Il pigrone
Mi risvegliai con un certo senso d’umidore al cazzo: ma Luca dov’era? non percepivo il suo ingombro di fianco, né le coperte mi parevano tese; ma mi girai, e non c’era… notai però un certo subbuglio là più in basso, come una sorta di muraglia ertasi attorno mio pube; – Mah… Luca!? – gridai beccandolo col mio pene ancora in bocca, sotto le coperte.
– Ho voluto darti il buongiorno! –disse salendo lungo il mio corpo e poi si poggiò: – Ti è piaciuto? – chiese dolcemente, mentre mi stringeva; ma cosa potevo rispondere a un primino così? certo che mi era piaciuto: un mattino iniziato con un bel biondino che ti fella, non poteva certo che essere un buon mattino; ma ora – mi rendevo – era tempo per un altro nostro coccolino.
Dopo una mezzoretta ci svegliammo insieme, ma molto lentamente: – Luca non hai fame? –.
– Sì! – biascicò.
– Alziamoci allora… –
– Mhmm! – si lamentò per non volersi alzare.
– Sû…! – o mio pigro, pigrissimo primino. Luca pigramente si alzò e rimase a gattoni guardandomi con lo sguardo voglioso di coccole, così m’accostai con la mano a graffiargli quella flanella ciondolante, che pendeva dal suo corpicino, scivolando verso il suo pube; era lì, lo sentivo: quell’organo grandioso! ne percepivo la forza e la possanza provenire da quelle mutande pingui, così v’entrai. Luca mi guardava ancora con lo sguardo sonnacchioso, mentre gli massaggiavo i testicoli; poi m’aggrappai e m’alzai assieme a lui per metterci finalmente a sedere e uscire così da quel talamo di coccole.
Prima d’aprire la porta, Luca mi si accostò e abbracciò strettamente: – Dai, che andiamo… –.
– Mhmm così…! – disse dolciotto, facendomi intendere che voleva ci andassimo così in bagno: insieme e abbracciati, ed ebbe iniziò il nostro walzer sonnambulo verso la porta del bagno; ma che aveva quel primino stamattina da essere così coccoloso?
– Te lo tengo io? – dissi avvicinandomi a lui, già vicino alla tazza.
– Certo! – rispose contento della mia proposta abbassandosi le mutande; ma sempre duro ce l’aveva! Glielo abbassai verso la tazza, poi lui s’inclinò ulteriormente per puntarlo meglio, appoggiandosi alla parete.
– Ma come fai? – gli chiesi.
– Beh, mica è sempre così! – ma allora solo io avevo la “sfiga” di beccarglielo sempre duro! Aspettammo secondi, ma non usciva ancora niente: – Beh, allora…? –.
– Eh… devi pompettarlo un pochettino! – disse mimando.
– Dai muoviti! – o gliel’avrei data io la pompatina, ma non come se l’attendeva lui…! poi il flusso fluì; non so perché, ma mi dava una gran bella sensazione sentire quel fluido scorrergli dentro: le vibrazioni, il fluire, mi comunicava un gran senso d’energia; poi sgocciolò: – Scrollalo! – mi disse.
– Beh, non solo…! – glielo scappellai per tamponarlo sulla punta con la carta igienica.
– Ma fai sempre così? –
– Certo! – non era vero…
– E adesso me lo lavi? –
– Certamente! – quello sì, che lo facevo sempre quando lui veniva. Lo accompagnai sul bidè e mi abbassai su di lui; mi piaceva troppo tenerlo così: tutto rannicchiato in me, e vedere il suo lungo bigolo stagliarsi sul lucido bianco della ceramica e, se era possibile, sembrare ancora più lungo. Ormai il suo coso, la mia mano e io eravamo una sol cosa, e invece di lavarlo, lo masturbavo; ma non mi sarei mai permesso di farlo venire: perché non mi sarei mai perdonato di sprecare il suo prezioso liquido bianco giù lo scarico del gabinetto; così mi fermai. A glande scoperto lo lavai in punta di dita, mentre Luca godeva: – Dai, basta! – purtroppo toccava a me porre fine al suo godimento.
– Tu non fai pipì? – mi chiese. Ti sarebbe piaciuto, eh…? ma in tutti i modi non sarei mai riuscito a mingere con lui che me lo teneva.
Scendendo, trovammo Ronfone rannicchiato sul divano e ci tuffammo a coccolarlo: o meglio lui lo coccolava, io mi limitavo a guardarlo mentre lo accarezzava, ammaliato dalla sua splendida personalità mattutina, che risaltava in quel completino azzurrino; poi li lasciai soli sul divano: – Io vado a farmi un caffelatte! – dissi.
– E io? – chiese Luca sopraggiungendo con la voce da primino abbandonato.
– …e per te ho preparato dell’Orzo Bimbo in biberon! – risposi provocatoriamente con quell’immagine che mi suggeriva il suo aspetto in quel momento; ma Luca non obbiettò: si mise a tavola e mi guardò con lo sguardo d’attesa. Lì per lì pensai che veramente s’aspettasse dell’orzo bimbo in biberon, e già me lo fantasticavo la domenica mattina sul divano di casa col biberon e l’orsacchiotto nell’altra mano, ma rifiutai l’ipotesi: – Allora… cosa vuoi? –.
– Mah…, non ho molta fame stamattina! –
– C’è dello yogurt… –
– Va bene! – annuì per farmi contento.
– Al cocco… – annuì nuovamente, e così portai il suo yogurt e la mia tazza in tavola. Non me ne ero reso conto, ma ero diventato estremamente servizievole verso quel primino, alla faccia del suo monito materno…, ma che ci potevo fare se a me piaceva così? a me sembrava una specie di fratellino, e mi veniva spontaneo occuparmi di lui amorevolmente; vedendo, però, Luca mangiare quella quantità bianca entrargli in bocca, mi venne in mente un’insolita idea. Misi da parte la scodella e presi un altro yogurt, sempre al cocco: – Mangi ancora? – mi chiese lui, che già aveva finito la sua colazione.
