L'agopuntura
Oggi Niki non doveva assolutamente uscire (perché io avevo deciso così!), così andai a prendere Luca direttamente in garage, cosa che lui trovò immediatamente strana: – Come mai qui? –.
– Beh, non ho capito..., non posso stare qui? – polemizzai: – e non posso venire a prenderti? –.
– No... no..., fai pure... – ah, ecco! e senza replicare salì le scale dietro di me. Non so perché ma la sua reazione stupita mi aveva infastidito, quasi che io – secondo il suo pensiero – non fossi padrone, in casa mia, di andarlo a prendere in garage; e al momento di sedersi, trovò pure un'inattesa sorpresa: – Mah...; Niki! –.
– Cosa c'è? –
– C'è Niki sulla mia sedia! – sua...? – Su...! su...! – tentò di scacciare via il gatto, che giustamente non si muoveva.
– Scusa..., ma lascialo lì! –
– E io dove mi siedo? –
– Ma cazzo, Luca, non ci sono altre sedie..., vero!? – dissi indicandogli intorno la tavola; era questo suo atteggiamento imbranato delle volte che mi faceva incavolare, perché lo teneva soltanto con me! – e poi, Niki..., – accarezzai il micio: – vero che domani ne passerai già delle belle, eh? –.
– Perché? – chiese incuriosito quel primino sedutosi, intanto, autonomamente alla mia sinistra.
– Perché domani gli farò un bel bagnetto! – gli arruffai tutto il pelo.
– Il bagno...? –
– Sì, il bagno! – riaffermai risoluto al suo tono incredulo.
– Al gatto!? –
– Sì, il bagno al gatto! – perché, che c'era di strano...: – Visto che ora sta di più in casa, è giusto fargli il bagno! –.
– Ma..., come fai? –
– ...fai che lo metti nella vasca e poi, scihhhh..., doccia! –
– E ci sta? – chiese perplesso.
– Sì, Si lamenta, ma ci sta: fa mau-au-au-au..., ma una volta che è dentro, ci sta! – e poi iniziai a mostrargli come risciacquavo quel micio, che intanto tentava di mordermi la mano, finché mi chiese di potermi aiutare a lavare il gatto l'indomani, divertito alla sola idea di vedere Niki fradicio disperarsi nella vasca da bagno, come un piccolo sadico cui brillavano di già gli occhi.
– Certo, sennò mi tocca chiederlo a mia madre... – e lei non era molto d'accordo nel lavare il gatto "a umido": diceva che mi divertivo troppo e che lo facevo solo per vederlo gnaulare, anche se alla fine ammetteva che, dopo tre stagioni passate a zonzo, un bel lavaggio se lo meritava; poi iniziammo a fare i compiti, perché oggi, gli avevo promesso, avremmo poi avuto altro da fare, molto altro da fare...
A un certo punto incominciai ad avere una certa voglia di bega, mentre Luca leggeva, così allungai la mano verso i suoi pantaloni e lui stette fermo, come un piccolo uomo sicuro di sé e di avere il bel giochino che a me piaceva tanto; scivolai con la mano sotto il suo maglioncino, a sbottonargli la camicia, e mi c'intrufolai dentro: che bello trovare il suo bell'amichetto, già bell'e che pronto, con la testa rialzata e sotto la canottiera, come un velo a proteggerla! Continuavo a massaggiarlo e quel primino a lasciarmi fare stando fermo: vacca s'era esaltante! Poi ci alzammo insieme, tacitamente, e mentre io continuavo a stuzzicarlo, lui si poggiò al tavolo, guardandomi provocante: com'era bello! lo guardai in faccia quel primino tutto biondo, e gli slacciai i pantaloni con quella cosa magnifica che mi attendeva. – Facciamo come l'altra volta? – disse buttandosi all'indietro sulla tavola: strano che proprio lui volesse riprovarlo, visto che ci stava scomodo.
– No! – lui meritava di meglio! – Andiamo sul divano! – e lo accompagnai per l'uccello allo schienale del divano poggiandovelo sopra, come prima sullo spigolo del tavolo; sballottarlo così, avanti e indietro, mi dava l'illusione di comandarlo temporaneamente, ma in realtà sapevo che era lui a dominare la situazione. Lo smanazzai per bene quell'uccellone, poi scesi coll'intento famelico di leccarlo tutto quanto, ma, per fortuna, ci pensò un briciolo d'amor proprio a dissuadermi dall'intento una volta giuntoci davanti; lo guardai con ossequio devozionale, e poi fu la mia memoria ad andarmi autonomamente a quella volta, a quella sagoma, che vidi nella sua palestra, coi puntini dell'agopuntura stampati sopra e la promessa, di allora, di ricercarglieli sopra, su quella tanta parte di lui che stranamente ne sembrava priva. – Ehm... – come dirglielo...: – posso cercarti una cosa? –.
