lunedì 23 novembre 2009

Il giocattolino

Aveva un che d’insolitamente serioso oggi Luca: sarà stato per la scuola, o per qualche compito che non riusciva a finire, oppure per qualche verifica incombente; fatto sta che un’aria così greve, mal si addiceva al suo esserino minuto e solitamente giocoso: refrattario persino alle mie coccoline fattegli dietro l’orecchio o al coppino, che scartava infastidito scansando la testa. Tornai alla carica trascinandogli la seggiola – oggi insolitamente lontana – vicino e rigrattandogli l’orecchio, ma mi scacciò via la mia mano innervosito.
Beh… – pronunciai io con sconcerto per chiedergli spiegazioni.
Cosa vuoi? Tanto io sono soltanto un primino! – mi accusò.
Ma cosa…?
Oggi…. a scuola….! non è che perché voi siete di terza, noi non sentiamo! – noi…? voi…? ma che cos’era tutta quella: l’inizio della rivolta dei primini?
Oh… ma si può sapere cos’hai...? – gli pugnettai simpaticamente la spalla, ma lui s’allontanò invece di rispondermi come il solito.
Maledetto quel roscio! doveva esserci lui dietro! C’era lui infatti stamattina, quando avevo detto a Fausto di lasciar correre perché gli era cozzato contro: perché in fondo era “soltanto un primino”; e lui allora, offeso, doveva aver riferito tutto a Luca, con sommo godimento, stravolgendolo l’episodio: perché invidioso della nostra amicizia.
Piano riavvicinai la sedia, e lui seccato fe’ finta di niente, come se io non esistessi, continuando a legger sui quaderni; ma contemporaneamente quel fare permaloso m’incitava a tampinarlo: allora con nonchalance mi appropriai della sua mano, coccolandola, mentre lui fingeva ancora indifferenza, e dopo d’un po' me la portai con l’esplicito intento d’infilarmela nei pantaloni, e lui reagì scorbutico: – Non sono il tuo giocattolino! – strappandomela – Te l’ho già detto! –.
Veh, Luca, vedi di darti una calmata! eh… E poi cos’è sempre sta storia del “giocattolino”?
Lo sai benissimo: è per come mi tratti! – ribatté.
Per come ti tratto? Luca, mi stai veramente seccando con sta fola: è dall’inizio dell’anno che vai avanti! – allora lui mi guardò con aria di sfida: come se gli dovessi mostrare che non fosse vero: – Luca, chi è venuto da me la prima volta? chi è venuto a casa mia? chi è? chi è venuto nella mia scuola? – replicai; e il suo sguardo che si fece perplesso: – Quindi, come vedi, è tutto da ridire su chi dovrebbe sentirsi il giocattolino di chi! – l’incalzai rinfacciandogli i termini della questione; e lui, in tutta risposta, si prese su e se n’andò via dalla parte della sedia, incazzato, e scomparendo dietro lo schienale del divano.

Dopo cinque minuti vidi lo schermo del televisore accendersi autonomamente: adesso il “Piccolo principe”, oltre a starsene immusonito in casa mia, si permetteva pure di accendermi il tivvù senza dir niente; da perfetto spadroncino di casa! Mi accusava di considerarlo soltanto come un “giocattolino” – a me…, dopo tutto quello che gli facevo! – e poi non aveva neanche il coraggio di andarsene da casa mia; ma anzi vi restava come se fosse il padroncino! Non ci potevo credere: cornuto e mazziato in casa mia; defraudato e detronizzato da un primino.
Dop’altri cinque minuti di matto ed inutile studio, scappai letteralmente in cucina a prender due merendine perché non ce la facevo più a sopportare quella situazione: dovevo chiarire la situazione e mi serviva un pretesto per incominciare. Avrei potuto portargli una banana scherzosamente, ma dopo quella sceneggiata: meglio evitare altri fraintendimenti; avrei potuto portargli anche il gatto, come calumet della pace, ma non lo trova: infatti ce l’aveva lui che già fusava tra le braccia, quando gli portai la merendina.
Posso? – dissi per sedermi visto che occupava tutto il divano, disteso; e spostò appena le gambe.
Scartai una merendina di nascosto per fargli una sorpresa, mentre lui mi guardava incuriosito con la coda dell’occhio per non farsi notare, poi glie la passai; Luca la prese senza dir niente, senza un’occhiata, come se gli fosse una cosa dovuta dal suo servitore. Quindi scartai la mia, insipida, inconsistente: perché l’ultima al cioccolato l’avevo lasciata a lui.
Luca mangiava indifferente la sua merendina e Niki ne grufolava le briciole (al cioccolato… boia d’un gatto!), mentre l’accarezzava. Poi m’avventurai anch’io sulla schiena del gatto, accarezzandolo: sperando d’usarlo da tramite per lui; e presto le nostre mani s’incrociarono scivolando su quel morbido manto, anche se il gatto pareva non gradire tutto quel traffico sul suo dorso arruffato. Cominciai a stuzzicarlo sopra al muso, suscitando il riso di Luca; – Lo sai che qui è un triangolo perfetto? – gl’indicai tra le orecchie e il muso del felino. Il primino mi guardò incuriosito, come chiedendomi altre spiegazioni. – Le distanze tra le orecchie e il naso formano un triangolo equilatero nel gatto! – chiosai: ogni tanto qualche vaccata dovevo pur dirla per rendermi interessante; poi Niki, infastidito dal mio gesticolare davanti al suo muso, s’allontanò sdegnoso tra le risa mie e di Luca.
Vidi Niki zampettar via, e mi sentii toccare il cazzo. Luca si stava vergognosamente nascondendo dietro la mano come un bambino dopo aver fatto ‘na marachella, e io allora mi chinai , invece di dirgli: «Non devi farlo: non ce n’è bisogno!», per abbracciandolo. Una sensazione d’infinita tenerezza mi prese da quell’abbraccio, e cominciai a strusciarmi contro il suo volto, prima di mordicchiarlo al lobo, che lì vicino invitava tanto. Luca cominciò subito ad urlare aumentando il mio piacere, mentr’io m’accomodai sul suo corpicino per sbottonagli meglio quella camicina flanellata a scacchi larghi e colori autunnali. Ero così preso dall’eccitamento da non riuscirmi più a coordinare nemmeno per sbottonarlo e mordicchiarlo al contempo; sicché preso dall’impazienza strappai fuori la camicia assieme alla canotta, e presi a carezzarlo su tutto quel busto nudo. Finii per riabbraccialo, scivolando con le braccia dietro, ed ebbi quasi un sussulto per la sensazione violenta di quelle scapole nelle coppe delle mie mani, e lo riadagiai sul divano. Il suo fisichino magro m’infregolava: il suo petto glabro m’ingrifava con quegli occhietti (le sue areole) che mi guardavano strano; così mi buttai a bacettarlo nel mezzo dello sterno, mentre con le mani andavo lo slacciavo, incitato da quella cappella già fuori dall’orlo dei pantaloni. La fibbia, la zip, le mutande… ecco! il suo frenammano, che mi alzai a osservare. Bella, lunga, come mamma glie l’aveva fatta, quella bega; e come nessuna ragazza gli aveva mai visto; presi a menarla, quasi sfibrandola, perché lui potesse godere e sentire tutto il bene che in cuore gli volevo. Il suo ansimo mi fe’ calare, un’altra volta, di nuovo a bacettarlo, ma sul collo, per poi incominciare con un succhiotto, mentre intensamente lo masturbavo.
Lui gemeva, e io intanto continuavo a bacettarlo sul quel collo teso: un po' mi sembravo un vampiro, ma non interessato al suo sangue, ma al suo sperma! Scesi ribacettando lungo lo sterno, ma giunto in prossimità d’un dei suoi capezzoli, mi buttai su di quello, e Luca emise un gemito profondo che m’incitò a ciucciarlo sempre più a lungo.
Luca sembrava letteralmente impazzire dal piacere, per la mia gioia e la sua delizia, ma implorandomi di farlo venire: così scesi allora, precipitandomi su quel begone, e infilandone in gran proporzione. Finalmente era mio! lo era sempre stato, e lo sarebbe stato per sempre: ma il sentirmelo in bocca, me lo faceva sentire più mio. Ma come poteva quel primino accusarmi d’una cosa del genere: d’esser come un suo burattinaio, o una specie, se lui e il suo pene eran per me il mio centro e il mio fulcro dell’universo? Dopo tutti quegli orgasmi prodigatigli a vuoto: come poteva, anche solo pensarmi capace d’una nefandezza del genere!? io lo veneravo, e ora, un’altra volta, gliel’avrei mostrato. Luca ululò nuovamente il suo godereccio afflato, inondandomi la bocca del di lui piacere, che io succhiai intento a trarne sino all’ultima goccia.
Deglutii a goccia a goccia quell’insolita camomilla, per dilatargli ad infinitum ogni singolo attimo del suo prolungato orgasmo, che piaceva non solo a lui, ma anche a me, per placare il suo indomito orgoglio. Poi mollai quel pezzetto di carne, per guardarmi a faccia a faccia con quel primino e gli sclamai: – Ma che giocattolino! – vibrandogli la testa tra le mani: – Tu, sei il mio primino!!! – e Luca mi concluse con un bel sorriso.

venerdì 23 ottobre 2009

Vuoi un Bacio?

Il compito gli era andato bene, mi aveva detto: dopo la nostra ripassatina..., e ora io ero lì che l’attendevo, come una fidanzatina alla finestra pronta a lucidare il motorino del suo bell’amato; del suo fidanzino. Poi, il suo prim prim, prima, e il suo drin drin, dopo, mi fecero le scale scendere velocemente, felice come una pasqua, e gridare a mia madre: – È per me! – perché stava per aprirgli; poi svelto mi dileguai dirigendomi al garage – avendogli indicato di dirigersi sul retro dalla finestra del salotto –, sotto gli occhi sbalorditi di mia madre per la mia velocità.