– L’hai mai fatto “alimentare”… – gli feci intendere maliziosamente cosa, leccando la copertura alluminica del vasetto; Luca immediatamente si alzò in piedi e s’irrigidì di fianco a me con un cipiglio che sembrava dire: «fai di me, ciò che vuoi!». Gli abbassai le mutande, mostrando quella banderuola in forza dura, e poi gli carezzai le palline: aveva un’erezione degna del miglior alzabandiera in prima mattina; e poi presi quella cappella nuda e la immersi dentro quel cremoso liquido bianco con fare da chef. Luca subito emise un grido per il freddo, ma dentro la mia bocca… il caldo, il freddo, il granulare, il liscio del glande: tutto era sublime, persino il caldo della sua asta nella mia mano contribuiva a quel mix d’antitetiche emozioni nel formare la formula alchemica del gusto perfetto; e poi ricominciai: ahm... Ogni volta che l’intingevo il suo corpo fremeva di un brivido di freddo, e poi lo riacclimatavo ospitando nella mia gola come un lungo termometro penieno; quando lo yogurt scemò, lo strusciai contro le pareti circolari del vasetto dando al suo corpo un altro tipo di riverbero di godimento. Finito quell’ennesimo gioco erotico, Luca parve non farcela più a trattenere il suo sperma in corpo, e chiedeva a me tacitamente di toglierglielo; – Dai, vatti a mettere sul divano! – gli suggerii, che presto sarei arrivato. Sparecchiai la tavola, ma sistemando le sedie notai però una strana macchia di sporco per terra a forma del suo sperma, ma era soltanto yogurt; non c’era tempo, però, per pulire: il mio primino era di là che m’invocava, segretamente…, ma m’invocava; Luca arrivo… o mio piccolo primino! Corsi subito da lui, che già si stava stuzzicando quella turgida mazza con la sua mano; gli diedi il cambio: – Ti piace, eh… –.
– Quando me la fai tu, è più bello… – commentò.
– Eh… certo, è la mano di un altro! – in realtà era perché ero io bravo.
– Mm…? – non capì.
– …è come quando ti fai solletico da solo; non ci riesci! –
– Io ci riesco! – disse– proprio qui! – e m’indicò il suo inguine.
– Sì, va be’…, – incominciai allora a carezzarlo proprio lì: – diciamo, allora, che è come quando cerchi di farti le carezze da solo: non ci riesci; ci vuole la mano di un altro! – e così era per una sega…
– Comunque era meglio prima! – disse.
– Quando? –
– Sul bidè… –
– Aah! Beh… lì perché te lo tenevo, come te lo tieni tu solitamente! sei destro, no? Voltati! –e quel primino col fallo sempre in tiro si voltò: – Vedi! così è come te lo meni tu! – fra l’altro anch’io mi trovavo meglio a masturbarlo così: con la parte ventrale nel palmo e la dorsale a favore del pollice.
– Però, io lo prendo più su! –
– Come… così? – l’agguantai al glande.
– No, un po' più di prima! –
– Così? –
– Sì! –
– È come me lo meno io! – col pollice appena sopra la corona del glande: così da stimolarla sia in andata che in ritorno, e intanto lui stragodeva! dopo d’un po' però mi stancai di masturbarlo solamente: quell’odore di maschietto che m’invitava a metterlo in bocca: – Se vuoi andiamo oltre… – dissi per tentarlo, ma Luca mi disse che ancora non voleva venire (?), così decisi di salire: – No, voltati di là! –.
– Ma c’ho il coso! – indicò lo schienale che avrebbe a ostruirgli la visuale davanti.
– Ma fa lo stesso… – tanto ero io che dovevo coccolarlo, abbracciandolo in quella insolita posizione. Incominciai a stringerlo, a respirarlo sui suoi capelli biondi, che ancora sapevano di balsamo, e poi, per avere un maggior contatto con lui, andai sotto la sua canottiera a carezzarlo, ma sentii subito un brivido di freddo: – Luca hai freddo? –
– No! – disse lesto, come se non volesse farmi preoccupare, ma io lo strinsi ancora di più; era in quei momenti che sentivo che sarei potuto diventare una belva, se solo gli fosse accaduto qualcosa, e quasi temevo quella parte di me.
Mi risvegliai con Luca addormentato sul mio braccio e un cruccio per la testa: dovevo far sparire quelle tracce di lui, della sua permanenza; così mi alzai: – Dove vai? – mi chiese lui con la voce da primino in timore d’abbandono.
– Tu sta qui, che io devo fare delle cose… – lo accarezzai ulteriormente sulla schiena, gli sistemai il colletto, e quasi gli avrei dato un bacino prima di lisciarlo, se solo la timidezza non mi avesse impedito anche quel casto bacio sulla tempia. Andai in cucina a cancellare quelle tracce in simil-sperma di lui, e poi mi ritrovai a spazzare tutta la casa per fare anche bella figura coi miei, ma notai che tutte quelle tracce briciolose di lui dal tappeto non volevano andarsene; come se non bastasse, pensai anche che in giro potesse esserci qualche pelo pubico di lui, dopo tutte le seghe che gli avevo fatto: e il biondo di Luca è inconfondibilissimo; così pensai di passare l’aspirapolvere. Davanti a quel primino dormiente, montai l’arnese aspiratutto e, anche se di schiena era carino, pensai più volte tampinarlo mentre aspirarlo, ma, non appena mi muovevo mosso da quell’intento molesto, desistevo: intenerito da quell’aspetto indifeso, conferitogli dalle pieghe morbide del suo pigiama azzurrino. Nel frattempo si era pure voltato e ora dava a me la sua prospettiva genitale migliore, che io non potevo fare a meno di guardare: ma che ci potevo fare io, se quella zona di lui era più appariscente d’una ruota di pavone! tutta l’attenzione del mondo circostante, sembrava gravitata da quel punto fisso; e lui, secondo me, se n’era accorto, perché non perdeva tempo per metterlo in mostra mentre si stiracchiava.
Mi avvicinai a lui per smontare l’aspirapolvere, e mi sentii pizzicare sul gluteo: – Ma allora non stai dormendo! – gli dissi voltandomi e beccandolo con l’occhietto socchiuso: – Ah, sì… – faceva finta di niente, e riaccesi l’aspirapolvere: wo… wo… wo… faceva il bocchettone tappandosi col suo pube: – Allora, ti svegli? – continuavo a tamponarlo: – Veh, che te lo aspiro…! – lo minacciai tirandoglielo fuori.
– Meglio! Così me lo allunghi! – disse scaltramente; ma non ti basta mai! Allora quel lungo pene finì interamente nel tubo aspiratutto: lo ciurlai, lo menai, lo vibrai e quando finii Luca mi disse che era meglio la sega; ma cosa dovevo fare per sottomettere un primino del genere? Subito mi abbattei su di lui con crisi semisterica, poi lo spompinai selvaggiamente con una foga spompinatrice che mi sembra di essere un’idrovora di bega, così come lui lo era stato di coccole; ma mi resi conto in quel momento che gli stavo dando l’ennesima vittoria..., però era contato succhiare quella verga fino in gola: era come se il suo pene avesse resettato il mio animo toccando il mio punto nevralgico. Quando mi calmai, mi sdraiai accanto a lui a masturbarlo; ma mi tirò subito fuori l’uccello per confrontarselo col suo: – No… non è cresciuto! – disse con sicumera, poi iniziammo insieme una masturbazione vicendevole. Ero affascinato da quella personalità incrollabile, da quel primino inossidabile che quasi guardavo negli occhi e mi sentivo proiettato verso di lui, verso le sue labbra, ma la timidezza mi frenava: – Scusa, se t’ho svegliato prima… –mi scusai.
