Sabato pome
A Luca squillò lungamente il telefonino: era sua madre per il report della giornata; e pensare che io ai miei avevo detto di non telefonare nemmeno o me ne sarai andato di casa, se non si fidavano di me per un week-end almeno… lui invece non ne sembrava minimamente infastidito, neanche mentre gli toccavo il pacco durante la telefonata: segno evidente del suo essere cinno perverso.
– Tieni! – mi disse.
– Perché? –
– Ti vuole parlare prima di metter giù… –
– Pronto… – che strano dover rassicurare sua madre che tutto andava bene: mi sembrava di essere investito di un incarico più grande della mia età; poi finimmo la conversazione con una gran risata, che a Luca non andò giù!
– Che ha detto? – disse infastidito.
– Niente… mi ha detto di non viziarti! – poi gli diedi una scapigliatura alla sua capa e mi voltai; ma mi sentii trattenere alla spalla e un tinnio da dietro.
– Adesso ti metto questo! – mi disse mostrandomi il collarino di Niki lasciato ieri sul tavolo: – …così non mi fai più gli scherzi come ieri sera! – dichiarò.
– E dove me lo vuoi mettere? – chiesi provocatoriamente.
– Te lo voglio mettere qui! – mi afferrò improvvisamente il pacco.
– Sì… e io, secondo te, sto tutto il giorno con l’uccello di fuori per farmi sentire da te! Da’ qua! –presi il collarino e me lo legai al polso: – Toh… va bene così? –.
– Mm! – assentì soddisfatto, ma che primino impertinente che era oggi!
Prima di pranzare decidemmo di farci il bagno: – Giù o su? – chiese.
– Su… su… qui abbiamo soltanto la vasca! –
– Idro…? –
– E tsé… secondo te ci abbiamo l’idromassaggio! – non avevamo mica tutti quei soldi!
– Io ce l’ho… – disse altero.
– ...e com’è? –
– Bellissimo, è rilassantissimo… ti rilassa un casino! –
– E quante volte lo fai? – visto che sembrava un habitué!
– L’ho fatto due volte:… – (-_-') – …una quando abbiamo messo su la vasca… l’altra quando sono andato all’Aquafan; sai dopo mia mamma a casa vuole che pulisca la vasca… –.
– All’Aquafan…! –
– Sì… c’hanno dei getti potentissimi! ci sono andato con dei miei amici l’anno scorso … – mmm… come l’odiavo quando faceva il primino di mondo e raccontava fatti in cui non c’ero: se solo fossi tornato indietro, avrei passato con lui tutta la mia vita! – …a loro gli si gonfiava tutto il costume… – evidentemente avevano il boxer… – …e a me a momenti me lo strappava! –.
– Eeeh… –
– Giuro, una ragazza quasi me lo vedeva! – se continuava così… finiva che lo picchiavo: già mi dava fastidio che parlasse di “altri” – che non ero io – in termini di amici, se poi pensavo a quella…!
– Dai che andiamo! –
Luca portò in bagno il suo cambio, poi chiese a me di portargli le mutande, che lui stranamente si era dimenticato…; così frugai tra la sua roba: non appena le vidi, m’immaginai in quella conchiglia peniena il suo malloppo genitale e iniziai a masturbarmi, anche a costo di parirgli un maniaco con quelle mutande in mano qualora fosse entrato beccandomi sul fatto.
Sistemato il box, mi ritrovai quel primino titubante alle spalle: – Ehm… – esitò: – lo facciamo insieme? – mi chiese; ma che domande…
– Certo! – secondo lui mi facevo scappare l’occasione di un bel primino sotto la doccia, come lui: – Dai spogliati! –.
– Aspetta! – mi disse con lo sguardo da proposta indecente: – assieme… – voleva che ci spogliassimo reciprocamente.
– Ma va’, dai… – mi sembrava troppo persino per lui, e mi levai le mutande davanti a lui mostrandogli il mio pene che lo puntava come una bacchetta da rabdomante.
Finalmente nudi, un’altra volta l’un davanti all’altro come le nostre genitrici ci avevano fatto: quel primino stava lì, con la sua ventina diritta e le braccia conserte per darsi calore; intenerito da quella scena, lo abbracciai sentendo tutta la sua minuta fisicità e quella massa dura premermi contro il bacino: gli massaggiai la cappella, poi lo portai dentro la doccia menandolo per l’uccello. Mi girai per regolare il flusso e quel primino intirizzito mi si strinse contro, in cerca del mio calore, facendomi sentire anche la sua verga robusta come una striscia bollente tra le natiche: fu una sensazione imbarazzante, ma scommetto non voluta; finché fu l’acqua a riscaldarci.
Riabbracciai Luca così da insaponargli la schiena: era così bello stringerlo nudo e poterlo accarezzare…, poi fu lui a insaponarmi mentre i nostri peni si cozzavano; per tutto il tempo nessuno dei due era sceso sotto la linea ideale della cinta, quasi per non risvegliare i nostri istinti ma ora era giungo il momento di scatenarli, visto che avevo la sua verga in mano. Lo accarezzai lungo quella colonna di carne che stava sotto l’ombelico, poi discesi e dissi: – Ora, però, ci occupiamo del grillo! – allungandogli lo shampoo; intanto che lui si occupava della sua nuca, io mi sarei occupato di Gianluca, ma preferì la mia. Mentre contemplavo, dal basso, quella maestà pubica, Luca mi frizionava i capelli, facendomi venire in mente quelle immagini di lui all’Aquafan, e subito mi buttai con la faccia contro quella verga, figurandomi d’essere, ad una ad una, tutte quelle mille bollicine kamikaze, che gli si scagliavano contro modellandone sul costume la sagoma del pene. Che rabbia! e che voglia di farlo venire, per via di quei racconti; non appena il balsamo schiumò, glielo scappellai con forza infilandolo in bocca per punirlo di quella ragazza che «quasi [glie]lo vedeva»! Luca non doveva raccontarmi certe cose, specie se i soggetti erano femmine; perché lui era mio! …mio! …e soltanto mio! e quel pene, che ormai era perfettamente pulito, non poteva essere d’altri, se non soltanto mio. Tornai da lui tirandogli qualche ultimo colpo di sega, mentre con la faccia mi guardava grato; poi Luca s’accovacciò guardandomi con un ghigno vago e approssimandosi ai miei maroni: avevo capito… non potevo sottrarmi, perché lui era il mio principe, primino e padrone, e, se voleva, io dovevo starci! Chiusi gli occhi e, implorando al cielo, mi prepara a quel supplizio del marone con cui lui si sarebbe dilettato, ma mi sentii leccare lo scroto: la sua lingua mi salì tutta la verga. – Credevi… eh? – mi disse e poi mi masturbò; quel magnifico primino che scherzi mi faceva… poi presi una manciata di shampoo e gli insaponai la testa; lo accarezzavo, lo coccolavo e intanto lui mi ciucciava la bega: – Luca, dai… – gli dissi: – continuiamo stasera… – e riaccompagnai su per lavargli il capo. Incorniciai quella faccia d’aureola tra i miei avambracci; poi l’afferrai tra le mani e m’avvicinai a lui con lo sguardo ringhioso: Luca non poteva neanche immaginare, certe volte, la violenza delle emozioni che mi produceva! e non avrebbe mai potuto…
– Dai, Luca, scrollati l’acqua di dosso! – gli dissi chiudendo il rubinetto: di acqua ne avevamo sprecata già troppa!
– Perché? –
– Perché ci dobbiamo asciugare! –
– Appunto… – mi disse, come per dire «che lo facciamo a fare…».
– Sì, ma dopo m’inzuppi l’asciugamano! Su… – e mi scrollai l’acqua di dosso per dargli l’esempio, ma lui stava fermo, così feci io anche su di lui. Che bello passargli la mano su quel petto minuto, mentre il palpo ben aderente gli scivolava sulla pelle bagnata levandogli quelle goccioline che per una sorta d’affetto non gli si volevano levare di dosso; ma non potevo passare così troppo tempo lontano da quella turgida tentazione, che ogni passata del suo corpo tornito mi ricordava al tatto e alla vista: – Tu aspetta qui! – gli dissi, uscendo dalla doccia.
– Brrrrrr… sbrigati! – e quando tornai con l’accappatoio indosso: – …e l’asciugamano? –.
– Ma che asciugamano! tu vieni qua! – gli aprii l’accappatoio davanti e lo accolsi con un abbraccio nel mio manto azzurro: lo tamponai per bene e lo strinsi contro il mio corpo; volevo sentirmelo tutto il suo coso e lui abbracciato a me. – Tutto bene? – gli chiesi e un «sì» uscì dal mio petto, che per me era quasi fare l’amore con lui; – Allora seguirmi! – e a passetti brevi ci dirigemmo alla specchiera: lui era il mio piccolo scaldotto personale, e io il suo. – Va ancora bene? – gli liberai finalmente la sua faccetta felice, che mi guardava vicina al mio petto.
– Sì! –
– Allora ti asciugo, voltati! e tieni ben chiuso! –
– Va bene… – ma com’era mansueto adesso, era come asciugare un biondo pulcino bagnato. Presi l’asciugamano e inizia a scompigliargli i capelli: mi piaceva troppo tenergli la testa tra le mani; mi dava la quasi sensazione di possederlo…
– Cos’è? – chiese, indicando un insolito oggetto sull’armadietto accanto.
– É un coso per massaggiare la testa! – e finito d’asciugarlo glielo passai come prova, mentre si scioglieva in un brodo di giuggiole; ma io avrei voluto fargli ben altro: massaggiarlo total - body col solo ausilio del mio pene turgido e dappertutto con quella mia appendice intima. – Mmm… – lo abbracciai per placare la mia scarica d’adrenalina che m’aveva appena istillato in corpo: – …adesso ti fono! –.
– E tu non t’asciughi? –
– No, io faccio così… – al naturale…, io i capelli non me li asciugavo mai; poi iniziai a pettinare suoi e a fonarglieli; per lui pure chauffeur ero… e sua madre che mi aveva detto di non viziarlo…: – Eh… aula! Finito! –.
– E Gianluca? – chiese.
– Ah, già vero… apri! – gli dissi riaccendendo il fon e finalmente anche il terzo inquilino rivide la luce. Luca abbassò il suo pene, così che incominciai a pettinargli anche la sua crespa capigliatura e a massaggiarlo con la punta della spazzola; era la prima volta che lo vedevo esattamente dalla sua stessa prospettiva: ma come faceva a sembrargli piccolo? visto che pure ora se lo confrontava nascostamente con la dimensione della spazzola… che testa di primino!
Mentre ci rivestivamo, Luca mi chiese di infilargli le mutande: – Ma va’ là, dai… – gli dissi: sia infilargliele che sfilargliele, mi sembrava ridicolo; poi scappai in cucina a porzionare le lasagne da mettere nel microonde. Lasciai a Luca l’onere di risistemare il bagno e quando ebbe finito mi raggiunse, ma lo trovai inspiegabilmente soddisfatto.
– Ma che hai? – gli chiesi mentre fischiettava ponendo i piatti in tavola.
– Le mutande… –
– Eh! cosa… –
– e… non ce le ho! –
– Come non le hai! –
– Senti…! – mi buttò in avanti il suo bacino; afferrai un’incredibile massa pastosa nelle sue braghe. – Naaaaaa… – non riuscivo a smettere di tastarlo: – Ma dove le hai? –.
– In camera! – affermò come un Pierino fiero della sua bravata.
– Dai, vattele a mettere! – io però non mollavo
– No, vieni anche tu! – mi disse, così dovetti salire per controllare che se le mettesse; non appena le prese fuori dal mucchio dei pigiami disse: – Mettimele! – e me le tirò.
