Malanno
...– Dai, Anna... – brontolai, ed ella s’allontanò; però, bastava poco per dissuaderla: una semplice enne al posto d’una emme, una dentale al posto d’una labiale, e subito quella semplice frase, che altrimenti poteva sembrare di dolce finta-ritrosia, risuonava fredda e distaccata, tanto da far desistere anche il più amorevole cuore di mamma. Non lo facevo per cattiveria, ma è che, a sedic’anni, non è dignitoso farsi abbracciare dalla mamma, neanche se hai la febbre a quaranta, sei distrutto sul divano di casa, e son tre giorni che non vai più nemmeno a scuola!
– Oh..., scusa se volevo sentirti la febbre! – No, lei valeva abbracciarmi; il che era diverso!
– Ma vattene! – l’esclamai con la voce supina e nasalizzata per il cuscino contro la faccia.
– Ooh! Veh, dolcezza, che oggi sono stata a casa per te! – mi rinfacciò.
– E chi te l’ha chiesto!? – ribattei io con la voce ancor più nasalizzata per la faccia conficcata dentro il cuscino, poiché il mio comportamento non s’addiceva a quella situazione, e io lo sapevo, però non potevo neanche tornare indietro per quella natural “sprezzanza” giovanile che pungola l’orgoglio nel momento del confronto.
– ...“Chi me l’ha chiesto”? C’hai un bel coraggio! – glissò con flemmatico autocontrollo: – Sei qui con la febbre a trentanove e secondo te io ti lascio a casa da solo!? – ma che palle! ma perché non se n’andava e mi lasciava fare una bella sega! – Piuttosto, l’hai presa la medicina? –.
– Ma Sììììì!!!! – beh, ma insomma..., non ero mica un bambino!? non c’avevo mica diec’anni!? e per fortuna che la porta suonò.
Tra gli acufeni e i fruscii per l’otite, mi parve d’odire la voce argentina di Luca; o Luca... Luca... dove sei? (l’invocai al mio capezzale) perché non giungi a me, se sei qui? ma forse sei solo l’illusorio frutto d’una mia allucinazione. Poi, dopo un interminabile quarto d’ora, ella tornò: – Chi era? – le chiesi.
– Era Luca; era venuto a trovarti, ma l’ho dovuto mandar via: devi riposare! – decreto: – Smh!! – emise uno sbuffo misto di riso e fastidio trattenuto: – però se insisteva..., devi proprio avergli preso...! – commentò e si allontanò con altre farneticherie.
Tornò poco dopo, per dirmi che sarebbe andata via e tornata al più presto.
– Sì, brava... va’! – va’ e lascia a casa il tuo unico figlio, solo e con la febbre alta: febbricitante...
La porta si chiuse, e finalmente potevo spararmi le mie belle seghe ripensando al mio Luca.
Mi stavo sparando un gran bel segone, quando la porta risuonò: «Mmm... ma cheppalle! Ma non se le può prendere dietro, le chiavi!» lamentai, per non inveire contro mia madre, poi andai alla porta ad aprirle, ma mi trovai davanti Luca: – Beh! – esclamai sbigottito.
– Ciao... – mi disse col suo visino dolce e il casco sott’al braccio.
– Ma come hai fatto? – m’affacciai per controllare che non ci fosse mia madre, poi mi ritirai per i rigori del freddo.
– Eh..., ho scavalcato! – affermò candidamente: il mio piccolo saltacinte :)
Pensai un momento se farlo entrare o no, poi lo trascinai dentro: – Dai, entra! Non stare sulla porta, ch’ho freddo!! Ma che ci fai qui? –.
– Son venuto a trovarti! – disse mentre lo tiravo dentro: – Tu sei venuto a trovare me... – si legittimò.
– Sì! –
– e allora anch’io! – rimarcò la reciprocità della cortesia; sarà..., ma a me la cosa non suonava ancora chiara.
– Ma tra un po' ritorna mia madre... – l’avvisai e lui sapeva bene il perché.
– Va be’, ma vado via presto! – assicurò; insomma, voleva rimanere: chiusi la porta e lo feci accomodare. La sua presenza inaspettata però mi stava conturbando e il mio pene lo rivelava, infatti ma toccai; ma il suo sorriso malizioso, mi disturbò però: quasi fosse venuto lì apposta per quello; poi c’era anche la questione di mia madre che mi preoccupava: vabbè, in fondo cazzi suoi..., sarebbe toccato a lui doversi giustificare e per l’autoinvito e per l’essersi intrufolato – compiendo, tra l’altro, una violazione di domicilio –, dopo il divieto ricevuto.
