E finimmo col perderci tra gli anonimi palazzoni popolari della periferia modenese: in cerca di quello di Robertino. – Te l’avevo detto che non è qui! – rimproverai a mio padre; ma lui niente: testardo come un mulo! continuava per quella strada. Era quella, la seconda rata dei suoi per sdebitarsi, dopo l’aver riportato a casa mia madre la prima volta, per quella settimana trascorsa con noi in vacanza; ma dopo quella… avrebbero, come minino, dovuto ripensarne a una terza, se veramente volevano sdebitarsi definitivamente. – Oh… eccolo! – disse mio padre con la cantilena di chi la sapeva lunga, vedendo il civico corrispondente al numero sul biglietto; ma si era sbagliato almeno tre volte! Parcheggiò nel cortile interno, e subito scese su di noi un magone immenso nel vedere lo squallore di quel palazzone sullo sfondo d’una giornata uggiosa, che più uggiosa non poteva essere.
L’entusiasmo dell’inizio – solo loro – si trasformò presto solo in un tiepido stimolo ad andare avanti, che ci accompagnava anche nel movimento lento dello scendere dalla macchina con lena indolente: quasi una moviola. Mio padre prese il vino; mia mamma, il dolce, fatto da lei: antica ricetta di famiglia, cosa buona veramente! peccato che lo facesse solo di rado o per eventi speciali (tipo ospite a cena), per la sua stramaledetta idea della linea – obbligando pure me e mio padre ad essa –; io, invece…, era già tanto che li avevo accompagnati…
Al solito, me ne stavo in disparte fingendo disinteresse con aria scazzata – come quando li accompagnavo –, ma questa volta, però, m’incuriosiva veramente vedere Robertino, scoprire com’era diventato: ancora moccioso o finalmente ometto?
L’entusiasmo dell’inizio – solo loro – si trasformò presto solo in un tiepido stimolo ad andare avanti, che ci accompagnava anche nel movimento lento dello scendere dalla macchina con lena indolente: quasi una moviola. Mio padre prese il vino; mia mamma, il dolce, fatto da lei: antica ricetta di famiglia, cosa buona veramente! peccato che lo facesse solo di rado o per eventi speciali (tipo ospite a cena), per la sua stramaledetta idea della linea – obbligando pure me e mio padre ad essa –; io, invece…, era già tanto che li avevo accompagnati…
Al solito, me ne stavo in disparte fingendo disinteresse con aria scazzata – come quando li accompagnavo –, ma questa volta, però, m’incuriosiva veramente vedere Robertino, scoprire com’era diventato: ancora moccioso o finalmente ometto?
– Come fanno di cognome? – mi chiese il mi’ papi cercandolo sul campanello.
– Lascia… – lo scansai – Ba… Ba… Ba… Bal… ecco! –.
– Pcr... Pronto? – rispose una vocina dall’altra parte del citofono.
– Roberto, siamo noi… sono Alle! –
– Oh, ciao! Salite! –
Salimmo per tutte le scale strette – l’ascensore non c’era! –, chiedendoci come avessero fatto a far trasloco per un angusto budello come quello, finché giunti al piano trovammo una porta aperta: lasciata aperta lì apposta per noi.
– Permesso… –
– Entrate! entrate! – ci accolse il padre apparecchiante, la madre spignattante, e Roberto che nel frattempo arrivava chissà da dove: forse dal bagno…
Io ero l’unico a non recar doni, quindi mi dileguai subito in camera sua perché voleva mostrarmela, e poi mi sarei evitato quella stucchevole scenetta del “dovevi/non dovevi…” quando si porta qualcosa per poi finire sempre col sbafarsi tutto, e senza neanche troppi complimenti.
Roberto mi mostrò la sua nuova cameretta: nuova di zecca. Non sembrava più un nido d’infanzia: non c’erano più ninnoli e giocattoli agli angoli della stanza, né quel puzzo di latte impregnante nell’aria; insomma, più a misura di adolescente.
– Eh... bella! dai… – non son mai stato un bravo mentitore – …: è tutto nuovo! –; poi mi propose di giocare a pallone – Eh!? – con quel freddo!