– Dai infilatele! –
– No, mettimele tu! – e si abbassò i pantaloni sedendosi a culo nudo sul mio letto; certo che Luca quando voleva qualcosa, sapeva sempre come ottenerla: in questo caso il farsi infilare le mutande da me! Mi accovacciai tra le gambe trovandomi il suo pene davanti; gli infilai il primo occhiello, poi il secondo, ma quando giunsi in prossimità delle cosce, non ce la feci più: presi quel coso ritto che mi sventolava davanti, e lo smanettai con veemenza. Luca godeva come un matto: quel primino sembrava fatto apposta per godere alle mie seghe; ma le lasagne ci attendevano nel forno: – Certo che a te ti basta mai…– gli dissi, poi lo scappellai e m’infilai in bocca il suo pene per dargli una rapita ripulita dai suoi fluidi corporali, di cui già sentivo l’aroma, e quindi scappai in cucina, lasciandogli le mutande a mezza coscia da tirarsi su da solo.
– Caffè? – gli dissi prima di chiudere il pranzo lanciandogli una provocazione.
– Caffè... – ripeté esitante.
– Sì, caffè: liquido caldo, nero; intendi… Io lo prendendo, tu? –
– Va be’! – disse accompagnando con un cenno del capo, come se lo aiutasse a convincersi; gli portai la tazzina fumante che iniziò guardarci dentro, nel suo fondo nero; probabilmente si stava guardando, mentre bevevo, in quel riflesso negro che rivelava la sua metà oscura, cagione ora dell’azione che gli stava facendo in contravvenzione del divieto materno.
– Dai… – l’esorta e Luca si bagnò le labbra facendo poi una ghigna schifata.
– Bleh! Ma come fai…?–
– Cosa? –
– A berlo, è amarissimo! –
– E mettici dello zucchero, no… furbo! – Luca vi versò dentro una palata di zucchero: – Veh, che è caffè con zucchero, non zucchero con caffè… –.
– Uffa… eh! – mi rimbrottò…
– Su… dammi una mano a sparecchiare! – in due avremmo fatto prima e poi, se non mi sbagliavo, era il secondo pasto che si faceva a sbafo. Tutto andò liscio fino al primo piatto: lui passava e io lavavo, ma quanto tocco al secondo, sentii un tonfo tremendo di ceramica contro il pavimento; mi voltai e vidi un primino mesto dalla faccia colpevole e dei frantumi ai piedi. Lo guardai con condiscendenza: – Lascia stare, vah… – si stava abbassando per prendere i cocci.
– Ma… –
– Tu siediti, che per oggi hai già fatti fin troppi danni! – avevo pure una paura matta che raccogliendoli si fosse tagliato, rovinandomi ulteriormente la giornata.
– Dai, te lo ripago… – mi disse conciliando.
– Ma va’…! – non perché mi sentivo quasi offeso dalla sua, seppur, generosa proposta…
– Ma i tuoi poi … –
– I miei cosa…? – l’incalzai.
– …dopo daranno la colpa a te! – …lo disse come se un piatto rotto fosse chissà quel gran danno.
– e allora… che c’è? una volta mi avrebbero cinghiato, ma ora… – feci spallucce; volevo sconvolgerlo, prenderlo in giro per la sua tragicomica espressione, ma Luca mi prese in parola, quando mi alza lo vidi con la faccia turbata.
– Ma… i tuoi ti picchiavano? – mi disse con la voce preoccupata e un tono di terrore.
– Ma secondo te… – buttai vai i cocci: – Oh rinvieni… – mi guardava ancora con la faccia angosciata: – ma ci credi veramente? – che primino! gli avrei voluto dare un lungo abbraccio, talmente era tenero; ma mi sentivo troppo sdolcinato e corressi tutto con un bel fiammifero sulla sua testa a nocche nude.
Portai il mio primino turbato in salotto e mi accostai palpandolo nella “mia” sua zona anatomica preferita; mi venne in mente quella sensazione di prima: di quando lo palpeggiai senza altro sotto: – Luca… – gli dissi.
– Mm… –
– Mi faresti vedere mentre ti diventa duro? – era una fantasia che covavo da tempo.
– Sì… – mi disse senza obiettare: – … però siediti! – e mi spiegò che per farlo si doveva concentrare (?).
Mi sedetti, e Luca mi si pose davanti, a gambe aperte e con le braghe abbassate ma con la maglietta che ancora copriva bene il suo genitale, e mi spiegò che per farlo abbassare si doveva concentrare, quindi avrei dovuto alzarla soltanto quando lui mi avesse dato il segnale; s’immobilizzò a occhi chiusi, come in una sorta di training autogeno, a respirare: segno di quant’era dura, anche per lui, dominare la belva, poi mi fece il segno. Alzai la felpa, e così vidi finalmente il suo membro grazioso, che volendo stava all’intero della conca della mia mano, con quell’aspetto così impeccabile anche da mollo, con quel prepuzio che ricopriva perfettamente il glande e continuava anche dopo, abbondantemente oltre la linea dei maroni; lo toccai e subito s’allungò. In pochi secondi, vidi il suo pene completamente erigersi e, volendo, stare su anche perfettamente da solo, se solo non l’avessi masturbato; così mi alzai, e lo presi tra medio e indice e feci segno: – Taglia… taglia… taglia… tagliamo? – gli dissi.
– Ma perché me lo vuoi sempre tagliare? –
– Perché tanto non lo usi! –
– Ma lo usi tu! – touché… e senza neanche toccarmi; infastidito dalla sua arguzia, gli dissi di metterlo pur via, ma quando si voltò, eccitato da quella situazione, lo presi alle spalle e gli battei una goliardica pacca sulle palle: – Ma che bel pisellone! – gli dissi strizzando, e Luca gridò: – Ahia! – scappando dalla mia morsa: – C’ho le palle qui, io! – riprese incazzato e dolorante.
– Anch’io… – mica c’aveva il monopolio!
– Ma tu c’hai il cazzo davanti! – e mi tirò per ripicca un colpo verso il pube che per fortuna schivai; però… in effetti, l’impatto del colpo mi risultava piuttosto attutito, rispetto a quanto mi sarei aspettato senza “il cazzo davanti”…
– Oh, Luca scusa… scusa… – lo riabbracciai rammaricato da quella nuova consapevolezza in cuore, ma Luca ora se ne stava davvero approfittando; lo feci distendere sul divano per farmi perdonare, e accarezzandolo, laddove gli faceva male, gli dissi: – Ti fa male qui? – e lui «scì!» pronunciò con la voce di un bambino… boia d’un primino!
– Oh, povero…! – mi prostrai a baciargli le sue sferoncine doloranti, poi lo masturbai lungo quella prolunga di carne già dura come il cemento; ora mi chiedo: ma se lui se lo teneva verso il basso, quel coso, ben ripiegato sul davanti, tutto quel bendiddio, non si sarebbe forse evitato quel “trauma”? – Luca… – gli chiesi, dopo un buon quarto d’ora di segheggiamento: – ma perché non te lo tieni sul davanti? –.
– Cioè? –
– Come faccio io! –
– E… ma non ci sta! – mi disse in fretta; ma quello lo vedevo già da me: dallo sforzo che facevo per tenerlo verso l’alto mentre lo masturbavo…
– Ma da molle intendo… –
– Sì, ma non ci sta comunque, torna su da solo… – da solo…!
– Strano…! –
– Sì! e poi non voglio che mi vada verso il basso… – e fece un accenno al mio.
– Perché? –
– Perché poi mi diventa come il tuo… –
– …e allora! – il suo tono mi stava infastidendo!
– Beh… in su è meglio! – e quando mai lui non era nel meglio? – Gianluca è felice! – il che faceva del mio, per contrasto, un cazzo ontologicamente “triste”; ma perché continuavo a menarglielo? perché stavo lì a masturbarlo e per giunta con un senso di colpa per una cosa che, in fondo, non gli avevo fatto! Lasciai quel pene cadere sulla pancia, e subito sentii il suo paf all’impatto con l’addome: o che bel suono di carne contro carne…; lo ricaricai e rilasciai subito andare, per poi rifarlo di nuovo: mi stavo divertendo con la sua catapulta personale, finché Luca mi disse: – Ma ti diverti!? –. Mi sentivo come con mio padre quando mi beccava intento a divertirmi con gioco cretino: ero frustato perché ripreso da un primino… – Guardiamo un po' di tivù? –.
– Sì… –
– Allora mi stendo dietro di te! – ricomposi i suoi pantaloni per ritrovare un po' della mia dignità, perduta tra le sue pudenda, e mi distesi dietro di lui, che subito presi a coccolare. Stavo coccolando quel quattordicenne snello, quando con una carezza troppo maldestra scoprii il suo fianco, proprio dov’era l’infossamento della vita, e lì incominciai a carezzarlo; che bello digitarlo su quel tratto di carne nuda, che sotto percepivi in tutta la sua sostanziosa carnosità, quasi tosta direi, poi Luca prese la mia mano e se la portò sul capo. Lo accarezzai un poco intorno all’orecchio, tra quei fili sottili, poi scivolai sulla spalla, sul braccio, e in fine di nuovo sul suo fianco, a coccolarlo; ma Luca mi riprese la mano e se la ripose sulla testa: – Mm! – ribadì con fermezza, che poi voleva dire «qui!».
– Beh…, non ho capito!? –
– Accarezzami qui! – ordinò.
– Ma io voglio coccolarti qui! – riportai la mano sul suo fianco.
– e io voglio qui! –
– Ma io no… –
– Affari tuoi! mia mamma ti ha detto di non viziarmi! – e mi riportò la mano sul capo.
– No! Coccole! –rifiutati.
– Carezze! –
– Coccole! –
– Carezze! – si stava persino alzando per il nostro battibecco.
– A sì… – me lo caricai di peso sul mio corpo e sistemai sul petto, ribadendo: – coccole! – e adesso volevo vedere come faceva ad avanzare le sue pretese! ma Luca si adagiò buono con la testa sul mio petto a riposare. Mammamia quant’era bello: lo accarezza completamente sulla schiena con entrambe le mani; Luca era per me tutte e sette le meraviglie del mondo rinchiuse in una, più un’ottava indefinibile e incredibile, da cui prendeva spunto la sua magnifica personalità; sarei stato per ore immobile a coccolarlo, ma Luca mi chiese con tono gentile: – Alle… –.
– Sì… –
– Mi accarezzi per piacere sulla testa? –
– Ma certo! – come potevo dir di no se me lo chiedeva così…: delle volte mi veniva quasi da piangere a pensare che, per una diversa serie di coincidenze, avrei potuto mai incontrarlo in tutta la mia vita, e allora un gran magone mi prendeva, che solo un suo abbraccio mi poteva placare...
Drinnn…! drinnn…! ma chi è? Oddio… mia zia! – Luca, presto, svegliati! – lo scossi dal petto.
– Ma che c’è? – disse disorientato.
– Mia zia! –
– Tua zia… –
– Sì, beh… non proprio, te lo spiego. Su, alzati! – lo mandai in camera mia con l’ordine di non scendere giù, finché non fosse andata via; i miei non dovevano assolutissimamente sapere che lui era venuto da me! Sì, mi avevano detto di poter ospitare qualcuno a dormire, anzi era proprio stata la scusa per rimanere a casa da solo, ma tra le clausole non scritte c’era implicito che chiunque si fosse fermato a dormire, avrebbe dovuto avere almeno sedic’anni; e poi non mi andava di far sapere a loro, che proprio lui si era fermato...
Aprii a zia Cristina… che a dire il vero non era proprio una “zia”, anzi non c’era nemmeno parentela tra noi, ma era comunque diventata la Zia per la sua costanza durante la mia infanzia, oltre che per essere la mia madrina, nonché migliore amica di mia madre… forse tutto questo per la sua impossibilità di avere una maternità tutta sua; ma in quel momento la cara zia, era soltanto un’emissaria dei miei, una spia al soldo del controllo genitoriale, l’unico modo per essere esentato dal ricevere loro telefonate.
Terminata la visita, feci ridiscendere il mio piccolo esule dal suo breve esilio che subito mi costò il suo rimbrotto; Luca non poteva assolutamente accettare di essere censurato nella mia vita pubblica: dopotutto come poteva una piccola stella come lui accettare di essere eclissato? Ma per fortuna ci pensò l’intervento di gatto matto a salvarmi dalla sua querimonia; Niki entrò dalla porta con passo felpato e corse in contro, andando poi a intanarsi dietro il divano: – Ma che ha? – mi chiese.
