale; cercai le sue natiche scorrendo veloce la mano nella fessura; Roberto ebbe come un brivido e alzandosi mi spinse la cappella in fondo alla gola. La sentivo quasi soffocarmi e poi esplodere scaricando il flutto in profondità: faticavo a deglutire con tutto quel coso conficcato nella gola e improvvisamente cominciai a singhiozzare; Roberto preoccupato per l’integrità del suo cazzo, l’estrasse subito mentre presi a tossire. Non riuscivo più a riprendermi, era come se il suo seme e quello residuo di Luca mi stessero combattendo una lotta intestina per la supremazia, provocandomi una tosse compulsiva; Roberto intanto, preoccupato dal baccano, si trasse sotto le lenzuola, mentre io cercavo di rivestirmi alla meglio notando la camera di mio padre illuminarsi.

- Che succede… - disse comparendo in salotto, Robertino intanto mi guarda conscio d’essere l’implicito reo di tutta quella situazione.

- Non so…, tossisce… – disse infingardamente discolpandosi.

- Papà, non è niente… csh! csh! è solo… csh! di traverso… - non riuscivo smettere, provavo in fin lo stimolo del vomito.

- Oh, santo cielo! Vieni qua! – mi traghettò al tavolo, mentre Roberto resto nel talamo - come stai? toh, bevi dell’acqua! –

Pian piano la tosse svanì, mentre mi sentivo con mio padre come una volta, padre e figlio, soltanto io e lui: - Come va? – mi fece una carezza: se non ci fosse stato quell’intruso nella stanza avrei voluto tanto un abbraccio. - Su, adesso torna a dormire… - mi riaccompagnò fino al letto con la mano sulla spalla; non so perché, ma in quel momento desideravo qualcosa di più: essere stretto; ma io non potevo chiederlo, mi vergognavo; doveva essere lui a offrirmelo, ma non l’avrebbe fatto davanti a Robertino.

Ma dormite sempre così? – si riferì al nostro essere a torso nudo.

- È agosto, fa caldo!

- Sì, ma la notte frega, almeno dormite coperti… -

- Va bene… -

- Poi te lo credo che ti vien la tosse… ma dormite bene? vi sento sempre agitati, sempre muovervi… capisco che il letto è stretto e che in due ci state scomodi, ma se proprio… puoi dormire con me! – io e Roberto ci guardammo capendo che l’agitarsi, a cui si riferiva, era in realtà il nostro sesso, ma comunque la soluzione da lui proposta ora non era accettabili, quelle erano le ultime notti di sesso che avevo, e non me le sarei fatte scappare. – Su, a dormire! Che domattina vi voglio vedere in spiaggia prestonel pomeriggio vado a trovare un amico! -

- Davvero? – chiese Roberto con un tono che in realtà sembra più da esclamazione.

Mio padre lo guardo, poi riprese il discorso con me: - Vado a trovare Carlo, sai quel mio ex-collega…, ho appreso oggi che è qua, a due paesi vicino, con la famiglia… volete venire anche voi? –

- No, no passo! – mi sorrise; avevo intuito chi era, e se era con la famiglia voleva dire che c’erano pure i suoi marmocchi: quei due mocciosetti di 9 e 8 anni e pure la più piccola appena nata; ne avevo già abbastanza dell’ospite senza accalcarmi altra cinnaglia appresso, e poi dopo l’entusiasmo di Robertino per il prospettato pomeriggio libero, capii che forse potevo approfittarne per qualcosa di meglio, e qualche ideuzza già ce l’avevo...

- Beh, allora ‘notte!

- ‘notte! – gli rispondemmo in coro, e ogni luce si spense.

Come cominciò... sessantanove

Luca rientrò felice dentro la stanza precedendomi: quasi un cherubino sceso dal cielo in slippini e maglietta per il mio buonumore, tant’era sereno; era come se nulla del nostro precedente bisticcio, sotto la doccia, fosse mai accaduto. – Leggiamo qualcosa? – chiese avvicinandosi a una pila di fumetti per poi da questa spiccare un volo leggero posandosi all’indietro sopra il letto.

Mi avvicinai a quel cumulo di giornaletti osservandone le date; ma come faceva a leggerseli? Eran così vecchi che sembravano le riviste dal dottore… anche tre o quattro anni; più dei pezzi da collezione che da lettura…

Dai, prendine uno! – mi esortò portandosi al centro del letto, poi vedendomi titubante richiese – non ti piacciono?

No… è che non ne leggo molti… – a dire il vero nessuno, ma non volevo sembrare spocchioso.

Beh, nemmeno io! solo che qui non ce altro… –; allora ne presi uno e subito m’invitò a sedermi sopra il letto, poi con fare cogitoso ripropose: – Anzi, mettiti qui! – divaricando le gambe.

Eh…? – diss’io non dimenticandomi di guardarle.

Sì… qui! con la testa! – si batté invitantemente sul pacco – poggiati! –; mammamia quant’era arrapante in quella posizione... da svenirgli in mezzo alle gambe! Poggiarmi con la testa sul suo pubico cuscino… la cosa già m’intrigava; saran state pur cose bambinesche: puerili fantasie, morbose piccinerie, ma nell’eroticità di quell’aria ci stavan tutte. Luca riusciva sempre ad accendermi con quelle piccole e semplici cose che da bambini compongono un mondo del proibito, fatto proprio di quei tabù infantili dal sapore naïf, ma che danno un incredibile piacere nel violarli.

Mi distesi soffermandomi a una quarantina di centimetri da quella forma strana: io ero abituato alla classica a bozzolo, sia in me che in Robertino, dove il pene, sopra ai testicoli, si somma al loro spessore dando vita a un’invitante montagnetta; lui, invece, c’aveva una silhouette oblunga e tutta spalmata sotto quelle mutande che ben la evidenziavano con linee sottili del motivo disegnato; ma chissà se era anche comoda per dormirci sopra?

- Dai poggiati! – mi disse Luca. Che bello sentire il suo fresco vermicello sotto la nuca, un piacevole incomodo, il bacino, poi, era all’altezza giusta per favorirmi la lettura; una comodità assurda! … sembrava fatto apposta per me, per dormirci sopra, tanto che quasi ci avrei passato l’intera giornata tra quelle comode gambe.

Tentavo di leggere le nuvolette della Banda Bassotti tramare qualcosa, ma un pungolo me l’impediva: non riuscivo ad afferrarle; uno strano disagio mi infastidiva la mente, mentre Luca trasmettendomi i suoi sussulti di pene ridendo. Mi voltai con la testa di lato, trovandomi il suo uccello sotto la guancia; lo avvertivo, lo premevo, mi piaceva sentivo percepirlo sotto lo zigomo, ma realizzai anche in quel giocherello cosa non andava: riposavo sul pube di un quattordicenne; di uno, due anni, più piccolo di me! e non ero stato io ad imporglielo, anzi me l’aveva offerto lui, quasi obbligato, e la cosa non mi andava! Mi ero lasciato incantatore da un primino seduttore, dalla sua verga; e l’idea m’infastidiva; alzai la testa…

- Cosa c’è? – disse Luca abbassando il giornalino.

- Mhmm… non ce la faccio! – fissai un’altra volta quella cosa mostruosa: - non ce la faccio a stare così! -

Si alzò sui gomiti guardando per aria, mentre la sua mimica esprimeva tutto il suo «uffa!», poi parlò: - …beh, allora facciamo così: tu vieni qui e io al posto tuo… – e la cosa già suonava meglio.