– Dai…, lo facciamo sempre! – noi chi? – e poi c’è un mio amico che deve conoscerti! – …me?!
Non disse altro, ma prese la palla e con incredibile naturalezza s’avvio per l’ingresso, salutando la madre che lo ricambiò; la mia, invece, mi cacciò un’occhiataccia che traspariva tutti i suoi pensieri: che, come al solito, fossi io l’artefice di tutto; ma che c’entravo io…?
***
Roberto suonò al campanello del suo amico, mentr’io andavo valutando quella striscia d’asfalto che poi sarebbe stato il nostro “campo da calcio” bagnato. Il cielo, sopra di noi, non prometteva niente di buono, ma almeno un quarto d’ora poteva concedercelo. Io intanto mi riscaldavo, soffiandomi sulle mie mani fredde e osservando perplesso l’ambiente d’intorno, quando sentii sbatter l’uscio e ne vidi uscir, alle mie spalle, un ragazzo alto, dai capelli neri, ma più giovane di me.
– Ehi! Robba! – gli disse tirandogli un pungo forte sulla spalla facendolo tremare, poi m’adocchiò. Roberto m’indicò. Insieme parlottarono. Poi mi guardò sorridendo; quindi venne verso me, allungando la mano con quel fare scanzonato da finta formalità giovanile: – Ciao, sono Claudio! –.
– Piacere, Alessandro! – ricambiai, ma quella stretta era più un confronto di forze.
– Allora… giochiamo!! – iniziò palleggiando col pallone che aveva in mano (ma preso da quelle di Roberto), facendoci vedere quant’era bravo: mi stava già sul cazzo! Poi ci triangolammo.
Si era già instaurato un clima di greve antipatia e lieve competizione tra noi, quasi dovessimo confrontarci su un piano personale di cui non conoscevo, però, le coordinate, ma dovevo comunque far buon viso a cattivo gioco, visto che quel cretinetti l’aveva ormai tirato in ballo, anche se non capivo il perché. Scoprii, presto, che aveva quindici anni, ma frequentava soltanto la prima in un ITIS; aveva i tratti tipici del meridionale da generazioni trapiantato, ma non conservava alcuna inflessione nelle parole, se non nell’uso ostentato di un dialetto gergalizzato; era un tipico sbruffoncello con velleità capobranchesche, ma privo di quel necessario carisma per attirare a sé un folto gruppo di persone, al massimo una qualche mente labile isolata, come quella di Roberto appunto, che rideva alle sue battutine con un’insulsa risatina. Era, inoltre, anche uno di quelli innamorato dei propri tormentoni, credendosi simpatici: nel nostro caso si divertiva a dirci: – Lungooo! – oppure: – Cortooo! –, scendendo colla mano e sbisciolando poi in avanti all’altezza del pube, a seconda se andavamo troppo lunghi o troppo corti nei palleggi; ma presto mi accorsi che non c’era alcuna relazione tra la lunghezza del tiro e la sua esclamazione, ma che c’era una netta prevalenza di “lungo” nei miei confronti e di “corto” nei suoi, con un sottotesto di lieve sfottò rivolto ad entrambi. Incominciavo a sospettare che qualcosa fosse trapelato; che quei due mi stessero prendendo in giro, ma Robertino come un ebete rideva, anche ora che il riferimento s’era fatto più esplicito, puntando direttamente verso i nostri genitali e accompagnato con un fischio finale. Claudio stava consumando la mia già proverbiale scarsa pazienza, e più io mi alteravo più lui ci calcava la mano; ero lì lì per sbottargli in faccia, urlandogli contro e mettendogli le mano addosso, e rovinare così una già mediocre giornata, quando una pittoresca voce lo chiamò dall’alto ché era già pronto da mangiare.
– Io vado! – ci tirò il pallone, dileguandosi per le scale, e Roberto improvvisamente sembrava non avere più voglia di star giù, ma io lo fermai per un braccio pretendendo spiegazioni: – Scusa, ma chi cazz’è?! – vociai incazzo.
– Sssh! – non voleva che sentisse: – È quel mio amico che ce l’ha più di te… – disse a bassa.