– Cosa? –
– Mmm, faccio prima a farlo che a spiegartelo! – bypassai la spiegazione e così anche l'eventuale attimo d'imbarazzo: – Posso? –.
– Mmm... – meditò, poi disse sì: evvai, carta bianca!
– Bene, aspetta qui! – e corsi subito in camera dei miei a frugare nei cassetti di mio padre in cerca dell'apparecchio per l'elettro-agopuntora, che puntualmente trovai nella sua vecchia scatola nera. Era quello un baracchino comprato lui, tempo fa da un vucumprà, ai tempi in cui soffriva ancora di un tremendo mal di schiena, intrattabile coi mezzi della medicina tradizionale e che, nel frattempo, aveva tentato di curare con ogni sorta di medicina alternativa nella ricerca di una cura autarchica assoluta, usando pure me e mia madre come cavie.
Scesi, che Luca si era già ricoperto pudibondo con il maglioncino: ma perché occultava al mondo quella parte di lui che, invece, avrebbe dovuto ostentare con tanta fierezza? – Ecco, vedi... è questo che voglio fare! – scartai l'apparecchio.
– Cos'è? –
– È un affare... per l'elettro-agopuntura – lessi testualmente sulla confezione; e non so bene se per quell'«elettro», o per quell'«ago», o per quel «puntura», ma la sua faccia si fece piuttosto intimorita: – No, tranquillo! io voglio solo usarlo per cercarteli... –.
– Ma cosa...? – già, non gli avevo ancora spiegato niente...
– Ecco, li vedi questi punti? – stirai un foglietto sullo schienale con sopra i diagrammi dell'agopuntura: – ...sono i punti dell'agopuntura? –.
– Mh! –
– Ecco, io te li voglio cercare su Gianluca! – sfiorai la sua verga, e poi mostrai come il led lampeggiava più veloce nella vicinanza teorica dei punti segnalati dallo schema sulla mia mano, anche se i falsi positivi erano numerosissimi. Per tutto il tempo Luca rimase a fissarmi, mordicchiandosi il labbro inferiore, vezzo per cui l'avrei violentato immediatamente, ma poi con tacito assenso presi Gianluca e iniziai la ricerca.
O che bello, quel randello di carne! non ci potevo credere che su tutta quella parte di lui non ci fosse assolutamente nulla, niente, nemmeno un puntino, quando invece io me lo sentivo vibrare tra le mani. L'entusiasmo di Luca crebbe man mano che la sua collezione privata di puntini aumentava sul suo fier'amico, e praticamente m'imponeva di continuare: ora sopra, ora sotto, ora di lato, perfino le palle si fece mappare, per completare la sua personale costellazione di punti...; a un certo punto mi venne pure in mente di dargli una scarica, azionando la rotella posta sull'aggeggio, ma non lo feci: perché ero buono! Ormai con Luca potevo fare quel che volevo, così gli scappellai la punta e dissi: – Ora proviamo qui! –
– Ma poi come funziona con quel coso? – mi chiese.
– Cioè? –
– Cioè, cosa fai quando li trovi... –
– Ah... beh, normalmente, si dovrebbe stimolare con la corrente. Vedi questa rotella? –
– Con la corrente...! – sussultò.
– Eh... sì, se è "elettro-"...; comunque si sente pochissimo: è pur sempre la scossa di una pila! Dammi, che ti faccio sentire! – presi il suo braccio con un po' di resistenza, e dopo aver chiuso gli occhi fece il ganassetta: – Sì, è vero non si sente niente! – peccato che fosse solo la scossa minima.
– Beh, c'è anche più forte! – ma su di lui non avrei mai provato, era troppo bello come primino per me!
– Dai... ora te li cerco io! – mi prese l'apparecchio.
Ci scambiamo di ruolo e mi lasciai spogliare da Luca fin dapprincipio perché era più eccitante, anche se lui aveva già messo via il suo Gianluca, così che io non vedessi più. Con Luca la ricerca prese inevitabilmente più i toni di un gioco: si divertì dapprima a seguirmi la venuzza che caratterizzava il mio dorso, e poi la bordatura del glande che emergeva da sottopelle; io, invece, con quel suo sorrisino, gli avrei stampato un bel bacio sulle labbra e mi sarei adagiato assieme a lui sulla seduta per stringerlo e abbracciarlo più forte per l'intera giornata; poi Luca mi fece una preoccupante proposta puntandomi la vena: – Do la scossa... –.
