Una lunga giornata
Rincontrai Luca felice davanti l’uscita di scuola; sembrava non star più nella pelle, appena mi vide corse subito verso la macchina gridandomi di venire; quel pomeriggio sarebbe venuto da me e vi sarebbe rimasto l’intero weekend, due giorni tutti per noi… e lui tutto per me! e come al solito nel ritorno lui salì davanti e io didietro, non capivo il perché, nell’andata sedevamo tutti e due dietro, ma forse era soltanto questione d’abitudine: una pura casualità trasformatasi poi in consuetudine scaramantica; ma a me piaceva così, anche perché potevo ascoltare i loro dialoghi pur standone fuori.
– Allora, Alle, – mi chiese sua madre: – cosa combinerete stasera? Scommetto vi divertirete… – suggerì, ma il suo tono era realmente pieno di curiosità; di quella sana curiosità che prende ogni genitore quando il proprio figlio passa la notte fuori di casa.
– Ma no… niente d’eccezionale…! Stasera siamo soltanto io e lui, e domani forse vengono due miei amici… – non potevo dirle forse avevamo intenzione d’uscire.
– …e ragazze niente? – provocò sua madre; io non risposi, probabilmente arrossendo, e lei riprese: – Veh, che lo so come vanno queste cose… sono stata ragazza anch’io, sai! Sono uscita anch’io la sera con le mie amiche, e quante volte andavamo dai ragazzi con le case libere… – ma Luca la interruppe bruscamente…
– Sì, mamma abbiamo capito mm… non ci interessa sapere cosa facevate da ragazze! – probabilmente era seccato di sentir sua madre raccontare le sue si avventura da ragazza.
– Eh… Luca… adesso fai così, ma quando ti interesseranno le ragazze vedi… –
– No, Mamma, mi interessano già le ragazze! – le rispose tostamente – solo che non mi interessa sapere cosa facevate quarant’anni fa! –.
– Oh, ma quanto mi fai vecchia! Ma guarda te che figlio impertinente, vero alle? – mi chiese conferma, ma io in quelle beghe non ci volevo rientrare! per fortuna che accostò a casa mia…
– Allora ci ved… – stavo per dire, ma sua madre intervenne inopportunamente: – Guarda, Luca, guarda che bel mao! –.
– È Niki! – esclamò Luca con la sua acutezza giovanile.
– Il mao… – diss’io sconvolto dall’infantilità di quel termine.
– Sì, quando lui era piccolo li chiamava sempre così… il bau e il mao, e allora io glieli chiamo ancora così per prenderlo in giro! – insomma: era una ritorsione materna per averle dato della “vecchia”, e per fargli capire che era comunque sempre il suo piccolino.
– Comunque è il mio! – le dissi mentre Luca ci guardava già male.
– Ah! Allora ecco perché torna sempre pieno di peli; hai un gatto! – beh, se guardava meglio forse notava anche dell’altro: possibile che non si sia mai interrogata su quell’abbigliamento sempre inspiegabilmente stropicciato? ma era meglio sorvolare: – Luca che fai allora… – gli accarezzò i capelli: – scendi anche tu che ti porto dopo la roba?–.
– No! – disse lui muovendo il ditino pieno d’orgoglio: – Vengo dopo io col mio motorino – sottolineando ogni volta quel “io”: – così sono libero tornare a casa quando mi pare! – e soprattutto non doveva farsi accompagnare dalla mamma, che, a quattordic’anni, non faceva certo sintomo d’autonomia… e poi non avrei neanche saputo che cosa preparargli visto che prima dovevo vedere che cosa mia madre mi aveva lasciato per il weekend! Poi l’autovettura andò via con Luca che gesticolava animatamente.
Chissà che cosa ci avrebbe riservato quella giornata? troppe robe avevo per la mente, e troppe tra loro contrastanti per potergliele realizzare tutte.
***
Di già…? avevo appena finito di sistemare i piatti quando riconobbi un rumore noto; capivo benissimo ormai quando arrivava, seguiva sempre il solito pattern: una sgasata a inizio della via per poi planare fino casa mia, soffermandosi a borbottare col motore acceso davanti al cancello, quasi aspettasse impazientemente; ma di solito riuscivo a dargli il tiro prima che s’arrestasse, così ch’entrasse, parcheggiasse in completa autonomia e salisse da solo fino in cucina, dove l’attendevo; oggi però proprio non riuscivo a trovare il telecomando.
Luca tra poco sarebbe entrato da quella porta; era venuto in fretta oggi e sicuramente s’aspettava qualcosa… e subito! eppure per me era così chiaro che sarebbe stato meglio aspettare... Luca comunque comparve sulla soglia col suo biondo radioso, a illuminare la stanza, e disse: – Ciao, come va? –. Recava in mano un casco e a spalla i due zainetti, l’uno coi libri e l’altro con la “roba”, mentre io per la tensione non riuscivo a rispondere; un imbarazzo d’aspettativa si respirava nell’aria, finché lui non disse, rompendo il mio nervoso: – Allora… –.
– Dai, intanto vatti a cambiare così stai comodo anche te! Vai pure in camera mia! – per non cadere nell’immediata tentazione lo mandai via e Luca salì con lo zainetto a monospalla, come un figo incredibile, così che intanto vedevo l’oggetto della mia venerazione allontanarsi disinnescando il mio incendio interiore. In quell’attimo raccolsi subito le mie idee e decisi: che avremmo aspettato la sera, perché sarebbe stato più bello! Ma come fare a convincerlo? Luca ridiscese in una grigia tutina, esattamente come la mia; ora sì che eravamo veri cugini come a scuola andavamo tanto spacciandoci per giustificare la nostra intesa… ma nonostante vestisse in quell’abito informale, era bellissimo: era come un piccolo modellino dotato d’una gran dote, non proprio nascosta… e difatti discendendo l’ultimo gradino vi passò sopra la mano ridicendo un grazioso: – Allora… –.
Subito gli andai incontro togliendogliela con tono deciso: – Mh! Mio! – per sottolineare la mia proprietà.
– Eh! Adesso…! – rispose ristrofinandosela immediatamente.
– Mio! – gliela levai di nuovo.
– No… è mio! – vi ripassò la mano.
– No, mio! –
Luca stette un attimo attonito, guardandosi intorno, non sapendo cosa rispondere, e si grattò sovrappensiero la spalla. – Sei lì pure mio! – gli dissi levandogliela: – sei tutto mio! –; ma Luca alla mia frase sgrammaticata reagì liberandosi le mani e mettendosi sulla difensiva.
– Alle, te l’ho detto che non sono il tuo giocattolino! – pronunciò con voce minacciosa; il mio piccolo aikidoka del messaggio aveva colto il senso, ma non il tono giocoso, ed ora era teneramente minaccioso.
– Sei mio perché sei in casa mia… – gli spiegai il senso: – e visto che i miei non ci sono, il padrone sono io… e quindi per questi tre giorni tu sei mio! – in fondo mi stavo rifacendo alle nostre regole.
– Mm… – mugugnò rigrattandosi la spalla.
– Allora! – lo rimproverai.
– Ma ho prurito… –
– Allora ti gratto io! – gli infilai una mano nel colletto per grattargli la clavicola. Mi sembrava quasi di toccare un ossicetto di pollo: sottile, magro, leggiero, che mi trasmetteva l’idea di un’intima fragilità, di un corpicino inerme, nonostante l’ostentazione di coraggio, che andava difeso: – Tu me lo dici che ci penso io… ma tu non devi più toccarti, capito? –.
– Ma dappertutto? –
– Dappertutto…! –
– E allora avrei un prurito anche qui… – m’indicò il suo pacco; maledetto! Dovetti grattargli pure quelle e lui cominciò subito a godere come un matto: – Ahhh, ma come fai…? – .
– Cosa… –
– A grattarmi, senza farmi male! – godeva sia con gli occhi che con la bocca in quel momento, ma io non riuscivo a capire bene che cosa intendesse: forse si riferiva a quel fatto che quando chiedi di essere grattato per non farti del male, finiscono sempre per non grattarti affatto, oppure usano le unghie veramente; cosicché, essere grattati piacevolmente, è praticamente impossibile… ma io avevo la mia tecnica, e gliela mostrai prima finalmente di sederci e fare i compiti allontanandoci da quella tentazione.
Che fatica oggi fare i compiti con Luca, aveva sempre prurigine dappertutto… e non bastava mica che lo grattassi dai vestiti: no, no! dovevo proprio andare sotto e grattarlo sulla pelle nuda, come «solo io sapevo fare»… e ancora più strano era il fatto che avesse sempre quel prurito intorno al pube, e si spostava pure! tanto che dovetti sempre grattarlo alternativamente sia suoi testicoli e che sul pene, immancabilmente duro; ma come potevo resistere a quell’affronto: a quella roba perennemente dura davanti agli occhi, che non s’ammosciava mai! Poi, d’un tratto passò un’ambulanza e una mano scaramantica andò a toccarmi i testicoli: – Presto toccami! – m’ordinò lui.
– Perché? –
– Perché non posso! … ma no, sotto! –
– Come sotto… –
– Dentro le mutande! –
– Che palle…! – aveva sempre una scusa buona per farsi toccare, e io mi sentivo crollare, sia fisicamente che psichicamente, con quell’irrefrenabile voglia, che avevo, di spararmi una sega; ma non volevo venire: volevo solo calmarmi, riappacificarmi con me stesso, una raspa rigeneratrice insomma; ma davanti a lui non potevo… o sarebbe voluto andare fino in fondo, ma per fortuna che andò in bagno.
– Vieni… – mi chiamò.
– Per cosa? –
– A tenermelo, hai detto che non posso toccarmi! – che pestifero!
