Il giocattolino
Aveva un che d’insolitamente serioso oggi Luca: sarà stato per la scuola, o per qualche compito che non riusciva a finire, oppure per qualche verifica incombente; fatto sta che un’aria così greve, mal si addiceva al suo esserino minuto e solitamente giocoso: refrattario persino alle mie coccoline fattegli dietro l’orecchio o al coppino, che scartava infastidito scansando la testa. Tornai alla carica trascinandogli la seggiola – oggi insolitamente lontana – vicino e rigrattandogli l’orecchio, ma mi scacciò via la mia mano innervosito.
– Beh… – pronunciai io con sconcerto per chiedergli spiegazioni.
– Cosa vuoi? Tanto io sono soltanto un primino! – mi accusò.
– Ma cosa…? –
– Oggi…. a scuola….! non è che perché voi siete di terza, noi non sentiamo! – noi…? voi…? ma che cos’era tutta quella: l’inizio della rivolta dei primini?
– Oh… ma si può sapere cos’hai...? – gli pugnettai simpaticamente la spalla, ma lui s’allontanò invece di rispondermi come il solito.
Maledetto quel roscio! doveva esserci lui dietro! C’era lui infatti stamattina, quando avevo detto a Fausto di lasciar correre perché gli era cozzato contro: perché in fondo era “soltanto un primino”; e lui allora, offeso, doveva aver riferito tutto a Luca, con sommo godimento, stravolgendolo l’episodio: perché invidioso della nostra amicizia.
Piano riavvicinai la sedia, e lui seccato fe’ finta di niente, come se io non esistessi, continuando a legger sui quaderni; ma contemporaneamente quel fare permaloso m’incitava a tampinarlo: allora con nonchalance mi appropriai della sua mano, coccolandola, mentre lui fingeva ancora indifferenza, e dopo d’un po' me la portai con l’esplicito intento d’infilarmela nei pantaloni, e lui reagì scorbutico: – Non sono il tuo giocattolino! – strappandomela – Te l’ho già detto! –.
– Veh, Luca, vedi di darti una calmata! eh… E poi cos’è sempre sta storia del “giocattolino”? –
– Lo sai benissimo: è per come mi tratti! – ribatté.
– Per come ti tratto? Luca, mi stai veramente seccando con sta fola: è dall’inizio dell’anno che vai avanti! – allora lui mi guardò con aria di sfida: come se gli dovessi mostrare che non fosse vero: – Luca, chi è venuto da me la prima volta? chi è venuto a casa mia? chi è? chi è venuto nella mia scuola? – replicai; e il suo sguardo che si fece perplesso: – Quindi, come vedi, è tutto da ridire su chi dovrebbe sentirsi il giocattolino di chi! – l’incalzai rinfacciandogli i termini della questione; e lui, in tutta risposta, si prese su e se n’andò via dalla parte della sedia, incazzato, e scomparendo dietro lo schienale del divano.
Dopo cinque minuti vidi lo schermo del televisore accendersi autonomamente: adesso il “Piccolo principe”, oltre a starsene immusonito in casa mia, si permetteva pure di accendermi il tivvù senza dir niente; da perfetto spadroncino di casa! Mi accusava di considerarlo soltanto come un “giocattolino” – a me…, dopo tutto quello che gli facevo! – e poi non aveva neanche il coraggio di andarsene da casa mia; ma anzi vi restava come se fosse il padroncino! Non ci potevo credere: cornuto e mazziato in casa mia; defraudato e detronizzato da un primino.
Dop’altri cinque minuti di matto ed inutile studio, scappai letteralmente in cucina a prender due merendine perché non ce la facevo più a sopportare quella situazione: dovevo chiarire la situazione e mi serviva un pretesto per incominciare. Avrei potuto portargli una banana scherzosamente, ma dopo quella sceneggiata: meglio evitare altri fraintendimenti; avrei potuto portargli anche il gatto, come calumet della pace, ma non lo trova: infatti ce l’aveva lui che già fusava tra le braccia, quando gli portai la merendina.
– Posso? – dissi per sedermi visto che occupava tutto il divano, disteso; e spostò appena le gambe.
Scartai una merendina di nascosto per fargli una sorpresa, mentre lui mi guardava incuriosito con la coda dell’occhio per non farsi notare, poi glie la passai; Luca la prese senza dir niente, senza un’occhiata, come se gli fosse una cosa dovuta dal suo servitore. Quindi scartai la mia, insipida, inconsistente: perché l’ultima al cioccolato l’avevo lasciata a lui.