– Fa niente… tanto mi piaceva! –.
– Cosa? –
– Il rumore dell’aspirapolvere…, mi piace! da piccolo dormivo sul divano quando mia mamma passava l’aspirapolvere o la lucidatrice… e lo faccio anche adesso… –
– Sei tutto matto! – gli dissi, ma io dovevo solo stare zitto, che a e piaceva dormire la domenica mattina d’estate quando mio padre passava il tosaerba in giardino.
– Luca, allora… andiamo a mangiare? – dissi dopo un bel po' che oramai ci spupazzavamo.
– No, dai… non ho fame, stiamo ancora un po' qui! – disse con la voce da primino voglioso si coccole, ma doveva rendersi conto che presto avrebbe dovuto andarsene a casa.
– Però alle 3:00 vai, eh… –
– Perché? –
– Perché arrivano i miei! –
– Non devono sapere che sono stato qui… – così mi piaceva: perspicace!
– Eh…! –
– È per quello che facciamo? – disse, poi cadendo in un silenzioso imbarazzo anche con gli occhi; non mi sarei mai aspettato che fosse arrivato a una domanda del genere.
– Eh… sì! – farfugliai.
– Però non c’è niente di male… – chiese col tono vagamente interrogativo, come se chiedesse una rassicurazione morale.
– No! –
– Ma tu cosa provi? – disse ancora senza trovare il coraggio di guardarmi.
– Cosa… –
– Quando lo metti in bocca…. – eh…, bella domanda!
– Eh… eh…, …e tu? – che prima di chiedere, rispondesse lui!
– Boh! – fece un boh di circostanza ancora con lo sguardo mesto.
– Ti piace… – tentai d’imboccarlo.
– Mm…? – finalmente mi guardò.
– Cioè non ti spiace, non ti fa schifo… –
– Beh, no! –
– Ti piace, insomma… – mammamia, che fatica per fargli dire quella benedetta parola!
– Sì…, – evviva, l’aveva ammesso!: – perché so di farti star bene… – ma che caruccio…: lui mica mi succhiava perché gli piaceva, ma perché mi faceva «star bene»… basta! toccava a me porre fine a tutta questa ipocrisia.
– A me invece no, a me piace proprio! – Luca mi guardò stranito, come se avessi finalmente scardinato un tabù proibito.
– Ti piace… – ripeté disorientato.
– Sì, sentirlo in bocca, quel senso di pieno... intendi? – insomma, e poi anche lui l’aveva provato: – A te no? –
– Beh… sì! – ammise: – …ma lo sperma? – aggiunse dopo un po'.
– Anche quello! – affermai io.
– Sì, vabbé…, allora anche la piscia…! – disse col tono polemico come se non avesse voluto sentire anche quell’ultima ammissione così chiaramente, per non far sembrare tutto la discussione fin troppo scontato e autoassolvente.
– Ma che c’entra…, mica puoi paragonare un prodotto con uno scarto! –
– Un prodotto… –
– Sì, un prodotto! –
– E che differenza c’è? –
– Che la piscia la scarti, perché se no ti fa male, lo sperma no! il tuo fisico lo produce, è come il sangue, …è un prodotto nobile! – e su quel nobile Luca mi guardò un po' perplesso, poi tacque come se le mie parole lo avessero in parte convinto, ma stette ugualmente meditabondo a fissare il soffitto. Nella mia mente le parole “scarto” e “sperma” continuavano ad associarsi inconciliabilmente: ma come avrebbe potuto essermi dannoso una cosa prodotta da lui nel momento del suo miglior godimento? certamente non poteva ch’essermi da toccasana per il fisico e lo spirito. Luca non pronunciò più parola, ma io lo diressi verso l’alto per cominciare a carezzarlo su quell’addome piatto: lo trovavo intrigante quel ventre liscio, così morbido al tatto, ma sotto tutta la sua salda sostanza quell’essere aikidoka; poi Luca mi chiese di carezzarlo più in basso… così finii per “carezzare” nuovamente quella doppia decina. Che bello tenere quel membro quattordicenne in mano: era quasi rilassante segarlo mentre guardavo il suo nobile profilo concentrato per non venire e poi quel pinnacolo di carne rivolto verso l’alto con la sua forma stagliata e quella cappella affusolata, che ben si distaccava come forma dell’asta; sembrava quasi di tenere in mano il comando delle sue emozioni: ma come si faceva a non masturbarlo?
– Luca, ma tuo cugino non ti ha mai segato veramente? – chiesi di quell’aspetto che ancora mi sembrava sorprendente nella sua vita!
– No! –
– Come mai? –
– Diceva che gli facevo impressione! –
– Perché!? –
– Perché diceva che ce l’avevo già lungo come il suo ed ero più piccolo! – che stupida scusa!
– Tu però gliele facevi? –
– Non più! – disse per sottolineare che ormai era un fatto passato; però ora bisognava farlo venire.
– Sei bagnato! – assodai scappellandolo.
– Non sono mica una femmina! – ribatté, alzandosi ugualmente a guardarlo.
– Ma anche i maschi si bagnano, sai… è lubrificante! Dai, che ti faccio venire! –
«No!» stette per dire, ma lo fermai subito; i primini sono fatti per godere e venire, e anche Luca non poteva sottrarsi a questo dovere. M’inginocchiai giù dal divano e, come un sacerdote intento nella sua liturgia, lo riscappellai infilandolo tutto in bocca; non mi capacitavo di come il cugino si fosse sempre rifiutato: per me era inverosimile, anzi tra cugini mi sembrava quasi scontato, io non avevo cugini, ma se mi fosse capitavo, non mi sarei di certo rifiutato, perché nella logica familistica spetta al più grande istruire i più piccoli. Luca godeva e i suoi gemiti sottili si diffondevano per l’aria costruendo un leggero sottofondo, ma c’era qualcosa di diverso da ieri: i suoi versetti mi sembravano più tenui, eppure godeva… perché presto del suo siero mi sentii riempire. Continuai a ciucciarlo fino all’ultima stilla, poi guardai il suo volto beo: era dolce, veniva voglia di baciarlo oltreché accarezzarlo, ma con tutta quella luce proprio non ce la facevo, così mi posai sul suo sterno, a dormire come lui desiderava dall’altra sera.
Mi svegliai, con Luca che m’arricciolava i capelli: – Che fai… – dissi: – mi fai i tirabaci!? –.
