Roller-skater
Ero già pronto per uscire dal retro, inforcare la bici, e svolgere quelle piccole commissioni che i miei mi avevano simpaticamente lasciato per impegnare il tempo tra un compito e l'altro: una capatina al supermarket, un'OM per mio padre, e in fine qualcosina per me, quando il campanello suonò. Chi poteva essere a quell'ora non presta, né tarda, ma insolita per una visita improvvisa? Spostai la teda... un caschetto blu metallizzato dominava, dietro la siepe, una capigliatura bionda e sotto l'inconfondibile faccia di Luca; Ma che voleva? C'era già stato ieri a casa mia... e poi dov'era il suo scooter? C'era qualcosa d'insolito in lui, non solo in quel casco, mai visto, a calotta, ma pure nei confronti dell'ambiente circostante, che ancora non coglievo in dettaglio. Dal suo sguardo da furetto voleva senz'altro entrare in casa, ma io avevo due possibilità per soddisfare le mie domande: dargli il tiro del cancello e farlo entrare perdendo altro tempo, o farlo pazientare e sbattergli in faccia, da fuori il cancello, che non avevo tempo per lui, sottolineandogli, così, l'inopportunità della sua visita inavvertita; scelsi la seconda indicandogli il cancello, e lo vidi sfrecciare nella stessa direzione a una velocità incredibile, come portato da un nastro trasportatore, ma che succedeva quel giorno?
Condussi la bici a mano, intanto vedendo la sua testa sfilare avanti e indietro coperto dalla siepe, solo quando giunsi alla fine del vialetto comparve in tutta la sua figura. - Ecco come fai... mi sembravi più alto! Non sapevo che avessi quei così... –.
- Belli vero! –
- Insomma... sembrano un po' vecchiotti! – aveva ai piedi un paio di roller e anche tutto il corredo di protezioni: due ginocchiere e quel casco anch'esso vissuto dai graffi e l'opacità.
- Eh... me li ha regalati mio cugino la scorsa primavera, perché lui non li usa più! Quindi, insomma, non sono nuovi... –
- Ma è quel famoso cugino... -
- Sì, proprio lui... - il famoso cugino... quello che l'aveva iniziato alla sega e fattogli tirocinio due anni prima; non so perché, ma quando collegai il personaggio alle informazioni in mio possesso salì la gelosia: anche se, da quello che mi aveva raccontato, il cugino gli aveva solo insegnato a farsi le seghe e solo una volta costretto a fargliene una, e dunque a lui non lo aveva mai toccato, almeno mi piaceva crederlo - quello lo consideravo soltanto un mio privilegio -, il fatto che qualcun altro ci fosse andato vicino, mi dava fastidio.
- Ma adesso dimmi, che ci fai qui? –
- Così... – fece spallucce: - ero solo in casa, non avevo niente nulla fare, così ho pensato di venirti a trovare... – mi faceva piacere sapere di essere solo un ripiego: – inoltre avevo anche voglia di usarli – già... comunque avevo l'impressione che fosse venuto più per venire... che per "venire", mentre guardavo il suo bel pacco, oggi particolarmente pronunciato; poi guardai i suoi roller pensando a quanti metri avevano macinato fra casa mia e la sua, quando improvvisamente una brutta sensazione mi permeò.
- Scusa, ma che strada hai fatto? Perché casa mia e la tua non sono proprio vicine... la alta? –
- La alta! – annui convintamene.
- Come la alta! ...ma sei matto! Fai la provinciale con quei così... – dissi alzando la voce all'idea del pericolo che rappresentava quella strada.
- Oh! Ma cosa vuoi... sembri peggio di mia madre! –
- Ma cazzo! Ci sono le strade basse e tu vai a fare le trafficate con quei così... - l'idea che avesse rischiato così balzanamente, con tanta leggerezza, era una cosa che non potevo sopportare; così come mi incazzavo istintivamente sentendo di opere d'arte deturpate, di monumenti vandalizzati o paesaggi distrutti; sono sempre stato sensibile a ciò che è bello, fervente sostenitore che non abbiamo diritto di mutare la bellezza perché abbiamo l'obbligo morali di preservarla per chi sarà dopo di noi. Trovo che il bello abbia una dimensione a sé, noi non possiamo disporne come vogliamo, se ciò ne priva ad altri il beneficio; così come Luca non poteva disporre liberamente di sé, se così facendo rischiava di privare altri della sua presenza.