– No, no, lì fai pure da solo! Diciamo che ti do un’esenzione dai…! – e finalmente si allontanò. Appena voltò l’angolo, mi abbassai i pantaloni e mi tirai una sega pazzesca direttamente sulla sedia, tanto, come già detto, non volevo venire, ma solo raccapezzarmici con me stesso, ritrovare formalmente la mia padronanza del corpo, della mia libido, il cui controllo era stato fortemente compromesso, ma Luca tornò improvvisamente: – …e no, non è giusto! …anche tu devi farti toccare! –.
– Ma tu forse non hai capito, che non sono io a essere anche tuo, sei tu a essere soltanto mio! – dissi finalmente smettendo di menarmi.
– Vuoi forse litigare… – mi ricattò. Che bastardo! memore della sua reazione di prima, sapeva che l’avrei lasciato fare pur di non tornare a litigare. Luca con smania iniziò a smerlettare con la linguina mezza fuori, tipica di quando aveva perso l’autocontrollo; aveva una smorfietta che era tutto da mangiare, ma anche una voglia famelica metterlo bocca, ipnotizzato com’era dalla mia verga. Preso da quella paura l’abbracciai prima del suo abboccamento, ma ora chi avrebbe dissuaso me dal continuare? quell’abbraccio ci sarebbe stato fatale: – Luca, dobbiamo distrarci… – invocai il suo aiuto.
– Lo so, Niki dov’è? – suggerì ,strusciandosi anche lui dolcemente con la testolina; giusto… che genio! Quel felide inutile, che passava otto noni del suo tempo a poltrire e a mangiare a sbafo, dov’era quando serviva? Lo cercammo sul divano, dove l’avevo lasciato dopo pranzo, sulle sedie, sotto i tavoli, negli armadi, ma niente non c’era! Dov’era? scesi le scale e lo scovai, come al suo solito, raggomitolato in una scatola; – Vieni qua tu! – lo presi con me. A ogni gradino di quella breve scalinata mi soffermai ad abbracciarlo: ne avevo proprio bisogno di quella inusuale terapia, o presto Luca avrebbe fatto la sua stessa brutta fine ma con esito ben diverso…; riemersi dalle scale, per darlo ora a lui in braccio e disintossicarsi.
– Dov’è il collarino… – mi chiese.
– Eh, glielo dovuto levare… mia madre mi ha detto, se no, che dopo poteva impigliarsi nella siepe… – e Luca non obbiettò, ma lo strinse più forte, come volesse scusarsi con lui per quel pericolo mai corso: – però se vuoi adesso possiamo metterglielo, se lo teniamo dentro in casa… – e corsi subito in camera a cercarlo per poi ridiscendere giusto in tempo per vedere la scena: Niki in un moto di mattana si stava ribellando a Luca, stanco forse dello stargli in braccio, ma lui lo tratteneva; – Presto lascialo…! – stavo per dirgli, ma troppo tardi: Niki per divincolarsi lo graffiò e con un balzo quasi lo capitolò al tappeto: – Luca stai bene? –.
– Sì, però m’ha graffiato –
– Fa vedere! – un graffio a mezzaluna lo solcava sotto il polso: non profondo, né aperto, ma lungo e rossastro; il tipico graffio da “fuga”, che non fa male, ma brucia moltissimo: – Dai che ti disinfetto! –
– Ma solo è un graffio! – ma proprio adesso doveva farmi Mr. coraggio! Proprio ora che volevo consolarlo.
– Fa niente, meglio disinfettare lo stesso! – e poi a me piaceva curarlo… presi l’acqua ossigenata e tornai dal mio feritino.
– Cos’è…? – guardò il flacone con sospetto.
– È acqua ossigenata…! Non l’hai mai usata? – manco ci fosse sopra il teschio di morte!
– Ma brucia? – mi chiese ritirando il braccio.
– Eh sì… un pochino… ma disinfetta e chiude subito! Non l’hai mai usata? – gli ripetei.
– No! – e mi riporse finalmente il braccio; ma come: prima mi ostentava tanto coraggio e ora chiudeva gli occhi? che primino…
– Comunque Niki è forte! – disse dopo il mio intervento, cercando dialogo – …mi ha quasi spinto all’indietro! – sembrava quasi che ci fosse qualcosa di cui stupirsi.
– Ma non c’è nulla di strano, il gatto è un animale forte! Pensa a quanto salta… tu, in paragone, dovresti quasi saltare una casa! –
– Sì, ma io sono più grosso di lui! –
– Eh… ma non più furbo… – se no, non si sarebbe fatto graffiare.
– Eeeeehh… – mi fece il finto risolino da battuta antipatica.
– Comunque non c’è nulla strano, se ci pensi bene non sarei neanche 10 volte lui… –
– Cioè? –
– Cioè, che non pesi neanche 10 volte lui! –
– Impossibile! – asserì categorico.
– Ah no! tu non pesi neanche 45 kili, lui più di 5… fai un po' tu! – davanti all’evidenza tacque: – Comunque… – continuai: – lo dovevi lasciar andare! –.
– Ma io volevo tenerlo! – obbiettò giustamente.
– Sì, ma tu non hai diritto di costringerlo se lui non vuole! devi lasciarlo andare, devi rispettare la sua volontà! –
Il faccino di Luca si fece improvvisamente nero: – Non ho capito! – sbottò subito furioso:– io non posso fare quello che voglio in questa casa e lui sì! Valgo forse meno d’un gatto adesso! – meno d’un gatto, no; ma meno di Niki, per me, sì! e offeso se ne andò verso il divano.
La giornata stava decisamente prendendo una brutta piega: l’avevo già fatto incavolare due volte e questo non giovava né a me e né ai miei progetti, anche se adesso almeno tutta quella carica sessuale di prima ci avrebbe impiegato un bel po' prima di rifarsi viva; ripresi il felino e andai da lui: era doveroso rifar pace con Luca non soltanto per me, ma anche per lui, e oltretutto non sapevo con che altri pretesti cominciare.
Luca subito non ci degnò d’uno sguardo: offeso guardava il televisore tenendoci il muso, quando poi Niki incominciò a fare le fusa e io glielo misi vicino, allora lui dovette capitolare e accarezzarlo prima timidamente sul coppino, e poi chiedendomelo in braccio: – Me lo dai? –.
– Sicuro… – non volevo che facesse la stessa fine di prima: gli animali sono bravi a sentire lo stato timoroso e reagiscono inaspettatamente.
– Dai! – ripose sicuro; gli passai il fagotto che mollemente gli si adattò sulle ginocchia, e lui iniziò a vezzeggiarlo immediatamente come al suo solito, ma con evidente più rispetto di prima: se questa volta fosse voluto andare, certamente l’avrebbe lasciato. Pian piano fui completamente obliato, oramai erano tornati una coppia e io l’intruso, nonostante fossi il padrone di casa e di entrambi.
– Luca, ma se ti piacciono cosi tanto, perché non te ne fai regalare uno? – così capiva che non erano soltanto dei peluche animati, ma dei veri rompiscatole quando chiedevano da mangiare o andavano in amore; troppo comodi vederseli belli a casa di altri, senza però doverseli subire.
– Non posso… – dissefacendosi malinconico.
– Perché… – la mia prima tentazione fu quella di accarezzargli la fronte.
– Mia mamma non vuole… – e Luca si chinò verso Niki quasi ad abbracciarlo teneramente.
– Perché scusa… –
– Lascia stare… ha ragione in fondo! E poi neanch’io voglio… – e a quelle parole si fece ancora più triste, ma di una tristezza profonda, di quelle nell’animo più cupo, ma sentivo che mi mentiva.
– Ma perché? – questa volta lo accarezzai sulla schiena.
Luca chinò il capo ulteriormente guardando Niki, e dopo un interminabile secondo rispose laconicamente: – Perché poi muoiono… – e in quell’attimo Niki scappò. Il mio primo desiderio fu quello di stringerlo forte, mentre guardava con lo sguardo malinconico in basso e quella cupezza intorno a lui; ma cos’era quello spettro di morte che aleggiava turpe sulla mia luce? Sciò! Via… pussa via! Lo colsi in braccio, caricandomelo addosso. Lo sdraiai, lo abbracciai, lo coccolai, e Luca cominciò a raccontandomi allora con la voce fioca il suo “trauma del pesciolino rosso”: quello classico da fiera, che non vive più d’un giorno, e lui l’indomani, ritrovandolo cadaverino, vi rimase ammutolito per un’intera settimana almeno, e allora sua madre decise: da quella volta niente più animali in casa; poi divenne muto. In fondo la capivo: se questi eran gli effetti ancora a ott’anni di distanza, Luca bisognava proteggerlo, preservarlo, tutelarlo da quel truce mondo, anche se la soluzione poteva sembrare ad occhi inesperti insensata.
***
Luca si risvegliò col faccino vispo sul mio petto e la manina che andava a tampinarmi da quelle parti… lo lasciai fare: mi abbassò i pantaloni e lo slip, e si soffermò a grattarmi il genitale, come gli avevo mostrato, prima di metterselo in bocca. Capii in quel momento che dovevo lasciarlo fare, perché ne aveva bisogno: chiusi gli occhi e mi rilassai, ma non per godere, solo per resistere di più, per lasciarlo continuare allungo; mi ero oramai quasi completamente estraniato dal mio corpo, non sentivo più le sensazioni, ma lui soltanto succhiare, andare su e giù lungo l’asta come in una lunga tettarella; avevo persino perso la cognizione del tempo, non sapevo neppure se erano passati dieci, venti oppure mezzora da quando aveva cominciato, ma alla fine la fame mi destò dal torpore.
– Luca, tu non hai fame? – gli dissi.
– Sì! – rispose finalmente mollando il mio cazzo: – Cosa c’è? –
– Pasta…–
– Solo quella! – che si aspettava da me!