– Ve… ventidue? –
– Ventitré – mi corresse.
– Mah, avevi detto… –
– Eh... ma mi son sbagliato! –
– Sì, ma com’è che… – l’era venuto a sapere…
– Niente, al mare gli ho detto che siamo fatti le seghe insieme… –
– COSA!! –
– Ma non insieme…! ognuno il suo! – si corresse; aaahhh…, ma, comunque, com’è che si permetteva di andare a raccontare com’era fatto il mio! Che io andavo forse in giro da dire che lui ce l’aveva a funghetto!?
Comunque salimmo dimenticando il tutto, per il bene di tutti…
***
Finito anche col dolce di mia madre – i cui resti sarebbero rimasti comunque a loro… –, nessuno aveva la forza di alzarsi; ma quei piatti non si sarebbero di certo lavati da soli, né la tavola sparecchiata da sé: così i grandi si alzarono, mentre io e Roberto restammo a guardarci dai lati opposti del tavolo – per l’occasione ci avevano messi a capitavola – comatosi come due tacchini ripieni. Poi ci spostammo, pigramente, sul divano. Non ce la facevo più a rimanere sveglio, adocchiavo ogni tanto Robertino, completamente desensualizzate, ogni tanto la stanza con quei quattro individui che si muovevano per essa, e ad ogni calar di palpebra, ad ogni pigozzamento semiattento, ad ogni risvegli sonnolento vedevo l’entropia in quella stanza magicamente diminuire.
– Ragazzi, andiamo? – venne ‘na voce da un di quei quattro.
– Oooh.. ooohhhh! – facemmo noi già stanche alla sola idea di alzarci.
– Su, ma che gioventù fiacca che siete! – replicò mio padre.
– Ma che ci vengo a fa’? –
– Vieni a vedere la città! –
– Ma l’ho già vista con la scuola… – e Roberto la vedeva tutti i giorni.
– Dai, lasciamoli qui, – fece comprensivamente suo padre – se non han voglia di muoversi! Tanto, di danni non ne fanno… – e già! eravamo ragazzi bravi, noi; e finalmente si levaron dai coglioni!
Roberto mi guardò e m’indicò di seguirlo di là, in camera sua. Poi prese una scatola dall’armadio, e mi mostrò tutto il suo tesoro porno rovesciandolo sopra al letto, fatto di manga e di riviste erotiche.
– Chi te li ha dati? –
– Claudio! – mi disse sorridendomi, mostrandomi tutta la sua bimbaggine.
Ci sedemmo sul letto a sfogliare a sfogliare un po' di quei giornaletti sgualciti, sulle cui pagine non potevo giurare non ci fossero tracce del suo sperma rappreso. Certo che quel Claudio doveva averne di gusti strani, se di quei manga la maggior parte erano di stupri fatti da démoni con cazzi enormi e venosi, le cui cappelle rigonfie mi ricordavano tanto la sua, e mi stava divenendo duro. Eravamo entrambi consci del turgore nel pantalone dell’altro, evidenziato da come ci passavano sulla patta, ma eravamo troppo imbarazzati per chiedere di farlo: finché guardandolo toccarsi l’ennesima volta la tutina, trovai coraggio e gli chiesi: – Mi fai una sega? – e lui assentì.
Levammo i giornalini dal letto, e io mi sdraiai sopra, tenendone uno, e mi slacciai la patta, lasciando che fosse lui a tirarmelo fuori, perché volevo vedere se ne aveva ancora il coraggio. Ahh… sì, bravo! il mio Robertino non ci aveva ancora perso la mano: appena me lo toccò, godei per la decisione della sua presa, quasi non avesse mai smesso di menarlo a qualcun altro. – Aahh… ahhh! – iniziai subito a gemere, appena iniziò, e lui mi guadava con soddisfazione perché non avere neanche bisogno del giornalino, che infatti lasciai cadere: ma era veramente bravo. Mammamia! ma come faceva ad esser così bravo? Durante tutto quel tempo doveva essersi allenato… e magari proprio con quel gran cazzone di Claudio, che già mi vedevo nella mia stessa situazione.