– Mm…? – m’interrogo lui
– I tirabaci…; questi! – gliene feci uno con una ciocca della sua fronte; che bello carezzarlo con quei pretesti diversi, poi chiese se poteva farmi venire e ci scambiamo di posto. Luca, invece di scendere in ginocchio, si mise tra le mie gambe a segarmi: – Dai, Luca, non c’è tempo! –.
– Uffa…! – disse scocciato per la fretta che gli avevo messo.
– Ma guarda! – l’orologio segnava un’ora che era ormai già troppo tarda per venire, e per giunta noi eravamo ancora tutt’e due in pigiama, ma Luca cominciò a fellarmi. Sentivo il suo succhio, la sua testa gli tenevo, ma la mia mente era occupata dai pensieri dei miei che presto sarebbero arrivati, già me li vedevo: entrare da quella porta e beccarmi con quel biondino che mi fellava in pigiama; non ci riuscivo a concentrarmi, non ci riuscivo a venire: mi sentivo in ansia; poi Luca mi disse polemico: – Sì…, ma se anche tu non ti applichi! –.
Dovevo applicarmi…, adesso l’orgasmo era questione di “applicazione”! e poi che cosa avrebbe fatto: mi avrebbe dato i voti!? – Dai, Luca è meglio che vai! – gli dissi scomparendo il mio pene, scocciato per la sua affermazione!
Luca restò in ginocchio a squadrarmi, mentre mi ricomponevo il pigiama: – Aspetta! fammi almeno vedere Niki prima! – cercò di riguadagnare la situazione; andai a recuperare il gatto come al solito, raggomitolato in una scatola sulla via della cantina in una forma dalla rotondità perfetta.
– Toh! Guarda il micio bello! – dissi ricomparendo.
– Ciao Niki! – lo vezzeggiò subito: – Ma fa le fusa! –.
– Eh certo, se gli fai le carezze… –
– Mah, bello! – cominciò di nuovo coi suoi acuti che m’infastidivano le orecchie: – Mi dai i bacini, eh… – gli porse la guancia.
– No! non li dà i bacini! – gli sottrassi il gatto: – Glieli devi fare tu! – e glielo riporsi come se fosse una gentile concessione, visto che Niki era mio! così Luca incominciò a sboffonchiarlo simpaticamente sulle gote, ma io, ingelosito da tutte quelle coccole prestate al gatto, lo lasciai andare con la scusa che voleva scappare; Luca nel frattempo mi aveva riacceso un’eccitazione pazzesca! Brrrr… ma che cosa stavo pensando: presto sarebbero arrivati i miei! – Dai… che ti accompagno! – decidi in quel momento di riaccompagnarlo, per affrettare il suo ritorno a casa.
– Ma dov’è! – disse Luca rovistando nella sua cartella: era divertente vederlo con indosso solo quella canottierina sottile, che gli faceva un fisichino che ancora non aveva; improvvisamente mi era venuta voglia di saltargli addosso, ma ancora resistevo. Poi s’infilò i pantaloni e parve come rendersi conto, solo allora, d’avervi ancora dentro il portafogli nella tasca posteriore: – Spetta… ti pago la pizza! – disse portandosi la mano dietro.
– No, lascia! – lo fermai prontamente: non saranno mica stati i suoi 5 euro della prosciutto e funghi a mandarmi in rovina… ma già che c’ero ne approfittai per infilargli la mano nella sua patta, lasciata aperta: – Però, fammi prima salutare Gianluca! – gli dissi, visto che lui mi aveva chiesto di salutare Niki.
– E non solo… – alluse Luca con la faccia furbettina al fatto che mi stavo addentrando piuttosto in profondità…
– Eh, bisogna! –
– Come si chiamano? – chiese un ripasso
– Mmm… – non me lo ricordavo: – Leoluca e Pierluca…? –
– Sììì… vero! Leoluca quello destro… –
– Eh… seh! Ernesto e Callisto! –
– Mm…? – non conosceva la citazione.
– Lascia stare… – non avevo voglia di spiegarla, lo spinsi contro il mio letto e lo sdraiai, sfilandogli poi quel magnifico uccello. Lo menai, lo sferzai, lo scappellai, e infine l’infilai tutto in bocca: il bello di avere a che fare con un uccello così lungo, era che potevi afferrarlo con entrambe le mani e avere ancora quella cappella da ciucciare comodamente. Luca vociava il suo godimento; – Bravo! Bravo! – l’incitai: – Grida! – e poi ripresi a ciucciarlo; Luca allora buttò indietro la testa e cominciò a urlare con tutto il fiato che aveva in corpo: sembrava che avesse trovato nuova vita e presto riirrorò la mia bocca con nuova linfa. Continuai a ciucciarlo sino in fondo, questa volta per sentire i suoi veri gemiti d’orgasmo, perché quelli di prima non mi avevano convinto, e poi mi sdraiai accanto a lui a carezzarlo sul suo pene tumescente.
Era stato bello: finalmente l’avevo liberato, perché il suo grido ora mi aveva convinto; ma che voleva fare…: Luca mi accostò, buttandomi la mano sul pacco, e mi sorrise: – Adesso tocca a me! – disse e con un balzo scattò in piedi, liberandomi freneticamente l’uccello. Cosa dovevo dirgli… era strabello sentirsi sbottonare la patta da un primino violentatore, che ora mi stava già succhiando l’uccello! Capii, in quel momento, che non potevo più sottrarmi dalle sue grinfie, o meglio dalla sua bocca, e che dovevo per forza farmi venire: cancellai dalla mia mente tutte le preoccupazioni di prima, e riuscii finalmente a immaginarmi la sua lingua sul mio glande che mi succhiava, ed ecco venire… ecco quell’orgasmo anche se frettoloso, comunque stupendo; e urlai a Luca di non smettere di farmi venire se voleva veramente farmi “star bene”, doveva darsi da fare…
Guardavo Luca felice per il garino appena fatto nello specchietto retrovisore: mammamia, com’era bello! stasera sarebbe stato difficile addormentarsi senza di lui con me nel letto…, senza il suo tenero corpicino da stropicciare. Mi sentivo melanconico ora, che andavamo per quelle vie di campagna, per allungare la via di casa; ma mi fermai…
– Io mi fermo qui! – dissi arrestando il motore.
– Perché…, vieni a casa con me! –
– No, voglio fare un giro da solo… – dissi volgendo lo sguardo da un’altra parte
– Va bene… a domanti! – disse Luca salutandomi; io inizia a singhiozzare, mentre lui si allontanava: sentivo che quel lungo week-end sarebbe stato difficilmente replicabile, sentivo che dopo quei tre giorni magici mai saremmo riusciti a ripetere un’esperienza simile, perché qualcosa tra noi era cambiato…; in meglio… in peggio… non saprei proprio dirlo, sapevo solo che mentre diventava un puntino lontano nell’orizzonte della Padana che oramai andava all’imbrunire, avevo soltanto voglia di piangere nel ricordo di quei tre giorni passati insieme correndo solo verso il tramonto.