– Che ha…, vuole giocare! –
– Davvero! – gli s’illuminarono gli occhi: – Pch…pch… Niki… – incominciò a chiamarlo.
– Devi prendere qualcosa per farlo giocare… Tieni! – gli lanciai un nastro che ultimamente usavo per farlo giocare, e incominciò la corrida: Niki si nascondeva dietro un mobile e poi andava verso il nastro, lo toccava e poi si nascondeva di nuovo dietro un altro mobile o le sedie nel salotto; Luca non l’avevo mai visto così divertito: non sapevo se da quello stupido gioco fosse più diverto lui o il gatto, ma io mi stavo annoiando. – Accendo la Play! – gli dissi, ma nono mi degnò d’uno sguardo… poi quando l’accesi, lo vidi arrivare di fianco sedendosi sul divano con la faccia in vena di scuse: – Non vuole giocare più… –.
– È normale, dopo un po' si stufa! – non era mica più un gattino, giovane sì, ma un micino no! Luca stette zitto qualche secondo e dopo mi propose un doppio: – No, adesso gioco io! – aveva preferito il gatto a me, e ora se ne sarebbe stato con le mani in mano; …anzi! Presi la sua tenera manina e me la infilai nelle mutande a massaggiandomi il genitale; ah, che goduria farsi massaggiare forzatamente da qualcun altro, poi con Luca mi pareva anche di esercitare un innocuo sopruso, che mi ripagava di prima; poi prese a farmelo di sua sponte: – Ecco, bravo! – almeno adesso avevo tutte e due le mani libere, e intanto che mi calavo i pantaloni per stare più comodo.
– Mi ricordi mio cugino, sai? – disse Luca dopo d’un po'.
– Perché? – un accostamento così sgradevole…
– Perché anche lui mi faceva segarlo, mentre giocava! – oh… poverino, non volevo assolutamente ricordargli dei momenti così turpi con quel prepotente.
– Toh, allora… – gli diedi il joypad.
– E tu? –
– Io gioco attraverso te! – me lo presi in mezzo alle gambe: – sei il mio servo-gioco! – lo sguardo di Luca si fece subito torvo, perché probabilmente male interpretò quel “servo-” per “schiavo”, e non per “ausilio”, come io intendevo! – dai… – lo accarezzai sul fianco cercando d’ingraziarmelo, ma Luca prese a giocare senza dir niente. Oh, che splendida sensazione toccare quel primino stizzito, che sembrava così fragile, ma che qualche volte si comportava così gagliardamente da parere invincibile; poi lo tamburellai sul retro: – Senti come suona vuoto! – .
– Sarai vuoto tu! – mi rispose scontroso.
– Ma non è un’offesa! Senti… Anzi devono suonare così! –
– Davvero? –
– Certo! vuol dire che sono sani! – quindi presi in mano la sua dura canna: – Allora, posso giocare? –.
– e come? –
– Attraverso di te: ti do i comandi… – e gli mossi Gianluca come un joystick per fargli intendere il paragone; Luca accettò subito divertito, ma più che giocare ero intento a masturbarlo, e secondo la nostra convenzione quello voleva dire «accelera!», quindi eravamo sempre fuori pista. – Uffa, ma sei una sega! – gli dissi, facendo come faceva lui quando m’incolpava di cose, sapendo benissimo che la colpa in realtà era sua; ma Luca non beccò: – Mmm… sì, sì! piuttosto vammi a prendere qualcosa da mangiare? –
– Ancora! –
– Ma io cresco… –
– Anche io, ma non vengo mica a scroccare a casa tua! Comunque ci sono delle banane, se vuoi… –
– Ma da te c’hai solo banane… – polemizzò…
– Oh, senti, ci sono quelle! –
– Sì… sì… va be’… vai! – mi sentivo pure mandato a cagare, ma in realtà voleva solo rimanere solo a giocare. Tornai da lui con una banana già aperta, e intanto io mi sedetti mangiandomi una merendina: – Bastardo! – mi disse.
– Hai voluto quella… e quella è! – finito di magiare, ripresi il gioco e incominciai giocare, ma non appena Luca finì, mi disse: – C’ho fame! –.
– A moh! e cosa vuoi ora? Veh, che sono finite! –
– Ma io voglio la tua! – e mi zompò addosso tirandomelo fuori: – Visto! – e me lo succhiò. Mi sdraiai con quel primino vorace in mezzo alle gambe e mi rilassai e godendomi la sua fellatio, mentre un gigantesco GAME OVER lampeggiava rossastro sullo schermo crashato; Ma che mi fregava? ero lì, inerme, con quel primino che mi continuava a segare, poi me lo scappellò: – Ma il filetto ce l’hai anche tu… – costatò con un filo di stupore.
– E… certo! – perché non avrei dovuto…
– Quasi, quasi… te lo rompo! –
– Oh… oh! – mi tirai indietro, ma lui non mollava la presa.
– Tranquillo: sto scherzando… – già… ma chissà perché di lui non mi fidavo….
– Dicono che sia la parte più sensibile! – gli giustificai il non farmelo rompere.
– Davvero? – e Luca andò con la lingua a stimolarmelo, ma non sentivo niente: – Ma tuoi amici quando li chiami? –. Già, loro…: – Dopo, di solito li chiamo sempre verso le 7:00! – solo che io non avevo molta voglia di chiamarli, ma gliel’avevo promesso che sta seta l’avremmo passata in loro compagnia.
– Birra? – gli chiesi mentre mangiavamo le nostre due pizze portate vie dal “Berno”, siccome già da un quarto d’ora me la fissava: io per lui avevo messo in tavola acqua e cola, ma forse si sentiva in vena di trasgredire ancora…
– Birra… – ripeté con fare incerto
– Sì o no? –
– Sì! – rispose con un motto d’orgoglio battendo il bicchiere sul tavolo per ribadire la sua intenzione, e allora ecco gliela! Luca stette un attimo a guardare quella bionda schiumarsi nel bicchiere finché non lo spronai; – Bleah… ma come fai a berla? – fece una smorfia schifata; io scossi la testa rassegnato: – Non sono un cinnazzo! – disse; ma come faceva a saperlo…. era diventato telepate?
– No… – versai il suo bicchiere nel mio.
– No! –
– E allora, sentiamo: quanto bevi? –
– Beh, non bevo… –
– E allora… –
– Cioè sì, a capodanno… e alle feste… – soggiunse.
– A beh… allora… – dunque Luca si riversò la birra nel bicchiere, e quinti bevve; così lo volevo quel primino: grintoso! a bere birra come un vero uomo; poi continuammo la conversazione con reciproche confidenze alcoliche. – Vieni qua! – mi disse: – …però non dirlo a nessuno… – e abbassò la voce come se anche i muri avessero le orecchie in casa mia: – …una volta, a casa di un’amica di mia mamma,… –.
– Eh… –
– …mi sono fatto fuori 12 cioccolatini, di quelli al liquore, in un’ora! – ma che evento!
– COSA! Ma sei un alcolizzato! – gridai ad alta voce scandalizzato.
– Sss…! ma non dirlo a nessuno! – e che cosa andavo a dire: che conoscevo un primino boeromane? Quei dodici cioccolatini, però, dovevano dargli ancora da fare, visto che da allora si comportò come un vero brillo, finché non andammo in camera mia a cambiarci; erano oramai le nove e mezza, ed era ormai chiaro che non avremmo chiamato nessuno né per uscire e né per stare in casa; ma meglio così! non avevo nessuna voglia d’uscire stasera, né di vedere altri.
– Che facciamo? – m’incalzò Luca mentre si stava levando i jeans, che mi avevano fatto venire voglia in pizzeria, con quel bel fagotto, di toccargli, d’infilargli dentro le mani davanti a tutti.
– Boh, non saprei… possiamo vedere un film! però mettiti il pigiama! – così stasera avremmo fatto prima….
– Va be’! – e con fretta priminica si cambiò, facendomi venire in mente che l’altra sera non m’aveva fatto dormire col suo moto notturno: – che pensi? – mi chiese il mio piccolo duca.
– Niente…, sull’opportunità di farti dormire stasera sul divano! –
– Perché? – disse quasi scandalizzato.
– Perché ieri sera non m’hai fatto dormire, e questa sera è l’ultima! –
– No, dai, ti prego… ti prego… ti prego… – disse giungendo le mani e buttandosi perfino in ginocchio con fare d’attore: – me ne sto qua buono, in fondo, giuro! – m’indicò la sponda del letto; e immaginandomelo tutto rannicchiato, come un gatto, in fondo al letto, pur di non dormire la notte tutto solo nel salotto, mi fece sorridere e accondiscesi; ma pensavo che fosse ormai già abbastanza chiaro, che se proprio qualcuno avesse dormito sul divano, quello sarei stato io, lasciando a lui il mio letto, poi aprii un cassetto.
– Ma sono film! –
– Sì, ogni tanto ne registro uno… – era un mio vezzo, poi Luca mi chiese un parere e la trama d’ognuno.
– e questo… – prese Maléne.
– È la storia di uno che si fa troppe seghe, come te! –
– Ha… ha… ha – mi disse col suo sorrisino sarcastico: in effetti, non era credibile come sunto, ma era proprio quello.
– Giuro: è la storia di uno, della tua età, che si fa le seghe tutto il giorno pensando alla Bellucci! –
– Beh, ora vediamo…! – mi disse col tono minaccioso, come se in caso contrario mi avesse fatto chissacché…
Mi sedetti sul divano con lui accanto, ma lo distesi subito per averlo con la testa poggiata su di me e tutto a portata di mano. Dopo le prime scene torride del film, Luca mi chiese che razza di film palloccoloso fosse quello; e, in effetti, non aveva tutti i torti: con tutti e soli quei toni afosi nel film! me l’ero chiesto anch’io la prima volta che l’avevo visto: perché non l’avessi cancellato subito riregistrandoci sopra; ma qualcosa in quel film mi aveva turbato, qualcosa che solo ora capivo, con lui vicino; infatti, tutto cambiò quando alla prima scena di tutti quei cinni allupati, seduti sul muretto, vedemmo quell’accenno di erezione gonfiarsi nei pantaloni del protagonista. Luca lo sentii muoversi e subito andai a controllare nei suoi pantaloni; non so perché, ma mi veniva spontanea una certa consonanza tra lui e il protagonista, non somatica ma fisica: nei modi e nella costituzione; probabilmente fu quello a far scattare in lui quella sorta di meta-simbiosi, per cui si stava sempre più coinvolgendo nel film, tanto che alla scena della conta dei pollici esclamò: – Così poco! –.
– Che cosa pretendi… è più piccolo di te! – e poi, semmai, era lui a essere “eccezionale”…
– Ma hai detto che ha la mia età! –
– Si fa per dire… –
– Comunque è poco! – asserì.
– Contiamo i tuoi…? – iniziai a contare: – Uno, due, tre… –.
– No, lascia stare! – si rifiutò di misurarlo coprendosi col panno, ma intanto io avevo conquistato il suo fallo nella mia mano. Iniziarono finalmente le scene hot del film: quelle allucinate di fedele descrizione morbosa di fantasie aliena di un pubescente in iena adolescenziale, le pruderie dissennate, i subbugli ormonali; e intanto io lo masturbavo, così come continuamente si masturbava il suo l’omologo nel film, e di gran gusto…! se io solo mi fossi segato così nel letto, avrei tinteggiato dappertutto, ma di più mi chiedevo come facesse Luca a resistere ancora. Sentivo il suo affanno, lo controllavo periodicamente sull’apice dello stato d’umidità, e insieme cercavamo, tra le scene di seminudo, qualche fotogramma con uno stralcio di mutanda, per capire veramente le reali dimensioni del protagonista. Al cinematografo, Luca non capì che cosa ci facesse quella signorina procace vicino ai ragazzini; e quando gli spiegai che era lì per segarli, Luca me lo prese subito e incominciò a segarmi assatanatamente. Oramai non ce ne fregava più niente del film, se mai ce ne fosse fregato: prendevamo soltanto quel che ci serviva per nostre seghe compulsive; ma il clou arrivò quando il padre lo accompagnò al postribolo: la peripatetica lo spogliò, e io subito m’immaginai di essere lei e di spogliare Luca in quell’atmosfera d’erotica tensione…; poi Luca mi chiese se per me il protagonista fosse realmente nudo, visto che era minorenne, ma io non sapevo cosa rispondere e allora lui mi fellò alla prima scena di orgasmo verginale. Io lo masturbavo e lui mi fellava, era irresistibile per me pene tinto dalla televisione nella mia mano: – Luca… andiamo a letto…? –.