Quell’immagine mi fece nascere una gran curiosità: – Ma Claudio come ce l’ha? – gli chiesi sul trasporto della mia eccitazione, ma lui si fermò stupito col mio cazzo in mano: – Non lo so! – mi disse.
– Ma non hai detto che… –
– … ma non glielo mai visto! –
– Ah! – riprese a menare; ma allora che faceva a sapere: gli credeva sulla parola? Comunque quell’immagine di lui che mi teneva in mano il mio gran cazzo – o forse quello di Claudio – m’eccitò a tal punto che dovetti iniziare a toccarlo, sentendo quel funghetto sotto la sua tuta.
A un certo punto m’infilò l’altra mano per toccarmi i marroni, e io gemetti; – Posso abbassarti? – mi chiese.
– Sì! sì! fin in fondo! – raccomandai; e lui mi tirò giù le mutande sino alle caviglie. Mi si mise in mezzo, a cavallo d’una mia gamba, e poi mi riprese a masturbare e a carezzare i testicoli. Sembrava veramente provar soddisfazione nel manipolar il mio genitale, messo a sua disposizione; ma in fondo lo capivo: era quello che io facevo con tutto quel bendidio di Luca, che io avevo sempre a mia disposizione, ma lui no. Mi stava toccando abilmente e sempre più in basso giocando coi miei testicoli e nell’interno coscia, e facendosi man mano sempre più ardito, e birichino, facendomi desiderare quasi di provare quel piacere proibito che stuzzicava al limitate; quando mi sentii qualcosa tentar la strada tra le mie natiche.
– Che cazzo fai!? – gli gridai incazzato, sollevandomi di capo.
– Eh… eh… – balbuziò.
– Allora! –
– …eh …io ci metto sempre il dito adesso… – mi scusò mestamente per aver tentato d’infilarmi il dito.
– Beh… tu attieniti a quel che sai! – gli ordinai, e tornai giù.
Non sapevo se ero più incavolate per il fatto che avesse tentato d’infilarmi il dito o per il fatto me l’avesse fatto quasi piacere: fatto sta che mi sentivo tra l’umiliato e l’offeso. Dopo di un po' mi sentii sguainare il glande e lui, di motu proprio, iniziò a succhiare, quasi volesse farsi scusare. Ma non godevo granché: il ritmo era noioso e il pompino quasi molesto col suo voler tentate con lunghe succhiate e umidi affondi d’imitare un dotto vaginale. Non so perché ma il suo pompino mi dette fastidio: mi dava fastidio il suo lungo affondare, il suo insulso e prolungato fellare, mi dava fastidio quell’immagine di lui nudo che colla mano si segava e coll’altra si sditalinava godendo sguaiatamente; mi offendeva il solo fatto che avesse potuto pensare che a me avrebbe potuto piacere!
– Basta! – dissi, ritirandomi dalla sua fellazione, e Roberto mi guardò, privato del mio cazzo dalla sua bocca, esterrefatto mentre mi tiravo su i pantaloni, ma se avesse continuato gli avrei tirato un cazzotto in faccia. Poi in parte incavolato e in parte imbarazzato per quella faccenda mi sedei sul letto a meditare, ma Robertino mi si mise di fianco col suo fare innocentino e col suo musino che sembra ancora chiedentemi «perché». Improvvisamente m’apparve con una rinnovata patina erotica nella sua tutina grigia che tanto abilmente ridisegnava le sagome e i voluti della sua fisicità, più morbidità e corposa, specie nel pube, che agguantai ratto di mano. Mi misi a girargli la sua pingue genitalità, e subitamente la mia anima candida e quella maligna si trovarono concordi nel ripagarlo colla stessa moneta: nel portarlo ad eccitazione, per poi lasciarlo a languire nella sua foia godereccia. Lo spinsi per quel crasso malloppo verso il centro del letto, dove ero io prima, e ci andò, mentre lo tenevo per il genitale: segno inequivocabile del mio dominio su di lui. Lo sovrastai, ponendomi su di lui come suo dominatore: mi sentivo un po' come al mare, quando lo costrinsi a subire il suo primo pompino, solo che questa volta non era affatto intimorito.