Luca mangiava indifferente la sua merendina e Niki ne grufolava le briciole (al cioccolato… boia d’un gatto!), mentre l’accarezzava. Poi m’avventurai anch’io sulla schiena del gatto, accarezzandolo: sperando d’usarlo da tramite per lui; e presto le nostre mani s’incrociarono scivolando su quel morbido manto, anche se il gatto pareva non gradire tutto quel traffico sul suo dorso arruffato. Cominciai a stuzzicarlo sopra al muso, suscitando il riso di Luca; – Lo sai che qui è un triangolo perfetto? – gl’indicai tra le orecchie e il muso del felino. Il primino mi guardò incuriosito, come chiedendomi altre spiegazioni. – Le distanze tra le orecchie e il naso formano un triangolo equilatero nel gatto! – chiosai: ogni tanto qualche vaccata dovevo pur dirla per rendermi interessante; poi Niki, infastidito dal mio gesticolare davanti al suo muso, s’allontanò sdegnoso tra le risa mie e di Luca.
Vidi Niki zampettar via, e mi sentii toccare il cazzo. Luca si stava vergognosamente nascondendo dietro la mano come un bambino dopo aver fatto ‘na marachella, e io allora mi chinai , invece di dirgli: «Non devi farlo: non ce n’è bisogno!», per abbracciandolo. Una sensazione d’infinita tenerezza mi prese da quell’abbraccio, e cominciai a strusciarmi contro il suo volto, prima di mordicchiarlo al lobo, che lì vicino invitava tanto. Luca cominciò subito ad urlare aumentando il mio piacere, mentr’io m’accomodai sul suo corpicino per sbottonagli meglio quella camicina flanellata a scacchi larghi e colori autunnali. Ero così preso dall’eccitamento da non riuscirmi più a coordinare nemmeno per sbottonarlo e mordicchiarlo al contempo; sicché preso dall’impazienza strappai fuori la camicia assieme alla canotta, e presi a carezzarlo su tutto quel busto nudo. Finii per riabbraccialo, scivolando con le braccia dietro, ed ebbi quasi un sussulto per la sensazione violenta di quelle scapole nelle coppe delle mie mani, e lo riadagiai sul divano. Il suo fisichino magro m’infregolava: il suo petto glabro m’ingrifava con quegli occhietti (le sue areole) che mi guardavano strano; così mi buttai a bacettarlo nel mezzo dello sterno, mentre con le mani andavo lo slacciavo, incitato da quella cappella già fuori dall’orlo dei pantaloni. La fibbia, la zip, le mutande… ecco! il suo frenammano, che mi alzai a osservare. Bella, lunga, come mamma glie l’aveva fatta, quella bega; e come nessuna ragazza gli aveva mai visto; presi a menarla, quasi sfibrandola, perché lui potesse godere e sentire tutto il bene che in cuore gli volevo. Il suo ansimo mi fe’ calare, un’altra volta, di nuovo a bacettarlo, ma sul collo, per poi incominciare con un succhiotto, mentre intensamente lo masturbavo.
Lui gemeva, e io intanto continuavo a bacettarlo sul quel collo teso: un po' mi sembravo un vampiro, ma non interessato al suo sangue, ma al suo sperma! Scesi ribacettando lungo lo sterno, ma giunto in prossimità d’un dei suoi capezzoli, mi buttai su di quello, e Luca emise un gemito profondo che m’incitò a ciucciarlo sempre più a lungo.
Luca sembrava letteralmente impazzire dal piacere, per la mia gioia e la sua delizia, ma implorandomi di farlo venire: così scesi allora, precipitandomi su quel begone, e infilandone in gran proporzione. Finalmente era mio! lo era sempre stato, e lo sarebbe stato per sempre: ma il sentirmelo in bocca, me lo faceva sentire più mio. Ma come poteva quel primino accusarmi d’una cosa del genere: d’esser come un suo burattinaio, o una specie, se lui e il suo pene eran per me il mio centro e il mio fulcro dell’universo? Dopo tutti quegli orgasmi prodigatigli a vuoto: come poteva, anche solo pensarmi capace d’una nefandezza del genere!? io lo veneravo, e ora, un’altra volta, gliel’avrei mostrato. Luca ululò nuovamente il suo godereccio afflato, inondandomi la bocca del di lui piacere, che io succhiai intento a trarne sino all’ultima goccia.