M’infilai nel letto riabbracciando Luca; incredibile: solo pochi secondi lontano da lui e già mi sentivo in astinenza per la sua corporeità! Lo abbracciai forte, lo strinsi al petto per placare la mia sete di lui: volevo sentirmelo in corpo, compenetrato nel petto per essere una sol cosa eternamente io e lui… ma ci ritrovammo ben presto a toccarci alla rinfusa senza una meta direttrice che non fosse il nostro turgido sesso. Vi arrivai, l’afferrai: vacca s’ero grosso! lo pigiai forte e presi a masturbarlo fuori dai vestiti; Luca già mi ansima, ma no, no… non così in fretta! non potevo sprecare tutto così e subito, e soprattutto con così poca fantasia! – Luca… fermati! – gli dissi –…calmiamoci! – e ci stringemmo in abbraccio affettuoso, a sedare la nostro smania carnale.
Lo caricai su di me, volevo sentirmelo tutto addosso; non doveva avere alcun altro contatto col mondo all’infuori di me: io dovevo essere il suo unico punto d’appoggio! poi presi a strusciarlo; ma Luca si alzò, dapprima col solo busto, poi sedendosi sul mio bacino, a carezzarmi. Era così tenero quando mi elargiva le sue premure, che veniva quasi voglia di mangiarlo; poi gli tolsi il primo strato di sovrappelle: quella maglietta di pigiama che m’impediva di toccarlo sulle sue nudità. Era più eccitante adesso, accarezzarlo sulla pelle nuda, seppur tra gli spazi lasciati spogli dalla canottiera; poi m’infilai sotto e piano gliela sollevai tastandolo sul petto, finché la levai perché m’impacciava. Ora sì, che il mio Luca era come si doveva…: a dorso nudo e tutto per me! ma a me non mi bastava soltanto quello, non in quel buio: io volevo vederlo! – Luca accendi la luce, per piacere! –.
– Perché? –
– Perché voglio vedere! è lì sul comodino… – ed ecco il mio bel primino apparire seminudo in tutta la sua adolescenziale freschezza e con quelle due areole sottili che ora sembravano due occhietti strizzati su un torso minuto. Era così strano accarezzarlo ora, in quell’insolita luce che definiva così bene il suo petto, più di quanto non fosse in realtà definito, così gli scivolai verso il basso…; lì sì, che era veramente ben sviluppato. – Senti che roba! – gli dissi, ed entrando strinsi, poi Luca mi fece intendere che le mutande gli stavano strette, così gliele levai assieme ai pantaloni: – Butto di qua, dove c’è la luce! – non volevo poi fare la fine della notte scorsa.
Il mio primino stava lì, col suo turgido fallo ancora seduto su di me: sembrava un cucciolino in attesa di una mia carezzina; così lo sfiorai suoi testicoli, e secondo me non aspettava altro che quello, perché sembrava un micino in fusa per i grattini. Presi a masturbarlo e man mano che godeva lo avvicinai alla mia testa, fino ad avere le sue ginocchia contro le mie spalle; era fantastico: tutto quel biondino e il suo fallo a portata della mia bocca! Incominciai a carezzarlo, poi me lo misi in bocca per sentire il suo sapore inebriarmi le papille. Lo spingevo contro me, col pretesto di accarezzarlo sulla schiena, per averlo più dentro; e se solo non avessi avuto la luce accesa, mi sarei perso quello spettacolo davanti: il suo pelo biondo che mi fremeva e sotto quella lunga cannula che mi congiungeva a lui; per me il paradiso era un biondo primino col suo lungo uccello dentro la mia bocca! ma Luca lo sfilò. Fu come estrarmi un organo vitale, privarmi di quel pezzo di lui… poi disse: – Lo facciamo doppio? – e mi si piroettò sopra. Mi sembrava d’avere un’astronave dalla fallica forma su di me, di quelle che si vedono nei documentari degli UFO; poi quel lungo dotto scendere, staccandosi dal ventre della nave-madre, con l’ultimo blocco aprirsi: era Luca che mi ricordava di darmi da fare, perché lui stava già succhiando da un pezzo, così iniziai anch’io il mio incontro fallico del 3° tipo.
Erano passati circa un paio di mesi dall’ultima volta che l’avevamo rifatto “doppio”, e quasi m’ero dimentico la piacevolezza dell’essere succhiati e succhiare insieme, ma io non volevo venire così! – Luca, dai… ora vieni un po' sotto tu! –.
– Va be’, però ti spoglio! – mi disse e mi sfilò i vestiti, così come io l’ultima parte del suo corredo notturno; finalmente eravamo completamente nudi, e quel bocconcino sotto di me! Gli leccai la verga e, salendo poi, la continuai idealmente baccettando lungo la mezzeria del suo corpo, mentre quel primino tratteneva il fiato; giunsi così alla sua faccia: al mento… e continuai diritto sul naso, la fronte, per poi intrattenermi; avrei voluto baciarlo, ma la tensione era troppa, non ce la facevo: avevo paura che in fondo avrebbe pensato che ero…, mentre io di lui ancora non l’avevo capito che cosa pensava! Tornai sulla sua bega scappellandogli il glande, e finalmente ritrovai quel filetto, che lui oggi voleva rompermi, segno evidente della sua ancora ufficiosa castità; gli girai intorno con la lingua per il solco balanico, ma Luca dopo un simil orgasmi mi disse: – No, fermati! Voglio farti venire primo io! – ma che gentile… però sapevo che lui, in realtà, voleva solo venire per secondo, per godersi meglio poi il suo periodo di riposo post-orgasmico tra le mie braccia.
…mi ritrovai un primino erto su di me col suo fallo eretto: era come stare tra le gambe d’un’opera scultorea d’infinita bellezza, un David di Michelangelo in forgia carnale, e allora mi alzai a baciargli le palle in segno di rispetto: gli leccai lo scroto, e poi tornai tra le sue gambe, nel mio alveolo, iniziando a menarglielo l’uccello. Avrei voluto ciucciarglielo, ma non potevo abbassarlo ulteriormente – oltre i novanta gradi verso il basso – o gli avrei fatto male…; progressivamente poi Luca si adagiò. Mi sentii il suo sedere contro il mio uccello, e poi lui farsi indietro come attratto da un piacere carnale, che già conoscevo… ma no, io con lui non potevo: mi vennero subito in mente quei ricordi, e lo schifo provato con Robertino. – No, Luca! No! – gli dissi col tono fermo trattenendolo sul fianco; Luca allora mi guardò quasi lieto e si avvicinò.
Luca mi guardava con lo sguardo innamorato e poi mi sentii le sue labbra sulle mie, mentre mi masturbava: il suo calore, il suo respiro, quasi mi pareva di ricevere; ma io per la tensione serrai le labbra. Mi sentivo a disagio, nervoso, non me lo sarei ancora aspettato, poi sentii la mia bocca aprirsi sotto la spinta della sua che calcava; mi cercò con la lingua: ci fu una lieve scossetta e poi un primo bacio alquanto impacciato. Chiusi gli occhi e finalmente mi lasciai andare, iniziò allora un bacio disinibito, inclinando perfino le nostre teste per cercare la posizione migliore in cui combaciarci meglio, e Luca continuava a segarmi. Arrivò il momento che ormai non ce la facevo più a baciarlo dal fiatone, così Luca mi guardò soddisfatto e scivolò verso il basso; mi sentii la cappella avvolta da una mantella umida, e poi quell’impellente bisogno di venire, gridando forte il suo nome, come un mantra da far giungere in paradiso. «Luca… Luca…» gridai, ponendogli le mani sopra la testi, e finalmente venni, mentre lui continuava a ciucciarmi e io a carezzarlo come fosse quella chioma la cosa più morbida del mondo. Aveva finito: mi sentii le sue ultime leccate sulla cappella, e poi ricomparve con la sua faccia bionda: un volto angelico ma dallo sguardo malandrino, che di nuovo mi baciò impensato; sentii il sapore del mio sperma, il mio sapore, e continuò a limonarmi in punta di lingua; però! non era mica poi tanto male: era diverso dal suo, ma capivo perché anche a lui ci tenesse tanto a succhiarmi; poi si ripoggiò affettuoso con la testa sul mio petto.– Ti è piaciuto? – mi chiese dopo un po' che ci facevamo le coccole.
– Sì, perché… –
– Niente…, mi avevi detto di inventare qualcosa di speciale… – mi lasciò intendere, anche se io non capivo bene che cosa fosse quel «qualcosa di speciale»: se il suo tentativo di farsi deflorare, il nostro secondo bacio, oppure il bacio al sapore del mio sperma…
Mi stavo quasi addormentando, ma il pungolo di farlo venire mi teneva sveglio; così, senza dir niente, lo sdraiai piano sul mio letto e mi misi a contemplarlo. Era così bello lui nudo, che non potevi fare a meno di carezzarlo su quel fisico minuto, e avvicinarti piano a Gianluca; ma quando lo sfiorai, mi chiese di spegnere la luce. – Va bene… – e nel buio tornai carponi su di lui, poi iniziando a solcarlo lungo la verga con la punta del mio pene, che tanto puntava verso il basso, e quel primino di già godeva. Incominciai a masturbarlo, e in poco tempo era già lì che gemeva, così mi avvicinai intenzionato a baciarlo, ma finii di nuovo sul suo naso e poi lievemente a mordicchiarlo sul labbro: non so perché, ma non ancora non ce la facevo a iniziare a baciarlo; però gli scivolai a mordicchiarlo sul lobo, e allora il suo tono crebbe. – Adesso ti do io qualcosa di speciale! – gli sussurrai nell’orecchio; discesi a bacettarlo: trovai il suo capezzolo e allora Luca emise un grido, che sembrava dovesse farlo sentire fino in paradiso; – Oh… calmati! – gli dissi: avevo paura che i vicini ci avessero sentito. Era incredibile quella scossetta che anch’io sentivo, quando gli limonavo l’areola: era la stessa di quando lo baciavo; poi cambiati capezzolo, ritrovando quel bottoncino piatto in mezzo, che quando stimolavo, lo faceva stava letteralmente impazzire; e probabilmente lui non s’aspettava che io conoscessi altre sue zone erogene per farlo godere oltre il pisello…
Era giunto il momento: sentivo il suo odore, e la vertigine che mi dava il suo sapore pre-spermale, ma dopo quello c’era immediatamente il piacere di sentirlo tutto grosso in bocca, ed era quella, in fondo, una delle sensazioni migliori di succhiare un primino dall’uccello grosso, che poi arrivò. Il suo seme per la mia bocca…, avrei voluto non avesse finito mai quella fontanella, e pensare che già oggi aveva gorgogliato. Continuai per due minuti interi a succhiare quel liquido piacere, e poi il mio Luca si sciolse da tutte le tensioni del giorno, piombando quasi in un sonno lieve, ma quando apprestai a raccoglierlo tra le mie braccia… – No, fermati – mi disse: – vieni un po' tu su di me… – propose. La proposta in parte mi allettava, perché anche io, una volta tanto, avrei voluto provare che cosa significasse abbandonarsi tra le braccia e sul petto di qualcun altro che ti accarezza; ma se il piccolo sul grande sta a anche bene, il grande sul piccolo mi sembrava alquanto ridicolo: – No, dai… poi ti faccio male ! – e dopo un bacio sulla fronte, lo caricai tutto nudo su di me, mentre il suo corpicino lasso si adagiava piano piano abbandonando ogni resistenza.
– Tieni! – mi disse.
– Perché? –
– Ti vuole parlare prima di metter giù… –
– Pronto… – che strano dover rassicurare sua madre che tutto andava bene: mi sembrava di essere investito di un incarico più grande della mia età; poi finimmo la conversazione con una gran risata, che a Luca non andò giù!