Ci scambiammo di posto, ora era Luca a stare tra le mie gambe; era fantastico! il suo dolce peso sul mio pube… e lo stimolo di quella testa m’infondeva pure una terribile voglia di sega, e me al sarei anche fatta se lui non ne fosse stato disturbato. – Però… sei comodo! – disse girandosi di pancia: - …quasi, quasi ci dormo sopra… – e vi ficcò la sua guancia sopra dormendoci una decina di secondi, poi: – …anzi, leggo! – e si rigirò nuovamente. Tutto quel muovere di nuca mi aveva già attizzato, e anche se lui non lo vedeva là sotto c’era già un’erezione in atto. Mi continuava a stimolare ciondolando la testa a destra e a sinistra, finché non mi divenne completamente duro; allora Luca infilò le mani sotto il costume, dribblando la retina, per venirmelo a prendere. Il suo toccò mi lasciò senza fiato, per tutto il percorso sentii un intenso solletico al ventre, ora tramutato in un sentore d’orgasmo, e mi masturbò. – Vacca, s’è duro! –, disse poi girandosi: mi abbassò il costume, me lo scappello, e iniziò a succhiarmelo.

Mi sentivo nuovamente in suo potere, imprigionato dentro il mio corpo costretto soltanto a godere; era la terza in quella giornata, ma che mi stava succedendo: io non sapevo d’avere così tante munizioni nel mio arsenale! Mi sentivo venire, ma anche un impellente bisogno di abbracciarlo, di stringerlo al petto, di tenermelo affettuosamente; una forza sovrumana m’alzò verso di lui per afferrarlo, poi mi coricai addossandomelo tutto, come un vestito, mentre il suo corpo si adagiava sul mio; doveva avere un’incredibile voglia di coccole anche lui. Che bello… la sua testa contro il petto, la sua guancia sulla pelle; il suo profilo corporeo disegnato sopra il mio, come avere un dolcissimo peso addosso che invece di gravarmi mi alleviava il respiro; e il suo turgido fallo accanto al mio. Luca stava in silenzio godendosi il mio abbraccio, le mie coccole, le carezze profuse sui capelli sottili; avrei voluto cristallizzami con lui per sempre, passare abbracciati tutto il resto della nostra vita completamente estranei a quel mondo esteriore e alle sue calunnie… perché volevo gridargli «ti amo…»?

Il respiro di Luca si fece sottile, sembrava dormisse; poi pian piano lo sentii riprendersi e su di me salire per venirmi a guardare in faccia; ma quant’era bello con quello sguardo furbetto, non potevo che rimanere estasiato e poi mi chiese: - Va bene adesso… - e le sue labbra si appiccicarono alle mie. Stemmo un attimo con le labbra serrate, le une sopra le altre, con la mia testa che vagava confusa… poi la sua lingua raggiunse la mia: una lieve scossetta e le nostre bocche si spalancarono. Non ci potevo credere: stavo limonando, o era lui a limonare me… era nuovamente padrone della situazione; possibile che in quell’abbraccio, che in quell’attimo di tenero abbandono, avesse recitato soltanto per farmi sentire padrone della situazione? Però ora lo stavo limonando; stavo limonando Luca, e mi piaceva un sacco! Le nostre lingue avvinghiar in un bacio improvvisato: poca esperienza avevamo: solo due ragazze io, baciate prima di lui, e lui nessuna, ma era bravo davvero!

Poi Luca stacco la bocca e disse: – Però… baci meglio di una ragazza! –; rimasi allibito: lì per lì non sapevo neanche se prenderlo per un “complimento” o un’offesa, essendo stato paragonato a una ragazza, e poi come poteva lui fare quella comparazione che aveva detto di non aver mai avuto una ragazza, o mentiva? nell’immediatezza del paragone sentivo, però, di dovergli ribattere qualcosa e un: - Grazie…! - m’uscì dalla bocca. Un “grazie”! …ma come potevo dirgli “grazie”! «anche tu!» avrei dovuto pronunciare; arguto, sagace, umiliante… quella era la risposta giusta! Poi Luca riesordì: - Lo facciamo doppio…! – e me lo ritrovai a quattro zampe su di me, con le gambe a fianco della testa. Non vedevo più niente: la sua maglia, scesa fin sotto il mio mento, mi occultava tutta la vista; oramai il mio mondo era ridotto solamente a lui: il mio orizzonte, le sue spalle maschie; il mio cielo, il suo torso nudo; il mio zenit, le sue mutande piene e quel pene uscente verso di lui, come un ago eterno d’una bussola indicante il mio costante Nord, unico punto cardinale nella vita; e tutt’intorno bianco, semplicemente bianco.

Allungai le mani verso il mio cielo, e chi non avrebbe voluto toccare il proprio cielo con un dito, potendo… lo solcai con le dita sui fianchi donandogli un brivido di godimento che scaricò succhiando sul mio cazzo, poi giunsi alle sue mutande, scendendole lungo quelle colonne d’ercole fin sotto la mia testa. La costellazione del Gran Cazzo ora dominava, unica e solitaria, nel mio cielo… Castore e Polluce pendevano placidi separandomi da quell’immonda divinità. Alzai la mano verso quel membro poderoso, sentendolo mugolare; ero giunto all’estremo della mia perversione in vita che potevo provare, finché Luca iniziò più forte a spompinarmi e quell’eterea divinità a stillare qualche goccia d’ambrosia sul mio petto, allora l’abbassai verso bocca per cibarmene ancora.

Era tremendo: succhiare ed essere succhiato; finalmente provavo il mio primo sessantanove, e non chiedevo altro, se non di riprovarlo anche con Robertino, poi potevo anche morire… ma come avevo fatto a resisterci senza sino ad allora: avrei potuto starci la vita con quella stalattite di carne sempre in la bocca, cibandomi unicamente della sua ambrosia. Luca stava già venendo e lo sentivo colarmi il suo succo gentile per amalgamarmisi in gola e poi deglutire; pur’io venni, al suo ritrovato dono, per ringraziarlo l’ennesima della sua esistenza e di avermelo fatto scoprire.

Luca si buttò di fianco che ancora ci ciucciavamo per quel buon sapore di ragazzo dentro la bocca; era un cazzo perfetto, mai ne avrei trovato un altro simile… alla mia età mi avrebbero detto «pensa alla figa!», ma chi aveva bisogno della figa con quella lunga bega davanti agli occhi! Luca mi guardò teneramente soddisfatto, stava per dirmi qualcosa quando un rumore secco riecheggiò per la casa: – ihhh… mio nonno! …presto! – e schizzò allarmato fuori dal letto sistemandosi le mutande, mi lanciò la maglietta e prese un paio di calzoncini da dentro la valigia; poi lo vidi affrettarsi a rimettere tutto a posto.

L’osservavo malinconico rassettare in fretta la camera dal nostro passaggio, era come se di un attimo di paradiso bisognasse cancellarne ogni traccia; ma tutto quell’agitarsi mi mise anche uno strano senso d’ansia addosso e un profondo magone d’addio… sentivo di dovermene andare: che da quella casa dovevo scappare. Intrapresi la via dell’uscita ma nell’andito incontrai suo nonno dallo sguardo sereno uscire dall’ombra: – Oh, ciao… stai per andare?… allora, mi raccomando, salutami il babbo!

Lo farò… grazie! – mi nascosi guardando dall’altra parte, mentre sopraggiunse Luca.

Ciao, nonno! – la sua voce argentina rischiarò improvvisamente la stanza.

Luca…, hai finito la valigia?

Sì!

Bene, allora accompagnalo, che andiamo! – io in realtà preferivo andarmene da solo piuttosto che fare quegli ultimi passi in sua compagnia perché sapevo non sarei resistiti

Sì, un attimo… aspettami un attimo! – mi disse Luca scomparendo dond’era venuto; ma io avevo fretta: non volevo farmi vedesse da lui piangere perché se ne andava…

Va beh, la saluto… e buone cose… mi saluti Luca

Arrivederci… allora – «a mai più» sarebbero state semmai le giuste parole, perché Luca a settembre sarebbe partito… partito per l’Inghilterra. Uscì nel giardino respirando finalmente un po’ d’aria serena, ma quel fondo di tristezza era sempre lì che mi accompagnava, allora accelerai il passo perché avevo bisogno di sfogarmi, ma fuori da quel cortile, fuori da quel confine che ancora a lui mi legava, ma a metà del vialetto sentii chiamare: - Alle… - correva Luca: - aspetta! – mi sembrava di stare in una di quelle scene da film, d’addio, che finiscono mai, in un lunghissimo abbracciato; ma rallentando allungo un braccio: - Tieni! – guardai la sua la mano: - è il mio numero! -

Ma non ce l’ho il cellulare…

Fa niente, l’avrai…! – mi preconizzò serenamente.