- Allora la finisci! – mi disse non comprendendo le ragioni della mia reazione – piuttosto come mai ti vedo uscire... - aggiunse con una lieve malizia e l'intenzione di cambiare discorso.
- Che c'è di strano, devo andare in centro! -
- Strano, credevo che tu stessi sempre a studiare... - e ancora quel tono di malizia con una strana nota di punzecchiatura; intanto uscii dal cancello.
- Mo anzi... è che faccio apposta ad accumularli per quando vieni tu! Così abbiamo di che riempire la giornata... –
- Ma che stronzo! – esclamo scherzoso.
- Dai che devo andare... mi accompagni? -
- Sì! - e fece segno di spostarmi il braccio dal manubrio.
- Cosa...? - non capivo le sue intenzioni.
- Fammi salire... – lo guardai strano – fammi salire sulla canna! – bel coraggio!
- Ti faccio... - "salire io su so cosa" volevo continuare la frase, ma mi censurai: - ...tu hai capito male bello! Hai le gambine, sei venuto fin qui... allora vieni con quelle, dai che andiamo! Se vuoi ti do un tiro... -.
Provavo quasi vergogna con quel primino sulle rotelle, guardato dai clienti della ferramenta avanzare fragorosamente, sconvolgendo la quiete del negozio nel goffo tentativo di camminare, anziché pattinare; poi mi si ficcò di fianco impicciandosi degli affari miei, il commesso lo guardava stranito e sembrava chiedersi chi fosse quel biondo forestiero: forse era meglio levare le tende prima di fare troppe figuracce.
Penultima tappa: a piedi tra le corsie del supermercato, senza carrello, con due braccia in più da sfruttare - le sue - per tenere quelle quattro cose da prendere, prima di recarmi finalmente alla mia meta predesignate; ci fermammo in fila alle casse con Luca che sfoggiava il suo sfolgorante sorriso e le vecchie che lo squadravano sodo scandalizzate dal suo look extremely street, ma a lui nulla calava: solo lui, me e la cassiera, tutt'intorno terra bruciata e quelle quattro cose che teneva in braccio con affetto, poi, giunto il nostro turno, eccolo comparire il portafoglio. Non ci potevo credere un portafoglio di Dragonball con Goku, Gohan e Vegeta supersayan:
- Luca ma che è...? –
- Un portafoglio! Bello vero? –
- Eh... come no! Ma qualcosa di più dignitoso no? – e sfoggiai il mio in pelle marrone con "Vera pelle" marchiato sopra, anche se in realtà l'avevo comprato alla bancarella, l'importante in quell'istante è che facesse scena e da demarcatore di stile, e quindi d'età, fra me e lui.
- Beh, allora devi vedere camera mia! C'ho pure i poster... - cercavo d'immaginarmela camera sua. La camera di un adolescente è un po' lo specchio stereotipato della sua personalità clichè, e io cercavo di figurarmi come potesse essere la sua per rispecchiare la sua pimpante e spensierata persona; la mia era abbastanza scarna, priva fronzoli, non quadrata né seriosa, ma semplicemente una camera, senza poster o idoli alle pareti, non perché fossi qualunquista o privo d'ideali, ma per pigrizia, non una pigrizia da inattività, ma per indolenza verso la superfluità: non mi andava di abbellirla, in fondo ci passavo solo la notte e quindi non la vedevo, inutile personalizzarla ulteriormente, più di quanto non servisse all'utilità che ne traevo dal dormirci dentro.
- Mi piacerebbe vedere camera tua, sai... -
- E anche a me, ma tu non ci vieni mai a casa mia! – e sottolineò quest'ultimo fatto di cui avevamo più volte parlato, ma che io glissavo, non andandomi di andare a casa sua, non per cipiglio snob, ma perché rappresentava il suo regno e secondo i nostri accordi avrebbe comandato lui, e ciò m'inquietava.