– Che ha detto? – disse infastidito.
– Niente… mi ha detto di non viziarti! – poi gli diedi una scapigliatura alla sua capa e mi voltai; ma mi sentii trattenere alla spalla e un tinnio da dietro.
– Adesso ti metto questo! – mi disse mostrandomi il collarino di Niki lasciato ieri sul tavolo: – …così non mi fai più gli scherzi come ieri sera! – dichiarò.
– E dove me lo vuoi mettere? – chiesi provocatoriamente.
– Te lo voglio mettere qui! – mi afferrò improvvisamente il pacco.
– Sì… e io, secondo te, sto tutto il giorno con l’uccello di fuori per farmi sentire da te! Da’ qua! –presi il collarino e me lo legai al polso: – Toh… va bene così? –.
– Mm! – assentì soddisfatto, ma che primino impertinente che era oggi!
***
Prima di pranzare decidemmo di farci il bagno: – Giù o su? – chiese.
– Su… su… qui abbiamo soltanto la vasca! –
– Idro…? –
– E tsé… secondo te ci abbiamo l’idromassaggio! – non avevamo mica tutti quei soldi!
– Io ce l’ho… – disse altero.
– ...e com’è? –
– Bellissimo, è rilassantissimo… ti rilassa un casino! –
– E quante volte lo fai? – visto che sembrava un habitué!
– L’ho fatto due volte:… – (-_-') – …una quando abbiamo messo su la vasca… l’altra quando sono andato all’Aquafan; sai dopo mia mamma a casa vuole che pulisca la vasca… –.
– All’Aquafan…! –
– Sì… c’hanno dei getti potentissimi! ci sono andato con dei miei amici l’anno scorso … – mmm… come l’odiavo quando faceva il primino di mondo e raccontava fatti in cui non c’ero: se solo fossi tornato indietro, avrei passato con lui tutta la mia vita! – …a loro gli si gonfiava tutto il costume… – evidentemente avevano il boxer… – …e a me a momenti me lo strappava! –.
– Eeeh… –
– Giuro, una ragazza quasi me lo vedeva! – se continuava così… finiva che lo picchiavo: già mi dava fastidio che parlasse di “altri” – che non ero io – in termini di amici, se poi pensavo a quella…!
– Dai che andiamo! –
Luca portò in bagno il suo cambio, poi chiese a me di portargli le mutande, che lui stranamente si era dimenticato…; così frugai tra la sua roba: non appena le vidi, m’immaginai in quella conchiglia peniena il suo malloppo genitale e iniziai a masturbarmi, anche a costo di parirgli un maniaco con quelle mutande in mano qualora fosse entrato beccandomi sul fatto.
Sistemato il box, mi ritrovai quel primino titubante alle spalle: – Ehm… – esitò: – lo facciamo insieme? – mi chiese; ma che domande…
– Certo! – secondo lui mi facevo scappare l’occasione di un bel primino sotto la doccia, come lui: – Dai spogliati! –.
– Aspetta! – mi disse con lo sguardo da proposta indecente: – assieme… – voleva che ci spogliassimo reciprocamente.
– Ma va’, dai… – mi sembrava troppo persino per lui, e mi levai le mutande davanti a lui mostrandogli il mio pene che lo puntava come una bacchetta da rabdomante.
Finalmente nudi, un’altra volta l’un davanti all’altro come le nostre genitrici ci avevano fatto: quel primino stava lì, con la sua ventina diritta e le braccia conserte per darsi calore; intenerito da quella scena, lo abbracciai sentendo tutta la sua minuta fisicità e quella massa dura premermi contro il bacino: gli massaggiai la cappella, poi lo portai dentro la doccia menandolo per l’uccello. Mi girai per regolare il flusso e quel primino intirizzito mi si strinse contro, in cerca del mio calore, facendomi sentire anche la sua verga robusta come una striscia bollente tra le natiche: fu una sensazione imbarazzante, ma scommetto non voluta; finché fu l’acqua a riscaldarci.
Riabbracciai Luca così da insaponargli la schiena: era così bello stringerlo nudo e poterlo accarezzare…, poi fu lui a insaponarmi mentre i nostri peni si cozzavano; per tutto il tempo nessuno dei due era sceso sotto la linea ideale della cinta, quasi per non risvegliare i nostri istinti ma ora era giungo il momento di scatenarli, visto che avevo la sua verga in mano. Lo accarezzai lungo quella colonna di carne che stava sotto l’ombelico, poi discesi e dissi: – Ora, però, ci occupiamo del grillo! – allungandogli lo shampoo; intanto che lui si occupava della sua nuca, io mi sarei occupato di Gianluca, ma preferì la mia. Mentre contemplavo, dal basso, quella maestà pubica, Luca mi frizionava i capelli, facendomi venire in mente quelle immagini di lui all’Aquafan, e subito mi buttai con la faccia contro quella verga, figurandomi d’essere, ad una ad una, tutte quelle mille bollicine kamikaze, che gli si scagliavano contro modellandone sul costume la sagoma del pene. Che rabbia! e che voglia di farlo venire, per via di quei racconti; non appena il balsamo schiumò, glielo scappellai con forza infilandolo in bocca per punirlo di quella ragazza che «quasi [glie]lo vedeva»! Luca non doveva raccontarmi certe cose, specie se i soggetti erano femmine; perché lui era mio! …mio! …e soltanto mio! e quel pene, che ormai era perfettamente pulito, non poteva essere d’altri, se non soltanto mio. Tornai da lui tirandogli qualche ultimo colpo di sega, mentre con la faccia mi guardava grato; poi Luca s’accovacciò guardandomi con un ghigno vago e approssimandosi ai miei maroni: avevo capito… non potevo sottrarmi, perché lui era il mio principe, primino e padrone, e, se voleva, io dovevo starci! Chiusi gli occhi e, implorando al cielo, mi prepara a quel supplizio del marone con cui lui si sarebbe dilettato, ma mi sentii leccare lo scroto: la sua lingua mi salì tutta la verga. – Credevi… eh? – mi disse e poi mi masturbò; quel magnifico primino che scherzi mi faceva… poi presi una manciata di shampoo e gli insaponai la testa; lo accarezzavo, lo coccolavo e intanto lui mi ciucciava la bega: – Luca, dai… – gli dissi: – continuiamo stasera… – e riaccompagnai su per lavargli il capo. Incorniciai quella faccia d’aureola tra i miei avambracci; poi l’afferrai tra le mani e m’avvicinai a lui con lo sguardo ringhioso: Luca non poteva neanche immaginare, certe volte, la violenza delle emozioni che mi produceva! e non avrebbe mai potuto…
– Dai, Luca, scrollati l’acqua di dosso! – gli dissi chiudendo il rubinetto: di acqua ne avevamo sprecata già troppa!
– Perché? –
– Perché ci dobbiamo asciugare! –
– Appunto… – mi disse, come per dire «che lo facciamo a fare…».
– Sì, ma dopo m’inzuppi l’asciugamano! Su… – e mi scrollai l’acqua di dosso per dargli l’esempio, ma lui stava fermo, così feci io anche su di lui. Che bello passargli la mano su quel petto minuto, mentre il palpo ben aderente gli scivolava sulla pelle bagnata levandogli quelle goccioline che per una sorta d’affetto non gli si volevano levare di dosso; ma non potevo passare così troppo tempo lontano da quella turgida tentazione, che ogni passata del suo corpo tornito mi ricordava al tatto e alla vista: – Tu aspetta qui! – gli dissi, uscendo dalla doccia.
– Brrrrrr… sbrigati! – e quando tornai con l’accappatoio indosso: – …e l’asciugamano? –.
– Ma che asciugamano! tu vieni qua! – gli aprii l’accappatoio davanti e lo accolsi con un abbraccio nel mio manto azzurro: lo tamponai per bene e lo strinsi contro il mio corpo; volevo sentirmelo tutto il suo coso e lui abbracciato a me. – Tutto bene? – gli chiesi e un «sì» uscì dal mio petto, che per me era quasi fare l’amore con lui; – Allora seguirmi! – e a passetti brevi ci dirigemmo alla specchiera: lui era il mio piccolo scaldotto personale, e io il suo. – Va ancora bene? – gli liberai finalmente la sua faccetta felice, che mi guardava vicina al mio petto.
– Sì! –
– Allora ti asciugo, voltati! e tieni ben chiuso! –
– Va bene… – ma com’era mansueto adesso, era come asciugare un biondo pulcino bagnato. Presi l’asciugamano e inizia a scompigliargli i capelli: mi piaceva troppo tenergli la testa tra le mani; mi dava la quasi sensazione di possederlo…
– Cos’è? – chiese, indicando un insolito oggetto sull’armadietto accanto.
– É un coso per massaggiare la testa! – e finito d’asciugarlo glielo passai come prova, mentre si scioglieva in un brodo di giuggiole; ma io avrei voluto fargli ben altro: massaggiarlo total - body col solo ausilio del mio pene turgido e dappertutto con quella mia appendice intima. – Mmm… – lo abbracciai per placare la mia scarica d’adrenalina che m’aveva appena istillato in corpo: – …adesso ti fono! –.
– E tu non t’asciughi? –
– No, io faccio così… – al naturale…, io i capelli non me li asciugavo mai; poi iniziai a pettinare suoi e a fonarglieli; per lui pure chauffeur ero… e sua madre che mi aveva detto di non viziarlo…: – Eh… aula! Finito! –.
– E Gianluca? – chiese.
– Ah, già vero… apri! – gli dissi riaccendendo il fon e finalmente anche il terzo inquilino rivide la luce. Luca abbassò il suo pene, così che incominciai a pettinargli anche la sua crespa capigliatura e a massaggiarlo con la punta della spazzola; era la prima volta che lo vedevo esattamente dalla sua stessa prospettiva: ma come faceva a sembrargli piccolo? visto che pure ora se lo confrontava nascostamente con la dimensione della spazzola… che testa di primino!
Mentre ci rivestivamo, Luca mi chiese di infilargli le mutande: – Ma va’ là, dai… – gli dissi: sia infilargliele che sfilargliele, mi sembrava ridicolo; poi scappai in cucina a porzionare le lasagne da mettere nel microonde. Lasciai a Luca l’onere di risistemare il bagno e quando ebbe finito mi raggiunse, ma lo trovai inspiegabilmente soddisfatto.
– Ma che hai? – gli chiesi mentre fischiettava ponendo i piatti in tavola.
– Le mutande… –
– Eh! cosa… –
– e… non ce le ho! –
– Come non le hai! –
– Senti…! – mi buttò in avanti il suo bacino; afferrai un’incredibile massa pastosa nelle sue braghe. – Naaaaaa… – non riuscivo a smettere di tastarlo: – Ma dove le hai? –.
– In camera! – affermò come un Pierino fiero della sua bravata.
– Dai, vattele a mettere! – io però non mollavo
– No, vieni anche tu! – mi disse, così dovetti salire per controllare che se le mettesse; non appena le prese fuori dal mucchio dei pigiami disse: – Mettimele! – e me le tirò.
– Dai infilatele! –
– No, mettimele tu! – e si abbassò i pantaloni sedendosi a culo nudo sul mio letto; certo che Luca quando voleva qualcosa, sapeva sempre come ottenerla: in questo caso il farsi infilare le mutande da me! Mi accovacciai tra le gambe trovandomi il suo pene davanti; gli infilai il primo occhiello, poi il secondo, ma quando giunsi in prossimità delle cosce, non ce la feci più: presi quel coso ritto che mi sventolava davanti, e lo smanettai con veemenza. Luca godeva come un matto: quel primino sembrava fatto apposta per godere alle mie seghe; ma le lasagne ci attendevano nel forno: – Certo che a te ti basta mai…– gli dissi, poi lo scappellai e m’infilai in bocca il suo pene per dargli una rapita ripulita dai suoi fluidi corporali, di cui già sentivo l’aroma, e quindi scappai in cucina, lasciandogli le mutande a mezza coscia da tirarsi su da solo.