– Ho voluto darti il buongiorno! –disse salendo lungo il mio corpo e poi si poggiò: – Ti è piaciuto? – chiese dolcemente, mentre mi stringeva; ma cosa potevo rispondere a un primino così? certo che mi era piaciuto: un mattino iniziato con un bel biondino che ti fella, non poteva certo che essere un buon mattino; ma ora – mi rendevo – era tempo per un altro nostro coccolino.
Dopo una mezzoretta ci svegliammo insieme, ma molto lentamente: – Luca non hai fame? –.
– Sì! – biascicò.
– Alziamoci allora… –
– Mhmm! – si lamentò per non volersi alzare.
– Sû…! – o mio pigro, pigrissimo primino. Luca pigramente si alzò e rimase a gattoni guardandomi con lo sguardo voglioso di coccole, così m’accostai con la mano a graffiargli quella flanella ciondolante, che pendeva dal suo corpicino, scivolando verso il suo pube; era lì, lo sentivo: quell’organo grandioso! ne percepivo la forza e la possanza provenire da quelle mutande pingui, così v’entrai. Luca mi guardava ancora con lo sguardo sonnacchioso, mentre gli massaggiavo i testicoli; poi m’aggrappai e m’alzai assieme a lui per metterci finalmente a sedere e uscire così da quel talamo di coccole.
Prima d’aprire la porta, Luca mi si accostò e abbracciò strettamente: – Dai, che andiamo… –.
– Mhmm così…! – disse dolciotto, facendomi intendere che voleva ci andassimo così in bagno: insieme e abbracciati, ed ebbe iniziò il nostro walzer sonnambulo verso la porta del bagno; ma che aveva quel primino stamattina da essere così coccoloso?
– Te lo tengo io? – dissi avvicinandomi a lui, già vicino alla tazza.
– Certo! – rispose contento della mia proposta abbassandosi le mutande; ma sempre duro ce l’aveva! Glielo abbassai verso la tazza, poi lui s’inclinò ulteriormente per puntarlo meglio, appoggiandosi alla parete.
– Ma come fai? – gli chiesi.
– Beh, mica è sempre così! – ma allora solo io avevo la “sfiga” di beccarglielo sempre duro! Aspettammo secondi, ma non usciva ancora niente: – Beh, allora…? –.
– Eh… devi pompettarlo un pochettino! – disse mimando.
– Dai muoviti! – o gliel’avrei data io la pompatina, ma non come se l’attendeva lui…! poi il flusso fluì; non so perché, ma mi dava una gran bella sensazione sentire quel fluido scorrergli dentro: le vibrazioni, il fluire, mi comunicava un gran senso d’energia; poi sgocciolò: – Scrollalo! – mi disse.
– Beh, non solo…! – glielo scappellai per tamponarlo sulla punta con la carta igienica.
– Ma fai sempre così? –
– Certo! – non era vero…
– E adesso me lo lavi? –
– Certamente! – quello sì, che lo facevo sempre quando lui veniva. Lo accompagnai sul bidè e mi abbassai su di lui; mi piaceva troppo tenerlo così: tutto rannicchiato in me, e vedere il suo lungo bigolo stagliarsi sul lucido bianco della ceramica e, se era possibile, sembrare ancora più lungo. Ormai il suo coso, la mia mano e io eravamo una sol cosa, e invece di lavarlo, lo masturbavo; ma non mi sarei mai permesso di farlo venire: perché non mi sarei mai perdonato di sprecare il suo prezioso liquido bianco giù lo scarico del gabinetto; così mi fermai. A glande scoperto lo lavai in punta di dita, mentre Luca godeva: – Dai, basta! – purtroppo toccava a me porre fine al suo godimento.
– Tu non fai pipì? – mi chiese. Ti sarebbe piaciuto, eh…? ma in tutti i modi non sarei mai riuscito a mingere con lui che me lo teneva.
Scendendo, trovammo Ronfone rannicchiato sul divano e ci tuffammo a coccolarlo: o meglio lui lo coccolava, io mi limitavo a guardarlo mentre lo accarezzava, ammaliato dalla sua splendida personalità mattutina, che risaltava in quel completino azzurrino; poi li lasciai soli sul divano: – Io vado a farmi un caffelatte! – dissi.
– E io? – chiese Luca sopraggiungendo con la voce da primino abbandonato.
– …e per te ho preparato dell’Orzo Bimbo in biberon! – risposi provocatoriamente con quell’immagine che mi suggeriva il suo aspetto in quel momento; ma Luca non obbiettò: si mise a tavola e mi guardò con lo sguardo d’attesa. Lì per lì pensai che veramente s’aspettasse dell’orzo bimbo in biberon, e già me lo fantasticavo la domenica mattina sul divano di casa col biberon e l’orsacchiotto nell’altra mano, ma rifiutai l’ipotesi: – Allora… cosa vuoi? –.
– Mah…, non ho molta fame stamattina! –
– C’è dello yogurt… –
– Va bene! – annuì per farmi contento.
– Al cocco… – annuì nuovamente, e così portai il suo yogurt e la mia tazza in tavola. Non me ne ero reso conto, ma ero diventato estremamente servizievole verso quel primino, alla faccia del suo monito materno…, ma che ci potevo fare se a me piaceva così? a me sembrava una specie di fratellino, e mi veniva spontaneo occuparmi di lui amorevolmente; vedendo, però, Luca mangiare quella quantità bianca entrargli in bocca, mi venne in mente un’insolita idea. Misi da parte la scodella e presi un altro yogurt, sempre al cocco: – Mangi ancora? – mi chiese lui, che già aveva finito la sua colazione.
– L’hai mai fatto “alimentare”… – gli feci intendere maliziosamente cosa, leccando la copertura alluminica del vasetto; Luca immediatamente si alzò in piedi e s’irrigidì di fianco a me con un cipiglio che sembrava dire: «fai di me, ciò che vuoi!». Gli abbassai le mutande, mostrando quella banderuola in forza dura, e poi gli carezzai le palline: aveva un’erezione degna del miglior alzabandiera in prima mattina; e poi presi quella cappella nuda e la immersi dentro quel cremoso liquido bianco con fare da chef. Luca subito emise un grido per il freddo, ma dentro la mia bocca… il caldo, il freddo, il granulare, il liscio del glande: tutto era sublime, persino il caldo della sua asta nella mia mano contribuiva a quel mix d’antitetiche emozioni nel formare la formula alchemica del gusto perfetto; e poi ricominciai: ahm... Ogni volta che l’intingevo il suo corpo fremeva di un brivido di freddo, e poi lo riacclimatavo ospitando nella mia gola come un lungo termometro penieno; quando lo yogurt scemò, lo strusciai contro le pareti circolari del vasetto dando al suo corpo un altro tipo di riverbero di godimento. Finito quell’ennesimo gioco erotico, Luca parve non farcela più a trattenere il suo sperma in corpo, e chiedeva a me tacitamente di toglierglielo; – Dai, vatti a mettere sul divano! – gli suggerii, che presto sarei arrivato. Sparecchiai la tavola, ma sistemando le sedie notai però una strana macchia di sporco per terra a forma del suo sperma, ma era soltanto yogurt; non c’era tempo, però, per pulire: il mio primino era di là che m’invocava, segretamente…, ma m’invocava; Luca arrivo… o mio piccolo primino! Corsi subito da lui, che già si stava stuzzicando quella turgida mazza con la sua mano; gli diedi il cambio: – Ti piace, eh… –.