- Dove andiamo adesso? - mi chiese subito usciti dal negozio, mentre per l'ennesima volta lo tiravo per le vie del paese.
- Adesso lo vedi! – non volevo dirgli che saremmo andati in palestra, volevo che lo apprendesse da solo. Non so perché, ma sentire, affrontare quella nuova realtà mi faceva già sentire più adulto; molti miei amici più grandi, di diciotto diciannove anni, ci andavano e bene o male mi parlavano di un mondo vissuto, che nella mia adolescente visione aveva già la parvenza di un luogo di formazione non solo fisica ma anche sociale: avrei potuto fare conoscenze di persone già integrate nel mondo vero, del lavoro, della patente, delle uscite il sabato sera vere, non di quelle coi soliti quattro cazzari attorno al tavolo di un pub a parlare di ragazze con una coca in mano e poi a letto a farsi le seghe; ma della discoteca, delle donne, delle conquiste, oltre che dei muscoli da farsi; inoltre in quel momento mi serviva ulteriormente per rimarcare la differenza di due anni tra me e lui, per la cui età era impensabile poter fare pesi, mentre io ne avevo già parlato e ricevuto l'approvazione dei miei.
Arrivati davanti l'enorme struttura della palestra, Luca si snocciola l'ennesimo chuin gum comprato poco prima al supermarket, parcheggiai la bici e finalmente entrammo. Le porte mi si aprono dinanzi al mio passaggio da sole, mentre Luca mi segue alle spalle, mi sembra già più bambino, mentre avanza goffamente cercando di camminare con quei cosi ai piedi per non fare troppo casino. Appena entrati, sulla destra, ci accoglie un bancale d'una silim-reception e dietro una giovane donna, tonica, sulla trentacinquina in abbigliamento sportivo, che si rivolge a me, ignorando completamente quel bimbetto alle mie spalle, che con aria storta si guardava intorno come se si trovasse dentro una struttura straniera che studiando rendeva più sua.
- Salve vorrei delle informazioni circa vostri corsi e i costi, grazie – che bell'inizio... iniziare bene è come dare un bel biglietto da visita, e io ci tenevo, anche perché era come dare una lezione di vita a Luca e svolgere così la mia forma educativa; la signora sorride e si avvicina proponente, ha i capelli scuri, corti fino alle spalle, l'abbronzatura discreta, e una canottiera rossa, elasticizzata che metter bene in evidenza il suo fisico tonico e il decoltè, senza reggiseno, sodo e discretamente abbondante, una terza direi: - Bene, che cosa vuole fare? – e intanto Luca neanche lo caga –abbiamo diverse scelte: la palestra naturalmente; ma anche molti altri servizi o corsi, come la sauna, lampada, corsi di ballo, latinoamericani e moderi, aerobica, stretching..., e volendo, si può scegliere di fare l'uno o gli altri, o l'uno e gli altri come preferisce! Dipende, da quello che vuole..., anche i costi! – mi sentivo già disorientato, pensavo che in palestra si venisse principalmente per fare pesi, sapevo, ovviamente, che c'erano anche altre cose, ma pensavo in via solo complementare e non pure esclusiva. La commessa mi guarda, sorride davanti al mio taciturno disorientamento e poi mi porge da un blocco un foglietto verde con il prospetto riassuntivo di tutti i corsi, a mo' di tabella: - Vedi generalmente i ragazzi sono indirizzati al bodybuilding, e altro come la lampada, oppure anche ai corsi di arti marziali...- e continuò poi per acclimatarmi a spiegare la struttura generica dei corsi: il trainer che ti segue nei primi giorni e prepara le schede, i diversi abbonamenti mensili, tri-semestrali e annuali, e del perché quest'ultimo conveniva, oltre ai costi accessori delle lampade e, perché no, dei corsi aggiungiti, alcuni già compresi nell'abbonamento annuale ed altri con una piccola aggiunta.