– Lucaaa...! – lo ripresi: va bene ch'era la scossetta d'una pila, ma sul braccio è un conto, sul genitale un altro.
– Dai, solo un pizzico... –
– Uuh! – avverti un profondo pizzico sul pene.
– Scusa... – mi chiese col faccino ruffiano: – Ora guardiamo la cappella! – e mi scappellò puntandomi il glande in modo piuttosto losco, come se stesse cercando soltanto un preteso, poi...
– AAAAHHHH!! – una fitta tremenda lungo la verga e tutta la zona pelvica, mi fece chinare su me stesso dal dolore.
– Scusa! Scusa! – chiese subito scusa concitato, preoccupato d'averla fatta grossa.
– UHH! LUCA fottiti! – lo spintonai.
– Ti fa male? – si riavvicinò.
– VATTENE! – gli gridai, ma se avessi potuto gli avrei sputato foco.
– Scusa... Mi spiace... Non volevo farlo apposta! – continuava a petularmi intorno.
– Luca... vattene! – non lo sopportavo intorno, così corsi in cucina, bestemmiando lui e il giorno in cui l'avevo incontrato: quello stramaledetto primino! L'odiavo dal più profondo del mio cuore, non solo per quello che m'aveva fatto, ma anche per l'avermi fatto lacrimare dal dolore davanti a lui. Mi sedetti sofferente sulla seggiola ancora chino su me stesso: non sentivo più il mio genitale, che prima avvertivo pulsare, ma solo un'indistinta dolia che non riuscivo a individuare.
Dopo cinque minuti Luca si rifece vivo: – Alle, scusa! ti prego..., ho sbagliato..., perdonami! –; c'aveva un bel coraggio! ma anche la faccia mortificata di chi, a momenti, si metteva a piangere.
– No! Vattene! Perché sei uno STRONZO! – l'apostrofai e Luca accusò la tutta veemenza di quello «stronzo», urlatogli contro, ma continuò ugualmente: – Come va? – si avvicinò accorato.
– Prima lo sentivo pulsare... ora neanche quello! – l'accusai.
– C'hai messo del ghiaccio? –
– Ma vaffanculo, vah! Luca... – pure i consigli ora mi dava! la surrealtà di quell'incontro stava sfiorando il ridicolo, e rincominciavo a non sopportarlo più: così mi alzai.
– Andiamo di là? – domandò fiducioso.
– No, tu adesso te ne vai! –
– NO! –
– E invece SÌ! –
– No! finché non abbiamo risolto la questione! – ma quale questione!?
– Ma che CAZZO vuoi...! – gli sbraitai contro.
– Non voglio perdere la tua amicizia! – alzò la voce.
– ... dopo quello che m'hai fatto...! –
– Ho sbagliato, lo so! e mi dispiace..., ma non me ne vado finché non mettiamo le cose in pari! –
– Luca, vattene! –
– NO!! – ribadì.
– LUCA!! – caricai immediatamente la mano per dargli uno schiaffo, adirato dalla sua insistenza, e Luca chiuse gli occhi intimorito; da quella scena, da quella smorfia, capii che cosa stavo facendo: stavo per picchiare Luca, e quella parte di me che davanti a lui s'inteneriva mi fece riavere, terminando il tutto con un'intimazione fredda ad andarsene, ma lui mi si parò davanti.
– Tirami un pugno, se vuoi... se ti fa sentire meglio! – dichiarò, e di nuovo quella scena di lui che chiudeva gli occhi mi si mostrò davanti.
– No! – dissi ancora più seccato.
– Fammi quello che t'ho fatto prima, allora... – insistette.
– NO! – la sola idea di fargli del male, mi faceva star male!
– E io non me ne vado! – gridò quasi sull'orlo del pianto.
Non si poteva che ammirare il suo spirito di sacrificio e la sua determinazione nel salvare la nostra amicizia, ma sapevo anche che non sarei mai riuscito perdonarlo senza prima essermi vendicato, ma non potevo neanche fargli del male direttamente, così l'idea: – Vuoi veramente mettere le cose in pari? – gli offrii una via d'uscita e lui annuì; – Allora seguimi! –. Presi dell'alcol e mi avvicinai al tavolo in sala: – Mettiti lì! – gli indicai l'angolo: – e tiralo fuori! –; e Luca tirò fuori il suo pene già duro, come un soldatino ligio al suo dovere: – Scappellalo! – gli dissi.