***
– Caffè? – gli dissi prima di chiudere il pranzo lanciandogli una provocazione.
– Caffè... – ripeté esitante.
– Sì, caffè: liquido caldo, nero; intendi… Io lo prendendo, tu? –
– Va be’! – disse accompagnando con un cenno del capo, come se lo aiutasse a convincersi; gli portai la tazzina fumante che iniziò guardarci dentro, nel suo fondo nero; probabilmente si stava guardando, mentre bevevo, in quel riflesso negro che rivelava la sua metà oscura, cagione ora dell’azione che gli stava facendo in contravvenzione del divieto materno.
– Dai… – l’esorta e Luca si bagnò le labbra facendo poi una ghigna schifata.
– Bleh! Ma come fai…?–
– Cosa? –
– A berlo, è amarissimo! –
– E mettici dello zucchero, no… furbo! – Luca vi versò dentro una palata di zucchero: – Veh, che è caffè con zucchero, non zucchero con caffè… –.
– Uffa… eh! – mi rimbrottò…
– Su… dammi una mano a sparecchiare! – in due avremmo fatto prima e poi, se non mi sbagliavo, era il secondo pasto che si faceva a sbafo. Tutto andò liscio fino al primo piatto: lui passava e io lavavo, ma quanto tocco al secondo, sentii un tonfo tremendo di ceramica contro il pavimento; mi voltai e vidi un primino mesto dalla faccia colpevole e dei frantumi ai piedi. Lo guardai con condiscendenza: – Lascia stare, vah… – si stava abbassando per prendere i cocci.
– Ma… –
– Tu siediti, che per oggi hai già fatti fin troppi danni! – avevo pure una paura matta che raccogliendoli si fosse tagliato, rovinandomi ulteriormente la giornata.
– Dai, te lo ripago… – mi disse conciliando.
– Ma va’…! – non perché mi sentivo quasi offeso dalla sua, seppur, generosa proposta…
– Ma i tuoi poi … –
– I miei cosa…? – l’incalzai.
– …dopo daranno la colpa a te! – …lo disse come se un piatto rotto fosse chissà quel gran danno.
– e allora… che c’è? una volta mi avrebbero cinghiato, ma ora… – feci spallucce; volevo sconvolgerlo, prenderlo in giro per la sua tragicomica espressione, ma Luca mi prese in parola, quando mi alza lo vidi con la faccia turbata.
– Ma… i tuoi ti picchiavano? – mi disse con la voce preoccupata e un tono di terrore.
– Ma secondo te… – buttai vai i cocci: – Oh rinvieni… – mi guardava ancora con la faccia angosciata: – ma ci credi veramente? – che primino! gli avrei voluto dare un lungo abbraccio, talmente era tenero; ma mi sentivo troppo sdolcinato e corressi tutto con un bel fiammifero sulla sua testa a nocche nude.
Portai il mio primino turbato in salotto e mi accostai palpandolo nella “mia” sua zona anatomica preferita; mi venne in mente quella sensazione di prima: di quando lo palpeggiai senza altro sotto: – Luca… – gli dissi.
– Mm… –
– Mi faresti vedere mentre ti diventa duro? – era una fantasia che covavo da tempo.
– Sì… – mi disse senza obiettare: – … però siediti! – e mi spiegò che per farlo si doveva concentrare (?).
Mi sedetti, e Luca mi si pose davanti, a gambe aperte e con le braghe abbassate ma con la maglietta che ancora copriva bene il suo genitale, e mi spiegò che per farlo abbassare si doveva concentrare, quindi avrei dovuto alzarla soltanto quando lui mi avesse dato il segnale; s’immobilizzò a occhi chiusi, come in una sorta di training autogeno, a respirare: segno di quant’era dura, anche per lui, dominare la belva, poi mi fece il segno. Alzai la felpa, e così vidi finalmente il suo membro grazioso, che volendo stava all’intero della conca della mia mano, con quell’aspetto così impeccabile anche da mollo, con quel prepuzio che ricopriva perfettamente il glande e continuava anche dopo, abbondantemente oltre la linea dei maroni; lo toccai e subito s’allungò. In pochi secondi, vidi il suo pene completamente erigersi e, volendo, stare su anche perfettamente da solo, se solo non l’avessi masturbato; così mi alzai, e lo presi tra medio e indice e feci segno: – Taglia… taglia… taglia… tagliamo? – gli dissi.
– Ma perché me lo vuoi sempre tagliare? –
– Perché tanto non lo usi! –
– Ma lo usi tu! – touché… e senza neanche toccarmi; infastidito dalla sua arguzia, gli dissi di metterlo pur via, ma quando si voltò, eccitato da quella situazione, lo presi alle spalle e gli battei una goliardica pacca sulle palle: – Ma che bel pisellone! – gli dissi strizzando, e Luca gridò: – Ahia! – scappando dalla mia morsa: – C’ho le palle qui, io! – riprese incazzato e dolorante.
– Anch’io… – mica c’aveva il monopolio!
– Ma tu c’hai il cazzo davanti! – e mi tirò per ripicca un colpo verso il pube che per fortuna schivai; però… in effetti, l’impatto del colpo mi risultava piuttosto attutito, rispetto a quanto mi sarei aspettato senza “il cazzo davanti”…
– Oh, Luca scusa… scusa… – lo riabbracciai rammaricato da quella nuova consapevolezza in cuore, ma Luca ora se ne stava davvero approfittando; lo feci distendere sul divano per farmi perdonare, e accarezzandolo, laddove gli faceva male, gli dissi: – Ti fa male qui? – e lui «scì!» pronunciò con la voce di un bambino… boia d’un primino!
– Oh, povero…! – mi prostrai a baciargli le sue sferoncine doloranti, poi lo masturbai lungo quella prolunga di carne già dura come il cemento; ora mi chiedo: ma se lui se lo teneva verso il basso, quel coso, ben ripiegato sul davanti, tutto quel bendiddio, non si sarebbe forse evitato quel “trauma”? – Luca… – gli chiesi, dopo un buon quarto d’ora di segheggiamento: – ma perché non te lo tieni sul davanti? –.
– Cioè? –
– Come faccio io! –
– E… ma non ci sta! – mi disse in fretta; ma quello lo vedevo già da me: dallo sforzo che facevo per tenerlo verso l’alto mentre lo masturbavo…
– Ma da molle intendo… –
– Sì, ma non ci sta comunque, torna su da solo… – da solo…!
– Strano…! –
– Sì! e poi non voglio che mi vada verso il basso… – e fece un accenno al mio.
– Perché? –
– Perché poi mi diventa come il tuo… –
– …e allora! – il suo tono mi stava infastidendo!
– Beh… in su è meglio! – e quando mai lui non era nel meglio? – Gianluca è felice! – il che faceva del mio, per contrasto, un cazzo ontologicamente “triste”; ma perché continuavo a menarglielo? perché stavo lì a masturbarlo e per giunta con un senso di colpa per una cosa che, in fondo, non gli avevo fatto! Lasciai quel pene cadere sulla pancia, e subito sentii il suo paf all’impatto con l’addome: o che bel suono di carne contro carne…; lo ricaricai e rilasciai subito andare, per poi rifarlo di nuovo: mi stavo divertendo con la sua catapulta personale, finché Luca mi disse: – Ma ti diverti!? –. Mi sentivo come con mio padre quando mi beccava intento a divertirmi con gioco cretino: ero frustato perché ripreso da un primino… – Guardiamo un po' di tivù? –.
– Sì… –
– Allora mi stendo dietro di te! – ricomposi i suoi pantaloni per ritrovare un po' della mia dignità, perduta tra le sue pudenda, e mi distesi dietro di lui, che subito presi a coccolare. Stavo coccolando quel quattordicenne snello, quando con una carezza troppo maldestra scoprii il suo fianco, proprio dov’era l’infossamento della vita, e lì incominciai a carezzarlo; che bello digitarlo su quel tratto di carne nuda, che sotto percepivi in tutta la sua sostanziosa carnosità, quasi tosta direi, poi Luca prese la mia mano e se la portò sul capo. Lo accarezzai un poco intorno all’orecchio, tra quei fili sottili, poi scivolai sulla spalla, sul braccio, e in fine di nuovo sul suo fianco, a coccolarlo; ma Luca mi riprese la mano e se la ripose sulla testa: – Mm! – ribadì con fermezza, che poi voleva dire «qui!».
– Beh…, non ho capito!? –
– Accarezzami qui! – ordinò.
– Ma io voglio coccolarti qui! – riportai la mano sul suo fianco.
– e io voglio qui! –
– Ma io no… –
– Affari tuoi! mia mamma ti ha detto di non viziarmi! – e mi riportò la mano sul capo.
– No! Coccole! –rifiutati.
– Carezze! –
– Coccole! –
– Carezze! – si stava persino alzando per il nostro battibecco.
– A sì… – me lo caricai di peso sul mio corpo e sistemai sul petto, ribadendo: – coccole! – e adesso volevo vedere come faceva ad avanzare le sue pretese! ma Luca si adagiò buono con la testa sul mio petto a riposare. Mammamia quant’era bello: lo accarezza completamente sulla schiena con entrambe le mani; Luca era per me tutte e sette le meraviglie del mondo rinchiuse in una, più un’ottava indefinibile e incredibile, da cui prendeva spunto la sua magnifica personalità; sarei stato per ore immobile a coccolarlo, ma Luca mi chiese con tono gentile: – Alle… –.
– Sì… –
– Mi accarezzi per piacere sulla testa? –
– Ma certo! – come potevo dir di no se me lo chiedeva così…: delle volte mi veniva quasi da piangere a pensare che, per una diversa serie di coincidenze, avrei potuto mai incontrarlo in tutta la mia vita, e allora un gran magone mi prendeva, che solo un suo abbraccio mi poteva placare...
***
Drinnn…! drinnn…! ma chi è? Oddio… mia zia! – Luca, presto, svegliati! – lo scossi dal petto.
– Ma che c’è? – disse disorientato.
– Mia zia! –
– Tua zia… –
– Sì, beh… non proprio, te lo spiego. Su, alzati! – lo mandai in camera mia con l’ordine di non scendere giù, finché non fosse andata via; i miei non dovevano assolutissimamente sapere che lui era venuto da me! Sì, mi avevano detto di poter ospitare qualcuno a dormire, anzi era proprio stata la scusa per rimanere a casa da solo, ma tra le clausole non scritte c’era implicito che chiunque si fosse fermato a dormire, avrebbe dovuto avere almeno sedic’anni; e poi non mi andava di far sapere a loro, che proprio lui si era fermato...
Aprii a zia Cristina… che a dire il vero non era proprio una “zia”, anzi non c’era nemmeno parentela tra noi, ma era comunque diventata la Zia per la sua costanza durante la mia infanzia, oltre che per essere la mia madrina, nonché migliore amica di mia madre… forse tutto questo per la sua impossibilità di avere una maternità tutta sua; ma in quel momento la cara zia, era soltanto un’emissaria dei miei, una spia al soldo del controllo genitoriale, l’unico modo per essere esentato dal ricevere loro telefonate.
Terminata la visita, feci ridiscendere il mio piccolo esule dal suo breve esilio che subito mi costò il suo rimbrotto; Luca non poteva assolutamente accettare di essere censurato nella mia vita pubblica: dopotutto come poteva una piccola stella come lui accettare di essere eclissato? Ma per fortuna ci pensò l’intervento di gatto matto a salvarmi dalla sua querimonia; Niki entrò dalla porta con passo felpato e corse in contro, andando poi a intanarsi dietro il divano: – Ma che ha? – mi chiese.
– Che ha…, vuole giocare! –
– Davvero! – gli s’illuminarono gli occhi: – Pch…pch… Niki… – incominciò a chiamarlo.
– Devi prendere qualcosa per farlo giocare… Tieni! – gli lanciai un nastro che ultimamente usavo per farlo giocare, e incominciò la corrida: Niki si nascondeva dietro un mobile e poi andava verso il nastro, lo toccava e poi si nascondeva di nuovo dietro un altro mobile o le sedie nel salotto; Luca non l’avevo mai visto così divertito: non sapevo se da quello stupido gioco fosse più diverto lui o il gatto, ma io mi stavo annoiando. – Accendo la Play! – gli dissi, ma nono mi degnò d’uno sguardo… poi quando l’accesi, lo vidi arrivare di fianco sedendosi sul divano con la faccia in vena di scuse: – Non vuole giocare più… –.