Ma te andrai in Inghilterra…

Sì, ma ritornerò pure! E poi che ci vieta di sentirci lo stesso, prendi, dai.. – presi quel biglietto per farlo contento, sapendo che tanto era inutile, perché presto mi avrebbe dimenticato: non si sarebbe mai ricordato di me, là in quel paese, preso tra gli impegni di studio e la nuova vita d’oltremanica, quella era solo una caduca parentesi estiva e finita ognuno sarebbe ritornato alla propria vita, ma sostai ugualmente fuori dal cancello a osservarlo entrare perché volevo fermarmelo nella mente fino all’ultimo fotogramma quel biondo primino e il nostro magico incontro.

Come cominciò... la doccia

Sedevo nudo sull’orlo del letto osservando un’altrettanta nudità migrare per la stanza, in cerca qua e là di balsami e saponi per la doccia, non astenendomi al contempo dal notarne il biancore del sedere stagliasi sul resto più ambrato dell’eterea carnagione; era quella un’insegna iridescente che m’impedantiva di guardare altrove da quelle curvilinee forme d’un sederino tondo e compatto che d’un tratto davanti a me mutò di sembiante: non più sodo e rotondo, ma tremolante e filiforme, che avanzò con incedere ipnotico. Quel sesso a un palmo da me e tutto nella stanza perse di significato; l’osservai ritrarsi per poi abbassarsi, non potendo far altro con l’occhio che seguitarlo nel suo tragitto verticale, fino a scomparire alternato al biondo volto di Luca magicamente comparso di scena.

Ero io in posizione dominante, mentre lui accovacciato tra le mie gambe… ma avevo la netta impressione che fosse quel quattordicenne dirimpetto al mio sesso a dirigere il gioco: mi fissava negli occhi perscrutando i miei reconditi pensieri e reggendosi appena in punta di dita; mai avrei pensato fosse quella una mia sì tal zona erogena da eccitarmi brutalmente da un lieve brulichio in punta di ginocchia. Luca fissò compiaciuto il mio sesso penzolone allungarsi nel suo lento risorgimento, poi mi prese il prepuzio stiracchiandolo lungamente, prima in basso e poi in alto, e in fine emise un infantile barrito dicendo: - Che fai, l’elefante…! – e m’iniziò a masturbare; ero esterrefatto dal suo disinibito toccare quasi non fosse un sesso altrui, mentre io prima mi ero accostato alla medesima parte di lui con timore quasi reverenziale, e lui, invece, non sembrava minimamente turbato dal masturbare, così giocosamente, un membro due anni più vecchio di lui. Menava e allungava, tirava e stirava, anche se non capivo dove volesse arrivare: dopo il mio precedente prosciugamento non avevo più risorse per lui; ma almeno mi compiacqui di aver trovato finalmente un altro come me… che nel momento del maggior concitamento, per smania o livore, si mordicchiava la lingua poggiata sul labbro inferiore retroverso all’interno; fino quel momento pensavo d’essere l’unico sventurato portatore di quell’attitudine verace dai più biasimata, perfino dai miei, ma ora, in lui, mi faceva tanto indice di naturale comunanza.

Non c’è la facevo più, stavo per scoppiare: se Luca non avesse smesso, di lì a poco, gli sarei venuto letteralmente in faccia contrariamente a quanto preventivavo; solo che ora preferivo serbarle, le riserve, per stasera da usare nel letto con Robertino. Si fermò brandendomelo in mano, poi lo strinse come per saggiarne la compattezza: me lo sentivo d’acciaio, come mai ricordavo! e poi riprese a tirarlo a sé, come volesse farne prova di trazione trascinandomi seco con letto appresso. Lo muoveva, l’esaminava; m’incuriosiva il suo attento studiare, poi, chiedendo, placò la mia curiosità: - Ma quanto ce l’hai? -

- Non lo so! – risposi; ma che c’era quell’anno... tutti volevano sapere quanto ce l’avevo: prima Robertino, poi Luca… ora chi altri si sarebbe aggiunto alla lista? Quindi mi divaricò le gambe e facendo un vasto sorriso vi ficcò la faccia in fino al mio sesso, strofinandola avidamente, finendo poi con l’abboccarmi un testicolo. Trattenni il fiato a quella nuova sensazione, anche se il mio primo istinto fu d’urlare quasi per un inquieto presagio: non è rilassante sentirsi una parte di sé, così delicata, trattenuta dalle fauci d’un altro alla sua completa mercé; poi iniziò a succhiare. Un insolito piacere: sottile, a tratti stravagante, direi, che andava aumentando; saliva quel gradiente di piacere fino a farsi man mano devastante; era come se la mia stessa gonade godesse di un orgasmo tutto suo… era travolgente! ma stava maturando anche una lieve dolia. Sentimento interessante quello, che tingeva il piacere d’un’inedita nota masochista, ma col tempo anche quella sensazione dolorosa crebbe… e ora era paragonabile a un autentico bruciore, tanto da levarmi il fiato. Avrei voluto fermarlo, ma una stupida punta d’orgoglio me lo impediva: che cosa avrebbe pensato? sarebbe stata un’ammissione di debolezza davanti a uno più piccolo… e non solo un piccolo qualsiasi, ma un piccolo che m’affascinava, che sembrava l’essenza stessa dell’incrollabilità! e poi come avrebbe reagito? avrebbe smesso… si sarebbe fermato… o per lo stizzo avrebbe abbandonato ogni proposito di sesso? no, non potevo! Ma se ora non avesse smesso mi sarei messo a gridare e a piangere come un moccioso.

Misericordiosamente smise e lenitivamente si mise a leccarmi lo scroto, che dolce sollievo… poi salì su, su, fino al meato e lo prese in bocca inghiottendone la più parte, quasi mi stupì la sua capacità d’ingoio, poi l’estrasse riconstatandone l’inturgidimento: - Posso misurartelo? – mi chiese, ma non feci neanche in tempo a rispondergli che subito scattò verso il comodino estraendone dal cassetto un metro da sarta. Mi chiesi come avesse potuto reperite in quel luogo quell’astruso strumento: un vecchio metro stiracchiato e logoro dall’uso e dal tempo, con le tinte tricromatiche sbiadite sulle bande delle decadi numeriche, a tratti illeggibili; ma a vederlo con quella fettuccia fiappa in mano, nudo e col cazzo rizzuto, non potei fare a meno di accostarne l’immagine erotica di lui a quelle delle signorine, di ieri, flagello munite e in abiti fetish. Lo accostò al mio pene, come ieri con Robertino, e dopo averlo mensurato con metodo e impegno, sentenziò: - Quasi venti! –con infinita soddisfazione.

- Ma l’hai fatto per me o per te? – gli chiesi, questa volta io retoricamente; ma in fondo lo capivo: v’è maggior soddisfazione nel riscontarsi sulle parti intime d’un altro piuttosto che sulle proprie, dove le stranianti prospettive inducono costanti dubbi sulle proprie dimensioni e il timore di essersi ingannati.