Ci sedemmo abbastanza taciturni a guardare la tivù, in fondo dopo i primi convenevoli cos’altro avevamo da dirci, e poi lo vedevo piuttosto impaccio in quella situazione, forse per quella cosa che – sospettavo – era venuto a chiedermi e che ora, si era accorto, non poteva chiedermi più. Continuavo ad osservarlo quel primino, ma lui niente: non si tradiva; continuava a guardare imperterrito la tivù e a sembrar soddisfatto soltanto da quello, dallo stare insieme a me: di fare, insomma, l’amico ch’era venuto semplicemente a trovare l’amico. Forse mi sbagliavo a pensare su di lui, a vederlo solo come un primino assetato di sesso; forse ero troppo prevenuto nei suoi confronti.
– Sei stanco? – mi chiese mentre spigozzavo.
– Mh! – confermai, ripensando a quanto mi sarebbe piaciuto poggiarmi sulla sua spalla.
– Stenditi, dai... – m’invitò sulle sue gambe, facendone segno con la mano.
Mmm, stendermi sulle gambe di un primo? la proposta, anche, mi allettava..., ma mi sembrava anche dargli troppa importanza (lui si sarebbe trovato in una posizione di naturale vantaggio e io d’inevitabile sudditanza) e di rendermi ridicolo (io sulle ginocchia di uno più piccolo!); e poi, scusa..., ma, se mi rifiutavo di accettare le coccole da mia madre, perché mai avrei dovuto accettare di stendermi sulle sue gambe!? – No, – (grazie...) rifiutai.
– Su! – m’incoraggiò. Evidentemente il non mio diniego non gli era sembrato così convinto.
– Ma vah... –
– Dai! – insistette, e allora io, convinto dal suo bel faccino, mi calai. Giunsi a pochi centimetri dal suo florido pacco, e finalmente realizzai: – Veh, Luca che oggi proprio non ci riesco...! – mi rialzai e lui mi guardò perplesso: – Non ce la faccio proprio a prenderlo in bocca! ho il vomito solo appena mangio! –.
– Ma secondo te! – mi sclamò quasi scandalizzato: – Io sono venuto solo a trovarti, come hai fatto te! – e in quel «te», cioè me, non dovevo leggere, dal suo tono, quello che gli avevo fatto: la sega, il bidè, l’accompagnamento al letto; ma le coccole, lo star tranquillamente insieme, le carezze; quindi mogio mi calati sulle sue gambette sottili, zittito. Luca subito iniziò a carezzarmi i capelli e subito anche il sorriso comparve sul suo volto, era veramente bello star lì: le sue gambe erano d’una confortezza infinita, d’una comodità che mai avrei immaginato prima, senza provarle; e intanto mi guardavo il mio bel primino carezzarmi, poi il mio sguardo cadde sulla sua patta paurosa: indossava quei jeans stretti stretti in vita, ma che gli facevano un pacco mostruoso; una collina, insomma, d’inconcepibili proporzioni, a cui non si poteva resistere. Chiusi gli occhi, e mentre lui mi carezzava, io col pensiero accarezzavo il suo boffice pacco, poi mi c’intrufolavo dentro ed era già duro per me il suo ottimo fallo; aaahhhhh..., se solo avessi potuto..., ma mi sentivo immobilizzato: il mio maghetto mi aveva un’altra volta stregato, ed ora non riuscivo più a muovere la mano, vicino al suo sedere, per portarla suo nobile pacco. Come avrei voluto che l’avesse tirato fuori e postomelo direttamente dentro la bocca, già scappellato, allora l’avrei succhiato com’un immenso ciucciotto: qual era! Sì, avrei iniziato a fare proprio come da piccolino, quando stavo sulle gambe di mia madre, proprio su quel divano, e succhiavo il mio ciuccio – vezzo che avrei tenuto fino ai quattr’anni –, e lei mi carezzava; quanto mi piaceva... proprio come ora mi sarebbe piaciuto ciucciare il suo grande ciucciotto. La mia mente vagava come una nuvola eterea pei pensieri del dormiveglia, soffermandosi, or qua, or là, sulle fantasie più gradite, proprio come quanto la mente rilassata, prima del riposo, svolazza tra il mondo e il sogno, sconoscendo qual è la realtà.