Dopo la spiegazione mi ero più rasserenato, anche se non acclimatato, avevo intuito il funzionamento, anche se io volevo solo far pesi, o almeno inizialmente era così che credevo, visto che ora non sapevo più che parola usare: lei non aveva mai parlato di pesi e io avevo paura di fare la gaffe dello sfigato utilizzando un termine non appropriato, anche perché ora mi sentivo imbarazzato a pronunciare bodybuilding, per di più con quel figurino al mio fianco, che s'era messo, pure lui, improvvisamente a guardare il prospetto dei corsi.
- Fate anche arti marziali? - chiese Luca rubandomi la scena.
- Sì! E lo facciamo sia per ragazzi che per adulti! – disse lei rivolgendosi a lui; mi sentivo sorpassato a destra da un quattordicenne.
- E quali? -
- Karate, Judo e ... se volete vi mostro la palestra e dove si tengono i corsi – parlava al plurale, ma guardava soltanto lui.
- Sì! – rispose affermativamente per entrambi, mentre io mi limitai mestamente ad annuire.
Ora era lui a precedermi e a interloquire, e perché no, magari, anche a correggerla, quando lei si sbagliava; com’era poco galante a correggerle termini che lei neanche conosceva: perché lei si vedeva che era una sportiva e che quindi poco poteva interessarle, né saperne, del mondo delle arti marziali... ma sorrideva.
Alla fine ce n'andammo dopo che mi diede il famoso foglietto coi costi d'iscrizione e avermi chiesto generalità e telefono per potermi successivamente contattare. – Però dai non è male... - mi disse Luca inaspettatamente, volgendosi verso quella grande struttura, con spirito da pacca sulle spalle.
- Mah..., adesso vedo, poi deciderò se iniziare... -
- Senti ma perché non vieni a vedere la mia, dove faccio Aikido? Magari... anzi, vieni con me durante una lezione... - com'era propositivo.
- Sì, ma io voglio fare palestra: pesi! -
- Lo so, ma da me mica fanno solo arti marziali! è una palestra come questa! Già che ci sei potresti anche vedere quello che faccio io e piacerti, non lo puoi sapere se non provi... - ecco ci mancava solo che si mettesse a parlare come mio padre e poi eravamo a posto! – e poi non per dire, ma, secondo me, costa anche meno! - Ma cazzo... non mi andava di farmi bagnare il naso da questo semibimbetto: lui era venuto a vedere quella che sarebbe stata la mia palestra e in un qualche modo spodestato, e ora io avrei visto la sua e proprio mentre faceva quelle pratica dal sapore esotico che sono le arti marziali! Volevo vedere se erano proprio così eclatanti per ragazzi della sua età, visto che una volta aveva pure osato minacciarmi, vantando quella cosa.
Non so come fosse possibile ma appena ripresi a tirarlo i ruoli rientrano magicamente nei ranghi, con lui che andava ululando per le vie del paese trainato dal sottoscritto; poi a un certo punto decise di cambiare punto d'attracco attaccandosi al braccio. Come al solito una di quelle cose che non si possono raccontare: la sensazione fraterna che provavo quando lui si teneva al braccio che gli ponevo; mi sarebbe piaciuto un sacco sentire pure la sua nuca sulla spalla - che in quel momento ci sarebbe stata bene -, e intanto pensavo al motivo del suo arrivo in quel giorno, possibile che non avesse tentato ancora nulla di sessuale... Chissà forse era realmente venuto a trovarmi? forse per lui rappresentavo anche un amico e non solo un diversivo... però in quel momento mi figuravo lo stesso di condurlo nudo, trainandolo per l'uccello, facendogli un bel segone inseminando le vie del paese.
- Dai Luca entra che poi ti accompagno con lo scooter... - non potevo lasciarlo andare a casa da solo, senza di me, per far prima, avrebbe rifatto sicuramente la provinciale e io non volevo, nonostante il suo gnolare avrei insistito finché non avesse consentito, anche se in fondo sembrava compiacersi della mia preoccupazione che mi spingeva riaccompagnarlo.