Il metro s’arricciò lentamente a terra: - Dai che andiamo! - mi disse con un implicito invito al plurale che il mio cervello rifiutava d’afferrare, poi mi prese per il bigolo e mi accompagnò nella sala da bagno; mi sentivo felice a essere menato da lui per l’uccello come un bimbo per mano. Non sapevo cosa stesse succedendo; non sapevo come reagire… se tutta quella confidenza se la fosse presa Robertino sicuramente gli avrei rovinato la vita, ma a lui non sapevo reagire. Trovai ad attendermi già il mio costume accanto alle sue cose, aveva pensato a tutto! evidentemente una risposta negativa non era prevista… - Dai! – mi fece entrando nella doccia, dove ora la sua figura m’invitava ad entrare come un sommo signore nel suo impero dei ghiacci. Mi fece entrare e mi chiuse la porta alle spalle; ci ritrovammo a stretto contatto dentro quel mezzo metro di doccia. Certo ci si stava strettini rinchiusi in due in quel tubo di vetro… era praticamente impossibile muoversi senza fregarsi, e per di più l’imbarazzo dello stretto contatto aumentava il mio senso di claustrofobia: ora capivo come si sentiva il celebre Houdinì rinchiuso, a testa in giù, dentro la Pagoda cinese piena d’acqua, che la tradizione vuole gli sia costata la vita; speravo solo non costasse questa volta qualcosa a me!

Luca trovò la giusta miscela d’acqua, e mentre io m’acclimatavo rasente alla parete, per non incappare in un improprio contatto col mio pene, mi passò la saponetta: – Dai… che dobbiamo docciarci! – mi disse e mi passò senza chiedere la mano sul torso. La sua carezza saponosa m'infuse coraggio e iniziai a mia volta a passarlo; che strano passargli la mano su quel tenero petto, così glabro e dal sembiante sì gracile da sembrar carezzare un uccellino, ma che aveva in sé tutta una mole da renderlo inamovibile, anche se mi sarebbe bastata una sola manata per costringerlo alla parete e riprendermi il dominio dovuto, fuscello com’era… Passavo con gusto la mano sul quel giovane petto e man mano che le nostre membra s’intricavano mi concedeva gentilmente il passo; toccarlo era ormai più eccitante di un massaggio tailandese, mentre lo guardavo beandomi della sua faccia radiosa sotto la pioggia, ma Luca non mi guardava… sembrava più intendo a passarmi bene, a gustarsi più solo il lato fisico del nostro contatto, che non quello emotivo come io invece avrei voluto.

Indugiavamo ormai da un po’ troppo tempo sul petto per lavarci adeguatamente, fu lui così a prendere iniziativa e a portarmi le mani dietro la schiena: - Dobbiamo lavarci! – disse, e poi mi cozzò col caldo cazzo contro il bacino. Subito indietreggiai, e lui si scusò, come fosse quello l’unico insolito contatto fra noi maschi di cui esserne imbarazzato, poi riprese ad insaponarmi in quel simil-abbraccio. Io lentamente m’accostai a lui imitandolo, anche se quella posizione mi infondeva una matta voglia di abbracciarlo, sentivo pero che non potevo: che mi sarei sentito ridicolo mostrandomi in gesto d’affetto verso uno più piccolo di me, in cerca soltanto di disimpegnato sesso. Pian piano con le braccia salì: - Adesso ci occupiamo di questi… - disse e mi iniziò lo shampoo; mammamia quant’era bello ora che finalmente, sorridendo, doveva per forza guardarmi in faccia e io certamente lo fissavo con sguardo innamorato carezzandogli l’oro dei suoi capelli. Adoravo sentire la sua testa tra le mani, mi sembrava di possederlo, di essere lì per baciarlo; ero felice… non mi ero mai sentito felice nella mia vita e ora lo ero grazie a lui, poi Luca avvicinò il naso al mio: le nostre punte si toccarono, le labbra si sfiorarono, e poi sfuggì dicendo: - Ora ci occupiamo di questo! -. Io speravo di risentire nuovamente la sua santa boccuccia sul mio pene, le sue labbra, la sua lingua sul glande, ma mi abboccò nuovamente al testicolo; no...! di nuovo quel pungolo, quel sentimento di piacere dolente, eccitante fino al midollo, ma più rapido e più svelto di prima nella sua dolorante ascesa; era come se l’abitudine avesse velocizzato la scena, e non riuscivo più a resistere: scaricavo sulla struttura di metallo la tensione e puntellando i piedi negli angoli vicini iniziai ad urlare. Luca sembrava però non capire i miei urli di dolore, scambiarli per i suoi gemiti di piacere, e galvanizzato iniziò più forte a succhiare. La mia voce rimbombò per quel tubo di vetro e metallo rintronandomi nelle orecchie; al dolore fisico si aggiungeva quello urlato in un continuum vorticoso, finché Luca non smise: - Wow! …ma che t’ho fatto!- mi disse sorridente: - dai resisti un altro po’! - e riprese la tortura del marone. Un altro po’…! avrei voluto vedere lui nel mio stato… con quel dolore sempre in atto che a momenti mi faceva lacrimare; se in quel momento ci fosse stato Robertino a vederci, sicuramente si sarebbe sparato una sega vedendomi implorare quel quattordicenne per ché smettesse; poi si concentrò finalmente sul mio uccello. Era questo volevo da lui … essere sfinito a pompini: faticare perfino a stare in piedi, come un pugile nell’angolo trattenuto su dalle sole corde, com’io ora con l’attrito della pelle contro le pareti. Stavo per venire, ma non volevo: Luca non sapeva poi come farmi godere a sufficienza, volevo conservare l’orgasmo per stanotte con Robertino: - Fermati, sto venendo… -

- Non ti preoccupare, ho capito come ti piace… – e lo riprese in bocca, saldo alla base, e iniziò a succhiare, e a succhiare; ora si che urlavo dal godimento, finché venni… Luca continuò anche dopo, come un’idrovora a succhiare, dilatando ad infinitum ogni attimo del mio lungo orgasmo, finché esausti scivolammo al suolo.

Sedevo nudo col culo nell’acqua e Luca nell’angolo dirimpetto a deglutirsi con soddisfazione sperma, aveva finalmente appreso il piacere del seme, che fra l’altro neanche prima aveva rifiutato, ma ora non sazio allungò le gambe per giochicchiarmi coi piedi dei miei testicoli.

- Queste cose non le fai, vero, con Roberto? – mi stuzzicò compiaciuto menandosi la verga; era veramente un tipino impudente, ma quella mazza che tra le mani mi faceva sorvolare ogni cosa: era sospendente… sembrava perfino proporzionata rispetto al suo fisichino minuto, e continuava a stuzzicarsela davanti a me con irrefrenabile libido. Era perfetta: ben lunga, diritta e tornita, perfettamente innervata dalla base alla cappella con quella nervatura spiccata lungo tutta la dorsale inferiore, mentre a me a metà scompariva inglobata nella mia curvità; avrei voluto leccarla tutta su quella cresta, delle palle fino alla cappella ancora coperta dal lauto prepuzio nonostante l’erezione e la compulsiva masturbazione… ecco, però, forse quello un difettuccio l’aveva: nella tenue resistenza allo scappellamento…, forse una lieve fimosi, ma appena accennata; ma quel neo poteva nulla rispetto alla sua immensa bellezza.

Era così bello Luca, e nudo ancora meglio… da non levargli gli occhi di dosso! sembrava un’effigie divina da adorare con circospezione; il portatore di bega: il begoforo! Eppure io avrei voluto tanto violargli quella verga divina, ma non prima di saziarmi dei suoi bei marron glasses. - Alzati! – gli dissi e lui subito s’alzo; ah… com’era maestoso quell’uccello ora che mi sovrastava con la sua naturale tendenza all’insù sopra la testa, ma davanti ai miei occhi le due meraviglie ch’ora avrei saggiato. Me ne riempi la bocca d’entrambe, ma eran troppe per tenerle insieme e tenni sol una, la sinistra, come pria fece lui; ma dopo un po’ di dolce succhiare Luca incominciò a scalpitare: a fremere con la gamba, ad emettere qualche versetto, ma io non mi fermavo; poi lamentò un tormentato «basta» e io continuavo ad ignorarlo, esattamente come lui, e in fine gridò straziato - Basta! – scendendo lungo la parete con melodrammatica espressione. Si rannicchiò al suolo e ancora stravolto con due grandi pupille nocciola, mi disse: - Ma è tremendo! – con una nota di velato rimprovero: - …cioè, subito godi… ma poi… – cercava fraterna compassione, ma il suo vittimismo, dopo il suo menefreghismo, mi irritava.