– Quando me la fai tu, è più bello… – commentò.
– Eh… certo, è la mano di un altro! – in realtà era perché ero io bravo.
– Mm…? – non capì.
– …è come quando ti fai solletico da solo; non ci riesci! –
– Io ci riesco! – disse– proprio qui! – e m’indicò il suo inguine.
– Sì, va be’…, – incominciai allora a carezzarlo proprio lì: – diciamo, allora, che è come quando cerchi di farti le carezze da solo: non ci riesci; ci vuole la mano di un altro! – e così era per una sega…
– Comunque era meglio prima! – disse.
– Quando? –
– Sul bidè… –
– Aah! Beh… lì perché te lo tenevo, come te lo tieni tu solitamente! sei destro, no? Voltati! –e quel primino col fallo sempre in tiro si voltò: – Vedi! così è come te lo meni tu! – fra l’altro anch’io mi trovavo meglio a masturbarlo così: con la parte ventrale nel palmo e la dorsale a favore del pollice.
– Però, io lo prendo più su! –
– Come… così? – l’agguantai al glande.
– No, un po' più di prima! –
– Così? –
– Sì! –
– È come me lo meno io! – col pollice appena sopra la corona del glande: così da stimolarla sia in andata che in ritorno, e intanto lui stragodeva! dopo d’un po' però mi stancai di masturbarlo solamente: quell’odore di maschietto che m’invitava a metterlo in bocca: – Se vuoi andiamo oltre… – dissi per tentarlo, ma Luca mi disse che ancora non voleva venire (?), così decisi di salire: – No, voltati di là! –.
– Ma c’ho il coso! – indicò lo schienale che avrebbe a ostruirgli la visuale davanti.
– Ma fa lo stesso… – tanto ero io che dovevo coccolarlo, abbracciandolo in quella insolita posizione. Incominciai a stringerlo, a respirarlo sui suoi capelli biondi, che ancora sapevano di balsamo, e poi, per avere un maggior contatto con lui, andai sotto la sua canottiera a carezzarlo, ma sentii subito un brivido di freddo: – Luca hai freddo? –
– No! – disse lesto, come se non volesse farmi preoccupare, ma io lo strinsi ancora di più; era in quei momenti che sentivo che sarei potuto diventare una belva, se solo gli fosse accaduto qualcosa, e quasi temevo quella parte di me.
Mi risvegliai con Luca addormentato sul mio braccio e un cruccio per la testa: dovevo far sparire quelle tracce di lui, della sua permanenza; così mi alzai: – Dove vai? – mi chiese lui con la voce da primino in timore d’abbandono.
– Tu sta qui, che io devo fare delle cose… – lo accarezzai ulteriormente sulla schiena, gli sistemai il colletto, e quasi gli avrei dato un bacino prima di lisciarlo, se solo la timidezza non mi avesse impedito anche quel casto bacio sulla tempia. Andai in cucina a cancellare quelle tracce in simil-sperma di lui, e poi mi ritrovai a spazzare tutta la casa per fare anche bella figura coi miei, ma notai che tutte quelle tracce briciolose di lui dal tappeto non volevano andarsene; come se non bastasse, pensai anche che in giro potesse esserci qualche pelo pubico di lui, dopo tutte le seghe che gli avevo fatto: e il biondo di Luca è inconfondibilissimo; così pensai di passare l’aspirapolvere. Davanti a quel primino dormiente, montai l’arnese aspiratutto e, anche se di schiena era carino, pensai più volte tampinarlo mentre aspirarlo, ma, non appena mi muovevo mosso da quell’intento molesto, desistevo: intenerito da quell’aspetto indifeso, conferitogli dalle pieghe morbide del suo pigiama azzurrino. Nel frattempo si era pure voltato e ora dava a me la sua prospettiva genitale migliore, che io non potevo fare a meno di guardare: ma che ci potevo fare io, se quella zona di lui era più appariscente d’una ruota di pavone! tutta l’attenzione del mondo circostante, sembrava gravitata da quel punto fisso; e lui, secondo me, se n’era accorto, perché non perdeva tempo per metterlo in mostra mentre si stiracchiava.
Mi avvicinai a lui per smontare l’aspirapolvere, e mi sentii pizzicare sul gluteo: – Ma allora non stai dormendo! – gli dissi voltandomi e beccandolo con l’occhietto socchiuso: – Ah, sì… – faceva finta di niente, e riaccesi l’aspirapolvere: wo… wo… wo… faceva il bocchettone tappandosi col suo pube: – Allora, ti svegli? – continuavo a tamponarlo: – Veh, che te lo aspiro…! – lo minacciai tirandoglielo fuori.
– Meglio! Così me lo allunghi! – disse scaltramente; ma non ti basta mai! Allora quel lungo pene finì interamente nel tubo aspiratutto: lo ciurlai, lo menai, lo vibrai e quando finii Luca mi disse che era meglio la sega; ma cosa dovevo fare per sottomettere un primino del genere? Subito mi abbattei su di lui con crisi semisterica, poi lo spompinai selvaggiamente con una foga spompinatrice che mi sembra di essere un’idrovora di bega, così come lui lo era stato di coccole; ma mi resi conto in quel momento che gli stavo dando l’ennesima vittoria..., però era contato succhiare quella verga fino in gola: era come se il suo pene avesse resettato il mio animo toccando il mio punto nevralgico. Quando mi calmai, mi sdraiai accanto a lui a masturbarlo; ma mi tirò subito fuori l’uccello per confrontarselo col suo: – No… non è cresciuto! – disse con sicumera, poi iniziammo insieme una masturbazione vicendevole. Ero affascinato da quella personalità incrollabile, da quel primino inossidabile che quasi guardavo negli occhi e mi sentivo proiettato verso di lui, verso le sue labbra, ma la timidezza mi frenava: – Scusa, se t’ho svegliato prima… –mi scusai.
– Fa niente… tanto mi piaceva! –.