– Non sei mica ristorante! – anche se prima si era appena fatto un’abbondante scorpacciata di pesce… Io sapevo fare da mangiare per me, ma non di più piatto di pasta o di una bistecca riscalda, o comunque di un qualcosa riscaldato al microonde, anche se di certo sapevo fare più di lui. Luca mi seguì in cucina dandomi tutto il suo apporto seduto sul tavolo alle mie spalle; non lo sopportavo quando faceva così: mi guardava col suo sguardo innocentino, quasi fosse un angioletto contornato da un’aura bionda, e intanto il mio occhio cadeva immancabilmente tra le sue gambe dal suo faccino; era un criminale faccia d’angelo, che mi provocava continuamente: sarei andato lì e gli avrei tirato un marlettone direttamente sul tavolo, ma in quel momento entrò Niki inopportunamente. Subito lo chiamammo entrambi dai lati opposti della stanza; il gatto pareva disorientamento: non sapeva dove andare, ma il mio micio era furbo e sapeva che era il padrone… e difatti andò da lui a ricevere le carezze.
– Ah sì… – mi avvicinai: – Giuda! – ma il quadrupede si voltò miagolandomi: – no, tu sei più il mio gatto, non ti do da mangiare! Sei andato da lui… e allora fatti dare da mangiare da lui! – e me ne andai.
Niki incominciò a miagolare insistente e Luca intervenne: – Niki, hai visto che padrone cattivo che hai, non ti vuole dare da mangiare… dai te lo do io! che evo fare? –.
– Dagli le crocche di quel sacchetto! – non mi voltai neanche, sentii solo una cascata di crocchette versarsi nella ciotola: – Ma Luca è un gatto… mica un bovino! – gli dissi voltandomi. Luca mi guardò perplesso con un’espressione dolcissima e quel grosso sacchetto sottobraccio; sembrava quasi che io lo avessi rimproverato e invece volevo soltanto correggerlo, poi lui si congedò andando in bagno: – Sì, ma fai presto! –
– Va bene… –.
– …e non ti segare! – mi diverti molto fargli quelle raccomandazioni, ma appena si chiuse la porta la sua voce arrivò: – Alle, mi sparando le seghe! –.
– Nooooo! –
– e invece sì… ahaaa… ahaaa… ahaaaaa! –
– Beh, peggio per te! Vuol dire che allora stasera dormirai sul divano… – gli feci intendere che in realtà avevo in mente ben altra sistemazione per lui quella sera.
– No… no… Alle sto scherzando! – ma io mi allontani senza rispondergli. La prima cosa che fece, uscito dal bagno, fu quella di assicurarsi che io avessi capito: – oh, non mi sono segato! – ripeteva: – hai capito? –; ma io non l’ascoltavo – oh, non mi sono masturbato… ho cagato! –
– MA SI’, ho capito! – gli gridai infastidito più quella sua irritante precisazione: – ma cazzo! non c’è mica bisogno di raccontarmi cos’hai fatto nel bagno! – specie che aveva defecato! va bene ch’eravamo ragazzi e ogni registro potevano essere saltato, ma almeno il minimo comune denominatore del pudore poteva tenerlo...
Dopo cena la parte più difficile di tutta la giornata: con quelle tre - quattro ore da riempire col fatidico «che fare?» prima di andare a “dormire”; perché mica sarà voluto andare a letto presto proprio oggi che avevamo la casa libera tutta per no? – Che facciamo? – continuava a chiedermi.
– Non so, ieri ho noleggiato un film ma terrei per dopo… Play? –
– Mm No! non ne ho voglia… – disse, poi tacque lungamente: – Non hai, che so, dei giochi di società… – di società…? non credevo alle mie orecchie…
– Sì, là – gli indicai ancora incredulo lo scaffale; Luca si rannicchiò per passare in rassegna tutte quelle vecchie scatole di giochi di società, forse usati uno, due volte al massimo da piccolo sull’impulso del giocattolo nuovo, costringendo i miei a una serata in famiglia, per poi dimenticarle lì ingloriosamente, dopo che per anni magari avevano intrattenuto le serate della generazione di mio padre. Risiko, Forza quattro, L’Oca, Scarabeo… Luca continuava a passarli tutti indeciso col ditino, forse ora si sarebbe convinto anche lui dell’assurdità dell’idea.
– Tu a quale vuoi giocare? – mi passò la patata bollente; dunque: L’Oca… no! troppo stupido, e poi basato soltanto sul culo finisce subito; Forza Quattro e Risiko… no! mai stato bravo in quei giochi, e poi Risiko in due è noioso e a Forza quattro venivo battuto sempre, inoltre lui, non so perché, mi dava l’idea di uno che aveva passato gli ultimi due anni di vita a giocare a seghe e forza quattro; Scarabeo… sì! lì certamente l’avrei battuto: conoscevo certamente più parole di lui.
– Dunque… dunque, dunque…– finsi incertezza: – Scarabeo, dai! – .
– No, Monopoli! – e prese fuori direttamente la scatola, ma allora che cosa me l’aveva chiesto a fa’? Mi davano fastidio quelle persone che ti chiedono consiglio e poi comunque fanno di testa loro!
– Però non so se ho le regole! –
– Fa niente… ce le inventiamo! – ma sì, dai… così da Monopoli sarebbe diventato Pornopoli!
Ci piazzammo al centro del tappeto davanti al divano col televisore alle spalle acceso a tenerci compagnia; l’inizio del gioco fu tutto molto serio: rispetto all’originale poco ortodosso, ma ancora niente era uscito, né entrato dai nostri pantaloni, invece dopo fu Luca a farsi prendere per primo dall’istupidimento e a voler assolutamente controllare se il mio “prigioniero” era rimasto per tutto il tempo (tre turni) rinchiuso in prigione, constatandolo con mano; e nel frattempo era diventato un vero Paperone, con hotel e palazzi sparsi qua e là in barba a qualsiasi piano regolatore. Era incredibile come un gioco banale, e normalmente noioso in due, era diventato con lui un vero spasso, specialmente quando, per megalomania, si distese sul fianco lungo il divano a rappresentar, diceva lui, la scritta “MONOPOLI” installata sulla montagna, stile “HOLLIWOOD”.
Luca saltellò 3 passi e capitò su “Vicolo Corto”, ancora invenduto.
– Aaaaah, Bigolo Corto… – lo sbeffeggiai in quel clima di sbornia pre-sesso per l’acquisto obbligato; allora Luca s’abbassò i pantaloni e disse: – Beh, proprio corto non mi sembra! – e mi trovai così davanti agli occhi quei venti centimetri: belli, duri, diritti, che come una freccia m’indicavano la direzione della sua testa – siccome lui era un’insegna; avevo una voglia incredibile di leccarli tutti dalla radice fino alla punta: – Mettilo via, – gli gridai, dovevo vincere la mia tentazione: – Ti ho detto di non toccarti! – .
– Ma mi sto tenendo la tuta!– rispose.
– Fa niente… mettilo via! – se continuavamo così, non saremmo durati ancora molto; ma io non avevo paura per lui, quanto per me: sapevo che se mi fossi attaccato a quella cosa, non me ne sarei più staccato via, consumando tutto troppo presto per divertirci poi, nel prosieguo della serata. Riprendemmo il gioco, ma ora avevo sempre quell’immagine davanti la mente e persino la sua posa neutrale ora mi sembrava eccitante: me lo immaginavo disteso su un triclinio romano mentre io lo leccavo e lui muoveva per entrambi le pedine; basta! – Dai mettiamo via, mi sto annoiando, tanto hai vinto te! – in tutti i sensi, tra l’altro odiavo giocare quando sapevo già come andava a finire, specie se ero io a perdere; raccolsi i soldi, ma Luca ebbe un’idea: – Sai giocare a poker? –.
– Certo! – per chi mi aveva preso: per un pivellino di prima?
Propose un pokerissimo con i soldi del Monopoli, ma già me lo immaginavo come sarebbe andato a finire…; passammo indenni le prime tre mani, poi Luca volle alzare la posta, e la calura, giocandosi i calzini; ma che mi fregava a me dei suoi calzini, io che già ero possessore di un suo paio di mutande! e poi lui era già mio, che ero scemo a giocarmi qualcosa di già mio? – e scusa, ma che ci guadagno io? – lo sbattei all’indietro sul divano: – …tu sei già mio! – gli afferrai i testicoli salendo velocemente. Luca non attendeva altro: iniziai a masturbarlo e poi sul più bello mi fermai: – Ti piacerebbe, eh… e invece aspetti! Ora ci guardiamo il film! –: quella per lui sarebbe stata la più atroce tortura.
Avevo riflettuto per giorni sul film giusto da noleggiarsi: volevo un horror, ma non un horror-thriller o uno qualsiasi, ne volevo uno di suspense, d’attesa, di palpitazioni, uno che lo facesse sobbalzare sulla poltrona, attraversare gli angoli bui con sospetto, guardare sotto le coperte prima di entrarci; lo volevo terrorizzato insomma, qualcosa che lo facesse letteralmente cacare sotto dalla paura! e questo per il semplice fatto che sapevo di poterlo faro, sfruttando la natura da primino. Dovetti effettuare il noleggio con la tessera di mio padre, per prendere qualcosa di v.m. 18, tanto lui non se ne sarebbe accorto; neanche Luca sapeva cosa era tanto lui pur di fare il fico non avrebbe sicuramente detto niente. Spensi le luci, per creare atmosfera; accesi il Dolby, per sentire i bassi fin dentro i polmoni, e in fine stesi il panno su di noi, per creare quel sentore di finta sicurezza e lo show ebbe inizio. Abbracciai il primino distendendolo sul divano assieme a me, come quando ci riposavamo; che bello stringerlo dentro una stanza buia… avrei voluto coccolato, ma era meglio non distrarlo troppo dalla visione, io mi ero perfino visionato la pellicola prima, annotandomi tutti momenti migliori, per rimarcarglieli nel caso qualora avesse chiuso gli occhi. Sentii Luca sobbalzare due o tre volte per tempo: era anche stato bravo tutto sommato, ma verso la fine della visione lo vedevo inspiegabilmente guardarsi intorno con sospetto, scrutando le ombre, prestando orecchio ai rumori anomali; che voglia di continuare a spaventarlo, ma ora ogni minuto fuori dal letto, era un minuto in meno per il nostro divertimento.