- Eh, ma va! – gli feci capire che lo sapevo.

- Sì… però sei un bastardo! Io t’avevo detto di smettere… - mi rimproverò per non aver tenuto la stessa considerazione che prima lui non aveva avuto…

- Perché tu cosa hai fatto prima! – lo ricusai…, quel quattordicenne non la poteva cavarsela così, ma Luca sembrava non gradire la mia obbiezione: - Sì, ma… -

- “Sì ma”, che! – lo interruppi con veemenza: – Dai! Su! - gli feci sui testicoli cenno d’alzarsi - Su?… - fece anche col ditino e lo sguardo innocente.

- Sì! -

- Ma vuoi continuare!? - mi disse quasi scandalizzato.

- Sì!

- Ma…, mi vuoi punire…! – iniziava quasi un piagnisteo.

- Sì! Certo… -

- Ma io sono piccolo… - disse correggendo l’atteggiamento con voce tenera e fare dolciotto: - mi devi perdonare…-

- Perdonare un corno… - l’attaccai – non puoi essere piccolo solo quando ti pare! - aveva voluto fare il primino emancipato… e ora ne pagava le conseguenze! - Tu adesso ti alzi e resisti, come ho fatto io! e stai zitto… - gli feci pure segno col dito.

- Ah sì… – disse offeso quasi facendo uno scatto indeciso se se stesso: sembrava indeciso se tra lo scottarsi o sottoporsi alla mia punizione con stoico coraggio; scelse la seconda. – Va bene, allora…! – disse come un uomo costretto al suo destino alzandosi in piedi e offrendomi lo scroto.

Mi piaceva quell’eroico atteggiamento di stoica accettazione della vita, per farmi vedere quanto valeva quel piccolo ometto; chissà forse se lo meritava uno sconto di pena… Gli leccai lo scroto, bella sensazione… e poi riospitai nuovamente quello stesso testicolo di prima, ma succhiandolo con più dolcezza, quasi limonandolo; ero sicuro che trovando il giusto dosaggio sarei riuscito a farlo godere pur mantenendo intatto quel piccolo pungolo, per farlo espiare senza troppo dolere; e ci ero riuscito! Luca non si muoveva, né gemeva, lo sentivo soltanto un pochino teso, ma di quel teso necessario al fisico godimento, inoltre adesso apprezzavo il suo marone in bocca: con quella gonade sola che pareva una grossa caramella da succhiare, e sciolta quella, accanto l’altra. Passai a quell’altra, lui se ne stava ormai così buono che non potevo tralasciarla per il reciproco piacere; era una cosa bellissima e pensare che mi bastava un poco per tramutargli tutto in un autentico inferno… Saziato dei suoi testicoli, era tempo di ripassare all’attrezzo: a quel grosso cannone che da sotto ammirato, ma non prima di non essermi complimentato con lui per la sua imperturbabile sopportazione.

Appena alzato vidi Luca col volto sofferto e il pianto trattenuto per non farsi sentite: - Sei contento, adesso! – iniziò a lacrimare: - ho resistito, contento! come hai voluto tu… e non ho neanche fiatato… - e iniziò un pianto dirotto. Mi sentivo un verme: Luca piangeva e io ne ero colpevole; una grave tristezza m’assalì solinga col solo bisogno di stringerlo forte per dargli il mio affetto, le mie scuse. – Dai, Luca… - lo strinsi; sentii che quella era la sua autentica natura: di tenero primino, e non quella di quattordicenne sicuro e emancipato; lo stringevo e sentivo un sentimento fraterno… lo stringevo e capivo che non avrei dovuto trattarlo a quel modo, ma abbracciarlo, perdonarlo, coccolarlo… lo stringevo e capivo mentre lacrime amare sotto l’acqua tergevo.