– Cosa? –
– Il rumore dell’aspirapolvere…, mi piace! da piccolo dormivo sul divano quando mia mamma passava l’aspirapolvere o la lucidatrice… e lo faccio anche adesso… –
– Sei tutto matto! – gli dissi, ma io dovevo solo stare zitto, che a e piaceva dormire la domenica mattina d’estate quando mio padre passava il tosaerba in giardino.
– Luca, allora… andiamo a mangiare? – dissi dopo un bel po' che oramai ci spupazzavamo.
– No, dai… non ho fame, stiamo ancora un po' qui! – disse con la voce da primino voglioso si coccole, ma doveva rendersi conto che presto avrebbe dovuto andarsene a casa.
– Però alle 3:00 vai, eh… –
– Perché? –
– Perché arrivano i miei! –
– Non devono sapere che sono stato qui… – così mi piaceva: perspicace!
– Eh…! –
– È per quello che facciamo? – disse, poi cadendo in un silenzioso imbarazzo anche con gli occhi; non mi sarei mai aspettato che fosse arrivato a una domanda del genere.
– Eh… sì! – farfugliai.
– Però non c’è niente di male… – chiese col tono vagamente interrogativo, come se chiedesse una rassicurazione morale.
– No! –
– Ma tu cosa provi? – disse ancora senza trovare il coraggio di guardarmi.
– Cosa… –
– Quando lo metti in bocca…. – eh…, bella domanda!
– Eh… eh…, …e tu? – che prima di chiedere, rispondesse lui!
– Boh! – fece un boh di circostanza ancora con lo sguardo mesto.
– Ti piace… – tentai d’imboccarlo.
– Mm…? – finalmente mi guardò.
– Cioè non ti spiace, non ti fa schifo… –
– Beh, no! –
– Ti piace, insomma… – mammamia, che fatica per fargli dire quella benedetta parola!
– Sì…, – evviva, l’aveva ammesso!: – perché so di farti star bene… – ma che caruccio…: lui mica mi succhiava perché gli piaceva, ma perché mi faceva «star bene»… basta! toccava a me porre fine a tutta questa ipocrisia.
– A me invece no, a me piace proprio! – Luca mi guardò stranito, come se avessi finalmente scardinato un tabù proibito.
– Ti piace… – ripeté disorientato.
– Sì, sentirlo in bocca, quel senso di pieno... intendi? – insomma, e poi anche lui l’aveva provato: – A te no? –
– Beh… sì! – ammise: – …ma lo sperma? – aggiunse dopo un po'.
– Anche quello! – affermai io.
– Sì, vabbé…, allora anche la piscia…! – disse col tono polemico come se non avesse voluto sentire anche quell’ultima ammissione così chiaramente, per non far sembrare tutto la discussione fin troppo scontato e autoassolvente.
– Ma che c’entra…, mica puoi paragonare un prodotto con uno scarto! –
– Un prodotto… –
– Sì, un prodotto! –
– E che differenza c’è? –
– Che la piscia la scarti, perché se no ti fa male, lo sperma no! il tuo fisico lo produce, è come il sangue, …è un prodotto nobile! – e su quel nobile Luca mi guardò un po' perplesso, poi tacque come se le mie parole lo avessero in parte convinto, ma stette ugualmente meditabondo a fissare il soffitto. Nella mia mente le parole “scarto” e “sperma” continuavano ad associarsi inconciliabilmente: ma come avrebbe potuto essermi dannoso una cosa prodotta da lui nel momento del suo miglior godimento? certamente non poteva ch’essermi da toccasana per il fisico e lo spirito. Luca non pronunciò più parola, ma io lo diressi verso l’alto per cominciare a carezzarlo su quell’addome piatto: lo trovavo intrigante quel ventre liscio, così morbido al tatto, ma sotto tutta la sua salda sostanza quell’essere aikidoka; poi Luca mi chiese di carezzarlo più in basso… così finii per “carezzare” nuovamente quella doppia decina. Che bello tenere quel membro quattordicenne in mano: era quasi rilassante segarlo mentre guardavo il suo nobile profilo concentrato per non venire e poi quel pinnacolo di carne rivolto verso l’alto con la sua forma stagliata e quella cappella affusolata, che ben si distaccava come forma dell’asta; sembrava quasi di tenere in mano il comando delle sue emozioni: ma come si faceva a non masturbarlo?
– Luca, ma tuo cugino non ti ha mai segato veramente? – chiesi di quell’aspetto che ancora mi sembrava sorprendente nella sua vita!
– No! –
– Come mai? –
– Diceva che gli facevo impressione! –
– Perché!? –
– Perché diceva che ce l’avevo già lungo come il suo ed ero più piccolo! – che stupida scusa!
– Tu però gliele facevi? –
– Non più! – disse per sottolineare che ormai era un fatto passato; però ora bisognava farlo venire.
– Sei bagnato! – assodai scappellandolo.
– Non sono mica una femmina! – ribatté, alzandosi ugualmente a guardarlo.
– Ma anche i maschi si bagnano, sai… è lubrificante! Dai, che ti faccio venire! –
«No!» stette per dire, ma lo fermai subito; i primini sono fatti per godere e venire, e anche Luca non poteva sottrarsi a questo dovere. M’inginocchiai giù dal divano e, come un sacerdote intento nella sua liturgia, lo riscappellai infilandolo tutto in bocca; non mi capacitavo di come il cugino si fosse sempre rifiutato: per me era inverosimile, anzi tra cugini mi sembrava quasi scontato, io non avevo cugini, ma se mi fosse capitavo, non mi sarei di certo rifiutato, perché nella logica familistica spetta al più grande istruire i più piccoli. Luca godeva e i suoi gemiti sottili si diffondevano per l’aria costruendo un leggero sottofondo, ma c’era qualcosa di diverso da ieri: i suoi versetti mi sembravano più tenui, eppure godeva… perché presto del suo siero mi sentii riempire. Continuai a ciucciarlo fino all’ultima stilla, poi guardai il suo volto beo: era dolce, veniva voglia di baciarlo oltreché accarezzarlo, ma con tutta quella luce proprio non ce la facevo, così mi posai sul suo sterno, a dormire come lui desiderava dall’altra sera.
Mi svegliai, con Luca che m’arricciolava i capelli: – Che fai… – dissi: – mi fai i tirabaci!? –.
– Mm…? – m’interrogo lui
– I tirabaci…; questi! – gliene feci uno con una ciocca della sua fronte; che bello carezzarlo con quei pretesti diversi, poi chiese se poteva farmi venire e ci scambiamo di posto. Luca, invece di scendere in ginocchio, si mise tra le mie gambe a segarmi: – Dai, Luca, non c’è tempo! –.
– Uffa…! – disse scocciato per la fretta che gli avevo messo.