– Ma cosa vuoi fare? –
– Ci verserò sopra dell'alcol... –
– Ma brucia...? – obbiettò giustamente preoccupato.
– Vuoi mettere le cose a posto... – lo rimproverai e Luca deglutì, chiudendo gli occhi, preparandosi a ciò che doveva essere fatto; caricai il braccio, guardai quei venti centimetri scappellati sul mio tavolo (ma non li bloccai come feci con Robertino dandogli un maggiore trauma al momento del salto) e schizzai. Luca immediatamente fece un balzo all'indietro gridando dal dolore e piegandosi su se stesso si voltò, quasi non volesse farsi vedere; io pensavo che dopo mi sarei sentito subito meglio, e invece mi sorse subito un atroce dolore nel vederlo rannicchiato e trattenere ogni lacrimazione, quasi non si confacesse alla sua dignità. Corsi subito da lui a coccolarlo e farfugliargli: – Scusa Luca... scusa... Luca – in una litania che divenne quasi un'omofonia; mi sentivo il cuore a pezzi...: lo trascinai sul divano e gli accesi la televisione, poi tornai da lui ad abbracciarlo, ma senza guardarlo e senza parlare, perché non ne ero degno.
Che cosa avevo fatto? lui si era detto disposto a immolare la parte più importante di sé per salvare la nostra amicizia, e io mi ero vendicato...; non ero degno di lui; ero un verme! man mano che il suo corpicino si fece meno contratto, lo adagiai insieme a me sul divano e silenziosamente lo accarezzai: dovevo farmi perdonare, dovevo. Piano Luca si fece sempre men teso e il suo corpicino incominciò a rilassarsi, mentre lui guardava la tivvù, e io non potevo far altro che osservarlo dall'alto acquietarsi; ripensai a quella scena, alla sua vivacità: l'effetto dell'alcol doveva essere più caustico di quello del limone – pensai –, povero Gianluca! e andai con la mano a cercar di tastarlo, ma vi trovai ancora le sue mani sopra. – Posso? – gli dissi accostandomi con la guancia in un momento di tenerezza, e Luca mi guardò diffidente, ma poi allentò le mani permettendomi di prendere il posto della sua conchiglia protettiva, che custodiva il suo genitale. Lo baciai sulla guancia e poi tornai al mio posto: grazie Luca! grazie di avermi dato un altro segno della tua magnanimità! se solo avessi potuto piangere lo avrei fatto, ma poi avvertii il suo Gianluca riacquisire volume, e diventare bello barzotto, così incominciai a segarlo.
Luca doveva avermi perdonato, perché mi prese il braccio e l'abbracciò comunicandomi tenerezza, così gli chiesi riaffacciandomi alla sua guancia: – Come va, allora? –.
– Mah... adesso va meglio, non mi brucia come prima... – glielo scappellati per osservare la sua cappella viola, poverino: – ma prima mi sembrava un puntaspilli! –.
La vivacità di quell'immagine, mi suonò d'accusa: – Oh, anche tu prima mi hai fatto male...; comunque non preoccuparti! passerà nel giro di due o tre giorni... –.
– ...e il tuo come sta? –
– Bene, oramai non mi fa più male! – però mi vergognavo a confessargli che quasi non sentivo più niente, mentre a lui avevo appena predetto due o tre giorni di conseguenze; poi ritornò tutto come prima: io a segarlo e lui a ricevere le mie coccole, come non fosse accaduto niente.
– Beh, non ho capito..., non posso stare qui? – polemizzai: – e non posso venire a prenderti? –.
– No... no..., fai pure... – ah, ecco! e senza replicare salì le scale dietro di me. Non so perché ma la sua reazione stupita mi aveva infastidito, quasi che io – secondo il suo pensiero – non fossi padrone, in casa mia, di andarlo a prendere in garage; e al momento di sedersi, trovò pure un'inattesa sorpresa: – Mah...; Niki! –.
– Cosa c'è? –
– C'è Niki sulla mia sedia! – sua...? – Su...! su...! – tentò di scacciare via il gatto, che giustamente non si muoveva.
– Scusa..., ma lascialo lì! –
– E io dove mi siedo? –
– Ma cazzo, Luca, non ci sono altre sedie..., vero!? – dissi indicandogli intorno la tavola; era questo suo atteggiamento imbranato delle volte che mi faceva incavolare, perché lo teneva soltanto con me! – e poi, Niki..., – accarezzai il micio: – vero che domani ne passerai già delle belle, eh? –.
