La vendetta di Niki
Luca era più bello e assorto del solito stamane, e la mia animella dispettosa non poteva far a meno di tramargli dietro, perché in fondo a me dava fastidio vedermi intorno della gente tranquilla – fosse essa persona o animale –; e forse per questo che quando vedevo Niki sopire tranquillo, tutto rotondo, lo stigavo sempre: perché la sua tranquillità mi faceva invidia!
– Allora, Luca hai finito di farci il rodaggio al tuo trabiccolo? – guardò interrogativo: – quando vuoi, dimmi, che lo portiamo a truccare! –.
– Si,che ho finito! – disse acidosetto: – e già da un mese! –.
– E hai tolto i fermi? –
– No! – continuò come prima: – e comunque sarà il tuo un catorcio! e pure vecchio! –
– Oh, ma che hai!? –
– Ah, fai tu..., mi hai detto che ho un “trabiccolo”! –
– Ma ve’ che non è mica offensivo! –
– Ah no...! –
– No! vuol dire:... ‘aggeggio’! – e si tacque – quindi taci se non sai le parole! o chiedi... – l’incalzai: – e poi il mio non è neanche così vecchio come credi, ...bello! – dissi ora io acidosetto.
– No...? –
– No, saranno sì e no... dieci mesi che ce l’ho! –
– Davvero? –
– Certo! Io non ho mica mamma e papà che me lo comprano appena l’ho chiesto! a quattrodic’anni... – sottolinea, spargendo veleno da tutt’i pori: – Io per un anno sono andato col Ciao, carino! – ma finita la mia filippica, Luca mi guardava cogli occhi lucidi.
– Ma perché mi tratti così!? – disse: – delle volte sembra quasi che io ti stia sul cazzo! – e fece come per andarsene, ma io lo fermai.
– No...! no...! dai Luca... scusa! – e l’abbracciai.
– Eh, prima mi tratti male, e poi mi abbracci! – disse tentando ancora di scappare.
– Dai, Luca scusa... scusami – lo strinsi ancora più forte; non l’avrei dovuto trattare così: come un ragazzino viziato non lo era affatto, ma l’invidia certe volte fa dire cose irragionevoli. – ...lo sai che delle volte sono un po' stronzo! –.
– Un po'...? Un po' molto! – mi disse, ma me lo meritavo tutto.
– Scusami dai..., hai ragione! –
– Sì, va be’, ma lasciami! –
– No, dai..., resta qua! –
– Devo finire! – s’impuntò.
– Dai, fallo qua! – lo trascinai tra le mie gambe, sulla mia sedia: non potevo lasciarlo andare, o sarebbe scappato.
Senza dir niente si rimise a studiare con me che l’abbracciavo, così – per me – mi diede anche l’implicito assenso ad accarezzarlo in ogni suo dove, su tutto il suo corpo. Per tutto il tempo non lo lasciai andare: sempre un braccio cinto intorno alla vita, sempre una mano sulla schiena o la chioma, volevo essere per lui l’ideale guscio di tartaruga entro cui rifugiarsi, ma sentivo che ancora mi resisteva: – Luchino che fai? – lo accarezzai lungo i fianchi affacciandomi alla sua spalla.
– Non chiamarmi così! – disse stizzoso.
– Dai... – lo accarezzai ancora per ricever risposta, ma non rispondeva: – Perché? –.
– Perché no! –
– Va be’, allora Luchetto... –
– No! neanche quello! – ma che aveva contro gl’ipocoristici? Fors’era per il mio stesso motivo che non amavo di sentir pronunziare il mio nome per intero, ma lui era per gli alterativi.
– Allora Cinnazzo... – provocai.
– Mhmm! –
– Ma allora come ti debbo chiamare...? –
– Luca! anzi non chiamarmi affatto! –
– Ma si può sapere cos’hai oggi? – gli strofinai i capelli.
– È che domani ho un compito... – s’accasciò disperato: – ...e non ci riesco! –.