Dai entra! – gli dissi sulla soglia del garage e lui v’irruppe sgasando, infestando tutto l’ambiente coi suoi gas di scarico.
Cs!... cs!... LucAA!!! – lo rimproverai, e – Scusa... – mi chiese lui con la sua faccina mesta, togliendosi il casco: ma come facevo a rimproverare con un primino così!
Dai... vieni! – lo traghettai in camera mia, intanto che i gas si dissipassero: – ... ‘tanto vienti a cambiare! –.
Perché?
Perché così mi aiuti! – si era infatti vestito “dalla festa”!!
Nel salire le scale, mi gustai già il momento in cui l’avrei rivisto nudo, o seminudo per la precisione: insomma, in mutande! e dentro la mia stanza l’osservai con attenzione, finché il gonfiore del suo intimo non scomparve dietro il tessutone grigiastro del tutame, a mo' di separé, che però l’evidenziava ugualmente. Per tutto il tempo non l’avevo ascoltato, eccitato com’ero dalla sua nudità e dalla compresenza di mia madre nella casa: i suoi discorsi mi scivolavano sulle orecchie; ma ora, era come se mi avessero riacceso l’apparecchio, e lo sentivo bene! – Bene! andiamo... – m’incitò, e io pronto l’accompagnai, come se mi avessero dato un comando.

***

Beh, non li laviamo? – domandò/polemizzò quando vide che non mi accingevo a lavarli.
No, Luca, non ne ho proprio voglia! – inoltre non era stagione per farlo all’aperto, e dentro mio padre avrebbe scuoiato vivo se gli avessi allagato il garage: – Ti pulisco solo dove devo farci, e poi ti ci do un po' di Polish! – e presi un secchio con dell’acqua e la spugna vecchia, accingendomi a lavargli la carena.
Uffa! Ma non si vede niente! – brontolai per lo scuro, ma in realtà per fargli capire quanto non era profonda quella graffiatura cui lui voleva mettessi mano.
Che c’è?
Niente...uff: non aveva capito! – Vammi a prendere la luce! di là in cantina... – e niente «per piacere», perché non se lo meritava! Luca ci andò, ma dopo sentii una vocina provenirne.
Alleee...
Ehhh?! – risposi alquanto scocciato: quel primino doveva servirmi per semplificarmela la vita, non per complicarmela!
Dov’èèè? – mmmh! ma proprio nulla sapeva fare, quel primino! E te lo credo: la luce era spenta!
Toh! qua! – gli sbattei sgarbatamente la torcia sul petto, che lui chiuse raccogliendo le braccia. Ma io, quasi quasi, in quel cantinin, ci facevo dell’altro con quel bel priminin..: ma tutta la mia buona predisposizione dell’inizio, l’avevo perduta dopo la sua palese dimostrazione d’imbranataggine e paranoia per quel seghettino; anche per un po' di sesso.

Luca tornò appollaiandosi sulla sella del suo motorino.
Sì, ma però fammi luce! – lamentai nuovamente per fargli intendere quanto non fosse “grosso” quello sgraffio, ma Luca non coglieva...
A un certo punto di soppiatto entrò Niki; e Luca corse subito ad accoglierlo; lasciandomi solo al lavoro, sul suo motorino; e la cosa m’indispettì parecchio, perché mentre io mi facevo il mazzo, lui si divertiva a carezzare il gatto e a farsi strusciare (cosa che quel fetente non faceva manco a me: il suo padrone!); così li richiamai: – Veh, ruffiano! ch’è per colpa tua che ora son qua! –.
Ma hai detto non è stato lui... – controbatté prontamente Luca.
Sì, ma è per colpa sua che l’hai scoperto! dunque... Dai, vieni che finiamo! –; e si avvicinò a me dubitando: – Ma se sicuro che funzioni? –.
Luca, è una crema abrasiva! senti! – speravo che se ne rendesse conto da sé: c’intinse dentro le dita, si strofinò i polpastrelli e in fine mugolò il suo segno d’assenso, con vena sapientina.
Bene! Fatto! – proclamai la fine dei miei lavori, ma quel primino arrivò torcia-munito a sindacare: – Ma si vede ancora...! – lamentò.
Sì, ...con una torcia contro! – gliela strappai: – una lampadina alogena! e la lente d’ingrandimento! – rimbeccai, e lui rise.
Bene! Adesso che cosa facciamo? – ricominciò con buonumore.
Mah..., se vuoi possiamo controllarci le altre cose...
Cosa?
Le candele..., la batteria..., l’olio... – enumerai: – ...hai portato il libretto, vero? –.e poi ci sarebbe stato anche il mio da fare: ma questo problema a lui sembrava non interessare.
Sì!
Bene, allora cominciamo! – ricominciai ovviamente dal suo; e lui ovviamente stava a guardare, e sindacava: – Ma sei sicuro che si faccia così? –.
Sììì, Luca...: prima il negativo e poi il positivo! – insomma, mio padre me l’aveva bene insegnata qualcosa? E il suo...? – Toh! prendi e mettila là, sul bancone! E non la girare! – lo rimproverai perché stava per rovesciarla: per guardarla.
Perché?
Perché NO! – beh! mah... insomma, ma proprio niente sapeva...! eppoi si permetteva di sindacare!
In quatto e quattr’otto cavai la mia batterai e la misi sul bancale accanto alla sua, sempre accompagnato dallo sguardo controllore del mio primino, manco fosse il mio direttore d’opera.
E ora... –
...controlliamo i livelli! Vedi questi qua? Sono i livelli dell’acqua, e devono essere tutti pari, e oltre la linea!
La sua era a posto (e te credo: era nuova!), anche se per controllare mi dovetti abbassare, perché la plastica biancastra m’impediva di confrontare; e quando gli chiesi dell’acqua perché la mia no, mi ritrovai il suo pacco praticamente in faccia: e porcavacca, se non era grosso!Mi ci sarei tuffato dentro colla faccia, in quella prosperità! Ma mi ripresi tornando su tutto rosso, quando mi passò la boccetta dell’acqua distillata.
Grazie... – ero imbarazzato per quanto che appena visto e pensato, e il suo tocco mi aveva elettrizzato. Quando mi riabbassai per controllare nuovamente, nel riprendere la boccetta, inavvertitamente sfiorai la sua patta e: – Ops! –, ritirai immediatamente la mano vergognato; ma lui mi esortò.
Dai, fallo! – mi disse; e allora con tutt’e due le mani mi precipitai sul suo fallo. Già duro ce l’aveva! Con una mano scesi sotto le sue palle e coll’altra fin in cima, nei pressi dell’ombelico, e da questi estremi tirai evidenziandone la forma tubolare: un tubo sembrava che c’avesse sotto quella tuta! Una palpatina veloce per tutta quella sagoma vergale; e poi abbassai, smutandandolo sul davanti soltanto quanto serviva, e presi a masturbarlo; e non me ne fregava niente se in quel momento entrava mia madre! Anzi, già solo il pensiero m’incitava: cosi finalmente l’avrebbe capito! Eppoi, se volevamo continuare, dovevamo pur sfogarci: sfogarlo e sfogarmi; o non ce l’avremmo più fatta ad andare avanti con quella libidine in corpo,
Me lo vedevo proiettato dinnanzi quel lungo pene diritto, e mentre che lo segavo mi faceva l’occhiolino, col suo meato che ritmicamente spariva. L’infilai mezzo in bocca: per calmarmi. Mmm... non potevo far a meno di un bel begone del genere: era per me in po' come l’erogatore di benzina per il motorino: mi dava la carica, la “miscela” che mi serviva per tirare avanti, e che a me piaceva tanto; solo che adesso era fuori servizio, o meglio, io volevo che fosse fuori servizio, perché ancora non volevo far il pieno.

Leccai, ciucciai quel pistolotto fino in fondo, fino a sfogarmi del tutto, e poi mi alzai; e anche lui vidi bello che soddisfatto, e insieme pronti a ricominciare sul motorino. – Dai, che controlliamo la candela! – mi spronai, e poi non aveva senso controllare la batteria senza pulire la candela, anche se così ci stavamo completamente dimenticando del mio: – Ce n’hai eventualmente una di scorta, vero? –.
No! – mi guardò come se gli avessi chiesto qualcosa d’alieno in ostrogoto, poi mi ripeté candidamente: – no! – con la sua faccina scontata.
Per fortuna che n’ho una io! – brontolai: – Filetto lungo o corto? – gli chiesi, ma Luca alzò le mani al cielo in segno di resa: – Lasciam perdere... – probabilmente pensava fosse quello del pisello..., eppoi tralasciai quel «vah!», che ci sarebbe anche stato bene, ma avrebbe saputo troppo di strafottenza.
Ma me la cambi? – mi chiese.
No, se posso la pulisco! – e ci mancava anche che ora gli regalavo pure le candele: dopo tutta la sgobbata che mi sarei fatto; anzi, era lui che avrebbe dovuto regalarne una a me!
Bene! così mi insegni! – ma chi voleva prendere in giro...: lo sapevamo tutti che, d’ora in poi, sarei stato io il suo manutentore ufficiale del motorino.
Wow! Guarda com’è sporca!
Accidenti! e ora come si fa?
Cartavetro e spazzola! di ferro... – precisai, e tornammo al bancale. Morsettai la candela, e indi tirai fuori il kit di pulizia dal cassetto “senza fondo” di mio padre. Luca non volle neanche provarci a grattarla: sembrava quasi che avesse paura di rovinare un qualcosa che poi avrebbe dovuto ripagarmi. – Toh, guarda com’è venuta bene! –.
Dai, mettiamola!
Aspetta! Prima voglio controllare una cosa! – e sfilai il calibro elettronico di mio padre dallo stesso cassetto: – voglio controllare l’elettrodo! – in realtà volevo solo fare il figo.
Ma questo cos’è? – chiese con la sua indole di primino curioso.
Questo? È un calibro elettronico: serve per misurarti il pisellino! – e gli sbatticchiai il becco semiaperto – a mo’ di misura – contr’al pacco, scherzosamente; ma lui mi prese sul serio: – Dai! – disse tirandolo fuori.
Ero stupito da come l’esibiva sempre con estrema naturalezza: senza vanagloria, ma con somma fierezza; poi ruppi ogni indugio e presi la sua cappella, misurandolo al centro, tra base e cappella: – Toh, “46,59 mm”! Il mio invece... ‘spetta... ...“45,48 mm”! –.
Aaaah, ce lo più grosso! –.
Sì! di un millimetro! – gli strizzai per rappresaglia: – ma comunque non sei più lungo! – e li misi alla pari; e lui mi guardò tutto fiero, facendomi intendere che era proprio quel che voleva! Presi a masturbarci insieme, con la stessa mano, entrambi i nostri peni: mi sembrava di stringere due candelotti di dinamite pura, talmente eran duri; e intanto quel piccoletto mi sorrideva: facendomi intendere ch’era proprio quello che voleva. Mi sentivo stregato da quello sguardo sprudintato: avrei voluto baciarlo su quelle due virgole sottili, che mi sorridevano a così pochi centimetri da me; i suoi respiri m’ebriavano, giungendomi dopo avermi accarezzato il volto: non potevo resistere a un primino così spregiudicato! Mollai nostri peni, e presi il suo soltanto, alla radice, per stringerglielo forte: perché in fondo m’infastidiva che lui ce l’avesse più grosso di me, anche se solo di un millimetro, e anche se solo frutto d’un errore di misurazione!
Mi allontani da lui per rompere definitivamente quell’incantesimo, e così m’accorsi dal suo sorriso che lui aveva ottenuto veramente quel che voleva, anche se non capivo cosa. Senz’imbarazzo ripresi a maneggiare attorno al suo motorino, anche se avevo l’impressione che sino a poco tempo prima, ci saremmo ritrovati piuttosto imbarazzati di ritorno da una situazione del genere.
Su, che rimettiamo la candela! vuoi farlo tu?
No, no! fai pure! – disse come se avesse ancora paura di rompere qualche cosa. Gli spiegai che la candela andava dentro il buco..., e che poi ci voleva la pipa per farla andare, e lui ironizzò: – La pippa... – disse maliziosamente.
No, quella te le fai te! Questa è la pipa, con una P sola! – ma la sua battuta mi fece ugualmente ridere: – Dai, prendi la batteria che guardiamo se va! – finalmente s’allontanò; mammamia, mi sentivo stuprato dall’intensità del suo sguardo.