Come cominciò... prima con Luca

Camminando col sol cocente in su la fronte, vagheggianti pensieri m’accavalcavano la mente: impudichi deliri, cose inenarrabile affollavano a frotte; ma lui mi aspettava soltanto per la scuola… per saper di essa, e ancora non sapevo se accomiatarmi da lui con un più tristo addio o benaugurante ‘rivederci. Giunsi, in fine, al suo cancello, ritrovando me stesso sott’al fresco d’un albero posto a riparo del mio senno.
Eccomi finalmente davanti quella casa… alla calda luce del giorno sembrava decisamente di più un villino estivo, anche se disuso; ma ora che c’ero non riuscivo ad andare avanti: era come se per quel campanello il mio dito avesse repulso; uno scudo invisibile di timori e paure lo proteggeva. Quel bottone incastonato nella placca d’ottone mi sembrava un’areola con capezzolo di una tetta dorata, che per timidezza non riuscivo a sfiorare… in fondo lui non l’avrebbe mai saputo: per lui non sarei semplicemente riuscito a staccarmi da mio padre – pensavo – e tutto quello sarebbe finito; me ne stavo per tornare sui miei passi, quando dall’uscio uscì suo nonno con aria bonaria, flemmaticamente percorse il vialetto, si fermò davanti a me: – Ciao… –disse, aprendomi il cancello: – …entra! è su che ti aspetta… – che gentile! era venuto ad aprirmi senza che neanche l’avessi chiesto.
Grazie… – stavo quasi per fargli una domanda di cortesia, ma lo vidi mettere il piede fuori dal cancello.
Vabbe’…Di’ per piacere a Luca che vado! e ti faccio già i miei auguri nel caso non ci rivedessimo –e s’incamminò per via.
Che stupido, che ero a pensare che fosse venuto ad aprirmi! di certo non potevo essere così tenuto in considerazione da loro da essere coccolato a quel modo… ma comunque quell’illusione mi infuse coraggio: l’essere solo anche potenzialmente perso in considerazione da loro, mi avrebbe fatto un immenso piacere, e anche se non era vero, quell’incrocio ebbe per me il valore di un incontro col destino. Entrai dall’uscio, lasciato, questa volta, appositamente aperto per me, ma non c’era nessuno… in quell’andito vuoto non c’era nessuno ad attendermi: soltanto io e l’umido e il caldo in quella grande stanza vuota, dove i rumori suonavano acquei tra i volumi di luci e di ombre tingete dal pulviscolo. Mi sentivo disorientato, trascurato, non c’era nessuno ad accogliermi; poi un rumorio attirò il mio orecchio: un brusio di passi scalpicciati per terra proveniva da qualche stanza oltre quel buio corridoio. Andai verso quella sorgente di rumore, unico segno di vita: in quella stanza là in fondo, dirimpetta, inondata di luce; una camera dal mobilio spartano: un letto rifatto, un comodino accatastato di fumetti e nessun quadro alle pareti, almeno non in quelle che vedevo. Mi avvicinai pian piano, mentre un’ombra scivolava sul pavimento, giunsi all’uscio e Luca in costume da bagno e t-shirt rifaceva le valigie e contornato di indumenti.
Ah ciao… – si accorse di me: – entra, sono subito da te! –come potevo dubitare quella promessa da boyscout! Notai con piacere il suo tondo sedere compatto, mostratomi, appena sotto la maglietta, dall’insolito deshabillé; decisamente meglio di quello di molte mie compagnie di classe – pensai in quel momento – dai glutei flaccidi e oblunghi, ovviamente tenendo presente gli ovvi distinguo per sesso ed età. Non so, se io avrei mai avuto il coraggio di mostrarmi così succintamente davanti a un ospite in casa mia, senza esserne imbarazzato, ma comunque davvero un good-looking, specialmente quando s’abbassava per mostrarmi la sua parte anteriore chino sulle valige. – Siediti,scusa! –disse liberandomi il letto – un attimo e arrivo! – per non sentirmi in prestito mi sedetti, anche se avevo l’impressione di essere un ospite inopportuno durante un trasloco; non capivo bene la natura del suo agire, a me sembrava solo spostar cose a caso: travasava di qua e di là, togliendo e mettendo, panni ripiegati da una valigia all’altra, poi, finita una, la disfaceva per ricominciare a mettere tutto dentro l’altra, alla ricerca di chissà quale magico rimedio, che contro logica e la capienza, potesse renderla al contempo capiente e leggiera.
Allora parti – dissi la prima cosa stupida che mi passava per la testa, tanto per rompere il ghiaccio.
Già… – cominciò a raccontarmi di suo padre, al Cairo per affari, e di lui che l’indomani lo avrebbe raggiunto, approfittando della vacanza per festeggiare assieme il quattordicesimo anniversario di vita e la sua promozione dalle medie. Luca era decisamente uno di quelli che ti raccontano tutto della loro vita, come in preda a un’emorragia egotistica nella presunzione che tutto di loro debba interessarti; ma il problema è che di lui tutto mi interessava, se non fosse che, nell’eleganza delle sue gambe sottili muoversi per la stanza, il suo camminare mi distraeva, tutto di lui avrei appreso. Ma ammiravo il suo incedere con quella sorta di tunichella, quando poi si voltava, mostrandomi la sua parte anteriore, non gli toglievo gli occhi di dosso; sembrava quasi fare apposta a trovare muoversi pretestuosamente da un capo all’altro della stanza per sbandierarmi tutto quel suo bendiddio davanti agli occhi… ma presto la calura e le mille fantasie ebbero su di me un effetto assopente sdraiandomi e proiettandomi con lui tra piramidi e dune di sabbia.
Beatamente vagavo nel mio mondo di sogno, quando lui si coricò alla mia destra: il suo coppino si complementava perfettamente all’avambraccio, era una sensazione profondamente rilassante il suo adagiarsi come un vecchio amico, se la mano sbattuta sul petto non mi avesse indispettito poi mi chiese – E Roberto dove l’hai lasciato?
Ma che ne so! – gli risposi scazzato, quel colpo ebbe per me l’effetto di un tremendo mal di testa; e poi non volevo dirgli che l’avevo lasciato andare solo con mio padre, e per di più accollandomi l’onere di lavare i piatti per pagare il mio riscatto al solo scopo di venire da lui: era troppo compromettente. – Ma poi quella cosa di ieri è vera? – continuai – Quella di te con i tuoi amici… – mi interessavano troppo quelle storie di seghe tra amici.
No! Cioè sì… con mio cugino… – e alzò il braccio raccontandomi di suo cugino, allora quindicenne, e di lui dodicenne, a casa di uno per guardare VHS pornografici e spararsi marlette insieme ma non reciprocamente… e poi quella mano ricadde sul mio petto. Quel racconto simil–incestuoso mi aveva eccitato, ci tenevo ad approfondire con lui quel tema di seghe e piselli, offrendogli in cambio qualche confessione di Robertino delle più ridicole: gli confidai di lui a segarsi tra le fessure dei caloriferi e della sua media pro die di tre seghe minimo; mentre lui mi raccontò suoi amici: cose innocenti, solo braghe abbassate e misure avventate, ma tutto serviva quel per approfondire clima di reciproca conoscenza. La sua mano a ogni racconto prendeva il volo per muoversi in un pretestuoso gesticolare davanti ai miei occhi; la seguivo interessato, come incantato da quella danza improvvisata in una sorta di ipnotico volteggio per poi vedermela ricadere sempre sul petto, mai nel medesimo posto. M’incuriosiva però saper maggiormente del suo rapporto col cugino, del quale mi sembrò volutamente nascondere parte del racconto con abile capacita: ma oramai vedevo solo rapito da quella mano volteggiante scaglie bianche di soffitto tra le dita, che la seguivano come coriandoli appesi a un filo d’aquilone; nessuno ascoltava più l’altro, parlavamo semplicemente a turno in un tacito accordo: non più di Robertino, né di suo cugino; ma di un essere mitico, connaturalo dell’uno e dell’altro, che si faceva 3 le seghe al giorno e col braccio fratturato.