– Perché? – chiese incuriosito quel primino sedutosi, intanto, autonomamente alla mia sinistra.
– Perché domani gli farò un bel bagnetto! – gli arruffai tutto il pelo.
– Il bagno...? –
– Sì, il bagno! – riaffermai risoluto al suo tono incredulo.
– Al gatto!? –
– Sì, il bagno al gatto! – perché, che c'era di strano...: – Visto che ora sta di più in casa, è giusto fargli il bagno! –.
– Ma..., come fai? –
– ...fai che lo metti nella vasca e poi, scihhhh..., doccia! –
– E ci sta? – chiese perplesso.
– Sì, Si lamenta, ma ci sta: fa mau-au-au-au..., ma una volta che è dentro, ci sta! – e poi iniziai a mostrargli come risciacquavo quel micio, che intanto tentava di mordermi la mano, finché mi chiese di potermi aiutare a lavare il gatto l'indomani, divertito alla sola idea di vedere Niki fradicio disperarsi nella vasca da bagno, come un piccolo sadico cui brillavano di già gli occhi.
– Certo, sennò mi tocca chiederlo a mia madre... – e lei non era molto d'accordo nel lavare il gatto "a umido": diceva che mi divertivo troppo e che lo facevo solo per vederlo gnaulare, anche se alla fine ammetteva che, dopo tre stagioni passate a zonzo, un bel lavaggio se lo meritava; poi iniziammo a fare i compiti, perché oggi, gli avevo promesso, avremmo poi avuto altro da fare, molto altro da fare...
A un certo punto incominciai ad avere una certa voglia di bega, mentre Luca leggeva, così allungai la mano verso i suoi pantaloni e lui stette fermo, come un piccolo uomo sicuro di sé e di avere il bel giochino che a me piaceva tanto; scivolai con la mano sotto il suo maglioncino, a sbottonargli la camicia, e mi c'intrufolai dentro: che bello trovare il suo bell'amichetto, già bell'e che pronto, con la testa rialzata e sotto la canottiera, come un velo a proteggerla! Continuavo a massaggiarlo e quel primino a lasciarmi fare stando fermo: vacca s'era esaltante! Poi ci alzammo insieme, tacitamente, e mentre io continuavo a stuzzicarlo, lui si poggiò al tavolo, guardandomi provocante: com'era bello! lo guardai in faccia quel primino tutto biondo, e gli slacciai i pantaloni con quella cosa magnifica che mi attendeva. – Facciamo come l'altra volta? – disse buttandosi all'indietro sulla tavola: strano che proprio lui volesse riprovarlo, visto che ci stava scomodo.
– No! – lui meritava di meglio! – Andiamo sul divano! – e lo accompagnai per l'uccello allo schienale del divano poggiandovelo sopra, come prima sullo spigolo del tavolo; sballottarlo così, avanti e indietro, mi dava l'illusione di comandarlo temporaneamente, ma in realtà sapevo che era lui a dominare la situazione. Lo smanazzai per bene quell'uccellone, poi scesi coll'intento famelico di leccarlo tutto quanto, ma, per fortuna, ci pensò un briciolo d'amor proprio a dissuadermi dall'intento una volta giuntoci davanti; lo guardai con ossequio devozionale, e poi fu la mia memoria ad andarmi autonomamente a quella volta, a quella sagoma, che vidi nella sua palestra, coi puntini dell'agopuntura stampati sopra e la promessa, di allora, di ricercarglieli sopra, su quella tanta parte di lui che stranamente ne sembrava priva. – Ehm... – come dirglielo...: – posso cercarti una cosa? –.
– Cosa? –
– Mmm, faccio prima a farlo che a spiegartelo! – bypassai la spiegazione e così anche l'eventuale attimo d'imbarazzo: – Posso? –.
– Mmm... – meditò, poi disse sì: evvai, carta bianca!
– Bene, aspetta qui! – e corsi subito in camera dei miei a frugare nei cassetti di mio padre in cerca dell'apparecchio per l'elettro-agopuntora, che puntualmente trovai nella sua vecchia scatola nera. Era quello un baracchino comprato lui, tempo fa da un vucumprà, ai tempi in cui soffriva ancora di un tremendo mal di schiena, intrattabile coi mezzi della medicina tradizionale e che, nel frattempo, aveva tentato di curare con ogni sorta di medicina alternativa nella ricerca di una cura autarchica assoluta, usando pure me e mia madre come cavie.