Va! – esultò poco dopo avviando il motorino sedutoci sopra.
Eh, certo che va! – rimproverai la sua poca fede; e poi già che c’ero, mentre sgasava, gli scostai la tuta trovando Gianluca già bello duro: – e anche qua c’è una candela! – stimolai la cappella: – forse ha bisogno di una pippa! – iniziai; e più forte io andavo, lui più sgasava. Ma un bel candelone del genere, non aveva bisogno soltanto di una pippa, bensì d’una pipa, e così ci andai di bocca. Il rombore del motore mi tremava nella testa; e più io ci davo, più lui sgasava contento, fintanto che l’ambiente si stava riempiendo di fumo, ma io non ci potevo far niente: mi piaceva troppo spompinare un primino in sella al suo motorino; era una fantasia che avrei dovuto togliermi da tempo, ma finora non ne avevo mai avuto l’occasione. E se anche in quel momento fosse entrata mia madre mentre spompinavo il mio bel primino: chissenefrega sul serio! così finalmente l’avrebbe capito! Poi smisi, perché stavo scomodo.
Bene! dai... finiamo di sistemarlo! – dissi, senza però trovare il coraggio di guardarlo in faccia: non so perché ma improvvisamente mi vergognavo di quello che avevo appena fatto: spompinarlo sul suo motorino... mi sembrava di avergli dato un eccesso di dimostrazione del mio coinvolgimento. Ma presto anche quest’imbarazzo sparì, dopo avergli controllato il liquido refrigerante proprio per avere la scusa di non alzare lo sguardo; e questa volta dovetti accettare che fosse lui a metter mano direttamente sul mio motorino, perché su di esso volle esser lui ad agire. Però, mica scemo il ragazzino! prima fare l’esperienza sul motorino di un altro, così se lo rompeva non era mica il suo quello da riparare... Scherzo: ovviamente mi fidavo..., anche perché volle che fossi comunqu’io a sovrintendergli i lavori.
Dai, prova! – mi disse quand’ebbe finito, e poi tutto felice mi s’accostò per sgasare anche lui col mio motorino.
Va bene! – mi complimentai, e allora lui, tutto contento, si voltò verso me e come se volesse un premio da me, mi scostò i pantaloni e si mise a succhiare com’io prima feci con lui. Avevo quel primino chino sulle mie gambe, e mi sentivo mozzare il fiato; il mio primino mi stava succhiando il pene e io gliene ero grato. Non sapevo se accarezzarlo sulla schiena oppure sulla testa; ma a un certo punto mi sentii sollevare la maglietta con la nuca e solleticarmi la pancia. Per il solito solletichìo, mi piegai su di lui, sentendomelo come in grembo: parte di me; parto di me. E in quel momento avrei benedetto il mondo, c’avesse sprofondati cristallizzandoci così per sempre, in quella condizione. Poi tornammo alla realtà.
Dai... basta, continuiamo su da me! – l’invitai in camera mia.

***

Salimmo contenti e intenti ad andare in camera mia; ma prima, già che c’eravamo (in cucina), c’era qualcos’altro da fare...: andai verso la biscottiera e dissi: – Luca, vuoi un Bacio? – porgendogliene uno; ma glielo chiesi come: «...vuoi un bacio?». E lui: – Sì, grazie! – rispose, mentre mia madre ci guardò male: vidi con la coda dell’occhio; l’avevo fatto apposta!
Dai Luca, che andiamo in camera!
Aspetta! – ci fermò mia madre: – Resti qui a cena? – chiese mielosamente a Luca.
Eeh... sì! Però devo telefonare!
Bene, fai! – risposi io.

Tutt’a posto! – disse ritornando dalla telefonata – Però mi devi riaccompagnare tu! – m’informò avvicinandosi col suo musetto simpatico, e sembrava quasi chiedermi una carezza, ma non potevo: c’era mia madre.
Va bene, non c’è problema! – l’avevo già messo in preventivo – Dai, che andiamo in camera! –; ma mia madre ci fermò nuovamente: – Ragazzi! – disse: – Perché non andate a farvi una doccetta, visto che siete stati tutto il tempo in garage? – guardandoci con una faccia da lavandaia che osservava i suoi panni sporchi: e in effetti non aveva tutti i torti!
Bene! – l’assicurai io: – andiamo! –.
Salimmo le scale e alla fine della rampa Luca mi chiese, davanti l’uscio del bagno: – Ma... adesso ci facciamo la doccia? – con inflessione tremula e sincopata.
Sì! – risposi serenamente, dirigendomi verso la porta della mia stanza: in effetti l’avevo visto piuttosto teso nel salire le scale, come se ci fosse qualcosa che non riusciva a capire, né a capacitarsene; e forse sapevo cosa...
Dentro la mia stanza, Luca parve farsi come più imbranato e nervoso di prima: incapace perfino di coordinare il pensiero coi movimenti per raccattare i suoi panni, totalmente incapace di localizzarli; tanto che più volte dovetti io indicarglieli: – Toh! prendi anche questi! – gli lanciai i pantaloni; e per fortuna che le mutande ce le aveva indosso, altrimenti si sarebbe dimenticato pure di quelle.
Usciti dalla stanza, la sua ansia si fece ancora più trepidante, quasi vibrante nell’aria; – Allora, facciamo la doccia...? – richiese censurando ancora quell’«insieme».
Sì, tu qui! Io vado giù! – dissi, sentendomi come uno che gli aveva gettato una secchiata d’acqua gelata addosso.
Ah...! – fece lui, sembrando darsi dello scemo internamento: – ...bene! allora... a dopo! – disse e vergognoso chiuse la porta, celandosi dietro; comunque aveva reagito bene. Che dolce però...: ma veramente sperava/pensava che ci saremmo potuti docciare insieme? secondo lui, con mai madre presente, avremmo potuto chiuderci dentro il bagno assieme?! Che primino...! ma era proprio questa sua, a volte, ingenua malizia a farmi impazzire: la prima m’inteneriva; la seconda mi attizzava; e tutt’e due assieme, mi facevano correre verso il bagno col bisogno irredimibile di stringerlo ed abbracciarlo, come in quel momento.

Corsi subito in bagno, nel mio bagno, smutandandomi e buttandomi sotto la doccia per sedarmi quella fregola di sesso. Non ci potevo credere: Luca era sotto la doccia con me, in quel momento! non nella stessa stanza, ovviamente; ma in mia casa, e con mia madre presente! e con quella stessa acqua ci bagnava entrambi. Io e lui divisi, ma uniti metafisicamente da quell’unico elemento, quell’acqua che scorreva nelle tubature e ci lavava entrambi; anzi, visto che lui stava su, io, idealmente, ero bagnato dalla sua stessa acqua: che dopo aver lavato lui, attraverso lo scarico, giungeva a me, e mi lavava. Io ero lì con lui, e lui lì con me, particella dopo particella; e io lo baciavo, lo lavavo, lo masturbavo; sì, lo masturbavo! perché anche lui, certamente, in quel momento, si stava masturbando pensando a me: si stava spugnettando il suo bel punzone eccitato dall’idea di stare nella stessa doccia con me, dove già c’eravamo lavati.
Ooh... Luca...! io lo menavo, e intanto vedevo quella goccia di rugiada scendere sul suo volto perfetto, e che baciavo...; ma... nooo!!!! venni! pensando al suo orgasmo bagnato, ero venuto del suo umor bianco, che assieme al mio si mescolava all’acqua della vasca e finiva via nello scarico, questa volta per sempre.

Appena uscito, trovai già Luca seduto sulla tavola in cucina, e mia madre davanti: – Oh, ben uscito! – mi rimproverò.
Eh!! mi sono lavato i capelli!! – mi giustificai: mamma che palle! per appena un po' che m’ero trattenuto sotto la doccia! ma che colpa ne avevo io, se lui era più veloce nel spararsi le pippe!?