Sai quando si è rotto il braccio sono a trovarlo…– volteggiò per l’ultima volta – e mi ha costretto a fargli una sega – e la sua mano ricadde sul mio genitale.
C’era nell’aria l’impressione di un gesto da non fare e di una cosa da non dire, ma oramai la sua mano concludeva il mio sesso e le sue parole risuonano nella mia mente come tuoni da bombardamento. Rimanemmo fermi nell’aria immobile a fissare perplessi il soffitto; neanche il respiro si azzardava a fendere l’imbarazzo nell’aria, poi la sua mano pulsò come a dar vita a un cuore artefatto, scivolò inesorabilmente fermandosi al bordo del costume chiedendo il permesso prima di entrare, ma ogni mio secondo di silenzio era per lui un secondo d’assenso. Sottile, come una mano ladra nella tasca, s’intrufolò soppiatta surfando sul pelo fino a lambirne la radice per poi fermarsi a richiedere nuovamente permesso. Non avevo mai sentito un brivido così bello; trovai casualmente il cordone e lo tirai sciogliendo il nodo del costume per fargli intendere di proseguire e m’inforcò il pene alla radice gingillandolo un po’. L’illustre inquilino si destò dal torpore, ma lui lo snobbò portandolo verso l’alto e seguendone il filo fino a raggiungermi i testicoli; lo facevo anch’io con Robertino, ma non lo vedi mai godere così tanto come io in quel momento per un semplice palpeggio. Non mi stavo più trattenendo: volevo continuasse, e così scrollai il bacino; Luca carpì l’invito e salì un pochino prendendolo in mano.
Non era una sega vera e propria: di mancina e col polso retroverso… era più un muovermi su e giù la pelle a caso per farmi godere, ma a me bastava; fu per fortuna lui a stancarsi di quella scomodità e si mise su un fianco scambiando la dominante alla mancina, mentre con quest’ultima mi abbassava il costume. Non riuscivo a muovermi, né a parlargli, né tantomeno a guardarlo; stavo solo immobile con la faccia supina, come se voltandomi tutto quello svanisse, ma non potevo accontentarmi di stringere solo vuote lenzuola… avevo bisogno di qualcosa di più! Scivolai con la mano timidamente vicino il suo nobile pacco, tastandolo dapprima con due sole dita, ossequio reverenziale; ma quel senso di carnosità, quell’acrilico liscio dall’infinita sensualità, mi diedero la carica. Salii con la mano lungo quella straripante forma, indicante l’entrance;giunsi all’orlo, e varcandolo pure quello, dopo un attimo di timore, eccola la pelle nuda, sottile e liscissima coprire quella meravigliosa forma, e più su, in punta, la morbidezza infinita del suo lembo prepuziale; non resistetti più: mi voltati di scatto afferrandolo con la mano piena, e l’altra infilata per tenergli i testicoli. – Che roba… – gli dissi tutto il gusto del mondo per quel gran pezzo di cazzo, e Luca divertito si erse su.
Vieni dai! – mi indicò di levarmi con quella gran bega in mano.
Mi levai come lui in ginocchio per mettendoci le beghe a confronto: – Siamo uguali! – disse soddisfatto, no so se per l’aver constatato di avere una gran bella bega, oppure per aver trovato uno al suo pari con cui divertirsi. La sua faccia sorridente mi piaceva tantissimo, l’avrei baciato se non avessi sfogato la mia frenesia tastandolo, come avrei voluto fare in spiaggia, e alzandogli maglietta, allorché lui prese il mio gesto affettuoso per una voglia matta di spogliazione, e in quattro e quattr’otto si spogliò sedendosi all’indiana al centro del letto masturbandosi, mi fece segno col capo di mettermi davanti a lui. Era bellissimo nella sua fanciulla magrezza con quell’enorme cazzo in mano, quasi sovradimensionato per la sua minutezza; ma come si faceva a dir di no a una simil creatura? Mi spogliai e lo raggiunsi, ma non feci neanche in tempo a sedermi che già mi aveva preso il cazzo in mano; non l’avrei mai fatto così assatanato: me lo prendeva, lo impugnava con gusto, come mai Robertino avrebbe fatto, provandolo tutte le pose, mentre io con quella veneranda reliquia non mi accostavo con liturgica cura. Era come sedere davanti a uno specchio: quel biondino mi guardava con lo sguardo innamorato, e io mi sentivo attratto da quel volto benfatto; presto ci ritrovammo fronte a fronte in un caloroso contatto, fissandoci l’un negli occhi dell’altro, a scrutar noi stessi nelle pupille dell’altro. Mi sentivo già un piccicore in cima al cazzo e madido di sudore, controllai se anche lui fosse nel mio stato passandogli un pollice sovra la cappella; sarei stato un’eternità a masturbarlo perdendomi nel suo sguardo, se a un certo punto sorridendomi non avesse staccato la fronte: – Vi ho visti ieri… – disse sottintendendo tutto il resto, e si chinò verso il mio cazzo. Me lo prese in bocca. Non credevo a quanto stesse succedendo: era più di quanto da lui avrei sperato… però quello non era un vero pompino: non l’aveva scappellato; lo teneva semplicemente in bocca, sembrava quasi volerne provare l’effetto: ne sentivo la lingua, le labbra, il palato, a volte perfino di denti, di quella bionda capigliatura china sul mio sesso. Poi ritornò riprendendo a segarmi e ritoccandomi la fronte, con malizia sembrava dirmi “e tu che fai, non provi…”, e allora mi chinai dicendogli: – non è come credi… è solo lui a farlo! – e quel suo lungo cazzo entrò nella mia bocca. Non so perché, ma non volevo che credesse che io ero solito succhiar cazzi, foss’anche solo quello di Robertino; volevo pensasse che lui era l’unico che solo per lui lo facevo, perché era speciale! Ne avrei messo in bocca tanta parte da sentirmelo in gola, quell’odore pungente di cazzo mi incitava, ma non volevo scoprisse quanto mi piaceva, e poi, dopotutto, neanche lui si era sprecato tanto, così dopo un po’ di degustazione salii, ma non prima di avergli fatto provare cosa lo avrebbe aspettato passandogli la lingua sulla porzione di glande scoperta.
Lo sentii muoversi come scosso da un brivido di eccitamento: – dai stenditi! –mi disse in fretta ubicandomi nel luogo di prima. Mi distesi e lui ginocchioni al mio fianco a masturbarmi come un artigiano perfetto nel suo antico mestiere; non credevo che al mondo ci fosse alcuno capace di farmi godere tanto con una semplicissima sega: sapeva toccarmi come volevo, anticipando ogni mio desiderio, e segarmi al ritmo più giusto; e poi la sua passione. Lui sì, che si metteva d’impegno, altro che quello sfaticato Roberto; a un certo punto addirittura si poggiò su di me per dare più enfasi al movimento sporgendosi in avanti: Oh mammamia era lui che voleva stasera nel letto, se solo avessi potuto rapirlo, quel biondino arrapato e arrapante, sarei stato a posto coi miei istinti per tutta la vita.

Andava avanti oramai da qualche minuto: lo sentivo già affaticarsi con quel momento ormai più lasso: – Oh, vedo che sei un tipo resistente! – mi disse, facendomi quasi sentire in obbligo di scusarmi: – Vabbè! Vuol dire che mangerò di banana… – fece spallucce: – tanto mi piace la banana… il frutto! –e a quelle parole si richinò sul mio uccello scappellandolo con il primo risucchio. Stavo quasi per urlare dall’eccitamento, ma una sorta di riservatezza mi trattenne; quel primino sembrava un assatanato sperimentatore di sesso: lo sentii chiaramente metterne in bocca più che poté e giunto in fine spingersi emettendo finti mugolii di gusto; subitamente pensai volesse solo e soltanto divertirsi con me con qualche masturbazione reciproca, ma dalla portata della sua fellatio, era facile supporre che avrebbe provato l’intera portata; non attendevo altro! Volevo riprovare con lui, o per mezzo di lui, tutto quel meraviglioso orgasmo provato ier sera con Robertino; ma ora toccava a me darmi da fare, prima che si stancasse e che magari ripensasse. Cominciai a figuramelo steso sotto di me con quel superbo cazzo dentro la mia bocca, che succhiavo e succhiavo con maggiore arrapamento fino a farlo venire e io con lui. Luca eccoti il mio regalo, ma lui tolse la bocca sul più bello: – Bleah, ma non è buono!–
Nohhhhhh –ma che si aspettava pure lui che sapesse di Nutella! Cosa aveva da lamentarsi… io avrei avuto da lamentarmi, e anche da essere incazzato! ma come potevo? con un esserino… lì, diritto con linguetta di fuori, quasi un bambino che avesse assaggiato un’amara medicina. Era così tenero; come potevo avercela con lui? Salii rapidamente per rispondere alla mia tentazione di abbracciarlo, ma appena lo presi tra le braccia, mi disse – cos’era quel no? – rompendo il mio intento.
Mm… niente, non ti preoccupare! – non volevo perdere tempo a spiegargli qualcosa che intanto ora non avrebbe capito, preferivo coccolarlo; ma lui mi disse: – adesso tocca a me! – sembrava soltanto intenzionato a portare a termine lo scambio, avrei voluto dell’altro ma era meglio procedere o quando mai mi sarebbe capitata un altro cazzo del genere.