Scesi, che Luca si era già ricoperto pudibondo con il maglioncino: ma perché occultava al mondo quella parte di lui che, invece, avrebbe dovuto ostentare con tanta fierezza? – Ecco, vedi... è questo che voglio fare! – scartai l'apparecchio.
– Cos'è? –
– È un affare... per l'elettro-agopuntura – lessi testualmente sulla confezione; e non so bene se per quell'«elettro», o per quell'«ago», o per quel «puntura», ma la sua faccia si fece piuttosto intimorita: – No, tranquillo! io voglio solo usarlo per cercarteli... –.
– Ma cosa...? – già, non gli avevo ancora spiegato niente...
– Ecco, li vedi questi punti? – stirai un foglietto sullo schienale con sopra i diagrammi dell'agopuntura: – ...sono i punti dell'agopuntura? –.
– Mh! –
– Ecco, io te li voglio cercare su Gianluca! – sfiorai la sua verga, e poi mostrai come il led lampeggiava più veloce nella vicinanza teorica dei punti segnalati dallo schema sulla mia mano, anche se i falsi positivi erano numerosissimi. Per tutto il tempo Luca rimase a fissarmi, mordicchiandosi il labbro inferiore, vezzo per cui l'avrei violentato immediatamente, ma poi con tacito assenso presi Gianluca e iniziai la ricerca.
O che bello, quel randello di carne! non ci potevo credere che su tutta quella parte di lui non ci fosse assolutamente nulla, niente, nemmeno un puntino, quando invece io me lo sentivo vibrare tra le mani. L'entusiasmo di Luca crebbe man mano che la sua collezione privata di puntini aumentava sul suo fier'amico, e praticamente m'imponeva di continuare: ora sopra, ora sotto, ora di lato, perfino le palle si fece mappare, per completare la sua personale costellazione di punti...; a un certo punto mi venne pure in mente di dargli una scarica, azionando la rotella posta sull'aggeggio, ma non lo feci: perché ero buono! Ormai con Luca potevo fare quel che volevo, così gli scappellai la punta e dissi: – Ora proviamo qui! –
– Ma poi come funziona con quel coso? – mi chiese.
– Cioè? –
– Cioè, cosa fai quando li trovi... –
– Ah... beh, normalmente, si dovrebbe stimolare con la corrente. Vedi questa rotella? –
– Con la corrente...! – sussultò.
– Eh... sì, se è "elettro-"...; comunque si sente pochissimo: è pur sempre la scossa di una pila! Dammi, che ti faccio sentire! – presi il suo braccio con un po' di resistenza, e dopo aver chiuso gli occhi fece il ganassetta: – Sì, è vero non si sente niente! – peccato che fosse solo la scossa minima.
– Beh, c'è anche più forte! – ma su di lui non avrei mai provato, era troppo bello come primino per me!
– Dai... ora te li cerco io! – mi prese l'apparecchio.
Ci scambiamo di ruolo e mi lasciai spogliare da Luca fin dapprincipio perché era più eccitante, anche se lui aveva già messo via il suo Gianluca, così che io non vedessi più. Con Luca la ricerca prese inevitabilmente più i toni di un gioco: si divertì dapprima a seguirmi la venuzza che caratterizzava il mio dorso, e poi la bordatura del glande che emergeva da sottopelle; io, invece, con quel suo sorrisino, gli avrei stampato un bel bacio sulle labbra e mi sarei adagiato assieme a lui sulla seduta per stringerlo e abbracciarlo più forte per l'intera giornata; poi Luca mi fece una preoccupante proposta puntandomi la vena: – Do la scossa... –.
– Lucaaa...! – lo ripresi: va bene ch'era la scossetta d'una pila, ma sul braccio è un conto, sul genitale un altro.
– Dai, solo un pizzico... –
– Uuh! – avverti un profondo pizzico sul pene.
– Scusa... – mi chiese col faccino ruffiano: – Ora guardiamo la cappella! – e mi scappellò puntandomi il glande in modo piuttosto losco, come se stesse cercando soltanto un preteso, poi...
– AAAAHHHH!! – una fitta tremenda lungo la verga e tutta la zona pelvica, mi fece chinare su me stesso dal dolore.
– Scusa! Scusa! – chiese subito scusa concitato, preoccupato d'averla fatta grossa.
– UHH! LUCA fottiti! – lo spintonai.
– Ti fa male? – si riavvicinò.
– VATTENE! – gli gridai, ma se avessi potuto gli avrei sputato foco.