Al mio risveglio Luca più non c’era, ma vidi lei con le sacche della spesa.
– Oh..., scusa se volevo sentirti la febbre! – No, lei valeva abbracciarmi; il che era diverso!
– Ma vattene! – l’esclamai con la voce supina e nasalizzata per il cuscino contro la faccia.
– Ooh! Veh, dolcezza, che oggi sono stata a casa per te! – mi rinfacciò.
– E chi te l’ha chiesto!? – ribattei io con la voce ancor più nasalizzata per la faccia conficcata dentro il cuscino, poiché il mio comportamento non s’addiceva a quella situazione, e io lo sapevo, però non potevo neanche tornare indietro per quella natural “sprezzanza” giovanile che pungola l’orgoglio nel momento del confronto.
– ...“Chi me l’ha chiesto”? C’hai un bel coraggio! – glissò con flemmatico autocontrollo: – Sei qui con la febbre a trentanove e secondo te io ti lascio a casa da solo!? – ma che palle! ma perché non se n’andava e mi lasciava fare una bella sega! – Piuttosto, l’hai presa la medicina? –.
– Ma Sììììì!!!! – beh, ma insomma..., non ero mica un bambino!? non c’avevo mica diec’anni!? e per fortuna che la porta suonò.
Tra gli acufeni e i fruscii per l’otite, mi parve d’odire la voce argentina di Luca; o Luca... Luca... dove sei? (l’invocai al mio capezzale) perché non giungi a me, se sei qui? ma forse sei solo l’illusorio frutto d’una mia allucinazione. Poi, dopo un interminabile quarto d’ora, ella tornò: – Chi era? – le chiesi.
– Era Luca; era venuto a trovarti, ma l’ho dovuto mandar via: devi riposare! – decreto: – Smh!! – emise uno sbuffo misto di riso e fastidio trattenuto: – però se insisteva..., devi proprio avergli preso...! – commentò e si allontanò con altre farneticherie.
Tornò poco dopo, per dirmi che sarebbe andata via e tornata al più presto.
– Sì, brava... va’! – va’ e lascia a casa il tuo unico figlio, solo e con la febbre alta: febbricitante...
La porta si chiuse, e finalmente potevo spararmi le mie belle seghe ripensando al mio Luca.
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Mi stavo sparando un gran bel segone, quando la porta risuonò: «Mmm... ma cheppalle! Ma non se le può prendere dietro, le chiavi!» lamentai, per non inveire contro mia madre, poi andai alla porta ad aprirle, ma mi trovai davanti Luca: – Beh! – esclamai sbigottito.
– Ciao... – mi disse col suo visino dolce e il casco sott’al braccio.
– Ma come hai fatto? – m’affacciai per controllare che non ci fosse mia madre, poi mi ritirai per i rigori del freddo.
– Eh..., ho scavalcato! – affermò candidamente: il mio piccolo saltacinte :)
Pensai un momento se farlo entrare o no, poi lo trascinai dentro: – Dai, entra! Non stare sulla porta, ch’ho freddo!! Ma che ci fai qui? –.
– Son venuto a trovarti! – disse mentre lo tiravo dentro: – Tu sei venuto a trovare me... – si legittimò.
– Sì! –
– e allora anch’io! – rimarcò la reciprocità della cortesia; sarà..., ma a me la cosa non suonava ancora chiara.
– Ma tra un po' ritorna mia madre... – l’avvisai e lui sapeva bene il perché.
– Va be’, ma vado via presto! – assicurò; insomma, voleva rimanere: chiusi la porta e lo feci accomodare. La sua presenza inaspettata però mi stava conturbando e il mio pene lo rivelava, infatti ma toccai; ma il suo sorriso malizioso, mi disturbò però: quasi fosse venuto lì apposta per quello; poi c’era anche la questione di mia madre che mi preoccupava: vabbè, in fondo cazzi suoi..., sarebbe toccato a lui doversi giustificare e per l’autoinvito e per l’essersi intrufolato – compiendo, tra l’altro, una violazione di domicilio –, dopo il divieto ricevuto.