– È normale, dopo un po' si stufa! – non era mica più un gattino, giovane sì, ma un micino no! Luca stette zitto qualche secondo e dopo mi propose un doppio: – No, adesso gioco io! – aveva preferito il gatto a me, e ora se ne sarebbe stato con le mani in mano; …anzi! Presi la sua tenera manina e me la infilai nelle mutande a massaggiandomi il genitale; ah, che goduria farsi massaggiare forzatamente da qualcun altro, poi con Luca mi pareva anche di esercitare un innocuo sopruso, che mi ripagava di prima; poi prese a farmelo di sua sponte: – Ecco, bravo! – almeno adesso avevo tutte e due le mani libere, e intanto che mi calavo i pantaloni per stare più comodo.
– Mi ricordi mio cugino, sai? – disse Luca dopo d’un po'.
– Perché? – un accostamento così sgradevole…
– Perché anche lui mi faceva segarlo, mentre giocava! – oh… poverino, non volevo assolutamente ricordargli dei momenti così turpi con quel prepotente.
– Toh, allora… – gli diedi il joypad.
– E tu? –
– Io gioco attraverso te! – me lo presi in mezzo alle gambe: – sei il mio servo-gioco! – lo sguardo di Luca si fece subito torvo, perché probabilmente male interpretò quel “servo-” per “schiavo”, e non per “ausilio”, come io intendevo! – dai… – lo accarezzai sul fianco cercando d’ingraziarmelo, ma Luca prese a giocare senza dir niente. Oh, che splendida sensazione toccare quel primino stizzito, che sembrava così fragile, ma che qualche volte si comportava così gagliardamente da parere invincibile; poi lo tamburellai sul retro: – Senti come suona vuoto! – .
– Sarai vuoto tu! – mi rispose scontroso.
– Ma non è un’offesa! Senti… Anzi devono suonare così! –
– Davvero? –
– Certo! vuol dire che sono sani! – quindi presi in mano la sua dura canna: – Allora, posso giocare? –.
– e come? –
– Attraverso di te: ti do i comandi… – e gli mossi Gianluca come un joystick per fargli intendere il paragone; Luca accettò subito divertito, ma più che giocare ero intento a masturbarlo, e secondo la nostra convenzione quello voleva dire «accelera!», quindi eravamo sempre fuori pista. – Uffa, ma sei una sega! – gli dissi, facendo come faceva lui quando m’incolpava di cose, sapendo benissimo che la colpa in realtà era sua; ma Luca non beccò: – Mmm… sì, sì! piuttosto vammi a prendere qualcosa da mangiare? –
– Ancora! –
– Ma io cresco… –
– Anche io, ma non vengo mica a scroccare a casa tua! Comunque ci sono delle banane, se vuoi… –
– Ma da te c’hai solo banane… – polemizzò…
– Oh, senti, ci sono quelle! –
– Sì… sì… va be’… vai! – mi sentivo pure mandato a cagare, ma in realtà voleva solo rimanere solo a giocare. Tornai da lui con una banana già aperta, e intanto io mi sedetti mangiandomi una merendina: – Bastardo! – mi disse.
– Hai voluto quella… e quella è! – finito di magiare, ripresi il gioco e incominciai giocare, ma non appena Luca finì, mi disse: – C’ho fame! –.
– A moh! e cosa vuoi ora? Veh, che sono finite! –
– Ma io voglio la tua! – e mi zompò addosso tirandomelo fuori: – Visto! – e me lo succhiò. Mi sdraiai con quel primino vorace in mezzo alle gambe e mi rilassai e godendomi la sua fellatio, mentre un gigantesco GAME OVER lampeggiava rossastro sullo schermo crashato; Ma che mi fregava? ero lì, inerme, con quel primino che mi continuava a segare, poi me lo scappellò: – Ma il filetto ce l’hai anche tu… – costatò con un filo di stupore.
– E… certo! – perché non avrei dovuto…
– Quasi, quasi… te lo rompo! –
– Oh… oh! – mi tirai indietro, ma lui non mollava la presa.
– Tranquillo: sto scherzando… – già… ma chissà perché di lui non mi fidavo….
– Dicono che sia la parte più sensibile! – gli giustificai il non farmelo rompere.
– Davvero? – e Luca andò con la lingua a stimolarmelo, ma non sentivo niente: – Ma tuoi amici quando li chiami? –. Già, loro…: – Dopo, di solito li chiamo sempre verso le 7:00! – solo che io non avevo molta voglia di chiamarli, ma gliel’avevo promesso che sta seta l’avremmo passata in loro compagnia.
***
– Birra? – gli chiesi mentre mangiavamo le nostre due pizze portate vie dal “Berno”, siccome già da un quarto d’ora me la fissava: io per lui avevo messo in tavola acqua e cola, ma forse si sentiva in vena di trasgredire ancora…
– Birra… – ripeté con fare incerto
– Sì o no? –
– Sì! – rispose con un motto d’orgoglio battendo il bicchiere sul tavolo per ribadire la sua intenzione, e allora ecco gliela! Luca stette un attimo a guardare quella bionda schiumarsi nel bicchiere finché non lo spronai; – Bleah… ma come fai a berla? – fece una smorfia schifata; io scossi la testa rassegnato: – Non sono un cinnazzo! – disse; ma come faceva a saperlo…. era diventato telepate?
– No… – versai il suo bicchiere nel mio.
– No! –
– E allora, sentiamo: quanto bevi? –
– Beh, non bevo… –
– E allora… –
– Cioè sì, a capodanno… e alle feste… – soggiunse.
– A beh… allora… – dunque Luca si riversò la birra nel bicchiere, e quinti bevve; così lo volevo quel primino: grintoso! a bere birra come un vero uomo; poi continuammo la conversazione con reciproche confidenze alcoliche. – Vieni qua! – mi disse: – …però non dirlo a nessuno… – e abbassò la voce come se anche i muri avessero le orecchie in casa mia: – …una volta, a casa di un’amica di mia mamma,… –.
– Eh… –
– …mi sono fatto fuori 12 cioccolatini, di quelli al liquore, in un’ora! – ma che evento!
– COSA! Ma sei un alcolizzato! – gridai ad alta voce scandalizzato.
– Sss…! ma non dirlo a nessuno! – e che cosa andavo a dire: che conoscevo un primino boeromane? Quei dodici cioccolatini, però, dovevano dargli ancora da fare, visto che da allora si comportò come un vero brillo, finché non andammo in camera mia a cambiarci; erano oramai le nove e mezza, ed era ormai chiaro che non avremmo chiamato nessuno né per uscire e né per stare in casa; ma meglio così! non avevo nessuna voglia d’uscire stasera, né di vedere altri.
– Che facciamo? – m’incalzò Luca mentre si stava levando i jeans, che mi avevano fatto venire voglia in pizzeria, con quel bel fagotto, di toccargli, d’infilargli dentro le mani davanti a tutti.
– Boh, non saprei… possiamo vedere un film! però mettiti il pigiama! – così stasera avremmo fatto prima….
– Va be’! – e con fretta priminica si cambiò, facendomi venire in mente che l’altra sera non m’aveva fatto dormire col suo moto notturno: – che pensi? – mi chiese il mio piccolo duca.
– Niente…, sull’opportunità di farti dormire stasera sul divano! –
– Perché? – disse quasi scandalizzato.
– Perché ieri sera non m’hai fatto dormire, e questa sera è l’ultima! –
– No, dai, ti prego… ti prego… ti prego… – disse giungendo le mani e buttandosi perfino in ginocchio con fare d’attore: – me ne sto qua buono, in fondo, giuro! – m’indicò la sponda del letto; e immaginandomelo tutto rannicchiato, come un gatto, in fondo al letto, pur di non dormire la notte tutto solo nel salotto, mi fece sorridere e accondiscesi; ma pensavo che fosse ormai già abbastanza chiaro, che se proprio qualcuno avesse dormito sul divano, quello sarei stato io, lasciando a lui il mio letto, poi aprii un cassetto.
– Ma sono film! –
– Sì, ogni tanto ne registro uno… – era un mio vezzo, poi Luca mi chiese un parere e la trama d’ognuno.
– e questo… – prese Maléne.
– È la storia di uno che si fa troppe seghe, come te! –
– Ha… ha… ha – mi disse col suo sorrisino sarcastico: in effetti, non era credibile come sunto, ma era proprio quello.
– Giuro: è la storia di uno, della tua età, che si fa le seghe tutto il giorno pensando alla Bellucci! –
– Beh, ora vediamo…! – mi disse col tono minaccioso, come se in caso contrario mi avesse fatto chissacché…
Mi sedetti sul divano con lui accanto, ma lo distesi subito per averlo con la testa poggiata su di me e tutto a portata di mano. Dopo le prime scene torride del film, Luca mi chiese che razza di film palloccoloso fosse quello; e, in effetti, non aveva tutti i torti: con tutti e soli quei toni afosi nel film! me l’ero chiesto anch’io la prima volta che l’avevo visto: perché non l’avessi cancellato subito riregistrandoci sopra; ma qualcosa in quel film mi aveva turbato, qualcosa che solo ora capivo, con lui vicino; infatti, tutto cambiò quando alla prima scena di tutti quei cinni allupati, seduti sul muretto, vedemmo quell’accenno di erezione gonfiarsi nei pantaloni del protagonista. Luca lo sentii muoversi e subito andai a controllare nei suoi pantaloni; non so perché, ma mi veniva spontanea una certa consonanza tra lui e il protagonista, non somatica ma fisica: nei modi e nella costituzione; probabilmente fu quello a far scattare in lui quella sorta di meta-simbiosi, per cui si stava sempre più coinvolgendo nel film, tanto che alla scena della conta dei pollici esclamò: – Così poco! –.
– Che cosa pretendi… è più piccolo di te! – e poi, semmai, era lui a essere “eccezionale”…
– Ma hai detto che ha la mia età! –
– Si fa per dire… –
– Comunque è poco! – asserì.
– Contiamo i tuoi…? – iniziai a contare: – Uno, due, tre… –.
– No, lascia stare! – si rifiutò di misurarlo coprendosi col panno, ma intanto io avevo conquistato il suo fallo nella mia mano. Iniziarono finalmente le scene hot del film: quelle allucinate di fedele descrizione morbosa di fantasie aliena di un pubescente in iena adolescenziale, le pruderie dissennate, i subbugli ormonali; e intanto io lo masturbavo, così come continuamente si masturbava il suo l’omologo nel film, e di gran gusto…! se io solo mi fossi segato così nel letto, avrei tinteggiato dappertutto, ma di più mi chiedevo come facesse Luca a resistere ancora. Sentivo il suo affanno, lo controllavo periodicamente sull’apice dello stato d’umidità, e insieme cercavamo, tra le scene di seminudo, qualche fotogramma con uno stralcio di mutanda, per capire veramente le reali dimensioni del protagonista. Al cinematografo, Luca non capì che cosa ci facesse quella signorina procace vicino ai ragazzini; e quando gli spiegai che era lì per segarli, Luca me lo prese subito e incominciò a segarmi assatanatamente. Oramai non ce ne fregava più niente del film, se mai ce ne fosse fregato: prendevamo soltanto quel che ci serviva per nostre seghe compulsive; ma il clou arrivò quando il padre lo accompagnò al postribolo: la peripatetica lo spogliò, e io subito m’immaginai di essere lei e di spogliare Luca in quell’atmosfera d’erotica tensione…; poi Luca mi chiese se per me il protagonista fosse realmente nudo, visto che era minorenne, ma io non sapevo cosa rispondere e allora lui mi fellò alla prima scena di orgasmo verginale. Io lo masturbavo e lui mi fellava, era irresistibile per me pene tinto dalla televisione nella mia mano: – Luca… andiamo a letto…? –.