Che strano vedere un altro ragazzo nudo sotto di te, magari più piccolo: l’avrei dovuto masturbare, lo facevo già con Robertino, ma di giorno era tutt’altra cosa; noi avevamo il riserbo della notte, la liceità dell’incoscienza a darci una parvenza di senso, ma di giorno era diverso: vedere ogni mio gesto mi costringeva a prendere coscienza, essere consapevole di quello che stavo facendo, di quel pezzo duro di carme che stavo tenendo e che non era il mio sesso; però appena lo presi in mano quello straordinario fallo, la cosa mi sembrò subito più naturale.
Che goduria stringere quella cosa dalle dimensioni ben conosciute, era quasi come masturbare me stesso, e proprio da me traevo esperienza impugnandolo appena sopra la base della cappella, per farlo godere al meglio, come mai nessun al mondo l’avrebbe fatto godere in tutta la sua vita e i dì a venire. Il suo respiro affannoso si tramutò in un gemito sottile, declinato con un filo di voce; non ce la facevo più a occuparmi solo di un unico organo, il desiderio per lui mi fece appassionare a tutto il suo corpo, che passavo con l’altra mano ovunque potevo, soffermandomi per ultimo sul diaframma ad apprenderne il respiro. Vidi la sua cappella inumidirsi a ogni passata di mano, stava per venire e lui voleva anche il resto: me lo indicava con le sue tenui carezzine suggerite sul fianco della cinta, ma non era comunque facile introdurre quel pene alla piena luce del giorno. Lo presi con ambo le mani per scoprirne quel madido glande, mentre il suo lauto prepuzio opponeva una fiera resistenza per impedirmi di violare la sua illibata purezza; ma sboccai il suo fiore e quell’intrigante fragranza di seme mi entrò nelle nari, inducendomi a fauci aperte a piombarmi su quel pene. Affondai, ma Luca urlò dal godimento, per lo spavento staccai la bocca credendo nell’impeto di avergli fatto del male, ma lui mi gridò: – Continua… continua! – concitato come una vergine vogliosa; galvanizzato, ripresi in bocca quel sesso, afferrando con una mano i maroni e l’altra la base a tenere tutto quello che la bocca non poteva contenere. L’intero suo sesso dentro di me: mai come in quella volta il cazzo mi sembrò complemento naturale della bocca il suo; chi aveva mai parlato della figa… chi era costui che negava quell’immenso piacere… ripresi a succhiare quel lungo arnese, avrei voluto contenerlo tutto; me lo godevo ogni singolo centimetro, come mai avevo fatto con Robertino; fu come se fosse stato il mio primo vero bocchino. Ne sentivo già gli effluvi prespermatici annunciarne l’arrivo: e se adesso mi fermassi? Se gli avessi fatto pagare il fio per il precedente rifiuto: lasciandolo lì, fermo e riverso nel suo orgasmo mancato… ma perché farlo? Non era forse più dolce un supplizio per senso di colpa? E vederlo poi struggersi cogitabondo nel suo rimpianto… cominciai a succhiarlo più forse assecondando i suoi incitamenti gridato a random “Ah, sì… dai… ancora…”, doveva essere uno di quelli col grido incorporato, roba che credevo possibile soltanto sulle ragazze. Poi lo sentii in fine gemere più forte – Siiiiiiiiiiii -, e due, tre schizzi di seme irrorarmi si sperma il cavo orale, quel solito mix di seme e saliva ancora, ma stavolta più denso del solito, schiumarmi in gola.
Succhiavo quel cazzo e Luca s’agitava, inarcava la schiena, arruffava le coperte muovendosi sconnesso; cercai di tenerlo allegro il più lungo possibile, se più lungo era possibile, ma finì… come tutte le cose belle devono finire, essere rare e preziose, per questo sono così care. Mi alzai convinto di soddisfarmi del suo sguardo perplesso per quello che mi aveva fatto mancare, ma lui con le palme protese a se mi chiamava in un tenero abbraccio e lo sguardo voglioso di coccole al cui richiamo non potevo tacere.

Come cominciò... mercoledì di pioggia

Drinnnnnnn! Drinnnnnnn! Suonava alla porta mio padre: – Esco! – mi aveva detto poco prima destandomi dai miei splendidi sonni di dormiglione; doveva aver dimenticato le chiavi di casa, ed ora era venuto a prendersele. Ma non poteva stare più attento? In questa fresca e mattinata uggiosa, me ne sarei volentieri a letto, e crogiolato con Robertino spupazzandolo un po’. Drinnnnnnn! – Siiiiiiiii – Stropicciai il suo pisello già bello duretto sotto il pigiama, mentre lui dormiva minimamente infastidito da quel tedioso campanello. Drinnnnnnn! – ARRIVO! – che palle! Avanzai barcollante verso quella porta odiosa: – Mah! Luca… che ci fai qua? – non credevo ai miei occhi.

Eh… ho incontrato tuo padre e mi ha detto di salire… disturbo?

No, entra…– ero felice di trovarmi Luca sul pianerottolo di casa, ma in parte mi rovinava i piani per la colazione: non potevamo certo farla come l’altra mattina... e poi, vedendo Roberto, mi ricordai di un altro problema: non indossava le mutande, e sconoscendo la sua presenza, forse, si sarebbe alzato sfoggiando la sua orgogliosa erezione. Dovevo correre ai ripari, così feci accomodare Luca nel suo usuale posto in modo che lo avesse di spalle: – Luca, vuoi qualcosa? – pronuncia il suo nome ad alta voce per palesarne della presenza.

No grazie, ho già mangiato – odio i rifiuti di cortesia, ma intanto Roberto si era svegliato e mi guardava sbertonato per la presenza di quella bionda capigliatura nella stanza; avrei dovuto fargli uno scatto per quanto era buffo, ma capii anche dalla sua espressione che in atto l’allarme erezione; toccava a me escogitare qualcosa – Oh ben sveglio! Dai, vatti a cambiare in bagno che facciamo colazione! –se non l’avessi imboccato per filo e per segno, temevo fosse troppo tonto per capire come agire.

Ah ciao! – lo salutò anche Luca, come cadendo dalle nuvole – Ma ci sei anche tu! – se voleva ottenere una pace duratura non avrebbe dovuto trattarlo con quell’aria di sufficienza.

Luca, biscotti? – dovevo distrarlo

Che sono…

Boh… sono come dei Ringo ma alla cioccolata – intanto Roberto si diresse al bagno goffamente coprendosi il pube con dei vestiti.

– Sì, allora sì – rispose Luca, ma vidi Robertino soffermarsi alle sue spalle e mostragli in scherno tosta verga e lunga linguaccia; l’avrei ucciso in quel momento: io mi adoperavo tanto per ridurre il rischio e lui si azzardava per le sue personali ripicche! Inoltre, avendo indugiato con lo sguardo un po’ troppo allungo oltre le sue spalle, Luca aveva sgamato che qualcosa non andava e si girò di scatto, mentre Roberto ratto scappò verso il bagno.

Quel cretino aveva rischiato, e ora Luca si girava intorno: – Ma anche tu dormi in quel letto?–

– Sì, perché?–.

No, niente… – ma vidi comparire un accenno di sorrisi malizioso sul suo volto; ma che aveva… sembrava, anche a lui, così insolito, per non dire evidentemente inopportuno, che due maschi condividessero lo stesso letto durante le vacanze? Non può accadere un’evenienza a costringere scelte forzate, senza per forza sottintendere altro? Io non ci vedevo nulla di male nell“assoluto”, ma a quanto pare, pure lui, condivideva gli stessi preconcetti di Robertino: o ero io marziano, o ero capitato con due fissati…

L’aria si fece un tantinello pesante dopo il suo sorrisetto allusivo, per fortuna ci fu l’arrivo di Roberto a stemperare il silenzio imbarazzante; ora però la presenza di Luca sembrava conferire un’aria più leggera alla colazione, un che di positivo, comunicando un senso di insolita famigliarità: non eravamo più soltanto un ospite e un padrone di casa, ma eravamo ragazzi e si scherzava; Roberto e Luca avevo perfino iniziato a parlare come due amici. Era bello vederli conversare tranquillamente, nelle loro differenze: uno più bimbo e scontroso, l’altro più sveglio e un pochino impostato; l’uno moretto, l’altro biondino, e io mi sentivo come un fratello maggiore che doveva curare quest’idillio da ogni distonia, come quel capello rosso tra la chioma di Roberto. Allungai la mano per togliergli quel filo scarlatto, come una cosa dovuta, una naturale gentilezza di parentali cure, mentre a lui minimamente infastidiva la mia mano a ridosso; ma Luca… cosa avrebbe pensato? Un gesto, in realtà, d’insolita premura, naturale semmai da una mamma o un affine, ma non da un amico: avrebbe sospettato…, avrebbe fiutato… così che tosto tramutai la carezza in un sonoro scappellotto: – Ahi! – gridò Roberto tenendosi il capo.

Guarda che avevi tra i capelli!

Ahia… – continuò a lamentarsi quasi frignando, mentre Luca rideva.

Ma quanti anni hai? – gli chiese

Tredici, come te!

No! – rispose prontamente Luca: – io ho un anno in più! Tra qualche giorno li compio, mentre tu li hai già compiuti… –

No, sei mesi! – intervenni io

Come sei mesi…! – mi disse come se avesse detto chissà quale eresia.

Tu sei nato ad agosto… e lui a marzo dell’anno successivo, ma ai primi…, dunque ci sono quasi sei mesi fra voi due!