– Scusa... Mi spiace... Non volevo farlo apposta! – continuava a petularmi intorno.
– Luca... vattene! – non lo sopportavo intorno, così corsi in cucina, bestemmiando lui e il giorno in cui l'avevo incontrato: quello stramaledetto primino! L'odiavo dal più profondo del mio cuore, non solo per quello che m'aveva fatto, ma anche per l'avermi fatto lacrimare dal dolore davanti a lui. Mi sedetti sofferente sulla seggiola ancora chino su me stesso: non sentivo più il mio genitale, che prima avvertivo pulsare, ma solo un'indistinta dolia che non riuscivo a individuare.
Dopo cinque minuti Luca si rifece vivo: – Alle, scusa! ti prego..., ho sbagliato..., perdonami! –; c'aveva un bel coraggio! ma anche la faccia mortificata di chi, a momenti, si metteva a piangere.
– No! Vattene! Perché sei uno STRONZO! – l'apostrofai e Luca accusò la tutta veemenza di quello «stronzo», urlatogli contro, ma continuò ugualmente: – Come va? – si avvicinò accorato.
– Prima lo sentivo pulsare... ora neanche quello! – l'accusai.
– C'hai messo del ghiaccio? –
– Ma vaffanculo, vah! Luca... – pure i consigli ora mi dava! la surrealtà di quell'incontro stava sfiorando il ridicolo, e rincominciavo a non sopportarlo più: così mi alzai.
– Andiamo di là? – domandò fiducioso.
– No, tu adesso te ne vai! –
– NO! –
– E invece SÌ! –
– No! finché non abbiamo risolto la questione! – ma quale questione!?
– Ma che CAZZO vuoi...! – gli sbraitai contro.
– Non voglio perdere la tua amicizia! – alzò la voce.
– ... dopo quello che m'hai fatto...! –
– Ho sbagliato, lo so! e mi dispiace..., ma non me ne vado finché non mettiamo le cose in pari! –
– Luca, vattene! –
– NO!! – ribadì.
– LUCA!! – caricai immediatamente la mano per dargli uno schiaffo, adirato dalla sua insistenza, e Luca chiuse gli occhi intimorito; da quella scena, da quella smorfia, capii che cosa stavo facendo: stavo per picchiare Luca, e quella parte di me che davanti a lui s'inteneriva mi fece riavere, terminando il tutto con un'intimazione fredda ad andarsene, ma lui mi si parò davanti.
– Tirami un pugno, se vuoi... se ti fa sentire meglio! – dichiarò, e di nuovo quella scena di lui che chiudeva gli occhi mi si mostrò davanti.
– No! – dissi ancora più seccato.
– Fammi quello che t'ho fatto prima, allora... – insistette.
– NO! – la sola idea di fargli del male, mi faceva star male!
– E io non me ne vado! – gridò quasi sull'orlo del pianto.
Non si poteva che ammirare il suo spirito di sacrificio e la sua determinazione nel salvare la nostra amicizia, ma sapevo anche che non sarei mai riuscito perdonarlo senza prima essermi vendicato, ma non potevo neanche fargli del male direttamente, così l'idea: – Vuoi veramente mettere le cose in pari? – gli offrii una via d'uscita e lui annuì; – Allora seguimi! –. Presi dell'alcol e mi avvicinai al tavolo in sala: – Mettiti lì! – gli indicai l'angolo: – e tiralo fuori! –; e Luca tirò fuori il suo pene già duro, come un soldatino ligio al suo dovere: – Scappellalo! – gli dissi.
– Ma cosa vuoi fare? –
– Ci verserò sopra dell'alcol... –
– Ma brucia...? – obbiettò giustamente preoccupato.
– Vuoi mettere le cose a posto... – lo rimproverai e Luca deglutì, chiudendo gli occhi, preparandosi a ciò che doveva essere fatto; caricai il braccio, guardai quei venti centimetri scappellati sul mio tavolo (ma non li bloccai come feci con Robertino dandogli un maggiore trauma al momento del salto) e schizzai. Luca immediatamente fece un balzo all'indietro gridando dal dolore e piegandosi su se stesso si voltò, quasi non volesse farsi vedere; io pensavo che dopo mi sarei sentito subito meglio, e invece mi sorse subito un atroce dolore nel vederlo rannicchiato e trattenere ogni lacrimazione, quasi non si confacesse alla sua dignità. Corsi subito da lui a coccolarlo e farfugliargli: – Scusa Luca... scusa... Luca – in una litania che divenne quasi un'omofonia; mi sentivo il cuore a pezzi...: lo trascinai sul divano e gli accesi la televisione, poi tornai da lui ad abbracciarlo, ma senza guardarlo e senza parlare, perché non ne ero degno.