M’infilai nel letto riabbracciando Luca; incredibile: solo pochi secondi lontano da lui e già mi sentivo in astinenza per la sua corporeità! Lo abbracciai forte, lo strinsi al petto per placare la mia sete di lui: volevo sentirmelo in corpo, compenetrato nel petto per essere una sol cosa eternamente io e lui… ma ci ritrovammo ben presto a toccarci alla rinfusa senza una meta direttrice che non fosse il nostro turgido sesso. Vi arrivai, l’afferrai: vacca s’ero grosso! lo pigiai forte e presi a masturbarlo fuori dai vestiti; Luca già mi ansima, ma no, no… non così in fretta! non potevo sprecare tutto così e subito, e soprattutto con così poca fantasia! – Luca… fermati! – gli dissi –…calmiamoci! – e ci stringemmo in abbraccio affettuoso, a sedare la nostro smania carnale.
Lo caricai su di me, volevo sentirmelo tutto addosso; non doveva avere alcun altro contatto col mondo all’infuori di me: io dovevo essere il suo unico punto d’appoggio! poi presi a strusciarlo; ma Luca si alzò, dapprima col solo busto, poi sedendosi sul mio bacino, a carezzarmi. Era così tenero quando mi elargiva le sue premure, che veniva quasi voglia di mangiarlo; poi gli tolsi il primo strato di sovrappelle: quella maglietta di pigiama che m’impediva di toccarlo sulle sue nudità. Era più eccitante adesso, accarezzarlo sulla pelle nuda, seppur tra gli spazi lasciati spogli dalla canottiera; poi m’infilai sotto e piano gliela sollevai tastandolo sul petto, finché la levai perché m’impacciava. Ora sì, che il mio Luca era come si doveva…: a dorso nudo e tutto per me! ma a me non mi bastava soltanto quello, non in quel buio: io volevo vederlo! – Luca accendi la luce, per piacere! –.
– Perché? –
– Perché voglio vedere! è lì sul comodino… – ed ecco il mio bel primino apparire seminudo in tutta la sua adolescenziale freschezza e con quelle due areole sottili che ora sembravano due occhietti strizzati su un torso minuto. Era così strano accarezzarlo ora, in quell’insolita luce che definiva così bene il suo petto, più di quanto non fosse in realtà definito, così gli scivolai verso il basso…; lì sì, che era veramente ben sviluppato. – Senti che roba! – gli dissi, ed entrando strinsi, poi Luca mi fece intendere che le mutande gli stavano strette, così gliele levai assieme ai pantaloni: – Butto di qua, dove c’è la luce! – non volevo poi fare la fine della notte scorsa.
Il mio primino stava lì, col suo turgido fallo ancora seduto su di me: sembrava un cucciolino in attesa di una mia carezzina; così lo sfiorai suoi testicoli, e secondo me non aspettava altro che quello, perché sembrava un micino in fusa per i grattini. Presi a masturbarlo e man mano che godeva lo avvicinai alla mia testa, fino ad avere le sue ginocchia contro le mie spalle; era fantastico: tutto quel biondino e il suo fallo a portata della mia bocca! Incominciai a carezzarlo, poi me lo misi in bocca per sentire il suo sapore inebriarmi le papille. Lo spingevo contro me, col pretesto di accarezzarlo sulla schiena, per averlo più dentro; e se solo non avessi avuto la luce accesa, mi sarei perso quello spettacolo davanti: il suo pelo biondo che mi fremeva e sotto quella lunga cannula che mi congiungeva a lui; per me il paradiso era un biondo primino col suo lungo uccello dentro la mia bocca! ma Luca lo sfilò. Fu come estrarmi un organo vitale, privarmi di quel pezzo di lui… poi disse: – Lo facciamo doppio? – e mi si piroettò sopra. Mi sembrava d’avere un’astronave dalla fallica forma su di me, di quelle che si vedono nei documentari degli UFO; poi quel lungo dotto scendere, staccandosi dal ventre della nave-madre, con l’ultimo blocco aprirsi: era Luca che mi ricordava di darmi da fare, perché lui stava già succhiando da un pezzo, così iniziai anch’io il mio incontro fallico del 3° tipo.
Erano passati circa un paio di mesi dall’ultima volta che l’avevamo rifatto “doppio”, e quasi m’ero dimentico la piacevolezza dell’essere succhiati e succhiare insieme, ma io non volevo venire così! – Luca, dai… ora vieni un po' sotto tu! –.
– Va be’, però ti spoglio! – mi disse e mi sfilò i vestiti, così come io l’ultima parte del suo corredo notturno; finalmente eravamo completamente nudi, e quel bocconcino sotto di me! Gli leccai la verga e, salendo poi, la continuai idealmente baccettando lungo la mezzeria del suo corpo, mentre quel primino tratteneva il fiato; giunsi così alla sua faccia: al mento… e continuai diritto sul naso, la fronte, per poi intrattenermi; avrei voluto baciarlo, ma la tensione era troppa, non ce la facevo: avevo paura che in fondo avrebbe pensato che ero…, mentre io di lui ancora non l’avevo capito che cosa pensava! Tornai sulla sua bega scappellandogli il glande, e finalmente ritrovai quel filetto, che lui oggi voleva rompermi, segno evidente della sua ancora ufficiosa castità; gli girai intorno con la lingua per il solco balanico, ma Luca dopo un simil orgasmi mi disse: – No, fermati! Voglio farti venire primo io! – ma che gentile… però sapevo che lui, in realtà, voleva solo venire per secondo, per godersi meglio poi il suo periodo di riposo post-orgasmico tra le mie braccia.
…mi ritrovai un primino erto su di me col suo fallo eretto: era come stare tra le gambe d’un’opera scultorea d’infinita bellezza, un David di Michelangelo in forgia carnale, e allora mi alzai a baciargli le palle in segno di rispetto: gli leccai lo scroto, e poi tornai tra le sue gambe, nel mio alveolo, iniziando a menarglielo l’uccello. Avrei voluto ciucciarglielo, ma non potevo abbassarlo ulteriormente – oltre i novanta gradi verso il basso – o gli avrei fatto male…; progressivamente poi Luca si adagiò. Mi sentii il suo sedere contro il mio uccello, e poi lui farsi indietro come attratto da un piacere carnale, che già conoscevo… ma no, io con lui non potevo: mi vennero subito in mente quei ricordi, e lo schifo provato con Robertino. – No, Luca! No! – gli dissi col tono fermo trattenendolo sul fianco; Luca allora mi guardò quasi lieto e si avvicinò.
Luca mi guardava con lo sguardo innamorato e poi mi sentii le sue labbra sulle mie, mentre mi masturbava: il suo calore, il suo respiro, quasi mi pareva di ricevere; ma io per la tensione serrai le labbra. Mi sentivo a disagio, nervoso, non me lo sarei ancora aspettato, poi sentii la mia bocca aprirsi sotto la spinta della sua che calcava; mi cercò con la lingua: ci fu una lieve scossetta e poi un primo bacio alquanto impacciato. Chiusi gli occhi e finalmente mi lasciai andare, iniziò allora un bacio disinibito, inclinando perfino le nostre teste per cercare la posizione migliore in cui combaciarci meglio, e Luca continuava a segarmi. Arrivò il momento che ormai non ce la facevo più a baciarlo dal fiatone, così Luca mi guardò soddisfatto e scivolò verso il basso; mi sentii la cappella avvolta da una mantella umida, e poi quell’impellente bisogno di venire, gridando forte il suo nome, come un mantra da far giungere in paradiso. «Luca… Luca…» gridai, ponendogli le mani sopra la testi, e finalmente venni, mentre lui continuava a ciucciarmi e io a carezzarlo come fosse quella chioma la cosa più morbida del mondo. Aveva finito: mi sentii le sue ultime leccate sulla cappella, e poi ricomparve con la sua faccia bionda: un volto angelico ma dallo sguardo malandrino, che di nuovo mi baciò impensato; sentii il sapore del mio sperma, il mio sapore, e continuò a limonarmi in punta di lingua; però! non era mica poi tanto male: era diverso dal suo, ma capivo perché anche a lui ci tenesse tanto a succhiarmi; poi si ripoggiò affettuoso con la testa sul mio petto.– Ti è piaciuto? – mi chiese dopo un po' che ci facevamo le coccole.
– Sì, perché… –
– Niente…, mi avevi detto di inventare qualcosa di speciale… – mi lasciò intendere, anche se io non capivo bene che cosa fosse quel «qualcosa di speciale»: se il suo tentativo di farsi deflorare, il nostro secondo bacio, oppure il bacio al sapore del mio sperma…
Mi stavo quasi addormentando, ma il pungolo di farlo venire mi teneva sveglio; così, senza dir niente, lo sdraiai piano sul mio letto e mi misi a contemplarlo. Era così bello lui nudo, che non potevi fare a meno di carezzarlo su quel fisico minuto, e avvicinarti piano a Gianluca; ma quando lo sfiorai, mi chiese di spegnere la luce. – Va bene… – e nel buio tornai carponi su di lui, poi iniziando a solcarlo lungo la verga con la punta del mio pene, che tanto puntava verso il basso, e quel primino di già godeva. Incominciai a masturbarlo, e in poco tempo era già lì che gemeva, così mi avvicinai intenzionato a baciarlo, ma finii di nuovo sul suo naso e poi lievemente a mordicchiarlo sul labbro: non so perché, ma non ancora non ce la facevo a iniziare a baciarlo; però gli scivolai a mordicchiarlo sul lobo, e allora il suo tono crebbe. – Adesso ti do io qualcosa di speciale! – gli sussurrai nell’orecchio; discesi a bacettarlo: trovai il suo capezzolo e allora Luca emise un grido, che sembrava dovesse farlo sentire fino in paradiso; – Oh… calmati! – gli dissi: avevo paura che i vicini ci avessero sentito. Era incredibile quella scossetta che anch’io sentivo, quando gli limonavo l’areola: era la stessa di quando lo baciavo; poi cambiati capezzolo, ritrovando quel bottoncino piatto in mezzo, che quando stimolavo, lo faceva stava letteralmente impazzire; e probabilmente lui non s’aspettava che io conoscessi altre sue zone erogene per farlo godere oltre il pisello…
Era giunto il momento: sentivo il suo odore, e la vertigine che mi dava il suo sapore pre-spermale, ma dopo quello c’era immediatamente il piacere di sentirlo tutto grosso in bocca, ed era quella, in fondo, una delle sensazioni migliori di succhiare un primino dall’uccello grosso, che poi arrivò. Il suo seme per la mia bocca…, avrei voluto non avesse finito mai quella fontanella, e pensare che già oggi aveva gorgogliato. Continuai per due minuti interi a succhiare quel liquido piacere, e poi il mio Luca si sciolse da tutte le tensioni del giorno, piombando quasi in un sonno lieve, ma quando apprestai a raccoglierlo tra le mie braccia… – No, fermati – mi disse: – vieni un po' tu su di me… – propose. La proposta in parte mi allettava, perché anche io, una volta tanto, avrei voluto provare che cosa significasse abbandonarsi tra le braccia e sul petto di qualcun altro che ti accarezza; ma se il piccolo sul grande sta a anche bene, il grande sul piccolo mi sembrava alquanto ridicolo: – No, dai… poi ti faccio male ! – e dopo un bacio sulla fronte, lo caricai tutto nudo su di me, mentre il suo corpicino lasso si adagiava piano piano abbandonando ogni resistenza.



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7 commenti:
wow bellissimo! per ora il migliore dei gia magnifici racconti!
bellissimo e coinvolgente come al solito...
io non vorrei essere ripetitivo, però tu non ne sbagli una...
Complimenti collega... un'opera meravigliosa... http://unavitadaliceoencore.blogspot.com
Bellissimo, a quando il prossimo??? non posso aspettare...complimenti davvero, dovresti pubblicare un libro
Come al solito non ti smentisci! Questo era addirittura migliore degli altri, senza parole. Passa da noi se ti va ed esponi le tue opinioni sul nostro nuovo post, ti aspettiamo.
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It appears the level of my language is the need to improve, because some things I can not understand, but I still firmly believe that here is a very good article!
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