***

La macedonia non c’è! la vuoi una banana, Luca? – offrì mia madre, e tutt’e due scoppiammo irrimediabilmente a ridere: – Perché? che cos’ho detto? – disse vergognandosi e un po' seccata dalla nostra risata.
No, niente! –risposi io: – è che, già due volte, mi ha chiesto da mangiare, e allora io gli ho sempre dato una banana! e lui mi ha chiesto se in casa c’avevamo soltanto banane da mangiare! –.
Ma, Alle..., – mi richiamò: – lo sai che in casa abbiamo anche le merendine! – disse temendo che io le avessi fatto fare brutta figura, facendogli creder che in casa non c’avessimo nient’altro da mangiare; ma io, al mio primino, volevo dargli soltanto roba genuina!
Per tutto il tempo io e Luca continuammo a riderci in faccia e a farci le boccacce, mentre quella banana finiva progressivamente dentro la sua bocca, boccone dopo boccone; ma non c’era alcuna malizia, infatti i miei non lo coglievano, ero soltanto io che la vedevo assaporandomi già, quello che sarebbe accaduto.

Finita la banana: niente mio caffè di rito! e infatti mia madre ci guardò stralunata quando corremmo in camera mia e Luca chiuse la porta a chiave dietro di sé: – Guardiamo un po' di porno? – mi disse subito venendo verso me con lo sguardo infoiato.
Sì..., va be’ – balbettai basito dalla sua schiettezza.
Dai! – esclamò traendo la sediòla: – Scarichiamo o CD?
Ma che ciddì! – sbottai io, indispettito dal suo repentino allupore per dei film – Io li guardo direttamente in rete! non lascio tracce, io! –.
Beneee! – esclamò: – Così mi insegni: per quando avrò internet! – bene! e allora io speravo che suo padre non gliela regalasse proprio la connessione diretta alla rete: troppo rischiosa per un bel primino così! metti che una qualche priminofila me lo adescasse!
Ero nervoso: non l’avevo mai visto così “incalorato”, e per dei porno poi...; inoltre mi sentivo sotto osservazione, messo alla prova, perché il sito su cui sarei andato mi avrebbe connotato: e io, con lui, non sapevo ancora come connotarmi.
Scelsi un sito misto, di tutto un po', ma soprattutto di gran pompini eseguiti da attempate quarantenni: quello che era per me ancora materiale franco, anche se non sapevo ormai se li guardavo più per le tette di lei o per cazzo di lui. Selezionai un video, con nell’anteprima un gran cazzon negro, finente nella bocca di lei, che quasi sembrava soffocarne; e partì nel bel mezzo dell’azione. Mi venne immediatamente duro a vederlo, ma non per il filmato, ma per l’eccitazione di essere di fianco a lui guardarlo, perché altrimenti mi ci voleva un bel po’ prima di venire davanti a quei video; invece ora avrei voluto buttarmi sulla cappella rosea di Luca, che invece ne sembrava plagiato. Vedere quel gran cazzone; stringerlo; conficcarselo in bocca: mi fece venir voglia di fare lo stesso con Luca; ma non in quella posizione! così aggiustai la sedia: sterzandola verso lui e mi ci appiccai. Scorrevo sulla sua coscia la mano tentando di richiamarmelo, ma lui guardava quel film soltanto sembrandone rapito; allora andai con ambe le mani ad aprirgli la patta, ma lui non si scomodò di un millimetro. Se ne stava lì fermo, famelico ricurvo su quel video, mentre io trafficavo tra le sue gambe con le braccia allungate; quindi decise finalmente di farsi indietro, permettendomi il lavoro, perché il video era finito. Non capivo perché non mi aiutasse: quel piccolo pornografo era così infregolato da quei video da non curarsi di me, né di quello che mi accingevo a fare con l’in-mezzo delle sue gambe, che avevo finalmente liberato. Finalmente io potevo masturbarlo, e lui darsi alla sua infoiata ricerca; un'altra piccola aggiustatina con la sedia ed eravamo finalmente a posto per le nostre irreciproche attività: io alla sua masturbazione, e lui alla sua matta ricerca. Era veramente bello visto così da vicino: lo era sempre, ma in quel momento, il suo sguardo dolce, il suo rapito profilo, era veramente angelico; e intanto i segni della mia sega si facevano avvertire: ogni tanto si muoveva come spinto da degli spilli sotto il sedere, oppure si affannava per la resistenza alla mia sega, mentre decideva su quale altro film andare a finire.
Finalmente aveva deciso per un altro bel pompino, ma questa volta tutto in bianco; ma vedere per l’ennesima volta una cappella sbaciucchiata: mi fece venir voglia di fare lo stesso con lui. Mi poggiai dapprima alla sua spalluccia in cerca d’una tenera moina, ma poi, vista l’inedia, mi chinai, strusciandomi sulla sua camiciola per fargli una carezzina, verso il suo pene che intanto scappellavo; ma appena mi posai sulla sua cappella insaporita: – Can! guarda che poppe! – mi sentii richiamare nel mondo violento.
Già..., però sono esagerate! – commentai disperato.
Già! – confermò anche lui; ma allora perché m’aveva interrotto nel mio bell’uffizio? e per mostrarmi che...: una con due lonze da tre chili l’una? esagerate poi...! Luca, ma perché mi facevi così? che cosa dovevo pensare io? certe volte proprio non riuscivo a capirlo ... eppure si faceva masturbare da me! Presi a menare quell’uccello con maggiore frustrazione di prima; poi Luca riattaccò con un’altra osservazione: – Ma sono tutti circoncisi ‘sti qui? –.
Perché?
Perché sono sempre scappellati...
Boh! saranno americani! Là, ho letto, è quasi una moda! – ma, forse, poi, non dovevo neanche preoccuparmi così tanto per il mio Luca: perché in fondo tutti i fotogrammi che aveva scelto, eran dei gran pompini, con dei gran begoni!
Luca, andiamo sul letto?

Che bello trovarsi un bel primino nel proprio letto, dopo tutta l’ansia di prima, e ripresi a masturbarlo con gran passione, soprattutto perché mi piaceva vederlo ansimare e tenere la sua lunga verga stretta dentro la mia mano; che dopo tutte quelle viste prima, non avevo certo da lamentarmene. Gli abbassai le mutande, quel quanto che serviva per far prendere un po' d’aria a Leoluca e Pierluca, che come due coglioni se ne stavano sempre allo scuro nelle mutande, e cominciai a massaggiarli. Luca reagì improvvisamente come “tirandosi”, come quando puntava coi piedini, quando godeva... – Luca... dai! che ti faccio venire! –. Mi misi s’una sua gamba, sempre accarezzandogli i testicoli, e mi fermai a soffiare su quel grandioso genitale che tra un po' avrei fatto eiaculare. Lecchicchiai, bacettai lungo tutta quel verga da sapore masculo, e poi alla fine la rimenai, per vederlo nuovamente ansimare di piacere, prima di farlo godere e gaudere definitivamente. Bene! il mio primino era pronto: un’altra piccola stuzzicatina su quella verghetta adorata e tutto quello che avrei potuto ottenere, sarebbe soltanto stata una sbrodolata peccaminosa della sua manna santa lungo la mano bagnata; ma questa volta no: l’infilai in bocca. Finalmente potevo rimetterlo in bocca (e questa giornata per la terza volta!), e senza temere alcun confronto con nessuna donna: perché in cuor mio sapevo, che lui sapeva, che nessuna donna avrebbe potuto dargli piacere, com’io potevo farlo. Mi ci sarei piccato sopra su quella lunga verga, che proiettavo vigorosamente dentro e fuori dalla mia bocca, e quella cappella protrusa mi sprofondava fino alla mia gola. Lo sentivo gemere, modulare il suo piacere in un mugolio soffuso, proprio per non farci sentire; e poi finalmente il mio primino venne con la sua spuma gioiosa. Lo assaporai per bene quel succo priminico, poi mi coricai con lui, caricandomelo parzialmente sul corpo dosso, con la cavezza poggiata al mio petto e lui a ridosso, per essere più comodo a coccolarlo.
Mmm... avevo proprio voglia di un bel coccolino così: stringerlo, toccarmelo, ciondolarmelo addosso, e piano caricarmelo sempre più, su di me. Mmm... non potevo lasciarlo andare: il suo corpicino lasso m’imponeva di coccolarlo, e praticamente finii per ritrovarmelo quasi tutto quanto addosso. – Mmm... Luca – mi lasciai scappare ad alta voce la mia voglia per lui; e lui: – Che c’è? –.
No, niente! – nicchia imbarazzato e poi lo feci scendere un po' da me: perché forse gli stavo dimostrando che troppo avevo voglia di lui.
Dopo di un po' cominciò a ricamarmi sul petto e poi mi chiese: – Ma stasera non esci? – disse, sembrando convinto che stasera io non sarei usciti per stare con lui.
No, dopo esco: quando ti ho accompagnato! Telefono ai miei amici e poi ci vediamo; come facciamo sempre! – ma Luca si volse in basso: come solitamente, quando parlavo dei miei amici, con cui lui voleva strenuamente uscire: – Dai Luca... – lo accarezzai: – ...piuttosto, sai già cosa farai l’ultimo... –.
Mah... di solito l’ho sempre passato coi miei... – beh, in fondo fino all’anno scorso aveva solo tredic’anni: – Perché? –.
Perché... ecco: – lo accarezzai nuovamente – quasi certamente, anche quest’anno, coi miei amici andremo ad una festa che fanno qui, in un capannone nel villaggio artigiano, organizzato dal Centro giovani; e quindi... pensavo anche tu non potresti venire! – gli aggiustai una ciocca dei suoi dolci capelli dietro l’orecchio: – Così... li potrai conoscere... – ripresi – e, magari, dopo fermarti qui a dormire... – avanzai la proposta.
Beh... devo chiedere... Però non penso che ci saranno problemi! – affermò: – per venire..., non credo; per dormire..., beh! in fondo ci ho già dormito! – insomma, tutto per lui era già praticamente scontato: ora restava solo mia madre, da spiegarle perché Luca sarebbe rimasto qua a dormire. Quindi Luca si alzò, e gattonò fino ai miei pantaloni, e cominciò a segarmi. Il mio leoncino biondo mi sembrava felice col mio uccello in mano: mi ricordava tanto la scena in cui mangiava la banana; poi lo scappellò. Una bella e arrapante leccatina allo scroto e poi su su fino a culminare in un in bocchino: sembrava il premio per quello che gli aveva appena proposto; tirava e succhiava, succhiava e tirava tenendomi il pene alla base, e quasi non lo si vedeva, tra la mano e la bocca, se non per quel pezzettino che ogni tanto compariva quando risaliva. Non godevo però: il pensiero che lo facesse solo per darmi un contentino, mi disturbava; e anche se fossimo lì rimasti per tutta sera, non sarei venuto, neanche se lui mi pregava.
Dai, Luca lascia! Sono già venuto oggi! – lo dissuasi; ma lui niente: a quelle parole, riprese a succhiare con maggiore vigore di primi, quasi volesse forzarmi col risucchio l’uscita dello sperma.
Dai, Luca basta! – gli ordina, e visto che lui non s’arrestava, mi trassi indietro col bacino, sottraendogli il mio pene ancora durello.
Luca mi fissò, prima il mio uccello e poi me, chiedendomi implicitamente il «perché?». – Su, che ti accompagno! – dribblai la risposta mi diressi all’armadio.
Luca rimase perplesso, seduto sul mio letto taciturno, interrogandomi ancora con lo sguardo depresso. – Allora..., vediamo che cosa mi metto? Questa o quest’altra? – gli chiesi per stemperare l’atmosfera.
Quella! – m’indicò, sembrando già un po' più su di morale.
Questa? – mi accertai: – Bene! allora quest’altra! – dispettosamente mi si via proprio quella scelta da lui.
Infilai la camicia, ma al primo bottone vidi Luca arrivarmi incontro e abbracciarmi con vigoria, tanto da sentirmi imprigionato, anche se le braccia erano fisicamente fuori, talmente era l’emozione. Poi scese in ginocchio, calandomi le braghe e le mutande, e intraprendete riprese a ciucciarmi. Io, non riuscivo più a muovermi: immobilizzato dal suo muto abbraccio che ancora sentivo avvolgermi; sottomesso alla sua fermezza. Mi spinse contr’al muro, e riabbracciandomi succhiò con maggior risolutezza. Io non sapevo più come rispondere: la determinazione di quel biondino mi aveva sopraffatto; quante volte anch’io avrei voluto buttarmi ai suoi piedi e, senza dir niente, mettermi a succhiarlo; ma non ne trovavo il coraggio. Il mio però non sarebbe stato un atto di sopraffazione, ma di prostrazione; e il mio mite silenzio, un’umile richiesta di poterlo far venire, e assieme godere, introducendo una sì nobile parte di lui in me. Misi una mano sulla sua nuca – come avrei voluto io in segno di benedizione prima di farlo venire –, e spasimando venni.