– Dai alzati! –
– No, dai… restiamo ancora un po’ qui… – mi disse tutto affettuoso; ma secondo me era soltanto per rimandare quell’istante in cui sarebbe rimasto solo prima che riaccendessi la luce.
– No, guarda che ora! – il display segnalava appena mezzanotte, ma era ora di andare… feci appena in tempo ad accendere la luce, che me lo ritrovai alle spalle: – Ah, sei qui! Vatti a cambiar,e dai… intanto io lavo i piatti! –.
– No, ti aspetto! – disse seguendomi in cucina sempre seduto sul tavolo alle mie spalle; mi mossi anche dalla stanza ma lui mi seguiva, era come un cagnolino: sempre appresso; ero divertito dal quel suo religioso tallonamento, ma gli si leggeva in faccia la stanchezza dagli sbadigli che faceva: – Dai, vatti a cambiare, che poi ti raggiungo! –.
– No ti spetto, non c’è problema! ma dove vai adesso… – disse in fine col tono lamentoso.
– Giù, devo stendere! mi sono ricordato adesso che ho dei panni da far asciugare… –
Luca sbuffò, ma mi seguì; feci apposta a non accendere alcuna luce per tutto il tragitto, e neanche per il percorso che dovevo fare dallo stenditoio al garage, dov’era sita la lavatrice: volevo che mi seguisse tutte le volte al buio e per tutte le volte cui avevo deciso di separare il bucato; avevo oramai una seconda ombra, un gemellino siamese ma disunito, che in fine misi alla prova – Per piacere, mi vai a prendere l’ultima roba! –
– Io…? –.
– Eh sì! chi se no? – altri non c’erano… Luca si accostò alla porta per accendere l’interruttore, mettendo fuori soltanto il braccio come se sulla soglia ci fosse una ghigliottina che altrimenti gli avesse mutilato la faccia.
– No…! – lo sgridai, Luca mi guardò per capire l’ammonimento: – Perché mi devi consumare inutilmente della luce… vai senza, no? tanto sai dov’è! – se no dov’era il divertimento…. anche se vi avevo fatto la figura dello spilorcio, che in fondo ero. Luca non obiettò, ma attese un secondo prima di solcare la porta, poi si fermò nel cono di luce proiettato dalla porta davanti a quel muro d’ombra che separa la zona in luce da quella di buio e in fine schizzò: – Spegni pure la luce del garage, già che ci sei! – gli gridai per farlo tornare completamente al buio, aspettandolo sulla soglia.
Luca comparve improvvisamente guardandosi di scatto all’indietro e attraversando velocemente la porta: – Tieni! –.
– Ma che hai? – gli chiesi per il suo affanno.
– Niente! – rispose.
Attesi un secondo in cui lo guardai intensamente con occhio indagatore, poi affermai – C’hai paura! – finendo col sorridere.
– Noo! – obbiettò.
– E invece sì! Allora perché mi stai sempre appiccicato? –
– non è vero… è… è che voglio starti vicino! – si accorse anche lui subito che quella frase stonava nonostante fossimo soltanto noi: – insomma non siamo qui per stare insieme, no? – si corresse giusto in corner, ma oramai era certo che avevo fatto di quel primino quel che volevo.
– Dai cambiati! ce l’hai il pigiama, no? – gli dissi finalmente dentro la mia stanza.
– Sì! – e si accinse a prenderlo fuori dalla sua cartella mentre io da sotto il cuscino e iniziammo a spogliarci: la tensione stava già aumentando vedendoci reciproci lembi di pelle comparire, e liberatomi dai pantaloni andai verso un cassetto.
– Cosa fai… – chiese Luca incuriosito?
– Prendo le mutande, no… tu non ce l’ha il cambio? –
– Sì… – e figurati se la mammina non gliele aveva messe dentro lo zainetto… – ma per domani, mi devo lavare… – disse come per chiedermi il permesso di docciarsi l’indomani in casa mia, cosa che certamente gli avrei concesso; poi Luca mi guardò accattivante: – Te le cambio io… –.
Prima lo guardai per capire se dicesse sul serio e poi lo bocciai, ma cos’eravamo… due bambini da doverci cambiare a vicenda! Poi per fargli gola glielo sbandierai duro davanti la faccia indugiando lungamente, Luca me lo guardava desideroso, e lo ridestai: – Dai finisci di cambiarti! –.
– A proposito, dove dormiamo? – finalmente mi chiese.
– Qui! –.
– Ma c’è solo un letto… –
– Appunto! – voleva forse perdersi l’opportunità di dormire con me, come Robertino al mare…, Luca mi guardò divertito; non mi sarei mai perso l’occasione di dividere il letto col mio primino, anche se in una piazza sola ci saremmo stati strettissimi, ma era proprio quello che volevo: dormire tutta la notte abbracciato per non cadere… era tutta la settimana che lo pregustavo.
Luca sempre più elettrizzato scese quasi istintivamente il lato destro del letto, soffermandosi ad attendermi prima di sollevare le coperte; ci guardammo negli occhi dandoci il reciproco assenso a iniziare la nostra serata e ci fiondammo nel letto.
La prima cosa che feci fu quello di cercarlo, di stringerlo e abbracciarlo con tutta la smania che avevo mammamia quant’era tenero… lo passavo dovunque su quel morbido pigiava, sembrava lui fatto interamente di flanella e si faceva toccare tutto come fosse il mio immobile orsacchiotto, gli piaceva farsi guidare. Finalmente tutto mio, il mio primino tutto per me! un sogno realizzato in quella magica sera, quanti ricordi mi venivano in mente, di sere passate a letto con Robertino, ma ora il loro attore era sempre lui; il mio turgore stava esplodendo, e anche il suo percepivo, perché ancora non mi azzardavo lì a toccarlo: dulcis in fundo e ad ogni momento la sua sorpresa, rompendo pian piano tutti quei posticci tabù, per rendere più intensa l’ascesa. Mm… come mi eccitava tutto quel tenero primino per me, tutto dolce, tutto spaventato, poi un rumore ruppe l’intesa.
– Cos’è? – mi chiese.
– È Niki che gratta! – che rompipalle d’un gatto: – VATTENE! –.
– Ma perché fa così? –
– Perché vuole entrare: ogni tanto lo prendo a letto con me! – e quella settimana l’avevo preso parecchie volte a letto con me in attesa di Luca e doveva averci fatto l’abitudine, ma ora stava decisamente rompendo.
– Davvero, e fa anche le fusa? –
– Sì, certamente, e fa anche un caldo incredibile, sembra una stufetta! –
Luca sembrò intenerirsi e mi propose si prenderlo con noi; dunque: io coccolavo lui, che a sua volta si coccolava Niki… no! in quel letto eravamo già troppi adesso: – No, lascialo pure dov’è! – e intanto continuava a grattare – Niki, allora, te ne VAI! – se non la smetteva, presto si sarebbe ricevuto una ciabatta, ma poi finalmente smise e potemmo tornare noi due solamente, ma quel magico momento era svanito; che rabbia, cercavo di abbracciare Luca per ritrovare il tizzone, ma niente, la stanchezza era fin troppo forte e stava prendendo su entrambi in soppravvento, inoltre perfino lui si era troppo rilassato e non lo sentivo più pauroso e arrapante come prima.
– Dove vai? – scesi dal letto.
– Mmm, devo fare una cosa! Aspetta qua! – presi la torcia dal cassetto.
– Ma dove vai? –
– Luca, dormi tu! ritorno subito… stai lì! –
Era d’assolatissima importanza che Luca non uscisse dal letto e soprattutto che non accendesse la luce… uscii dalla camera in fretta, percorrendo il corridoio silenziosamente e a luce spenta: mi diressi verso il quadro centrale della luce e la staccai in tutta la casa; mi era venuta voglia di terrorizzare ulteriormente Luca in quella nottata, e quella era l’unica cosa che mi poteva venire in aiuto. Tornato in prossimità della stanza avanzai lentamente, senza torcia, sgusciai dalla porta a gattoni; Luca mi chiamò, ma io non risposi: – Niki sei tu? Alle…? – doveva essersi accorto di una presenza, ma non di me! Mentre Luca chiamava, mi avvicinai al letto, vicino la sponda inferiore, e ratto gli afferrai la caviglia.
– AAAHhHH! – urlò; io risi: – Stupido! –
– Ma allora hai paura veramente! –
– Fanculo! Ma dove sei stato? –
– Niente… ho spento la televisione, mi sono ricordato che l’avevamo lasciata accesa! – in tanto chiusi la porta.
– Chiudila a chiave per favore… – mi chiese.
– Ma siamo soli in casa! –
– Dai… –
– Va be! – ecco cosa si otteneva a spaventare un primino; poi rientrai nel letto e l’abbracciai calorosamente, finalmente avevo quello che volevo: nel mio letto un primino stanco e spaventato, forse un fin troppo stanco…
– Alle… – mi disse dolcemente: – mi sento stanco… – io intanto mi continuavo a strofinarmi arrapato attorno a lui: – possiamo dormire? – mi chiese col vocino tutto sottile.
– Ma certo… – lo accarezzai delicatamente, ma dentro stavo bestemmiando animosamente.
– Davvero… – disse quasi stupito come se secondo lui l’avessi costretto anche contro la sua voglia.