Gli abbassai le braghe, e subito m’apparsero le sue mutande: infantili – come quelle Luca – puntinato fantasia, e anch’esse non contenevano tutta la lunghezza della sue pubere verga – seppur più corta –, ch’usciva verso l’alto; ma eran dei suoi marroni ben piene. Ne testai la consistenza, poi scoprii definitivamente quella turgida verga, ritrovandola più gagliarda e fungina di quanto non ricordassi; mamma che bella! fosse stata quella di Luca mi sarei chinato a baciarla, lì proprio all’incrocio coi testicoli: ma non l’era, così nol feci: ma iniziai a sferzarla. Strinsi bene quel pene fungino per punirlo già dell’affronto subìto; intanto che andavo covando i dettagli del mio piano. Lo menai, come fosse quello di Luca; ma la sua cappella me l’impediva: mi bloccava la fluidità del movimento; ma non poteva anche quel maledetto ragazzino avercelo lungo come Lui!? Maledizione! Quasi quasi glielo tiravo lungo a suon di tiraggi!
Col tempo m’adattai alla minor lunghezza di quello di Roberto – che i mesi e la bega di Luca m’avevan fatto dimenticare – e scaricavo la mia frustrazione, per quel brevilineo pisello, su’ suoi grossi marroni: quelli sì, che davan una grossa soddisfazione; anche più di quei di Luca. Mi divertivo veramente a maltrattare quell’intero genitale: a strapazzarlo, a trazionarlo; però ancora non mi bastava! Roberto godeva sì, ma non ancora come doveva: non come al mare quando la masturbavo. Perfido, scesi a stimolarlo un po' più in basso, sott’i testicoli: come fece lui prima al limitar della mia zona proibita. Lui fiducioso godeva: e ora godeva e gemeva, si aspettava probabilmente qualcosa in più da me; mah… possibile – mi chiesi – che lui non riuscisse più a godere, da quanto me l’ero inculato al mare, senza un di dito nel…? Allora, incuriosito, gl’infilai un dito fra le chiappe e iniziai a premere, lì al principiare del buco, ma senza entrare; e Robertino ebbe quasi un sussulto di godimento. Il suo gemere appassionato mi mosse, prima, a compassione e, poi, a tenerezza, così gli scappellai il suo enorme “cappellone” stupendomi della capacità che aveva di scoprirsi (se anche Luca l’avesse avuto così sarebbe stata una tragedia ogni volta scappellarglielo, col prepuzio stretto che aveva), e iniziai a succhiarlo. Se prima il mio intento era di eccitarlo e poi lasciarlo sul più bello tutto da solo, ora invece era di farlo godere: farlo venire nella mia bocca per regalargli quel godimento che non riusciva più ad avere, se non col dito.
Mi sentivo quel cappellotto incastonato nella mia gola come un gioiello, e anche se non riuscivo a ficcarmelo più in fondo, come con Luca, mi aggradava lo stesso ciucciarlo e succhiarlo. Robertino stava godendo spasmodicamente, forse come non mai aveva goduto in quella stanza da sé, finché non mi venne irrorandomi la gola col suo spruzzo sbarazzino. Era una marea: una quantità industriale di sperma che m’invadeva la gola, e che in parte centellinavo per far spazio a quella nuova ch’usciva e continuare a succhiare la sua verga, ma me n’andò di traverso un pochino.
– Can! ma quanta ne hai! – tossii, e lui mi sorrise compiaciuto della sua “gran quantità”, ma non era quella a farmi tossire: era la furibonda lotta intestina tra i suoi spermini e quelli di Luca per il predominio la colonizzazione del mio tratto digestivo. Mi adagiai così accanto a lui a coccolarlo un pochino, perché avevo tanta voglia di Luca, ma lui mi aveva soddisfatto egregiamente.
Roberto mi si voltò in cerca d’un tête-à-tête e mi prese il pene, mentre io già m’occupavo del suo sulla via del rinturgidimento e mi chiese: – Vuoi che ci riprovo? – intendendo la fellatio.
– Sì! – e finalmente ricevetti da Robertino il mio decimo pompino.
1 commenti:
complimenti veramente stupendo! aspettiamo con molta ansia il prossimo!
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