– Oh Luca, a cosa? –
– A impararlo... – e dopo un po' d’insistenza mi spiegò che quel periodo di storia proprio non riusciva ad entragli nella testa, o meglio ad uscirgli, perché quando ne aveva bisogno che non riusciva a rammentarlo, tipo durante le interrogazioni, fin dalle medie; insomma una sorta di sua nemesi storica. Ma la cosa che più, sentivo, lo disperava era l’idea dell’insuccesso che proprio non digeriva; e strano perché i suoi, mi sembrava, non lo pressassero affatto, ma forse era la sua predisposizione innata all’eccellenza a impedirglielo.
– Dai Luca..., scommettiamo che la sai? – gli accarezzai la sua testolina bionda, ma Luca emise solo un muggito sconfortato. – Oh... facciamo una pausa... – proposi: – dai che ti faccio una bella sega! –, e dopo un po' di moine cedette alla mia sega rilassatrice.
Lo accompagnai al divano con la testa poggiata al braccio e le gambe in centro, poi ne sollevai una per mettermi a sedere.
– Perché? – mi chiese.
– Perché così sto comodo anch’io, permetti? – o solo lui primino doveva star comodo mentre io gli facevo la mia sega rilassatrice? così m’infilai tra le sue gambe, una davanti e l’altra dietro, e incominciai a sbottonarlo. O che dolce! mentre se ne stava buono buonino a farsi slacciare i pantaloni, poi gli presi il suo notevole fallo: non duro, ma già abbastanza barzotto per poterlo segare.
– Dove metto? – mi chiese.
– Ma metti dove vuoi! – ma cosa vuoi che me n’importi a me di dove metteva la televisione, ché mi stavo godendo la sua bella bega, ormai più famigliare nella mia mano del manubrio della bici o della manopola del motorino.
– Allora, sei più rilassato? – gli chiesi dopo un bel po' di masturbazione ma senza alcun intento di libiditorio, perché io volevo rilassarlo, non stimolarlo: infatti l’avevo preso appena sotto la cappella.
– Sì! però ora devo continuare... – disse alzandosi sui gomiti.
– No! stai... –
– Ma... –
– Stai qui, lo facciamo insieme! –
– Ma... –
– Stai lì! – lo bloccai con risolutezza: – Torno subito! – e lo ripoggiai con una mano sul petto. – Allora dov’è? – ritornai col libro.
– Ma devo studiare! – ribadì alzando il tono, come io se non avessi capito.
– E adesso lo facciamo... stai tranquillo! Dimmi la pagina! – lo calmai: – L’hai studiato? –.
– Sì! –
– E allora, dai... che ripassiamo insieme... – poi mi rimisi tra le sue gambe, riprendendone l’uccello: – Bene, inizia! –.
– Mahhh... – mi guardò perplesso mentre tenevo il suo uccello; ma era proprio quello il bello!
– Tu inizia, che io continuo! – continuai la sega e dop’ancora un po' di titubanza Luca incominciò a ripetere. Io lo masturbavo e lui ripassava, e quando sbagliava gli stringevo il fallo in modo ch’associasse l’idea del dolore all’errore, e poi correggevo e quindi lui ripeteva; e se diceva tutt’esatto, ogni tanto, scendevo e gli baciavo quella carminia cappella.
– Bene! Allora, visto che sai tutto!? – gli cominciai un’energica sferzatina.
– Sì, però dammi che voglio controllare! –
– No! – allontanai il libro: – Luca, sai tutto! – e dopo averlo messo via velocemente, gli salii sopra.
– E adesso...? – mi chiese con malizia.
– Adesso ti do il voto! – mi fiondai sul suo pene. Quel cazzo di primino mi aveva fatto perdere l’intero pomeriggio per il suo ripasso, e ora mi doveva per lo meno una ricompensa: quel contentino che solo lui mi poteva dare; già il sentire il suo lungo cazzo nel mio cavo orale era per me una rimunerazione più che degna, poi, se mi faceva partecipe anche del suo orgasmo, come sinora sempre aveva fatto, eravamo definitivamente a posto.
Luca gridò: un gridolino acuto pervase l’aere e un saporino acre il mio palato: come sperato.
– Luca... – volevo chiedergli; ma mi fermai, perché mi sembrava blasfemo chiedergli se il voto che gli avevo dato gli era piaciuto, data l’estasi sul suo volto. – Vieni sù! – allora lo tirai in piedi, per coricarmelo addosso, ma vista l’ora preferii abbracciarmelo e accoccolarmi con lui a guardare la tivù.