lunedì 29 giugno 2009

La vendetta di Niki

Luca era più bello e assorto del solito stamane, e la mia animella dispettosa non poteva far a meno di tramargli dietro, perché in fondo a me dava fastidio vedermi intorno della gente tranquilla – fosse essa persona o animale –; e forse per questo che quando vedevo Niki sopire tranquillo, tutto rotondo, lo stigavo sempre: perché la sua tranquillità mi faceva invidia!
Allora, Luca hai finito di farci il rodaggio al tuo trabiccolo? – guardò interrogativo: – quando vuoi, dimmi, che lo portiamo a truccare! –.
Si,che ho finito! – disse acidosetto: – e già da un mese! –.
E hai tolto i fermi?
No! – continuò come prima: – e comunque sarà il tuo un catorcio! e pure vecchio!
Oh, ma che hai!?
Ah, fai tu..., mi hai detto che ho un “trabiccolo”!
Ma ve’ che non è mica offensivo!
Ah no...!
No! vuol dire:... ‘aggeggio’! – e si tacque – quindi taci se non sai le parole! o chiedi... – l’incalzai: – e poi il mio non è neanche così vecchio come credi, ...bello! – dissi ora io acidosetto.
No...?
No, saranno sì e no... dieci mesi che ce l’ho!
Davvero?
Certo! Io non ho mica mamma e papà che me lo comprano appena l’ho chiesto! a quattrodic’anni... – sottolinea, spargendo veleno da tutt’i pori: – Io per un anno sono andato col Ciao, carino! – ma finita la mia filippica, Luca mi guardava cogli occhi lucidi.
Ma perché mi tratti così!? – disse: – delle volte sembra quasi che io ti stia sul cazzo! – e fece come per andarsene, ma io lo fermai.
No...! no...! dai Luca... scusa! – e l’abbracciai.
Eh, prima mi tratti male, e poi mi abbracci! – disse tentando ancora di scappare.
Dai, Luca scusa... scusami – lo strinsi ancora più forte; non l’avrei dovuto trattare così: come un ragazzino viziato non lo era affatto, ma l’invidia certe volte fa dire cose irragionevoli. – ...lo sai che delle volte sono un po' stronzo! –.
Un po'...? Un po' molto! – mi disse, ma me lo meritavo tutto.
Scusami dai..., hai ragione!
Sì, va be’, ma lasciami!
No, dai..., resta qua!
Devo finire! – s’impuntò.
Dai, fallo qua! – lo trascinai tra le mie gambe, sulla mia sedia: non potevo lasciarlo andare, o sarebbe scappato.
Senza dir niente si rimise a studiare con me che l’abbracciavo, così – per me – mi diede anche l’implicito assenso ad accarezzarlo in ogni suo dove, su tutto il suo corpo. Per tutto il tempo non lo lasciai andare: sempre un braccio cinto intorno alla vita, sempre una mano sulla schiena o la chioma, volevo essere per lui l’ideale guscio di tartaruga entro cui rifugiarsi, ma sentivo che ancora mi resisteva: – Luchino che fai? – lo accarezzai lungo i fianchi affacciandomi alla sua spalla.
Non chiamarmi così! – disse stizzoso.
Dai... – lo accarezzai ancora per ricever risposta, ma non rispondeva: – Perché? –.
Perché no!
Va be’, allora Luchetto...
No! neanche quello! – ma che aveva contro gl’ipocoristici? Fors’era per il mio stesso motivo che non amavo di sentir pronunziare il mio nome per intero, ma lui era per gli alterativi.
Allora Cinnazzo... – provocai.
Mhmm!
Ma allora come ti debbo chiamare...?
Luca! anzi non chiamarmi affatto!
Ma si può sapere cos’hai oggi? – gli strofinai i capelli.
È che domani ho un compito... – s’accasciò disperato: – ...e non ci riesco! –.
Oh Luca, a cosa?
A impararlo... – e dopo un po' d’insistenza mi spiegò che quel periodo di storia proprio non riusciva ad entragli nella testa, o meglio ad uscirgli, perché quando ne aveva bisogno che non riusciva a rammentarlo, tipo durante le interrogazioni, fin dalle medie; insomma una sorta di sua nemesi storica. Ma la cosa che più, sentivo, lo disperava era l’idea dell’insuccesso che proprio non digeriva; e strano perché i suoi, mi sembrava, non lo pressassero affatto, ma forse era la sua predisposizione innata all’eccellenza a impedirglielo.
Dai Luca..., scommettiamo che la sai? – gli accarezzai la sua testolina bionda, ma Luca emise solo un muggito sconfortato. – Oh... facciamo una pausa... – proposi: – dai che ti faccio una bella sega! –, e dopo un po' di moine cedette alla mia sega rilassatrice.

Lo accompagnai al divano con la testa poggiata al braccio e le gambe in centro, poi ne sollevai una per mettermi a sedere.
Perché? – mi chiese.
Perché così sto comodo anch’io, permetti? – o solo lui primino doveva star comodo mentre io gli facevo la mia sega rilassatrice? così m’infilai tra le sue gambe, una davanti e l’altra dietro, e incominciai a sbottonarlo. O che dolce! mentre se ne stava buono buonino a farsi slacciare i pantaloni, poi gli presi il suo notevole fallo: non duro, ma già abbastanza barzotto per poterlo segare.
Dove metto? – mi chiese.
Ma metti dove vuoi! – ma cosa vuoi che me n’importi a me di dove metteva la televisione, ché mi stavo godendo la sua bella bega, ormai più famigliare nella mia mano del manubrio della bici o della manopola del motorino.

***

Allora, sei più rilassato? – gli chiesi dopo un bel po' di masturbazione ma senza alcun intento di libiditorio, perché io volevo rilassarlo, non stimolarlo: infatti l’avevo preso appena sotto la cappella.
Sì! però ora devo continuare... – disse alzandosi sui gomiti.
No! stai...
Ma...
Stai qui, lo facciamo insieme!
Ma...
Stai lì! – lo bloccai con risolutezza: – Torno subito! – e lo ripoggiai con una mano sul petto. – Allora dov’è? – ritornai col libro.
Ma devo studiare! – ribadì alzando il tono, come io se non avessi capito.
E adesso lo facciamo... stai tranquillo! Dimmi la pagina! – lo calmai: – L’hai studiato? –.
Sì!
E allora, dai... che ripassiamo insieme... – poi mi rimisi tra le sue gambe, riprendendone l’uccello: – Bene, inizia! –.
Mahhh... – mi guardò perplesso mentre tenevo il suo uccello; ma era proprio quello il bello!
Tu inizia, che io continuo! – continuai la sega e dop’ancora un po' di titubanza Luca incominciò a ripetere. Io lo masturbavo e lui ripassava, e quando sbagliava gli stringevo il fallo in modo ch’associasse l’idea del dolore all’errore, e poi correggevo e quindi lui ripeteva; e se diceva tutt’esatto, ogni tanto, scendevo e gli baciavo quella carminia cappella.