– Certo, non ci obbliga mica nessuno a farlo adesso… – lo rassicurai – C’è sempre domattina… – e domattina non mi sarebbe di certo scappato, poi lo bacia sulla tempia per dandogli la buonanotte, e quindi mi voltai dandogli le spalle.
– Allora, Alle, – mi chiese sua madre: – cosa combinerete stasera? Scommetto vi divertirete… – suggerì, ma il suo tono era realmente pieno di curiosità; di quella sana curiosità che prende ogni genitore quando il proprio figlio passa la notte fuori di casa.
– Ma no… niente d’eccezionale…! Stasera siamo soltanto io e lui, e domani forse vengono due miei amici… – non potevo dirle forse avevamo intenzione d’uscire.
– …e ragazze niente? – provocò sua madre; io non risposi, probabilmente arrossendo, e lei riprese: – Veh, che lo so come vanno queste cose… sono stata ragazza anch’io, sai! Sono uscita anch’io la sera con le mie amiche, e quante volte andavamo dai ragazzi con le case libere… – ma Luca la interruppe bruscamente…
– Sì, mamma abbiamo capito mm… non ci interessa sapere cosa facevate da ragazze! – probabilmente era seccato di sentir sua madre raccontare le sue si avventura da ragazza.
– Eh… Luca… adesso fai così, ma quando ti interesseranno le ragazze vedi… –
– No, Mamma, mi interessano già le ragazze! – le rispose tostamente – solo che non mi interessa sapere cosa facevate quarant’anni fa! –.
– Oh, ma quanto mi fai vecchia! Ma guarda te che figlio impertinente, vero alle? – mi chiese conferma, ma io in quelle beghe non ci volevo rientrare! per fortuna che accostò a casa mia…
– Allora ci ved… – stavo per dire, ma sua madre intervenne inopportunamente: – Guarda, Luca, guarda che bel mao! –.
– È Niki! – esclamò Luca con la sua acutezza giovanile.
– Il mao… – diss’io sconvolto dall’infantilità di quel termine.
– Sì, quando lui era piccolo li chiamava sempre così… il bau e il mao, e allora io glieli chiamo ancora così per prenderlo in giro! – insomma: era una ritorsione materna per averle dato della “vecchia”, e per fargli capire che era comunque sempre il suo piccolino.
– Comunque è il mio! – le dissi mentre Luca ci guardava già male.
– Ah! Allora ecco perché torna sempre pieno di peli; hai un gatto! – beh, se guardava meglio forse notava anche dell’altro: possibile che non si sia mai interrogata su quell’abbigliamento sempre inspiegabilmente stropicciato? ma era meglio sorvolare: – Luca che fai allora… – gli accarezzò i capelli: – scendi anche tu che ti porto dopo la roba?–.
– No! – disse lui muovendo il ditino pieno d’orgoglio: – Vengo dopo io col mio motorino – sottolineando ogni volta quel “io”: – così sono libero tornare a casa quando mi pare! – e soprattutto non doveva farsi accompagnare dalla mamma, che, a quattordic’anni, non faceva certo sintomo d’autonomia… e poi non avrei neanche saputo che cosa preparargli visto che prima dovevo vedere che cosa mia madre mi aveva lasciato per il weekend! Poi l’autovettura andò via con Luca che gesticolava animatamente.
Chissà che cosa ci avrebbe riservato quella giornata? troppe robe avevo per la mente, e troppe tra loro contrastanti per potergliele realizzare tutte.
***
Di già…? avevo appena finito di sistemare i piatti quando riconobbi un rumore noto; capivo benissimo ormai quando arrivava, seguiva sempre il solito pattern: una sgasata a inizio della via per poi planare fino casa mia, soffermandosi a borbottare col motore acceso davanti al cancello, quasi aspettasse impazientemente; ma di solito riuscivo a dargli il tiro prima che s’arrestasse, così ch’entrasse, parcheggiasse in completa autonomia e salisse da solo fino in cucina, dove l’attendevo; oggi però proprio non riuscivo a trovare il telecomando.
Luca tra poco sarebbe entrato da quella porta; era venuto in fretta oggi e sicuramente s’aspettava qualcosa… e subito! eppure per me era così chiaro che sarebbe stato meglio aspettare... Luca comunque comparve sulla soglia col suo biondo radioso, a illuminare la stanza, e disse: – Ciao, come va? –. Recava in mano un casco e a spalla i due zainetti, l’uno coi libri e l’altro con la “roba”, mentre io per la tensione non riuscivo a rispondere; un imbarazzo d’aspettativa si respirava nell’aria, finché lui non disse, rompendo il mio nervoso: – Allora… –.
– Dai, intanto vatti a cambiare così stai comodo anche te! Vai pure in camera mia! – per non cadere nell’immediata tentazione lo mandai via e Luca salì con lo zainetto a monospalla, come un figo incredibile, così che intanto vedevo l’oggetto della mia venerazione allontanarsi disinnescando il mio incendio interiore. In quell’attimo raccolsi subito le mie idee e decisi: che avremmo aspettato la sera, perché sarebbe stato più bello! Ma come fare a convincerlo? Luca ridiscese in una grigia tutina, esattamente come la mia; ora sì che eravamo veri cugini come a scuola andavamo tanto spacciandoci per giustificare la nostra intesa… ma nonostante vestisse in quell’abito informale, era bellissimo: era come un piccolo modellino dotato d’una gran dote, non proprio nascosta… e difatti discendendo l’ultimo gradino vi passò sopra la mano ridicendo un grazioso: – Allora… –.
Subito gli andai incontro togliendogliela con tono deciso: – Mh! Mio! – per sottolineare la mia proprietà.
– Eh! Adesso…! – rispose ristrofinandosela immediatamente.
– Mio! – gliela levai di nuovo.
– No… è mio! – vi ripassò la mano.
– No, mio! –
Luca stette un attimo attonito, guardandosi intorno, non sapendo cosa rispondere, e si grattò sovrappensiero la spalla. – Sei lì pure mio! – gli dissi levandogliela: – sei tutto mio! –; ma Luca alla mia frase sgrammaticata reagì liberandosi le mani e mettendosi sulla difensiva.
– Alle, te l’ho detto che non sono il tuo giocattolino! – pronunciò con voce minacciosa; il mio piccolo aikidoka del messaggio aveva colto il senso, ma non il tono giocoso, ed ora era teneramente minaccioso.
– Sei mio perché sei in casa mia… – gli spiegai il senso: – e visto che i miei non ci sono, il padrone sono io… e quindi per questi tre giorni tu sei mio! – in fondo mi stavo rifacendo alle nostre regole.
– Mm… – mugugnò rigrattandosi la spalla.
– Allora! – lo rimproverai.
– Ma ho prurito… –
– Allora ti gratto io! – gli infilai una mano nel colletto per grattargli la clavicola. Mi sembrava quasi di toccare un ossicetto di pollo: sottile, magro, leggiero, che mi trasmetteva l’idea di un’intima fragilità, di un corpicino inerme, nonostante l’ostentazione di coraggio, che andava difeso: – Tu me lo dici che ci penso io… ma tu non devi più toccarti, capito? –.
– Ma dappertutto? –
– Dappertutto…! –
– E allora avrei un prurito anche qui… – m’indicò il suo pacco; maledetto! Dovetti grattargli pure quelle e lui cominciò subito a godere come un matto: – Ahhh, ma come fai…? – .
– Cosa… –
– A grattarmi, senza farmi male! – godeva sia con gli occhi che con la bocca in quel momento, ma io non riuscivo a capire bene che cosa intendesse: forse si riferiva a quel fatto che quando chiedi di essere grattato per non farti del male, finiscono sempre per non grattarti affatto, oppure usano le unghie veramente; cosicché, essere grattati piacevolmente, è praticamente impossibile… ma io avevo la mia tecnica, e gliela mostrai prima finalmente di sederci e fare i compiti allontanandoci da quella tentazione.
Che fatica oggi fare i compiti con Luca, aveva sempre prurigine dappertutto… e non bastava mica che lo grattassi dai vestiti: no, no! dovevo proprio andare sotto e grattarlo sulla pelle nuda, come «solo io sapevo fare»… e ancora più strano era il fatto che avesse sempre quel prurito intorno al pube, e si spostava pure! tanto che dovetti sempre grattarlo alternativamente sia suoi testicoli e che sul pene, immancabilmente duro; ma come potevo resistere a quell’affronto: a quella roba perennemente dura davanti agli occhi, che non s’ammosciava mai! Poi, d’un tratto passò un’ambulanza e una mano scaramantica andò a toccarmi i testicoli: – Presto toccami! – m’ordinò lui.
– Perché? –
– Perché non posso! … ma no, sotto! –
– Come sotto… –
– Dentro le mutande! –
– Che palle…! – aveva sempre una scusa buona per farsi toccare, e io mi sentivo crollare, sia fisicamente che psichicamente, con quell’irrefrenabile voglia, che avevo, di spararmi una sega; ma non volevo venire: volevo solo calmarmi, riappacificarmi con me stesso, una raspa rigeneratrice insomma; ma davanti a lui non potevo… o sarebbe voluto andare fino in fondo, ma per fortuna che andò in bagno.
– Vieni… – mi chiamò.
– Per cosa? –
– A tenermelo, hai detto che non posso toccarmi! – che pestifero!
– No, no, lì fai pure da solo! Diciamo che ti do un’esenzione dai…! – e finalmente si allontanò. Appena voltò l’angolo, mi abbassai i pantaloni e mi tirai una sega pazzesca direttamente sulla sedia, tanto, come già detto, non volevo venire, ma solo raccapezzarmici con me stesso, ritrovare formalmente la mia padronanza del corpo, della mia libido, il cui controllo era stato fortemente compromesso, ma Luca tornò improvvisamente: – …e no, non è giusto! …anche tu devi farti toccare! –.
– Ma tu forse non hai capito, che non sono io a essere anche tuo, sei tu a essere soltanto mio! – dissi finalmente smettendo di menarmi.