Che bello stropicciarsi un primino guardando la tivì, era un po' come avere un orsacchiotto tutto per me e anche d’una discreta consistenza visto che non si sfaldava come certi pupazzi al primo strapazzo; poi a un certo punto sentii la sua faccia vicina: un bacio m’aspettavo, casto, sulla guancia; ma mi sentii leccarmi a fianco dell’orecchio.
– Beh, mah!... Luca...! – esclamai portandomi la mano su quell’impronta d’umido che m’aveva lasciato quasi come una basetta d’acqua.
– Mm... così! – disse con nonchalance in risposta alla mia implicita richiesta di spiegazioni.
– Cosììì...?! Te lo do io così! – gli saltai addosso eccitato dalla sua trovata, mentre lui rideva. Io lo sovrastavo e lui rideva: iniziammo una giocosa lotta fatta di risate e solletico, e quel biondino stava avendo la peggio, quando sentii commentare alle spalle: – Dunque è così che studiate! – disse mia madre apparendo dalla cucina.
– Oh oh! – bisbigliò subito Luca portandosi le mani a chiudere la patta, per fortuna che lo schienale lo nascondeva.
– Dai, muoviti! – intanto io andai. – Allora ma’... – dissi come riempitivo per prendere tempo.
– Cosa? –
– Niente...! – tanto era solo per perdere tempo, e dare modo a lui di sistemarsi, infatti arrivò d’improvviso tutto puntino
– Ciao allora... io vado! Ci vediamo domani! Ciao! – saluto anche mia madre, per la prima volta, con un «ciao» per la fretta, scomparendo poi per la tromba delle scale.
Stavo bevendo a collo ribeccandomi l’ennesima la romanzina da mia madre, quanto Luca rientrò dalle scale con la faccia sconvolta. – Beh...? – esclamò lei vedendolo che sembrava appena aver visto un fantasma; a me invece la sua espressione suscitava un sacco di risa.
– C’è... c’è Niki sul mio scooter... – balbettò; benedetto d’un gatto: ce l’aveva quel brutto vizio!
Subito mi misi le mani tra i capelli per assumere anch’io una faccia sconvolta: – Beh..., caccialo via! – gli risposi con ovvietà.
– Ma ho paura che me lo graffi...! – sembrandomi così pìcciolo, che subito cercai lo sguardo di mia madre per irriderlo, ma lei si raccomandò: – Dai aiutalo! – con fare compassionevole; in fondo c’aveva ragione: un primino andava aiutato, non deriso, e così lo accompagnai per un braccio a vedere il motorino.
Era un amore vederlo scendere le scale così timidamente preoccupato, mi faceva una tenerezza assurda, specie se pensavo alla nullezza del suo cruccio ch’eppure gli faceva uno sguardo così dolcemente turbato da non potermi però esimere dallo spauricchiarlo! Aprii la porta; ed eccola là la vendetta di Niki, che per averlo lavato ora si toelettava, per una legge del contrappasso, fieramente sul suo scooter, quasi fosse su un piedistallo.
– Luca, mi raccomando, non muoverti! – lo vidi impietrirsi.
– Perché? –
– Perché dopo, se si spaventa, scappa e ti graffia la sella... – il suo sguardo si fece d’un bianco che pareva svenirsi all’idea di trovarsi uno squarcio sul motorino (nuovo): – lascia fare a me! –.
Lemme mi avvicinai per aumentare la tensione e facendogli cenno di tanto in tanto di non fiatare, così da vederlo col groppo in gola, poi giunto in prossimità di Niki l’afferrai ratto, mentre ancora si lavava. – Preso! – gridai esibendolo come un trofeo, e Luca subito s’avvicinò per fargli un «veeehh» che suonava di tutte le raccomandazioni del mondo, poi si chinò a controllare lo scooter.
– Ma no...! – lamentò mentre crogiolavo Niki.
– Che c’è? –
– M’ha graffiato lo scooter! – disse indicando le carene, avendo come un moto stizza in cui non sapeva quasi se prendersela con quel batuffolo in fusa tra le mie mani o se perdonarlo per la sua incoscienza.