***

Bene! Allora, visto che sai tutto!? – gli cominciai un’energica sferzatina.
Sì, però dammi che voglio controllare!
No! – allontanai il libro: – Luca, sai tutto! – e dopo averlo messo via velocemente, gli salii sopra.
E adesso...? – mi chiese con malizia.
Adesso ti do il voto! – mi fiondai sul suo pene. Quel cazzo di primino mi aveva fatto perdere l’intero pomeriggio per il suo ripasso, e ora mi doveva per lo meno una ricompensa: quel contentino che solo lui mi poteva dare; già il sentire il suo lungo cazzo nel mio cavo orale era per me una rimunerazione più che degna, poi, se mi faceva partecipe anche del suo orgasmo, come sinora sempre aveva fatto, eravamo definitivamente a posto.
Luca gridò: un gridolino acuto pervase l’aere e un saporino acre il mio palato: come sperato.
Luca... – volevo chiedergli; ma mi fermai, perché mi sembrava blasfemo chiedergli se il voto che gli avevo dato gli era piaciuto, data l’estasi sul suo volto. – Vieni sù! – allora lo tirai in piedi, per coricarmelo addosso, ma vista l’ora preferii abbracciarmelo e accoccolarmi con lui a guardare la tivù.
Che bello stropicciarsi un primino guardando la tivì, era un po' come avere un orsacchiotto tutto per me e anche d’una discreta consistenza visto che non si sfaldava come certi pupazzi al primo strapazzo; poi a un certo punto sentii la sua faccia vicina: un bacio m’aspettavo, casto, sulla guancia; ma mi sentii leccarmi a fianco dell’orecchio.
Beh, mah!... Luca...! – esclamai portandomi la mano su quell’impronta d’umido che m’aveva lasciato quasi come una basetta d’acqua.
Mm... così! – disse con nonchalance in risposta alla mia implicita richiesta di spiegazioni.
Cosììì...?! Te lo do io così! – gli saltai addosso eccitato dalla sua trovata, mentre lui rideva. Io lo sovrastavo e lui rideva: iniziammo una giocosa lotta fatta di risate e solletico, e quel biondino stava avendo la peggio, quando sentii commentare alle spalle: – Dunque è così che studiate! – disse mia madre apparendo dalla cucina.
Oh oh! – bisbigliò subito Luca portandosi le mani a chiudere la patta, per fortuna che lo schienale lo nascondeva.
Dai, muoviti! – intanto io andai. – Allora ma’... – dissi come riempitivo per prendere tempo.
Cosa?
Niente...! – tanto era solo per perdere tempo, e dare modo a lui di sistemarsi, infatti arrivò d’improvviso tutto puntino
Ciao allora... io vado! Ci vediamo domani! Ciao! – saluto anche mia madre, per la prima volta, con un «ciao» per la fretta, scomparendo poi per la tromba delle scale.

***

Stavo bevendo a collo ribeccandomi l’ennesima la romanzina da mia madre, quanto Luca rientrò dalle scale con la faccia sconvolta. – Beh...? – esclamò lei vedendolo che sembrava appena aver visto un fantasma; a me invece la sua espressione suscitava un sacco di risa.
C’è... c’è Niki sul mio scooter... – balbettò; benedetto d’un gatto: ce l’aveva quel brutto vizio!
Subito mi misi le mani tra i capelli per assumere anch’io una faccia sconvolta: – Beh..., caccialo via! – gli risposi con ovvietà.
Ma ho paura che me lo graffi...! – sembrandomi così pìcciolo, che subito cercai lo sguardo di mia madre per irriderlo, ma lei si raccomandò: – Dai aiutalo! – con fare compassionevole; in fondo c’aveva ragione: un primino andava aiutato, non deriso, e così lo accompagnai per un braccio a vedere il motorino.
Era un amore vederlo scendere le scale così timidamente preoccupato, mi faceva una tenerezza assurda, specie se pensavo alla nullezza del suo cruccio ch’eppure gli faceva uno sguardo così dolcemente turbato da non potermi però esimere dallo spauricchiarlo! Aprii la porta; ed eccola là la vendetta di Niki, che per averlo lavato ora si toelettava, per una legge del contrappasso, fieramente sul suo scooter, quasi fosse su un piedistallo.
Luca, mi raccomando, non muoverti! – lo vidi impietrirsi.
Perché?
Perché dopo, se si spaventa, scappa e ti graffia la sella... – il suo sguardo si fece d’un bianco che pareva svenirsi all’idea di trovarsi uno squarcio sul motorino (nuovo): – lascia fare a me! –.
Lemme mi avvicinai per aumentare la tensione e facendogli cenno di tanto in tanto di non fiatare, così da vederlo col groppo in gola, poi giunto in prossimità di Niki l’afferrai ratto, mentre ancora si lavava. – Preso! – gridai esibendolo come un trofeo, e Luca subito s’avvicinò per fargli un «veeehh» che suonava di tutte le raccomandazioni del mondo, poi si chinò a controllare lo scooter.
Ma no...! – lamentò mentre crogiolavo Niki.
Che c’è?
M’ha graffiato lo scooter! – disse indicando le carene, avendo come un moto stizza in cui non sapeva quasi se prendersela con quel batuffolo in fusa tra le mie mani o se perdonarlo per la sua incoscienza.
Dove?
Qui! – m’indicò sotto la sella.
Vidi un piccolo rigo sottile un fil di capello: – Hai ragione! hai fatto bene a dirmelo: così ora lo picchio! – alzai la mano, ma lui: – NOO!!! – mi fermò il braccio: – Ma poverino!! –.
Ma poverino de che!? T’ha graffiato lo scooter!
Sì..., ma non è colpa sua! non l’ha fatto apposta! – sì, in fondo era solo un gatto..., non avrebbe potuto farlo con intenzionalità (o no?); tanto, comunque, non avrei picchiato il mio micio: non era mica il mio scooter quello ...; poi Luca tornò a ridisperarsi come un primino lagnoso.
Uffa... ma cazzo! – continuava a guardare il suo motorino “graffiato”, mentre io mollavo il gatto.
Fa’ vedere, vah! – intanto lui continuava calpestare come un Paperino inocato: – ...ma questo non te l’ha fatto un gatto! – dissi.
Ah no...! –.
Luca, il gatto non fa free climb per salirti sul motorino; ci salta! – lo ammutolii immediatamente.
Ma allora cos’è? – non voleva però arrendersi ad attribuire la colpa a qualcun altro.
Mah... l’avrai fatto tu... – l’imbeccai.
E come!?
Luca... queste carene sono belle, ma si graffiano con niente! guarda il mio..., ch’è solo lavato! – e si precipitò a osservarlo tutto micrograffiato da graffiature circolari. – Comunque, dai..., con un po' di Polish va via tutto! –.
Come...
È un prodotto per levare i graffi! lo usa mio padre quando lava l’auto! – Luca mi guardò come per chiedermi di non dargli false speranze: – Dai, faccio così: un giorno di questi, quando vieni, li laviamo e ce lo diamo... – dissi per confortarlo, ma lui...
Ehm... – mormorò, ciondolando come un bimbetto vergognato: – non è che si potrebbe fare domani? – domandò velocemente.
Va be’, dai... facciamolo domani! – l’accontentai...

giovedì 28 maggio 2009

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Beh, almeno a me una donna me l’ha toccato in vita mia! – replicò Luca vendicativo in risposta a una mia provocazione giocosa, mandandomi diritto nel panico (manco m’avesse fatto una sua mossa d’aikido!). Chi? Come? Quando? subito mi venne in mente sua madre che gli toccava il pisellino da piccolo mentre gli faceva il bagnetto, ma poi compresi ch’era inverosimile, persino per lui, ch’elevasse quella figura materna a icona femminile, per di più in accezione erotica, di “donna”; ma allora chi era quella sciagurata? – Chi scusa? – domandai con pacatezza per celare il mio rovello interno.
La dottoressa! – esclamò, scontando ch’io conoscessi ogni minuto della sua vita – quella che me l’ha scappellato! – precisò: aaha... ‘quella’ dottoressa...
Ah, beh..., ma, se è per quello, allora anche a me una dottoressa me l’ha toccato in vita mia! – e a differenza sua non c’era mia madre con me nella stanza!
Quando?
Boh, sarà stato in prima media..., durante la visita credo... – Cacchio! ma allora anche a lui l’avranno fatta ... – realizzai – quindi non eravamo affatto pari quanto a toccatine da quelle parti...
Come!? – esclamò stupito.
In prima media! Non ve l’hanno fatta la visita?o forse eri ammalato...
Sì..., forse..., – smozzicò rammentando: – ma a me non l’ha toccato! – beh, meglio! comunque non avrebbe potuto dimenticarselo se fosse successo, visto che si ricordava quella volta in cui aveva nove anni! Probabilmente, allora, era soltanto la nostra dottoressa, la pervertita che si divertiva a toccare i pistoletti di noi ragazzini delle medie. – Ma che ti ha fatto? – mi chiese interessato: avevo acceso la sua curiosità pruriginosa.
Niente, – mi atteggiai a figo: – più o meno quello che ha fatto a te! – e mi fece segno dello scappellamento – Beh..., a me non l’ha aperto, e poi prima mi ha toccato le palle! – specificai.
Ma allora te l’ha toccato o no? – a lui interessava solo sapere se l’avessero toccato anche a me o se era soltanto lui l’unico detentore di quell’insolito primato.
Sì! ma non come a te!
Cioè?
Cioè me l’ha scappellato...
...pure a me!
Mhmm, ma lasciami finire! A te l’hanno “aperto”, nel senso di ‘scappellato per la prima volta’; a me no, invece! e poi io non ce l’avevo duro... – e questo per me era motivo d’orgoglio, perché significava che io, al contrario di lui, non ero un ragazzetto che non andava in eccitazione per ogni nonnulla, compresa una dottoressa racchia! e poi c’era la questione della madre anche: che nel mio caso non era dentro con me nello studiolo a guardare, ma forse su questo aspetto era meglio sorvolare se non volevo farlo incazzare, come spesso succedeva se gli si sottolineava un qualcosa che, secondo lui, potesse farlo sembrare ‘piccolo’. Ma l’attenzione di Luca era incentrata tutta s’un unico aspetto: – Ma allora perché te l’ha fatto? – mi chiese con la faccia che sembrava un punto interrogativo.
Per controllarmi se s’apriva! Vieni, che ti mostro! – lo presi per un braccio e lo trascinai con me sino al divano; non c’entrava un cacchio, ma dopo tutto quel parolare di scappellature e toccamenti, mi era venuto voglia di toccarglielo, solo che non sapevo che pretesto trovare.