– Vuoi forse litigare… – mi ricattò. Che bastardo! memore della sua reazione di prima, sapeva che l’avrei lasciato fare pur di non tornare a litigare. Luca con smania iniziò a smerlettare con la linguina mezza fuori, tipica di quando aveva perso l’autocontrollo; aveva una smorfietta che era tutto da mangiare, ma anche una voglia famelica metterlo bocca, ipnotizzato com’era dalla mia verga. Preso da quella paura l’abbracciai prima del suo abboccamento, ma ora chi avrebbe dissuaso me dal continuare? quell’abbraccio ci sarebbe stato fatale: – Luca, dobbiamo distrarci… – invocai il suo aiuto.
– Lo so, Niki dov’è? – suggerì ,strusciandosi anche lui dolcemente con la testolina; giusto… che genio! Quel felide inutile, che passava otto noni del suo tempo a poltrire e a mangiare a sbafo, dov’era quando serviva? Lo cercammo sul divano, dove l’avevo lasciato dopo pranzo, sulle sedie, sotto i tavoli, negli armadi, ma niente non c’era! Dov’era? scesi le scale e lo scovai, come al suo solito, raggomitolato in una scatola; – Vieni qua tu! – lo presi con me. A ogni gradino di quella breve scalinata mi soffermai ad abbracciarlo: ne avevo proprio bisogno di quella inusuale terapia, o presto Luca avrebbe fatto la sua stessa brutta fine ma con esito ben diverso…; riemersi dalle scale, per darlo ora a lui in braccio e disintossicarsi.
– Dov’è il collarino… – mi chiese.
– Eh, glielo dovuto levare… mia madre mi ha detto, se no, che dopo poteva impigliarsi nella siepe… – e Luca non obbiettò, ma lo strinse più forte, come volesse scusarsi con lui per quel pericolo mai corso: – però se vuoi adesso possiamo metterglielo, se lo teniamo dentro in casa… – e corsi subito in camera a cercarlo per poi ridiscendere giusto in tempo per vedere la scena: Niki in un moto di mattana si stava ribellando a Luca, stanco forse dello stargli in braccio, ma lui lo tratteneva; – Presto lascialo…! – stavo per dirgli, ma troppo tardi: Niki per divincolarsi lo graffiò e con un balzo quasi lo capitolò al tappeto: – Luca stai bene? –.
– Sì, però m’ha graffiato –
– Fa vedere! – un graffio a mezzaluna lo solcava sotto il polso: non profondo, né aperto, ma lungo e rossastro; il tipico graffio da “fuga”, che non fa male, ma brucia moltissimo: – Dai che ti disinfetto! –
– Ma solo è un graffio! – ma proprio adesso doveva farmi Mr. coraggio! Proprio ora che volevo consolarlo.
– Fa niente, meglio disinfettare lo stesso! – e poi a me piaceva curarlo… presi l’acqua ossigenata e tornai dal mio feritino.
– Cos’è…? – guardò il flacone con sospetto.
– È acqua ossigenata…! Non l’hai mai usata? – manco ci fosse sopra il teschio di morte!
– Ma brucia? – mi chiese ritirando il braccio.
– Eh sì… un pochino… ma disinfetta e chiude subito! Non l’hai mai usata? – gli ripetei.
– No! – e mi riporse finalmente il braccio; ma come: prima mi ostentava tanto coraggio e ora chiudeva gli occhi? che primino…
– Comunque Niki è forte! – disse dopo il mio intervento, cercando dialogo – …mi ha quasi spinto all’indietro! – sembrava quasi che ci fosse qualcosa di cui stupirsi.
– Ma non c’è nulla di strano, il gatto è un animale forte! Pensa a quanto salta… tu, in paragone, dovresti quasi saltare una casa! –
– Sì, ma io sono più grosso di lui! –
– Eh… ma non più furbo… – se no, non si sarebbe fatto graffiare.
– Eeeeehh… – mi fece il finto risolino da battuta antipatica.
– Comunque non c’è nulla strano, se ci pensi bene non sarei neanche 10 volte lui… –
– Cioè? –
– Cioè, che non pesi neanche 10 volte lui! –
– Impossibile! – asserì categorico.
– Ah no! tu non pesi neanche 45 kili, lui più di 5… fai un po' tu! – davanti all’evidenza tacque: – Comunque… – continuai: – lo dovevi lasciar andare! –.
– Ma io volevo tenerlo! – obbiettò giustamente.
– Sì, ma tu non hai diritto di costringerlo se lui non vuole! devi lasciarlo andare, devi rispettare la sua volontà! –
Il faccino di Luca si fece improvvisamente nero: – Non ho capito! – sbottò subito furioso:– io non posso fare quello che voglio in questa casa e lui sì! Valgo forse meno d’un gatto adesso! – meno d’un gatto, no; ma meno di Niki, per me, sì! e offeso se ne andò verso il divano.
La giornata stava decisamente prendendo una brutta piega: l’avevo già fatto incavolare due volte e questo non giovava né a me e né ai miei progetti, anche se adesso almeno tutta quella carica sessuale di prima ci avrebbe impiegato un bel po' prima di rifarsi viva; ripresi il felino e andai da lui: era doveroso rifar pace con Luca non soltanto per me, ma anche per lui, e oltretutto non sapevo con che altri pretesti cominciare.
Luca subito non ci degnò d’uno sguardo: offeso guardava il televisore tenendoci il muso, quando poi Niki incominciò a fare le fusa e io glielo misi vicino, allora lui dovette capitolare e accarezzarlo prima timidamente sul coppino, e poi chiedendomelo in braccio: – Me lo dai? –.
– Sicuro… – non volevo che facesse la stessa fine di prima: gli animali sono bravi a sentire lo stato timoroso e reagiscono inaspettatamente.
– Dai! – ripose sicuro; gli passai il fagotto che mollemente gli si adattò sulle ginocchia, e lui iniziò a vezzeggiarlo immediatamente come al suo solito, ma con evidente più rispetto di prima: se questa volta fosse voluto andare, certamente l’avrebbe lasciato. Pian piano fui completamente obliato, oramai erano tornati una coppia e io l’intruso, nonostante fossi il padrone di casa e di entrambi.
– Luca, ma se ti piacciono cosi tanto, perché non te ne fai regalare uno? – così capiva che non erano soltanto dei peluche animati, ma dei veri rompiscatole quando chiedevano da mangiare o andavano in amore; troppo comodi vederseli belli a casa di altri, senza però doverseli subire.
– Non posso… – dissefacendosi malinconico.
– Perché… – la mia prima tentazione fu quella di accarezzargli la fronte.
– Mia mamma non vuole… – e Luca si chinò verso Niki quasi ad abbracciarlo teneramente.
– Perché scusa… –
– Lascia stare… ha ragione in fondo! E poi neanch’io voglio… – e a quelle parole si fece ancora più triste, ma di una tristezza profonda, di quelle nell’animo più cupo, ma sentivo che mi mentiva.
– Ma perché? – questa volta lo accarezzai sulla schiena.
Luca chinò il capo ulteriormente guardando Niki, e dopo un interminabile secondo rispose laconicamente: – Perché poi muoiono… – e in quell’attimo Niki scappò. Il mio primo desiderio fu quello di stringerlo forte, mentre guardava con lo sguardo malinconico in basso e quella cupezza intorno a lui; ma cos’era quello spettro di morte che aleggiava turpe sulla mia luce? Sciò! Via… pussa via! Lo colsi in braccio, caricandomelo addosso. Lo sdraiai, lo abbracciai, lo coccolai, e Luca cominciò a raccontandomi allora con la voce fioca il suo “trauma del pesciolino rosso”: quello classico da fiera, che non vive più d’un giorno, e lui l’indomani, ritrovandolo cadaverino, vi rimase ammutolito per un’intera settimana almeno, e allora sua madre decise: da quella volta niente più animali in casa; poi divenne muto. In fondo la capivo: se questi eran gli effetti ancora a ott’anni di distanza, Luca bisognava proteggerlo, preservarlo, tutelarlo da quel truce mondo, anche se la soluzione poteva sembrare ad occhi inesperti insensata.
***
Luca si risvegliò col faccino vispo sul mio petto e la manina che andava a tampinarmi da quelle parti… lo lasciai fare: mi abbassò i pantaloni e lo slip, e si soffermò a grattarmi il genitale, come gli avevo mostrato, prima di metterselo in bocca. Capii in quel momento che dovevo lasciarlo fare, perché ne aveva bisogno: chiusi gli occhi e mi rilassai, ma non per godere, solo per resistere di più, per lasciarlo continuare allungo; mi ero oramai quasi completamente estraniato dal mio corpo, non sentivo più le sensazioni, ma lui soltanto succhiare, andare su e giù lungo l’asta come in una lunga tettarella; avevo persino perso la cognizione del tempo, non sapevo neppure se erano passati dieci, venti oppure mezzora da quando aveva cominciato, ma alla fine la fame mi destò dal torpore.
– Luca, tu non hai fame? – gli dissi.
– Sì! – rispose finalmente mollando il mio cazzo: – Cosa c’è? –
– Pasta…–
– Solo quella! – che si aspettava da me!
– Non sei mica ristorante! – anche se prima si era appena fatto un’abbondante scorpacciata di pesce… Io sapevo fare da mangiare per me, ma non di più piatto di pasta o di una bistecca riscalda, o comunque di un qualcosa riscaldato al microonde, anche se di certo sapevo fare più di lui. Luca mi seguì in cucina dandomi tutto il suo apporto seduto sul tavolo alle mie spalle; non lo sopportavo quando faceva così: mi guardava col suo sguardo innocentino, quasi fosse un angioletto contornato da un’aura bionda, e intanto il mio occhio cadeva immancabilmente tra le sue gambe dal suo faccino; era un criminale faccia d’angelo, che mi provocava continuamente: sarei andato lì e gli avrei tirato un marlettone direttamente sul tavolo, ma in quel momento entrò Niki inopportunamente. Subito lo chiamammo entrambi dai lati opposti della stanza; il gatto pareva disorientamento: non sapeva dove andare, ma il mio micio era furbo e sapeva che era il padrone… e difatti andò da lui a ricevere le carezze.