Ci sedemmo abbastanza taciturni a guardare la tivù, in fondo dopo i primi convenevoli cos’altro avevamo da dirci, e poi lo vedevo piuttosto impaccio in quella situazione, forse per quella cosa che – sospettavo – era venuto a chiedermi e che ora, si era accorto, non poteva chiedermi più. Continuavo ad osservarlo quel primino, ma lui niente: non si tradiva; continuava a guardare imperterrito la tivù e a sembrar soddisfatto soltanto da quello, dallo stare insieme a me: di fare, insomma, l’amico ch’era venuto semplicemente a trovare l’amico. Forse mi sbagliavo a pensare su di lui, a vederlo solo come un primino assetato di sesso; forse ero troppo prevenuto nei suoi confronti.
– Sei stanco? – mi chiese mentre spigozzavo.
– Mh! – confermai, ripensando a quanto mi sarebbe piaciuto poggiarmi sulla sua spalla.
– Stenditi, dai... – m’invitò sulle sue gambe, facendone segno con la mano.
Mmm, stendermi sulle gambe di un primo? la proposta, anche, mi allettava..., ma mi sembrava anche dargli troppa importanza (lui si sarebbe trovato in una posizione di naturale vantaggio e io d’inevitabile sudditanza) e di rendermi ridicolo (io sulle ginocchia di uno più piccolo!); e poi, scusa..., ma, se mi rifiutavo di accettare le coccole da mia madre, perché mai avrei dovuto accettare di stendermi sulle sue gambe!? – No, – (grazie...) rifiutai.
– Su! – m’incoraggiò. Evidentemente il non mio diniego non gli era sembrato così convinto.
– Ma vah... –
– Dai! – insistette, e allora io, convinto dal suo bel faccino, mi calai. Giunsi a pochi centimetri dal suo florido pacco, e finalmente realizzai: – Veh, Luca che oggi proprio non ci riesco...! – mi rialzai e lui mi guardò perplesso: – Non ce la faccio proprio a prenderlo in bocca! ho il vomito solo appena mangio! –.
– Ma secondo te! – mi sclamò quasi scandalizzato: – Io sono venuto solo a trovarti, come hai fatto te! – e in quel «te», cioè me, non dovevo leggere, dal suo tono, quello che gli avevo fatto: la sega, il bidè, l’accompagnamento al letto; ma le coccole, lo star tranquillamente insieme, le carezze; quindi mogio mi calati sulle sue gambette sottili, zittito. Luca subito iniziò a carezzarmi i capelli e subito anche il sorriso comparve sul suo volto, era veramente bello star lì: le sue gambe erano d’una confortezza infinita, d’una comodità che mai avrei immaginato prima, senza provarle; e intanto mi guardavo il mio bel primino carezzarmi, poi il mio sguardo cadde sulla sua patta paurosa: indossava quei jeans stretti stretti in vita, ma che gli facevano un pacco mostruoso; una collina, insomma, d’inconcepibili proporzioni, a cui non si poteva resistere. Chiusi gli occhi, e mentre lui mi carezzava, io col pensiero accarezzavo il suo boffice pacco, poi mi c’intrufolavo dentro ed era già duro per me il suo ottimo fallo; aaahhhhh..., se solo avessi potuto..., ma mi sentivo immobilizzato: il mio maghetto mi aveva un’altra volta stregato, ed ora non riuscivo più a muovere la mano, vicino al suo sedere, per portarla suo nobile pacco. Come avrei voluto che l’avesse tirato fuori e postomelo direttamente dentro la bocca, già scappellato, allora l’avrei succhiato com’un immenso ciucciotto: qual era! Sì, avrei iniziato a fare proprio come da piccolino, quando stavo sulle gambe di mia madre, proprio su quel divano, e succhiavo il mio ciuccio – vezzo che avrei tenuto fino ai quattr’anni –, e lei mi carezzava; quanto mi piaceva... proprio come ora mi sarebbe piaciuto ciucciare il suo grande ciucciotto. La mia mente vagava come una nuvola eterea pei pensieri del dormiveglia, soffermandosi, or qua, or là, sulle fantasie più gradite, proprio come quanto la mente rilassata, prima del riposo, svolazza tra il mondo e il sogno, sconoscendo qual è la realtà.
Al mio risveglio Luca più non c’era, ma vidi lei con le sacche della spesa.



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