Luca si lasciò trasportare tranquillamente, come un bambino condotto per mano incapace d’esprimere una propria autonoma volontà; non l’avevo mai visto così mansueto: mi pareva recasse la scritta: «fai di me quel che vuoi», e io lo feci: – Dai spogliati! –.
Perché...?
Devo farti vedere cosa m’ha fatto..., allora spogliati: io ero in mutande! – e il bello è che lui non mi aveva chiesto un bel niente, ma iniziò ugualmente a spogliarsi. Bravo, bravissimo, mi piaceva troppo vederlo seminudo, specie che ora quella mise gli s’addiceva così bene alla sua docilità: – No, lascia! La canottiera ce l’avevo... – perfetto, ora esattamente com’ero io allora, solo che lui era più carino di me.
Senz’obiettare seguì i miei consigli di mettersi sul divano e mentre m’ubbidiva, gli sarei saltato addosso mordicchiandogli quella spallina nuda, che sembrava spoglia apposta per me. – Mmm... bene! dunque..., – rimasi incantato dalla sua beltà.
Allora...? – fu lui a spronarmi.
Dunque! va beh..., lei prima mi ha pesato e misurato... – ma questo l’avevamo già fatto... – ...poi mi ha fatto stendere, come te adesso, e (a tradimento) m’ha tirato giù le mutande! – che a pensarci bene non dovevo essere tanto diverse dalle sue di adesso, solo che io allora avevo undic’anni, non quattordici! Poi notai che il suo bel randazzo s’evidenziava già vistosamente duro sotto la canottiera, che per fortuna lo ricopriva, ma la sua sagoma mi creò ugualmente imbarazzo, forse perché m’immedesimavo troppo, col lui d’adesso, nel me d’allora; poi Luca m’acconsentì ad abbassargli le mutandine e così con un brivido di libidine, fu come se scoprissi lui adesso e me allora. Rimasi un’altra volta incantato dalla sua nudità, o per meglio dire dalla sua genitalità, anche se ora era soltanto quella dei maroni: ma dov’altro lo trovavo un più bel paio di maroni di quei due penduli testicoli! – Poi mi ha toccato i maroni! – gli dissi, e glieli presi proprio come lei allora, per fargli sentire lo stesso senso di fastidio che mi diede, isolandogli per bene una gonade fra le dita: – Ricordo che mi diede un fastidio tremendo... – commentai, infatti, anche lui movette la gamba infastidito.
Sì! dai...
Aspetta, mi ha fatto anche l’altro... – e gl’isolai anche quell’altro testicolo: mi piaceva troppo sentire quella fava dura dentro il suo sacco scrotale, e poi io ero un patito delle “ricostruzioni”e se le facevo, le facevo per bene...
Dai...! – ripeté infastidito: – Poi che ha fatto? –.
Mi sono sentito toccare il cazzo! – e finalmente svelai il pezzo da novanta: mamma che cannone! era già duro in canna! – Vabbè, il mio poi non era così duro... – e neanche così lungo!
Mmm! poi... – a lui interessava solo ch’io arrivassi al dunque.
...me l’ha preso qua(sotto la cappella) e ha tirato su e giù per veder se scorreva! – e io per mostrargli quella cretinata, avevo fatto tutta quella pantomima... -_-' ! poi presi a masturbarlo.
Beh, e non te l’ha misurato?! – chiese Luca quasi stupito.
Ma Luca..., era una dottoressa, mica una maniaca! – ma che razza di visite s'immaginava lui... con dottoresse in guêpière e calze a rete? – e non credo che l’abbiano fatto neppure a te... –.
No..., però mi ha commentato... – disse con lo sguardo furbettino, come a lasciarmi intendere chissà quali apprezzamenti per le sue misurine intime.
Ma che cazzo vuoi ch’abbia commentato! – replicai io.
Niente..., però ha detto che “c’ero”... – continuò.
“c’eri”...!? ...a nove anni?!
Veh, ch’ero così...! – mi mostrò la sua mano.
E allora, quelli saranno, sì e no, otto - nove centimetri al massimo... – gli ridimensionai il suo grand’affarino, poi ripresi a masturbarlo lungo tutti quei centimetri; ora sì, che si poteva dire che, in effetti, c’era...: sembrava di scorrere la mano lungo un tondino di ferro, duro e caldo, oltreché lungo! inoltre, era impressionante vederlo con quell’affare così saldamente innervato al suo figurino, propri ora che dalla nudezza traspariva tutta la sua esilità.
Gli poggiai una mano sul ventre per seguitarlo respirare, e che bello sentire tutto quel corpicino indaffararsi alla meta dell’orgasmo: doveva essere decisamente l’attività naturale più completa che il nostro organismo potesse fare: tutti i muscoli contratti in attesa dello spasmo, la circolazione in fermento, la mente rivolta a un unico traguardo e quelle manine, le sue manine, in vano cercare qualcosa d’afferrare; gli misi in mano l’uccello e subito Luca lo strinse. Incominciò a masturbarmi, ma l’impulso di vigore che mi diede, lo riversai immediatamente sul suo pene, di lui che ora iniziava ad ansimare. Vidi il suo fisico tendersi, la schiena inarcarsi, e lo svibradurai, e Luca vociò il suo primo gemito di godimento. Mentre glielo rollavo, mi chiedevo come mai sua madre non avvertisse proprio adesso, a quattordici anni – che si avvicinava all’età giusta per fare sesso – , la necessità di portarlo a un’altra bella visita andrologica il suo bell’ometto; anzi, mi sarei offerto io stesso di fargliela, persino davanti a lei: gli avrei controllato io la discesa dei testicoli, la loro dimensione, l’evaginazione del glande, e pure la sensibilità balanica alla stimolazione orale, in luogo di quella vaginale, cosa che immediatamente feci. Mi tuffai su quella cappella affusolata e riflettei su quanto una donna, pur toccandoglielo con dovizia, non avrebbe mai potuto regalargli quello ch’io, in quel momento, gli donavo con la mia devozione: iniziai con profondi risucchi di gola e a maneggiargli i testicoli nel mentre coll’altra gli brandivo saldamente l’asta; e al terzo quasi mio colpo di singhiozzo, per via del suo pene fino in gola, sentii finalmente la sua fontana.

Luca smise pian piano di gemere e di stringermi pene, e io il suo ormai snerbo; era incredibile per me come un coso così grosso e duro potesse restringersi e divenire quella cosina così umile e tenera, che poggiandomi sul suo ventre, chiudendo un occhio, mi pareva ora terminare con una breve proboscidina rughettata, ora che fosse essa stessa una lunga proboscide liscia, e là in fondo la peluria bionda che io tanto amavo carezzare. Mi levai per baciarlo su quella tremenda pisellessa, ma quando mi alzai, Luca mi trattenne: – Dove vai? – mi disse: – adesso tocca a me! –.
Cosa?
Afarti vedere quello m’ha fatto!
Va be’... però io non mi spoglio! – precisai fin da subito.
Va bene...
...al massimo mi tiro giù le mutande, fino alle caviglie...
Va be’, tanto anch’io ero così!
Ma come...! – l’aveva visitato con la camicia e tutto il resto indosso?: – scusa, ma come ha fatto a visitarti? –.
Ma non mi ha visitato; ero andato là apposta per quello! – cioè per farselo scappellare...? no, basta! di quella vicenda non volevo più sapere nient’altro!
Beh... toh! allora... – mi tirai giù la tuta, ma quando venne il momento delle mutande...
No,’ spetta! faccio io; me le ha tirate giù lei... – argh! Luca...basta! Mi veniva voglia di piangere: come avrei voluto far parte di quel capitolo della sua vita; magari, essere anche solo l’assistente di quella dottoressa per potergli stare vicino...; poi mi abbassò le mutande col mio cazzo che a banderuola gli puntò subito contro. Su suo invito mi distesi sul divano di sghimbescio, e Luca lamentò che quella non era la posizione giusta.
Luca se ti va bene è così, se no è lo stesso... – m’impuntai: gli dovevo pur far vedere,ogni tanto, ch’ero io il più grande!
Okay... – disse Luca smorzando subito i toni, poi mi prese i maroni brandendoli con gran soddisfazione; ma non di quella che hai quanto fai a qualcun altro quello che lui t’ha fatto prima, ma proprio di quelle che ti prendono quando gremisci un gran bel paio di maroni che ti riempiono il palmo.
Allora, è adesso che t’ha detto che “c’eri”...? – provocai.
No, prima! quando mi ha tirato giù le mutande... – mannaggia...! avrei voluto saltargli addosso!
Va bene allora cosa t’ha fatto?
E... me la scappellato!
Così..., subito!?
Yesss! – e me lo prese in procinto di scappellarlo.
E tu hai gridato... – ricordai.
Sì! – ricordavo bene!
Allora inizio... – e appena mi aprì di poco il pene, iniziai: – uè... uè... uè... – imitando il verso del neonato.
Non è vero! Non ho fatto così!
E invece sì! – continuai: – gnueh... gnueh... – allora Luca me lo scappellò di colpo infilandolo mezzo in bocca.
No, aspetta! Menamelo prima! – protestai, allora iniziò a sferzarmelo rudemente, stringendomi quasi al limite del dolore e scappellandolo a ogni discesa; era veramente eccitante così irruente: mi ricordava tanto il primino che avevo conosciuto al mare..., e poi mi chiese: – Te lo scappello anche? –.
Sì, certo! – e con una scappellatina e una leccatina alle dita, i suoi polpastrelli si trovarono presto a strusciare sul mio glande.
Ahh... Luca... – gemetti volgendo lo sguardo indietro e quando reclinai di nuovo il capo, lo vidi girarmi attorno al solco balanico con la lingua libidinoso: – Dai... Luca vai! – l’incitai, ma Luca continuò a leccarmi, a svibradurarmi, a tocchicchiarmi nuovamente sulla punta; insomma, di tutto tranne farmi venire. Continuò con quelle pratiche sado-erotiche fino a farmi implorare per venire, e solo allora decise magnanimante di concedermi l’orgasmo. Mi sentivo umiliato, ma, mentre colle mani gli tenevo il capo, a ogni affondo gridavo il suo nome: guardavo quella cucuzza bionda muoversi su e giù e intanto lo ringraziavo fino all’orgasmo.
Luca continuò a ciucciarmi anche quand’era finita; sembrava quasi volersi divertire a ballonzolarmi il pene con la bocca, come un cane che non voleva mollare il suo osso, poi finalmente smollò il boccone. – Non sei venuto molto! – mi criticò com’ultimo atto d’umiliazione, quasi m’avesse voluto far capire che m’aveva colto in flagrante dopo una masturbazione.
Eh... sono venuto l’altro ieri... – mi scusai, oramai era come se fosse doverosissimo venire insieme, come una coppia d’usitati amanti, soltanto l’un per man dell’altro; e quindi s’accoccolò sul mio corpo gentile, dop’essersi ricomposto, giochicchiando col mio pene sino all’arrivo di mia madre.