– Ah sì… – mi avvicinai: – Giuda! – ma il quadrupede si voltò miagolandomi: – no, tu sei più il mio gatto, non ti do da mangiare! Sei andato da lui… e allora fatti dare da mangiare da lui! – e me ne andai.
Niki incominciò a miagolare insistente e Luca intervenne: – Niki, hai visto che padrone cattivo che hai, non ti vuole dare da mangiare… dai te lo do io! che evo fare? –.
– Dagli le crocche di quel sacchetto! – non mi voltai neanche, sentii solo una cascata di crocchette versarsi nella ciotola: – Ma Luca è un gatto… mica un bovino! – gli dissi voltandomi. Luca mi guardò perplesso con un’espressione dolcissima e quel grosso sacchetto sottobraccio; sembrava quasi che io lo avessi rimproverato e invece volevo soltanto correggerlo, poi lui si congedò andando in bagno: – Sì, ma fai presto! –
– Va bene… –.
– …e non ti segare! – mi diverti molto fargli quelle raccomandazioni, ma appena si chiuse la porta la sua voce arrivò: – Alle, mi sparando le seghe! –.
– Nooooo! –
– e invece sì… ahaaa… ahaaa… ahaaaaa! –
– Beh, peggio per te! Vuol dire che allora stasera dormirai sul divano… – gli feci intendere che in realtà avevo in mente ben altra sistemazione per lui quella sera.
– No… no… Alle sto scherzando! – ma io mi allontani senza rispondergli. La prima cosa che fece, uscito dal bagno, fu quella di assicurarsi che io avessi capito: – oh, non mi sono segato! – ripeteva: – hai capito? –; ma io non l’ascoltavo – oh, non mi sono masturbato… ho cagato! –
– MA SI’, ho capito! – gli gridai infastidito più quella sua irritante precisazione: – ma cazzo! non c’è mica bisogno di raccontarmi cos’hai fatto nel bagno! – specie che aveva defecato! va bene ch’eravamo ragazzi e ogni registro potevano essere saltato, ma almeno il minimo comune denominatore del pudore poteva tenerlo...
Dopo cena la parte più difficile di tutta la giornata: con quelle tre - quattro ore da riempire col fatidico «che fare?» prima di andare a “dormire”; perché mica sarà voluto andare a letto presto proprio oggi che avevamo la casa libera tutta per no? – Che facciamo? – continuava a chiedermi.
– Non so, ieri ho noleggiato un film ma terrei per dopo… Play? –
– Mm No! non ne ho voglia… – disse, poi tacque lungamente: – Non hai, che so, dei giochi di società… – di società…? non credevo alle mie orecchie…
– Sì, là – gli indicai ancora incredulo lo scaffale; Luca si rannicchiò per passare in rassegna tutte quelle vecchie scatole di giochi di società, forse usati uno, due volte al massimo da piccolo sull’impulso del giocattolo nuovo, costringendo i miei a una serata in famiglia, per poi dimenticarle lì ingloriosamente, dopo che per anni magari avevano intrattenuto le serate della generazione di mio padre. Risiko, Forza quattro, L’Oca, Scarabeo… Luca continuava a passarli tutti indeciso col ditino, forse ora si sarebbe convinto anche lui dell’assurdità dell’idea.
– Tu a quale vuoi giocare? – mi passò la patata bollente; dunque: L’Oca… no! troppo stupido, e poi basato soltanto sul culo finisce subito; Forza Quattro e Risiko… no! mai stato bravo in quei giochi, e poi Risiko in due è noioso e a Forza quattro venivo battuto sempre, inoltre lui, non so perché, mi dava l’idea di uno che aveva passato gli ultimi due anni di vita a giocare a seghe e forza quattro; Scarabeo… sì! lì certamente l’avrei battuto: conoscevo certamente più parole di lui.
– Dunque… dunque, dunque…– finsi incertezza: – Scarabeo, dai! – .
– No, Monopoli! – e prese fuori direttamente la scatola, ma allora che cosa me l’aveva chiesto a fa’? Mi davano fastidio quelle persone che ti chiedono consiglio e poi comunque fanno di testa loro!
– Però non so se ho le regole! –
– Fa niente… ce le inventiamo! – ma sì, dai… così da Monopoli sarebbe diventato Pornopoli!
Ci piazzammo al centro del tappeto davanti al divano col televisore alle spalle acceso a tenerci compagnia; l’inizio del gioco fu tutto molto serio: rispetto all’originale poco ortodosso, ma ancora niente era uscito, né entrato dai nostri pantaloni, invece dopo fu Luca a farsi prendere per primo dall’istupidimento e a voler assolutamente controllare se il mio “prigioniero” era rimasto per tutto il tempo (tre turni) rinchiuso in prigione, constatandolo con mano; e nel frattempo era diventato un vero Paperone, con hotel e palazzi sparsi qua e là in barba a qualsiasi piano regolatore. Era incredibile come un gioco banale, e normalmente noioso in due, era diventato con lui un vero spasso, specialmente quando, per megalomania, si distese sul fianco lungo il divano a rappresentar, diceva lui, la scritta “MONOPOLI” installata sulla montagna, stile “HOLLIWOOD”.
Luca saltellò 3 passi e capitò su “Vicolo Corto”, ancora invenduto.
– Aaaaah, Bigolo Corto… – lo sbeffeggiai in quel clima di sbornia pre-sesso per l’acquisto obbligato; allora Luca s’abbassò i pantaloni e disse: – Beh, proprio corto non mi sembra! – e mi trovai così davanti agli occhi quei venti centimetri: belli, duri, diritti, che come una freccia m’indicavano la direzione della sua testa – siccome lui era un’insegna; avevo una voglia incredibile di leccarli tutti dalla radice fino alla punta: – Mettilo via, – gli gridai, dovevo vincere la mia tentazione: – Ti ho detto di non toccarti! – .
– Ma mi sto tenendo la tuta!– rispose.
– Fa niente… mettilo via! – se continuavamo così, non saremmo durati ancora molto; ma io non avevo paura per lui, quanto per me: sapevo che se mi fossi attaccato a quella cosa, non me ne sarei più staccato via, consumando tutto troppo presto per divertirci poi, nel prosieguo della serata. Riprendemmo il gioco, ma ora avevo sempre quell’immagine davanti la mente e persino la sua posa neutrale ora mi sembrava eccitante: me lo immaginavo disteso su un triclinio romano mentre io lo leccavo e lui muoveva per entrambi le pedine; basta! – Dai mettiamo via, mi sto annoiando, tanto hai vinto te! – in tutti i sensi, tra l’altro odiavo giocare quando sapevo già come andava a finire, specie se ero io a perdere; raccolsi i soldi, ma Luca ebbe un’idea: – Sai giocare a poker? –.
– Certo! – per chi mi aveva preso: per un pivellino di prima?
Propose un pokerissimo con i soldi del Monopoli, ma già me lo immaginavo come sarebbe andato a finire…; passammo indenni le prime tre mani, poi Luca volle alzare la posta, e la calura, giocandosi i calzini; ma che mi fregava a me dei suoi calzini, io che già ero possessore di un suo paio di mutande! e poi lui era già mio, che ero scemo a giocarmi qualcosa di già mio? – e scusa, ma che ci guadagno io? – lo sbattei all’indietro sul divano: – …tu sei già mio! – gli afferrai i testicoli salendo velocemente. Luca non attendeva altro: iniziai a masturbarlo e poi sul più bello mi fermai: – Ti piacerebbe, eh… e invece aspetti! Ora ci guardiamo il film! –: quella per lui sarebbe stata la più atroce tortura.
Avevo riflettuto per giorni sul film giusto da noleggiarsi: volevo un horror, ma non un horror-thriller o uno qualsiasi, ne volevo uno di suspense, d’attesa, di palpitazioni, uno che lo facesse sobbalzare sulla poltrona, attraversare gli angoli bui con sospetto, guardare sotto le coperte prima di entrarci; lo volevo terrorizzato insomma, qualcosa che lo facesse letteralmente cacare sotto dalla paura! e questo per il semplice fatto che sapevo di poterlo faro, sfruttando la natura da primino. Dovetti effettuare il noleggio con la tessera di mio padre, per prendere qualcosa di v.m. 18, tanto lui non se ne sarebbe accorto; neanche Luca sapeva cosa era tanto lui pur di fare il fico non avrebbe sicuramente detto niente. Spensi le luci, per creare atmosfera; accesi il Dolby, per sentire i bassi fin dentro i polmoni, e in fine stesi il panno su di noi, per creare quel sentore di finta sicurezza e lo show ebbe inizio. Abbracciai il primino distendendolo sul divano assieme a me, come quando ci riposavamo; che bello stringerlo dentro una stanza buia… avrei voluto coccolato, ma era meglio non distrarlo troppo dalla visione, io mi ero perfino visionato la pellicola prima, annotandomi tutti momenti migliori, per rimarcarglieli nel caso qualora avesse chiuso gli occhi. Sentii Luca sobbalzare due o tre volte per tempo: era anche stato bravo tutto sommato, ma verso la fine della visione lo vedevo inspiegabilmente guardarsi intorno con sospetto, scrutando le ombre, prestando orecchio ai rumori anomali; che voglia di continuare a spaventarlo, ma ora ogni minuto fuori dal letto, era un minuto in meno per il nostro divertimento.