Che cosa avevo fatto? lui si era detto disposto a immolare la parte più importante di sé per salvare la nostra amicizia, e io mi ero vendicato...; non ero degno di lui; ero un verme! man mano che il suo corpicino si fece meno contratto, lo adagiai insieme a me sul divano e silenziosamente lo accarezzai: dovevo farmi perdonare, dovevo. Piano Luca si fece sempre men teso e il suo corpicino incominciò a rilassarsi, mentre lui guardava la tivvù, e io non potevo far altro che osservarlo dall'alto acquietarsi; ripensai a quella scena, alla sua vivacità: l'effetto dell'alcol doveva essere più caustico di quello del limone – pensai –, povero Gianluca! e andai con la mano a cercar di tastarlo, ma vi trovai ancora le sue mani sopra. – Posso? – gli dissi accostandomi con la guancia in un momento di tenerezza, e Luca mi guardò diffidente, ma poi allentò le mani permettendomi di prendere il posto della sua conchiglia protettiva, che custodiva il suo genitale. Lo baciai sulla guancia e poi tornai al mio posto: grazie Luca! grazie di avermi dato un altro segno della tua magnanimità! se solo avessi potuto piangere lo avrei fatto, ma poi avvertii il suo Gianluca riacquisire volume, e diventare bello barzotto, così incominciai a segarlo.
Luca doveva avermi perdonato, perché mi prese il braccio e l'abbracciò comunicandomi tenerezza, così gli chiesi riaffacciandomi alla sua guancia: – Come va, allora? –.
– Mah... adesso va meglio, non mi brucia come prima... – glielo scappellati per osservare la sua cappella viola, poverino: – ma prima mi sembrava un puntaspilli! –.
La vivacità di quell'immagine, mi suonò d'accusa: – Oh, anche tu prima mi hai fatto male...; comunque non preoccuparti! passerà nel giro di due o tre giorni... –.
– ...e il tuo come sta? –
– Bene, oramai non mi fa più male! – però mi vergognavo a confessargli che quasi non sentivo più niente, mentre a lui avevo appena predetto due o tre giorni di conseguenze; poi ritornò tutto come prima: io a segarlo e lui a ricevere le mie coccole, come non fosse accaduto niente.
***
– Luca..., dai, che è ora di alzarsi! – avvertimmo la macchina di mia madre entrare nel cortile.
– Sì, hai ragione! – o che bravo... si alzò e poi cominciò a sistemarsi, mentre io mi voltai per non veder il suo amico scomparire, ché mi rattristava, ma appena mi avviai sentii Luca chiamarmi: – Oh... oh! –.
Cosa c'è? Mi voltai vedendo la sua mano insanguinata e il naso sanguinare: – Ma che fai...? copriti! Che mi stai sanguinando sul pavimento! – poi presi velocemente un fazzoletto e gli tappai il naso: – Toh! Tieni... ma perché non ti sei turato? –
– Eeeh... – lo vedetti impacciato: non sapeva con quale mano tenere il fazzoletto: – Da, reclina la testa! – gliela buttai indietro io e così mi trovai con la sua cavezza bionda tra le mani, mentre mia madre entrava.
– Oh, mioddio! Che hai fatto? – esclamò allarmata: come che ho fatto!? semmai era lui ad aver fatto prima qualcosa a me! cos'era questa accusatio preventiva?
– Ma gli sta sanguinando il naso... – mi discolpai gridando: possibile che doveva essere sempre colpa mia, soltanto perché, nelle sue fottute convinzioni, io ero quello prepotente?
– Ma dagli del cotone emostatico? – disse frettolosamente, avvicinandosi per costatarlo come se temesse non le avessi detto la verità: ora Luca sembrava un bambolotto con la testa tra le nostre mani, finché lei si mosse per portargli il cotone emostatico: – Tieni! – disse con dolcezza, ma perché non glielo metteva direttamente nel naso, già che c'era!
Finito di rubarmi mia madre, lo accompagnai in garage, anche se non ce la facevo proprio ad avercela con lui con quello sbuffetto giallo che gli usciva dal naso: – Allora a domani... – mi scappò ridendo.
– Sì, per lavare Niki – mi ricordò con la voce lievemente nasalizzata.
– Beh, prima domattina! – e alla fine tornai su finalmente sollevato, perché mi aveva ricordato quella cosa, che io davo ormai per tramontata.



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