sabato 16 maggio 2009

Malanno

...– Dai, Anna... – brontolai, ed ella s’allontanò; però, bastava poco per dissuaderla: una semplice enne al posto d’una emme, una dentale al posto d’una labiale, e subito quella semplice frase, che altrimenti poteva sembrare di dolce finta-ritrosia, risuonava fredda e distaccata, tanto da far desistere anche il più amorevole cuore di mamma. Non lo facevo per cattiveria, ma è che, a sedic’anni, non è dignitoso farsi abbracciare dalla mamma, neanche se hai la febbre a quaranta, sei distrutto sul divano di casa, e son tre giorni che non vai più nemmeno a scuola!
Oh..., scusa se volevo sentirti la febbre! – No, lei valeva abbracciarmi; il che era diverso!
Ma vattene! – l’esclamai con la voce supina e nasalizzata per il cuscino contro la faccia.
Ooh! Veh, dolcezza, che oggi sono stata a casa per te! – mi rinfacciò.
E chi te l’ha chiesto!? – ribattei io con la voce ancor più nasalizzata per la faccia conficcata dentro il cuscino, poiché il mio comportamento non s’addiceva a quella situazione, e io lo sapevo, però non potevo neanche tornare indietro per quella natural “sprezzanza” giovanile che pungola l’orgoglio nel momento del confronto.
...“Chi me l’ha chiesto”? C’hai un bel coraggio! – glissò con flemmatico autocontrollo: – Sei qui con la febbre a trentanove e secondo te io ti lascio a casa da solo!? – ma che palle! ma perché non se n’andava e mi lasciava fare una bella sega! – Piuttosto, l’hai presa la medicina? –.
Ma Sììììì!!!! – beh, ma insomma..., non ero mica un bambino!? non c’avevo mica diec’anni!? e per fortuna che la porta suonò.
Tra gli acufeni e i fruscii per l’otite, mi parve d’odire la voce argentina di Luca; o Luca... Luca... dove sei? (l’invocai al mio capezzale) perché non giungi a me, se sei qui? ma forse sei solo l’illusorio frutto d’una mia allucinazione. Poi, dopo un interminabile quarto d’ora, ella tornò: – Chi era? – le chiesi.
Era Luca; era venuto a trovarti, ma l’ho dovuto mandar via: devi riposare! – decreto: – Smh!! – emise uno sbuffo misto di riso e fastidio trattenuto: – però se insisteva..., devi proprio avergli preso...! – commentò e si allontanò con altre farneticherie.
Tornò poco dopo, per dirmi che sarebbe andata via e tornata al più presto.
Sì, brava... va’! – va’ e lascia a casa il tuo unico figlio, solo e con la febbre alta: febbricitante...

La porta si chiuse, e finalmente potevo spararmi le mie belle seghe ripensando al mio Luca.

***

Mi stavo sparando un gran bel segone, quando la porta risuonò: «Mmm... ma cheppalle! Ma non se le può prendere dietro, le chiavi!» lamentai, per non inveire contro mia madre, poi andai alla porta ad aprirle, ma mi trovai davanti Luca: – Beh! – esclamai sbigottito.
Ciao... – mi disse col suo visino dolce e il casco sott’al braccio.
Ma come hai fatto? – m’affacciai per controllare che non ci fosse mia madre, poi mi ritirai per i rigori del freddo.
Eh..., ho scavalcato! – affermò candidamente: il mio piccolo saltacinte :)
Pensai un momento se farlo entrare o no, poi lo trascinai dentro: – Dai, entra! Non stare sulla porta, ch’ho freddo!! Ma che ci fai qui? –.
Son venuto a trovarti! – disse mentre lo tiravo dentro: – Tu sei venuto a trovare me... – si legittimò.
Sì!
e allora anch’io! – rimarcò la reciprocità della cortesia; sarà..., ma a me la cosa non suonava ancora chiara.
Ma tra un po' ritorna mia madre... – l’avvisai e lui sapeva bene il perché.
Va be’, ma vado via presto! – assicurò; insomma, voleva rimanere: chiusi la porta e lo feci accomodare. La sua presenza inaspettata però mi stava conturbando e il mio pene lo rivelava, infatti ma toccai; ma il suo sorriso malizioso, mi disturbò però: quasi fosse venuto lì apposta per quello; poi c’era anche la questione di mia madre che mi preoccupava: vabbè, in fondo cazzi suoi..., sarebbe toccato a lui doversi giustificare e per l’autoinvito e per l’essersi intrufolato – compiendo, tra l’altro, una violazione di domicilio –, dopo il divieto ricevuto.
Ci sedemmo abbastanza taciturni a guardare la tivù, in fondo dopo i primi convenevoli cos’altro avevamo da dirci, e poi lo vedevo piuttosto impaccio in quella situazione, forse per quella cosa che – sospettavo – era venuto a chiedermi e che ora, si era accorto, non poteva chiedermi più. Continuavo ad osservarlo quel primino, ma lui niente: non si tradiva; continuava a guardare imperterrito la tivù e a sembrar soddisfatto soltanto da quello, dallo stare insieme a me: di fare, insomma, l’amico ch’era venuto semplicemente a trovare l’amico. Forse mi sbagliavo a pensare su di lui, a vederlo solo come un primino assetato di sesso; forse ero troppo prevenuto nei suoi confronti.
Sei stanco? – mi chiese mentre spigozzavo.
Mh! – confermai, ripensando a quanto mi sarebbe piaciuto poggiarmi sulla sua spalla.
Stenditi, dai... – m’invitò sulle sue gambe, facendone segno con la mano.
Mmm, stendermi sulle gambe di un primo? la proposta, anche, mi allettava..., ma mi sembrava anche dargli troppa importanza (lui si sarebbe trovato in una posizione di naturale vantaggio e io d’inevitabile sudditanza) e di rendermi ridicolo (io sulle ginocchia di uno più piccolo!); e poi, scusa..., ma, se mi rifiutavo di accettare le coccole da mia madre, perché mai avrei dovuto accettare di stendermi sulle sue gambe!? – No, – (grazie...) rifiutai.
Su! – m’incoraggiò. Evidentemente il non mio diniego non gli era sembrato così convinto.
Ma vah...
Dai! – insistette, e allora io, convinto dal suo bel faccino, mi calai. Giunsi a pochi centimetri dal suo florido pacco, e finalmente realizzai: – Veh, Luca che oggi proprio non ci riesco...! – mi rialzai e lui mi guardò perplesso: – Non ce la faccio proprio a prenderlo in bocca! ho il vomito solo appena mangio! –.
Ma secondo te! – mi sclamò quasi scandalizzato: – Io sono venuto solo a trovarti, come hai fatto te! – e in quel «te», cioè me, non dovevo leggere, dal suo tono, quello che gli avevo fatto: la sega, il bidè, l’accompagnamento al letto; ma le coccole, lo star tranquillamente insieme, le carezze; quindi mogio mi calati sulle sue gambette sottili, zittito. Luca subito iniziò a carezzarmi i capelli e subito anche il sorriso comparve sul suo volto, era veramente bello star lì: le sue gambe erano d’una confortezza infinita, d’una comodità che mai avrei immaginato prima, senza provarle; e intanto mi guardavo il mio bel primino carezzarmi, poi il mio sguardo cadde sulla sua patta paurosa: indossava quei jeans stretti stretti in vita, ma che gli facevano un pacco mostruoso; una collina, insomma, d’inconcepibili proporzioni, a cui non si poteva resistere. Chiusi gli occhi, e mentre lui mi carezzava, io col pensiero accarezzavo il suo boffice pacco, poi mi c’intrufolavo dentro ed era già duro per me il suo ottimo fallo; aaahhhhh..., se solo avessi potuto..., ma mi sentivo immobilizzato: il mio maghetto mi aveva un’altra volta stregato, ed ora non riuscivo più a muovere la mano, vicino al suo sedere, per portarla suo nobile pacco. Come avrei voluto che l’avesse tirato fuori e postomelo direttamente dentro la bocca, già scappellato, allora l’avrei succhiato com’un immenso ciucciotto: qual era! Sì, avrei iniziato a fare proprio come da piccolino, quando stavo sulle gambe di mia madre, proprio su quel divano, e succhiavo il mio ciuccio – vezzo che avrei tenuto fino ai quattr’anni –, e lei mi carezzava; quanto mi piaceva... proprio come ora mi sarebbe piaciuto ciucciare il suo grande ciucciotto. La mia mente vagava come una nuvola eterea pei pensieri del dormiveglia, soffermandosi, or qua, or là, sulle fantasie più gradite, proprio come quanto la mente rilassata, prima del riposo, svolazza tra il mondo e il sogno, sconoscendo qual è la realtà.

Al mio risveglio Luca più non c’era, ma vidi lei con le sacche della spesa.