– Dai alzati! –
– No, dai… restiamo ancora un po’ qui… – mi disse tutto affettuoso; ma secondo me era soltanto per rimandare quell’istante in cui sarebbe rimasto solo prima che riaccendessi la luce.
– No, guarda che ora! – il display segnalava appena mezzanotte, ma era ora di andare… feci appena in tempo ad accendere la luce, che me lo ritrovai alle spalle: – Ah, sei qui! Vatti a cambiar,e dai… intanto io lavo i piatti! –.
– No, ti aspetto! – disse seguendomi in cucina sempre seduto sul tavolo alle mie spalle; mi mossi anche dalla stanza ma lui mi seguiva, era come un cagnolino: sempre appresso; ero divertito dal quel suo religioso tallonamento, ma gli si leggeva in faccia la stanchezza dagli sbadigli che faceva: – Dai, vatti a cambiare, che poi ti raggiungo! –.
– No ti spetto, non c’è problema! ma dove vai adesso… – disse in fine col tono lamentoso.
– Giù, devo stendere! mi sono ricordato adesso che ho dei panni da far asciugare… –
Luca sbuffò, ma mi seguì; feci apposta a non accendere alcuna luce per tutto il tragitto, e neanche per il percorso che dovevo fare dallo stenditoio al garage, dov’era sita la lavatrice: volevo che mi seguisse tutte le volte al buio e per tutte le volte cui avevo deciso di separare il bucato; avevo oramai una seconda ombra, un gemellino siamese ma disunito, che in fine misi alla prova – Per piacere, mi vai a prendere l’ultima roba! –
– Io…? –.
– Eh sì! chi se no? – altri non c’erano… Luca si accostò alla porta per accendere l’interruttore, mettendo fuori soltanto il braccio come se sulla soglia ci fosse una ghigliottina che altrimenti gli avesse mutilato la faccia.
– No…! – lo sgridai, Luca mi guardò per capire l’ammonimento: – Perché mi devi consumare inutilmente della luce… vai senza, no? tanto sai dov’è! – se no dov’era il divertimento…. anche se vi avevo fatto la figura dello spilorcio, che in fondo ero. Luca non obiettò, ma attese un secondo prima di solcare la porta, poi si fermò nel cono di luce proiettato dalla porta davanti a quel muro d’ombra che separa la zona in luce da quella di buio e in fine schizzò: – Spegni pure la luce del garage, già che ci sei! – gli gridai per farlo tornare completamente al buio, aspettandolo sulla soglia.
Luca comparve improvvisamente guardandosi di scatto all’indietro e attraversando velocemente la porta: – Tieni! –.
– Ma che hai? – gli chiesi per il suo affanno.
– Niente! – rispose.
Attesi un secondo in cui lo guardai intensamente con occhio indagatore, poi affermai – C’hai paura! – finendo col sorridere.
– Noo! – obbiettò.
– E invece sì! Allora perché mi stai sempre appiccicato? –
– non è vero… è… è che voglio starti vicino! – si accorse anche lui subito che quella frase stonava nonostante fossimo soltanto noi: – insomma non siamo qui per stare insieme, no? – si corresse giusto in corner, ma oramai era certo che avevo fatto di quel primino quel che volevo.
– Dai cambiati! ce l’hai il pigiama, no? – gli dissi finalmente dentro la mia stanza.
– Sì! – e si accinse a prenderlo fuori dalla sua cartella mentre io da sotto il cuscino e iniziammo a spogliarci: la tensione stava già aumentando vedendoci reciproci lembi di pelle comparire, e liberatomi dai pantaloni andai verso un cassetto.
– Cosa fai… – chiese Luca incuriosito?
– Prendo le mutande, no… tu non ce l’ha il cambio? –
– Sì… – e figurati se la mammina non gliele aveva messe dentro lo zainetto… – ma per domani, mi devo lavare… – disse come per chiedermi il permesso di docciarsi l’indomani in casa mia, cosa che certamente gli avrei concesso; poi Luca mi guardò accattivante: – Te le cambio io… –.
Prima lo guardai per capire se dicesse sul serio e poi lo bocciai, ma cos’eravamo… due bambini da doverci cambiare a vicenda! Poi per fargli gola glielo sbandierai duro davanti la faccia indugiando lungamente, Luca me lo guardava desideroso, e lo ridestai: – Dai finisci di cambiarti! –.
– A proposito, dove dormiamo? – finalmente mi chiese.
– Qui! –.
– Ma c’è solo un letto… –
– Appunto! – voleva forse perdersi l’opportunità di dormire con me, come Robertino al mare…, Luca mi guardò divertito; non mi sarei mai perso l’occasione di dividere il letto col mio primino, anche se in una piazza sola ci saremmo stati strettissimi, ma era proprio quello che volevo: dormire tutta la notte abbracciato per non cadere… era tutta la settimana che lo pregustavo.
Luca sempre più elettrizzato scese quasi istintivamente il lato destro del letto, soffermandosi ad attendermi prima di sollevare le coperte; ci guardammo negli occhi dandoci il reciproco assenso a iniziare la nostra serata e ci fiondammo nel letto.
La prima cosa che feci fu quello di cercarlo, di stringerlo e abbracciarlo con tutta la smania che avevo mammamia quant’era tenero… lo passavo dovunque su quel morbido pigiava, sembrava lui fatto interamente di flanella e si faceva toccare tutto come fosse il mio immobile orsacchiotto, gli piaceva farsi guidare. Finalmente tutto mio, il mio primino tutto per me! un sogno realizzato in quella magica sera, quanti ricordi mi venivano in mente, di sere passate a letto con Robertino, ma ora il loro attore era sempre lui; il mio turgore stava esplodendo, e anche il suo percepivo, perché ancora non mi azzardavo lì a toccarlo: dulcis in fundo e ad ogni momento la sua sorpresa, rompendo pian piano tutti quei posticci tabù, per rendere più intensa l’ascesa. Mm… come mi eccitava tutto quel tenero primino per me, tutto dolce, tutto spaventato, poi un rumore ruppe l’intesa.
– Cos’è? – mi chiese.
– È Niki che gratta! – che rompipalle d’un gatto: – VATTENE! –.
– Ma perché fa così? –
– Perché vuole entrare: ogni tanto lo prendo a letto con me! – e quella settimana l’avevo preso parecchie volte a letto con me in attesa di Luca e doveva averci fatto l’abitudine, ma ora stava decisamente rompendo.
– Davvero, e fa anche le fusa? –
– Sì, certamente, e fa anche un caldo incredibile, sembra una stufetta! –
Luca sembrò intenerirsi e mi propose si prenderlo con noi; dunque: io coccolavo lui, che a sua volta si coccolava Niki… no! in quel letto eravamo già troppi adesso: – No, lascialo pure dov’è! – e intanto continuava a grattare – Niki, allora, te ne VAI! – se non la smetteva, presto si sarebbe ricevuto una ciabatta, ma poi finalmente smise e potemmo tornare noi due solamente, ma quel magico momento era svanito; che rabbia, cercavo di abbracciare Luca per ritrovare il tizzone, ma niente, la stanchezza era fin troppo forte e stava prendendo su entrambi in soppravvento, inoltre perfino lui si era troppo rilassato e non lo sentivo più pauroso e arrapante come prima.
– Dove vai? – scesi dal letto.
– Mmm, devo fare una cosa! Aspetta qua! – presi la torcia dal cassetto.
– Ma dove vai? –
– Luca, dormi tu! ritorno subito… stai lì! –
Era d’assolatissima importanza che Luca non uscisse dal letto e soprattutto che non accendesse la luce… uscii dalla camera in fretta, percorrendo il corridoio silenziosamente e a luce spenta: mi diressi verso il quadro centrale della luce e la staccai in tutta la casa; mi era venuta voglia di terrorizzare ulteriormente Luca in quella nottata, e quella era l’unica cosa che mi poteva venire in aiuto. Tornato in prossimità della stanza avanzai lentamente, senza torcia, sgusciai dalla porta a gattoni; Luca mi chiamò, ma io non risposi: – Niki sei tu? Alle…? – doveva essersi accorto di una presenza, ma non di me! Mentre Luca chiamava, mi avvicinai al letto, vicino la sponda inferiore, e ratto gli afferrai la caviglia.
– AAAHhHH! – urlò; io risi: – Stupido! –
– Ma allora hai paura veramente! –
– Fanculo! Ma dove sei stato? –
– Niente… ho spento la televisione, mi sono ricordato che l’avevamo lasciata accesa! – in tanto chiusi la porta.
– Chiudila a chiave per favore… – mi chiese.
– Ma siamo soli in casa! –
– Dai… –
– Va be! – ecco cosa si otteneva a spaventare un primino; poi rientrai nel letto e l’abbracciai calorosamente, finalmente avevo quello che volevo: nel mio letto un primino stanco e spaventato, forse un fin troppo stanco…
– Alle… – mi disse dolcemente: – mi sento stanco… – io intanto mi continuavo a strofinarmi arrapato attorno a lui: – possiamo dormire? – mi chiese col vocino tutto sottile.
– Ma certo… – lo accarezzai delicatamente, ma dentro stavo bestemmiando animosamente.
– Davvero… – disse quasi stupito come se secondo lui l’avessi costretto anche contro la sua voglia.
– Certo, non ci obbliga mica nessuno a farlo adesso… – lo rassicurai – C’è sempre domattina… – e domattina non mi sarebbe di certo scappato, poi lo bacia sulla tempia per dandogli la buonanotte, e quindi mi voltai dandogli le spalle.



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2 commenti:
Che avventura... E che coraggio, non riuscirei mai a rivelarmi a qualcuno, solo la paura che mi possano scoprire... Piacerebbe anche a me provare esperienze simili...
PS: è inventata o cosa?
grazie per il tuo commento al mio post e della visita che ricambio volentieri....auguri di buone feste.
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