Deglutii a goccia a goccia quell’insolita camomilla, per dilatargli ad infinitum ogni singolo attimo del suo prolungato orgasmo, che piaceva non solo a lui, ma anche a me, per placare il suo indomito orgoglio. Poi mollai quel pezzetto di carne, per guardarmi a faccia a faccia con quel primino e gli sclamai: – Ma che giocattolino! – vibrandogli la testa tra le mani: – Tu, sei il mio primino!!! – e Luca mi concluse con un bel sorriso.
– Beh… – pronunciai io con sconcerto per chiedergli spiegazioni.
– Cosa vuoi? Tanto io sono soltanto un primino! – mi accusò.
– Ma cosa…? –
– Oggi…. a scuola….! non è che perché voi siete di terza, noi non sentiamo! – noi…? voi…? ma che cos’era tutta quella: l’inizio della rivolta dei primini?
– Oh… ma si può sapere cos’hai...? – gli pugnettai simpaticamente la spalla, ma lui s’allontanò invece di rispondermi come il solito.
Maledetto quel roscio! doveva esserci lui dietro! C’era lui infatti stamattina, quando avevo detto a Fausto di lasciar correre perché gli era cozzato contro: perché in fondo era “soltanto un primino”; e lui allora, offeso, doveva aver riferito tutto a Luca, con sommo godimento, stravolgendolo l’episodio: perché invidioso della nostra amicizia.
Piano riavvicinai la sedia, e lui seccato fe’ finta di niente, come se io non esistessi, continuando a legger sui quaderni; ma contemporaneamente quel fare permaloso m’incitava a tampinarlo: allora con nonchalance mi appropriai della sua mano, coccolandola, mentre lui fingeva ancora indifferenza, e dopo d’un po' me la portai con l’esplicito intento d’infilarmela nei pantaloni, e lui reagì scorbutico: – Non sono il tuo giocattolino! – strappandomela – Te l’ho già detto! –.
– Veh, Luca, vedi di darti una calmata! eh… E poi cos’è sempre sta storia del “giocattolino”? –
– Lo sai benissimo: è per come mi tratti! – ribatté.
– Per come ti tratto? Luca, mi stai veramente seccando con sta fola: è dall’inizio dell’anno che vai avanti! – allora lui mi guardò con aria di sfida: come se gli dovessi mostrare che non fosse vero: – Luca, chi è venuto da me la prima volta? chi è venuto a casa mia? chi è? chi è venuto nella mia scuola? – replicai; e il suo sguardo che si fece perplesso: – Quindi, come vedi, è tutto da ridire su chi dovrebbe sentirsi il giocattolino di chi! – l’incalzai rinfacciandogli i termini della questione; e lui, in tutta risposta, si prese su e se n’andò via dalla parte della sedia, incazzato, e scomparendo dietro lo schienale del divano.
Dopo cinque minuti vidi lo schermo del televisore accendersi autonomamente: adesso il “Piccolo principe”, oltre a starsene immusonito in casa mia, si permetteva pure di accendermi il tivvù senza dir niente; da perfetto spadroncino di casa! Mi accusava di considerarlo soltanto come un “giocattolino” – a me…, dopo tutto quello che gli facevo! – e poi non aveva neanche il coraggio di andarsene da casa mia; ma anzi vi restava come se fosse il padroncino! Non ci potevo credere: cornuto e mazziato in casa mia; defraudato e detronizzato da un primino.
Dop’altri cinque minuti di matto ed inutile studio, scappai letteralmente in cucina a prender due merendine perché non ce la facevo più a sopportare quella situazione: dovevo chiarire la situazione e mi serviva un pretesto per incominciare. Avrei potuto portargli una banana scherzosamente, ma dopo quella sceneggiata: meglio evitare altri fraintendimenti; avrei potuto portargli anche il gatto, come calumet della pace, ma non lo trova: infatti ce l’aveva lui che già fusava tra le braccia, quando gli portai la merendina.
– Posso? – dissi per sedermi visto che occupava tutto il divano, disteso; e spostò appena le gambe.
Scartai una merendina di nascosto per fargli una sorpresa, mentre lui mi guardava incuriosito con la coda dell’occhio per non farsi notare, poi glie la passai; Luca la prese senza dir niente, senza un’occhiata, come se gli fosse una cosa dovuta dal suo servitore. Quindi scartai la mia, insipida, inconsistente: perché l’ultima al cioccolato l’avevo lasciata a lui.