– Dove? –
– Qui! – m’indicò sotto la sella.
Vidi un piccolo rigo sottile un fil di capello: – Hai ragione! hai fatto bene a dirmelo: così ora lo picchio! – alzai la mano, ma lui: – NOO!!! – mi fermò il braccio: – Ma poverino!! –.
– Ma poverino de che!? T’ha graffiato lo scooter! –
– Sì..., ma non è colpa sua! non l’ha fatto apposta! – sì, in fondo era solo un gatto..., non avrebbe potuto farlo con intenzionalità (o no?); tanto, comunque, non avrei picchiato il mio micio: non era mica il mio scooter quello ...; poi Luca tornò a ridisperarsi come un primino lagnoso.
– Uffa... ma cazzo! – continuava a guardare il suo motorino “graffiato”, mentre io mollavo il gatto.
– Fa’ vedere, vah! – intanto lui continuava calpestare come un Paperino inocato: – ...ma questo non te l’ha fatto un gatto! – dissi.
– Ah no...! –.
– Luca, il gatto non fa free climb per salirti sul motorino; ci salta! – lo ammutolii immediatamente.
– Ma allora cos’è? – non voleva però arrendersi ad attribuire la colpa a qualcun altro.
– Mah... l’avrai fatto tu... – l’imbeccai.
– E come!? –
– Luca... queste carene sono belle, ma si graffiano con niente! guarda il mio..., ch’è solo lavato! – e si precipitò a osservarlo tutto micrograffiato da graffiature circolari. – Comunque, dai..., con un po' di Polish va via tutto! –.
– Come... –
– È un prodotto per levare i graffi! lo usa mio padre quando lava l’auto! – Luca mi guardò come per chiedermi di non dargli false speranze: – Dai, faccio così: un giorno di questi, quando vieni, li laviamo e ce lo diamo... – dissi per confortarlo, ma lui...
– Ehm... – mormorò, ciondolando come un bimbetto vergognato: – non è che si potrebbe fare domani? – domandò velocemente.
– Va be’, dai... facciamolo domani! – l’accontentai...
– Allora, Luca hai finito di farci il rodaggio al tuo trabiccolo? – guardò interrogativo: – quando vuoi, dimmi, che lo portiamo a truccare! –.
– Si,che ho finito! – disse acidosetto: – e già da un mese! –.
– E hai tolto i fermi? –
– No! – continuò come prima: – e comunque sarà il tuo un catorcio! e pure vecchio! –
– Oh, ma che hai!? –
– Ah, fai tu..., mi hai detto che ho un “trabiccolo”! –
– Ma ve’ che non è mica offensivo! –
– Ah no...! –
– No! vuol dire:... ‘aggeggio’! – e si tacque – quindi taci se non sai le parole! o chiedi... – l’incalzai: – e poi il mio non è neanche così vecchio come credi, ...bello! – dissi ora io acidosetto.
– No...? –
– No, saranno sì e no... dieci mesi che ce l’ho! –
– Davvero? –
– Certo! Io non ho mica mamma e papà che me lo comprano appena l’ho chiesto! a quattrodic’anni... – sottolinea, spargendo veleno da tutt’i pori: – Io per un anno sono andato col Ciao, carino! – ma finita la mia filippica, Luca mi guardava cogli occhi lucidi.
– Ma perché mi tratti così!? – disse: – delle volte sembra quasi che io ti stia sul cazzo! – e fece come per andarsene, ma io lo fermai.
– No...! no...! dai Luca... scusa! – e l’abbracciai.
– Eh, prima mi tratti male, e poi mi abbracci! – disse tentando ancora di scappare.
– Dai, Luca scusa... scusami – lo strinsi ancora più forte; non l’avrei dovuto trattare così: come un ragazzino viziato non lo era affatto, ma l’invidia certe volte fa dire cose irragionevoli. – ...lo sai che delle volte sono un po' stronzo! –.
– Un po'...? Un po' molto! – mi disse, ma me lo meritavo tutto.
– Scusami dai..., hai ragione! –
– Sì, va be’, ma lasciami! –
– No, dai..., resta qua! –
– Devo finire! – s’impuntò.