– Ma guarda! – l’orologio segnava un’ora che era ormai già troppo tarda per venire, e per giunta noi eravamo ancora tutt’e due in pigiama, ma Luca cominciò a fellarmi. Sentivo il suo succhio, la sua testa gli tenevo, ma la mia mente era occupata dai pensieri dei miei che presto sarebbero arrivati, già me li vedevo: entrare da quella porta e beccarmi con quel biondino che mi fellava in pigiama; non ci riuscivo a concentrarmi, non ci riuscivo a venire: mi sentivo in ansia; poi Luca mi disse polemico: – Sì…, ma se anche tu non ti applichi! –.
Dovevo applicarmi…, adesso l’orgasmo era questione di “applicazione”! e poi che cosa avrebbe fatto: mi avrebbe dato i voti!? – Dai, Luca è meglio che vai! – gli dissi scomparendo il mio pene, scocciato per la sua affermazione!
Luca restò in ginocchio a squadrarmi, mentre mi ricomponevo il pigiama: – Aspetta! fammi almeno vedere Niki prima! – cercò di riguadagnare la situazione; andai a recuperare il gatto come al solito, raggomitolato in una scatola sulla via della cantina in una forma dalla rotondità perfetta.
– Toh! Guarda il micio bello! – dissi ricomparendo.
– Ciao Niki! – lo vezzeggiò subito: – Ma fa le fusa! –.
– Eh certo, se gli fai le carezze… –
– Mah, bello! – cominciò di nuovo coi suoi acuti che m’infastidivano le orecchie: – Mi dai i bacini, eh… – gli porse la guancia.
– No! non li dà i bacini! – gli sottrassi il gatto: – Glieli devi fare tu! – e glielo riporsi come se fosse una gentile concessione, visto che Niki era mio! così Luca incominciò a sboffonchiarlo simpaticamente sulle gote, ma io, ingelosito da tutte quelle coccole prestate al gatto, lo lasciai andare con la scusa che voleva scappare; Luca nel frattempo mi aveva riacceso un’eccitazione pazzesca! Brrrr… ma che cosa stavo pensando: presto sarebbero arrivati i miei! – Dai… che ti accompagno! – decidi in quel momento di riaccompagnarlo, per affrettare il suo ritorno a casa.
***
– Ma dov’è! – disse Luca rovistando nella sua cartella: era divertente vederlo con indosso solo quella canottierina sottile, che gli faceva un fisichino che ancora non aveva; improvvisamente mi era venuta voglia di saltargli addosso, ma ancora resistevo. Poi s’infilò i pantaloni e parve come rendersi conto, solo allora, d’avervi ancora dentro il portafogli nella tasca posteriore: – Spetta… ti pago la pizza! – disse portandosi la mano dietro.
– No, lascia! – lo fermai prontamente: non saranno mica stati i suoi 5 euro della prosciutto e funghi a mandarmi in rovina… ma già che c’ero ne approfittai per infilargli la mano nella sua patta, lasciata aperta: – Però, fammi prima salutare Gianluca! – gli dissi, visto che lui mi aveva chiesto di salutare Niki.
– E non solo… – alluse Luca con la faccia furbettina al fatto che mi stavo addentrando piuttosto in profondità…
– Eh, bisogna! –
– Come si chiamano? – chiese un ripasso
– Mmm… – non me lo ricordavo: – Leoluca e Pierluca…? –
– Sììì… vero! Leoluca quello destro… –
– Eh… seh! Ernesto e Callisto! –
– Mm…? – non conosceva la citazione.
– Lascia stare… – non avevo voglia di spiegarla, lo spinsi contro il mio letto e lo sdraiai, sfilandogli poi quel magnifico uccello. Lo menai, lo sferzai, lo scappellai, e infine l’infilai tutto in bocca: il bello di avere a che fare con un uccello così lungo, era che potevi afferrarlo con entrambe le mani e avere ancora quella cappella da ciucciare comodamente. Luca vociava il suo godimento; – Bravo! Bravo! – l’incitai: – Grida! – e poi ripresi a ciucciarlo; Luca allora buttò indietro la testa e cominciò a urlare con tutto il fiato che aveva in corpo: sembrava che avesse trovato nuova vita e presto riirrorò la mia bocca con nuova linfa. Continuai a ciucciarlo sino in fondo, questa volta per sentire i suoi veri gemiti d’orgasmo, perché quelli di prima non mi avevano convinto, e poi mi sdraiai accanto a lui a carezzarlo sul suo pene tumescente.
Era stato bello: finalmente l’avevo liberato, perché il suo grido ora mi aveva convinto; ma che voleva fare…: Luca mi accostò, buttandomi la mano sul pacco, e mi sorrise: – Adesso tocca a me! – disse e con un balzo scattò in piedi, liberandomi freneticamente l’uccello. Cosa dovevo dirgli… era strabello sentirsi sbottonare la patta da un primino violentatore, che ora mi stava già succhiando l’uccello! Capii, in quel momento, che non potevo più sottrarmi dalle sue grinfie, o meglio dalla sua bocca, e che dovevo per forza farmi venire: cancellai dalla mia mente tutte le preoccupazioni di prima, e riuscii finalmente a immaginarmi la sua lingua sul mio glande che mi succhiava, ed ecco venire… ecco quell’orgasmo anche se frettoloso, comunque stupendo; e urlai a Luca di non smettere di farmi venire se voleva veramente farmi “star bene”, doveva darsi da fare…
***
Guardavo Luca felice per il garino appena fatto nello specchietto retrovisore: mammamia, com’era bello! stasera sarebbe stato difficile addormentarsi senza di lui con me nel letto…, senza il suo tenero corpicino da stropicciare. Mi sentivo melanconico ora, che andavamo per quelle vie di campagna, per allungare la via di casa; ma mi fermai…
– Io mi fermo qui! – dissi arrestando il motore.
– Perché…, vieni a casa con me! –
– No, voglio fare un giro da solo… – dissi volgendo lo sguardo da un’altra parte
– Va bene… a domanti! – disse Luca salutandomi; io inizia a singhiozzare, mentre lui si allontanava: sentivo che quel lungo week-end sarebbe stato difficilmente replicabile, sentivo che dopo quei tre giorni magici mai saremmo riusciti a ripetere un’esperienza simile, perché qualcosa tra noi era cambiato…; in meglio… in peggio… non saprei proprio dirlo, sapevo solo che mentre diventava un puntino lontano nell’orizzonte della Padana che oramai andava all’imbrunire, avevo soltanto voglia di piangere nel ricordo di quei tre giorni passati insieme correndo solo verso il tramonto.



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4 commenti:
complimenti complimenti complimenti continua così!!
(ikky)
godo! :D
Ma quando pubblichi il prossimo?
SENZA PAROLE
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