Luca mangiava indifferente la sua merendina e Niki ne grufolava le briciole (al cioccolato… boia d’un gatto!), mentre l’accarezzava. Poi m’avventurai anch’io sulla schiena del gatto, accarezzandolo: sperando d’usarlo da tramite per lui; e presto le nostre mani s’incrociarono scivolando su quel morbido manto, anche se il gatto pareva non gradire tutto quel traffico sul suo dorso arruffato. Cominciai a stuzzicarlo sopra al muso, suscitando il riso di Luca; – Lo sai che qui è un triangolo perfetto? – gl’indicai tra le orecchie e il muso del felino. Il primino mi guardò incuriosito, come chiedendomi altre spiegazioni. – Le distanze tra le orecchie e il naso formano un triangolo equilatero nel gatto! – chiosai: ogni tanto qualche vaccata dovevo pur dirla per rendermi interessante; poi Niki, infastidito dal mio gesticolare davanti al suo muso, s’allontanò sdegnoso tra le risa mie e di Luca.
Vidi Niki zampettar via, e mi sentii toccare il cazzo. Luca si stava vergognosamente nascondendo dietro la mano come un bambino dopo aver fatto ‘na marachella, e io allora mi chinai , invece di dirgli: «Non devi farlo: non ce n’è bisogno!», per abbracciandolo. Una sensazione d’infinita tenerezza mi prese da quell’abbraccio, e cominciai a strusciarmi contro il suo volto, prima di mordicchiarlo al lobo, che lì vicino invitava tanto. Luca cominciò subito ad urlare aumentando il mio piacere, mentr’io m’accomodai sul suo corpicino per sbottonagli meglio quella camicina flanellata a scacchi larghi e colori autunnali. Ero così preso dall’eccitamento da non riuscirmi più a coordinare nemmeno per sbottonarlo e mordicchiarlo al contempo; sicché preso dall’impazienza strappai fuori la camicia assieme alla canotta, e presi a carezzarlo su tutto quel busto nudo. Finii per riabbraccialo, scivolando con le braccia dietro, ed ebbi quasi un sussulto per la sensazione violenta di quelle scapole nelle coppe delle mie mani, e lo riadagiai sul divano. Il suo fisichino magro m’infregolava: il suo petto glabro m’ingrifava con quegli occhietti (le sue areole) che mi guardavano strano; così mi buttai a bacettarlo nel mezzo dello sterno, mentre con le mani andavo lo slacciavo, incitato da quella cappella già fuori dall’orlo dei pantaloni. La fibbia, la zip, le mutande… ecco! il suo frenammano, che mi alzai a osservare. Bella, lunga, come mamma glie l’aveva fatta, quella bega; e come nessuna ragazza gli aveva mai visto; presi a menarla, quasi sfibrandola, perché lui potesse godere e sentire tutto il bene che in cuore gli volevo. Il suo ansimo mi fe’ calare, un’altra volta, di nuovo a bacettarlo, ma sul collo, per poi incominciare con un succhiotto, mentre intensamente lo masturbavo.
Lui gemeva, e io intanto continuavo a bacettarlo sul quel collo teso: un po' mi sembravo un vampiro, ma non interessato al suo sangue, ma al suo sperma! Scesi ribacettando lungo lo sterno, ma giunto in prossimità d’un dei suoi capezzoli, mi buttai su di quello, e Luca emise un gemito profondo che m’incitò a ciucciarlo sempre più a lungo.
Luca sembrava letteralmente impazzire dal piacere, per la mia gioia e la sua delizia, ma implorandomi di farlo venire: così scesi allora, precipitandomi su quel begone, e infilandone in gran proporzione. Finalmente era mio! lo era sempre stato, e lo sarebbe stato per sempre: ma il sentirmelo in bocca, me lo faceva sentire più mio. Ma come poteva quel primino accusarmi d’una cosa del genere: d’esser come un suo burattinaio, o una specie, se lui e il suo pene eran per me il mio centro e il mio fulcro dell’universo? Dopo tutti quegli orgasmi prodigatigli a vuoto: come poteva, anche solo pensarmi capace d’una nefandezza del genere!? io lo veneravo, e ora, un’altra volta, gliel’avrei mostrato. Luca ululò nuovamente il suo godereccio afflato, inondandomi la bocca del di lui piacere, che io succhiai intento a trarne sino all’ultima goccia.
Deglutii a goccia a goccia quell’insolita camomilla, per dilatargli ad infinitum ogni singolo attimo del suo prolungato orgasmo, che piaceva non solo a lui, ma anche a me, per placare il suo indomito orgoglio. Poi mollai quel pezzetto di carne, per guardarmi a faccia a faccia con quel primino e gli sclamai: – Ma che giocattolino! – vibrandogli la testa tra le mani: – Tu, sei il mio primino!!! – e Luca mi concluse con un bel sorriso.



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