– Dai, fallo qua! – lo trascinai tra le mie gambe, sulla mia sedia: non potevo lasciarlo andare, o sarebbe scappato.
Senza dir niente si rimise a studiare con me che l’abbracciavo, così – per me – mi diede anche l’implicito assenso ad accarezzarlo in ogni suo dove, su tutto il suo corpo. Per tutto il tempo non lo lasciai andare: sempre un braccio cinto intorno alla vita, sempre una mano sulla schiena o la chioma, volevo essere per lui l’ideale guscio di tartaruga entro cui rifugiarsi, ma sentivo che ancora mi resisteva: – Luchino che fai? – lo accarezzai lungo i fianchi affacciandomi alla sua spalla.
– Non chiamarmi così! – disse stizzoso.
– Dai... – lo accarezzai ancora per ricever risposta, ma non rispondeva: – Perché? –.
– Perché no! –
– Va be’, allora Luchetto... –
– No! neanche quello! – ma che aveva contro gl’ipocoristici? Fors’era per il mio stesso motivo che non amavo di sentir pronunziare il mio nome per intero, ma lui era per gli alterativi.
– Allora Cinnazzo... – provocai.
– Mhmm! –
– Ma allora come ti debbo chiamare...? –
– Luca! anzi non chiamarmi affatto! –
– Ma si può sapere cos’hai oggi? – gli strofinai i capelli.
– È che domani ho un compito... – s’accasciò disperato: – ...e non ci riesco! –.
– Oh Luca, a cosa? –
– A impararlo... – e dopo un po' d’insistenza mi spiegò che quel periodo di storia proprio non riusciva ad entragli nella testa, o meglio ad uscirgli, perché quando ne aveva bisogno che non riusciva a rammentarlo, tipo durante le interrogazioni, fin dalle medie; insomma una sorta di sua nemesi storica. Ma la cosa che più, sentivo, lo disperava era l’idea dell’insuccesso che proprio non digeriva; e strano perché i suoi, mi sembrava, non lo pressassero affatto, ma forse era la sua predisposizione innata all’eccellenza a impedirglielo.
– Dai Luca..., scommettiamo che la sai? – gli accarezzai la sua testolina bionda, ma Luca emise solo un muggito sconfortato. – Oh... facciamo una pausa... – proposi: – dai che ti faccio una bella sega! –, e dopo un po' di moine cedette alla mia sega rilassatrice.
Lo accompagnai al divano con la testa poggiata al braccio e le gambe in centro, poi ne sollevai una per mettermi a sedere.
– Perché? – mi chiese.
– Perché così sto comodo anch’io, permetti? – o solo lui primino doveva star comodo mentre io gli facevo la mia sega rilassatrice? così m’infilai tra le sue gambe, una davanti e l’altra dietro, e incominciai a sbottonarlo. O che dolce! mentre se ne stava buono buonino a farsi slacciare i pantaloni, poi gli presi il suo notevole fallo: non duro, ma già abbastanza barzotto per poterlo segare.
– Dove metto? – mi chiese.
– Ma metti dove vuoi! – ma cosa vuoi che me n’importi a me di dove metteva la televisione, ché mi stavo godendo la sua bella bega, ormai più famigliare nella mia mano del manubrio della bici o della manopola del motorino.
***
– Allora, sei più rilassato? – gli chiesi dopo un bel po' di masturbazione ma senza alcun intento di libiditorio, perché io volevo rilassarlo, non stimolarlo: infatti l’avevo preso appena sotto la cappella.
– Sì! però ora devo continuare... – disse alzandosi sui gomiti.
– No! stai... –
– Ma... –
– Stai qui, lo facciamo insieme! –
– Ma... –
– Stai lì! – lo bloccai con risolutezza: – Torno subito! – e lo ripoggiai con una mano sul petto. – Allora dov’è? – ritornai col libro.
– Ma devo studiare! – ribadì alzando il tono, come io se non avessi capito.
– E adesso lo facciamo... stai tranquillo! Dimmi la pagina! – lo calmai: – L’hai studiato? –.
– Sì! –
– E allora, dai... che ripassiamo insieme... – poi mi rimisi tra le sue gambe, riprendendone l’uccello: – Bene, inizia! –.
– Mahhh... – mi guardò perplesso mentre tenevo il suo uccello; ma era proprio quello il bello!
– Tu inizia, che io continuo! – continuai la sega e dop’ancora un po' di titubanza Luca incominciò a ripetere. Io lo masturbavo e lui ripassava, e quando sbagliava gli stringevo il fallo in modo ch’associasse l’idea del dolore all’errore, e poi correggevo e quindi lui ripeteva; e se diceva tutt’esatto, ogni tanto, scendevo e gli baciavo quella carminia cappella.
***
– Bene! Allora, visto che sai tutto!? – gli cominciai un’energica sferzatina.
– Sì, però dammi che voglio controllare! –
– No! – allontanai il libro: – Luca, sai tutto! – e dopo averlo messo via velocemente, gli salii sopra.
– E adesso...? – mi chiese con malizia.
– Adesso ti do il voto! – mi fiondai sul suo pene. Quel cazzo di primino mi aveva fatto perdere l’intero pomeriggio per il suo ripasso, e ora mi doveva per lo meno una ricompensa: quel contentino che solo lui mi poteva dare; già il sentire il suo lungo cazzo nel mio cavo orale era per me una rimunerazione più che degna, poi, se mi faceva partecipe anche del suo orgasmo, come sinora sempre aveva fatto, eravamo definitivamente a posto.
Luca gridò: un gridolino acuto pervase l’aere e un saporino acre il mio palato: come sperato.
– Luca... – volevo chiedergli; ma mi fermai, perché mi sembrava blasfemo chiedergli se il voto che gli avevo dato gli era piaciuto, data l’estasi sul suo volto. – Vieni sù! – allora lo tirai in piedi, per coricarmelo addosso, ma vista l’ora preferii abbracciarmelo e accoccolarmi con lui a guardare la tivù.
Che bello stropicciarsi un primino guardando la tivì, era un po' come avere un orsacchiotto tutto per me e anche d’una discreta consistenza visto che non si sfaldava come certi pupazzi al primo strapazzo; poi a un certo punto sentii la sua faccia vicina: un bacio m’aspettavo, casto, sulla guancia; ma mi sentii leccarmi a fianco dell’orecchio.
– Beh, mah!... Luca...! – esclamai portandomi la mano su quell’impronta d’umido che m’aveva lasciato quasi come una basetta d’acqua.
– Mm... così! – disse con nonchalance in risposta alla mia implicita richiesta di spiegazioni.
– Cosììì...?! Te lo do io così! – gli saltai addosso eccitato dalla sua trovata, mentre lui rideva. Io lo sovrastavo e lui rideva: iniziammo una giocosa lotta fatta di risate e solletico, e quel biondino stava avendo la peggio, quando sentii commentare alle spalle: – Dunque è così che studiate! – disse mia madre apparendo dalla cucina.
– Oh oh! – bisbigliò subito Luca portandosi le mani a chiudere la patta, per fortuna che lo schienale lo nascondeva.
– Dai, muoviti! – intanto io andai. – Allora ma’... – dissi come riempitivo per prendere tempo.
– Cosa? –
– Niente...! – tanto era solo per perdere tempo, e dare modo a lui di sistemarsi, infatti arrivò d’improvviso tutto puntino
– Ciao allora... io vado! Ci vediamo domani! Ciao! – saluto anche mia madre, per la prima volta, con un «ciao» per la fretta, scomparendo poi per la tromba delle scale.
***
Stavo bevendo a collo ribeccandomi l’ennesima la romanzina da mia madre, quanto Luca rientrò dalle scale con la faccia sconvolta. – Beh...? – esclamò lei vedendolo che sembrava appena aver visto un fantasma; a me invece la sua espressione suscitava un sacco di risa.
– C’è... c’è Niki sul mio scooter... – balbettò; benedetto d’un gatto: ce l’aveva quel brutto vizio!
Subito mi misi le mani tra i capelli per assumere anch’io una faccia sconvolta: – Beh..., caccialo via! – gli risposi con ovvietà.
– Ma ho paura che me lo graffi...! – sembrandomi così pìcciolo, che subito cercai lo sguardo di mia madre per irriderlo, ma lei si raccomandò: – Dai aiutalo! – con fare compassionevole; in fondo c’aveva ragione: un primino andava aiutato, non deriso, e così lo accompagnai per un braccio a vedere il motorino.
Era un amore vederlo scendere le scale così timidamente preoccupato, mi faceva una tenerezza assurda, specie se pensavo alla nullezza del suo cruccio ch’eppure gli faceva uno sguardo così dolcemente turbato da non potermi però esimere dallo spauricchiarlo! Aprii la porta; ed eccola là la vendetta di Niki, che per averlo lavato ora si toelettava, per una legge del contrappasso, fieramente sul suo scooter, quasi fosse su un piedistallo.
– Luca, mi raccomando, non muoverti! – lo vidi impietrirsi.
– Perché? –
– Perché dopo, se si spaventa, scappa e ti graffia la sella... – il suo sguardo si fece d’un bianco che pareva svenirsi all’idea di trovarsi uno squarcio sul motorino (nuovo): – lascia fare a me! –.
Lemme mi avvicinai per aumentare la tensione e facendogli cenno di tanto in tanto di non fiatare, così da vederlo col groppo in gola, poi giunto in prossimità di Niki l’afferrai ratto, mentre ancora si lavava. – Preso! – gridai esibendolo come un trofeo, e Luca subito s’avvicinò per fargli un «veeehh» che suonava di tutte le raccomandazioni del mondo, poi si chinò a controllare lo scooter.
– Ma no...! – lamentò mentre crogiolavo Niki.
– Che c’è? –
– M’ha graffiato lo scooter! – disse indicando le carene, avendo come un moto stizza in cui non sapeva quasi se prendersela con quel batuffolo in fusa tra le mie mani o se perdonarlo per la sua incoscienza.
– Dove? –
– Qui! – m’indicò sotto la sella.
Vidi un piccolo rigo sottile un fil di capello: – Hai ragione! hai fatto bene a dirmelo: così ora lo picchio! – alzai la mano, ma lui: – NOO!!! – mi fermò il braccio: – Ma poverino!! –.
– Ma poverino de che!? T’ha graffiato lo scooter! –
– Sì..., ma non è colpa sua! non l’ha fatto apposta! – sì, in fondo era solo un gatto..., non avrebbe potuto farlo con intenzionalità (o no?); tanto, comunque, non avrei picchiato il mio micio: non era mica il mio scooter quello ...; poi Luca tornò a ridisperarsi come un primino lagnoso.
– Uffa... ma cazzo! – continuava a guardare il suo motorino “graffiato”, mentre io mollavo il gatto.
– Fa’ vedere, vah! – intanto lui continuava calpestare come un Paperino inocato: – ...ma questo non te l’ha fatto un gatto! – dissi.
– Ah no...! –.
– Luca, il gatto non fa free climb per salirti sul motorino; ci salta! – lo ammutolii immediatamente.
– Ma allora cos’è? – non voleva però arrendersi ad attribuire la colpa a qualcun altro.
– Mah... l’avrai fatto tu... – l’imbeccai.
– E come!? –
– Luca... queste carene sono belle, ma si graffiano con niente! guarda il mio..., ch’è solo lavato! – e si precipitò a osservarlo tutto micrograffiato da graffiature circolari. – Comunque, dai..., con un po' di Polish va via tutto! –.
– Come... –
– È un prodotto per levare i graffi! lo usa mio padre quando lava l’auto! – Luca mi guardò come per chiedermi di non dargli false speranze: – Dai, faccio così: un giorno di questi, quando vieni, li laviamo e ce lo diamo... – dissi per confortarlo, ma lui...
– Ehm... – mormorò, ciondolando come un bimbetto vergognato: – non è che si potrebbe fare domani? – domandò velocemente.
– Va be’, dai... facciamolo domani! – l’accontentai...



391211269


3 commenti:
Bella anche questo racconto....bravo!!!
Che bel racconto. Hai una grande padronanza della lingua italiana e utilizzi un lessico molto scorrevole, piacevole da leggere. Bravo!
Padronanza non so, delle volte ho l'impressione di fare un uso spregiudicato della lingua; comunque mi piace giovare le parole e utilizzare appieno il loro valore espressivo e forse è questo che viene colto dai miei lettori.
Posta un commento