- Oh finalmente te lo vedo... - mi disse alle spalle mentre aprivo il garage, non capivo quell'uscita, sembrava un doppio senso, ma il tono non era allusivo e così lo guardai – Lo scooter! Finalmente lo vedo di giorno... - aggiunse al mio sguardo torvo: - ...con tutte le volte che ti ho detto di fare un giro, l'unica volta che siamo usciti motorizzati è stato venerdì scorso di sera! - non capivo, ma comunque, ecco che, secondo me, la sua parte erotica stava saltando fuori, il motivo per cui era venuto a trovarmi quel pomeriggio stava facendosi strada.
Aprii la saracinesca e un raggio di sole soffuse le nostre sagome scure nel pulviscolo fuligginoso del garage trai colori amarantini del tramonto. Una luce erotica allungava le nostre ombre amoreggianti, compenetrantesi, la sua più buffa e arrotondata per via dei paramenti protettivi, la mia più alta e slanciata verso quella dello scooter; là solitario come un monumento dimenticato. Sentii il bisogno di guardare Luca come per rinfrescarmene la bellezza: - Ho sete – disse - vengo su a bere un goccio d'acqua... –
- Fermati! - lo sboccai: – con quelle cose mi segni tutto il pavimento, che mia madre ci ha appena dato la cera e mi fa un... così... te la porto io! –.
Mentre riempivo d'acqua del rubinetto un bicchiere della Nutella coi Puffi - la trovavo un'idea simpatica -, pensavo a Luca là sotto, a quanto sarebbe stato bello se per ringraziarmi si fosse fatto trovare nudo, o almeno con l'uccello di fuori, seduto sulla sella del motorino; non sapevo cos'era ma non riuscivo a fermare quei filmini erotici nella mia mente. Quando scesi aprii piano la porta, quasi per sbirciare se il mio desiderio non si fosse realizzato; ma, intravedendone l'ombra, niente... – To', prendi! – Grazie!- rispose bevendo d'un sorso mezzo bicchiere; ma mentre presi il casco lo sentii ridire: - Oh... finalmente lo usi, non te lo vedo mai usare! – ma allora si stava giocando di me... della mia povera psiche, con quel doppio senso ancora nascono da un tono perfettamente non sibillino? Gli tolsi di mano il bicchiere fissandolo negli occhi per vedere se, almeno con quel contatto, riuscissi ad avere una lettura delle sue intenzioni: ma il suo sguardo era sincero. Possibile cazzo che fosse venuto veramente soltanto per trovarmi... avevo già pronto tutto per la partenza: bastava solo accendere il motorino e saremmo partiti, e, benché glien'abbia dato modo, non aveva ancora fatto alcunché di sessuale! Uffa, fa lo stesso: se anche lui non n'aveva, stranamente, voglia, l'avevo io...!
Riposai il casco sulla sella, e chiesi a Luca di poggiarsi un attimo al muro, mentre io lo raggiunsi camuffando le mie intenzioni concentrandomi sui roller: - Cosa vuoi vedere? – chiese ingenuamente, possibile che non avesse ancora intuito... - Niente! – mi alzai- solo questo! – "tuc" lo sbatter del casco contro il muro, mente lo premetti coll'avambraccio sul petto e l'altra intrufolata nella fessa dei pantaloni. Il biondino sorrise, mentre parte di lui prendeva già parte attiva al gioco. – A sì...- gli dissi: - e questo non lo vuoi dunque... - in risposta al suo sorriso, tirandoglielo fuori per masturbarlo. Pian piano mi avvicinai fin dove il suo casco me lo permise, finché ci ritrovammo naso a naso ridacchiandoci addosso; ogni tanto fissavo il suo giocondo sorriso e ogni altro il grosso cazzone che oggi non mi bastava: mi sembrava così saldo al suo padrone da volerlo mettere alla prova: - Che dici la facciamo una prova di trazione? - gli dissi digrignando i denti, lui sorrideva ancora, non so se avesse capito il senso della frase o se ridesse perché divertito dal nostro siparietto; comunque provai. Smisi di menarlo e l'afferrai saldamente alla radice, sembrava l'elsa d'una spada, così grosso, e iniziai a tirarlo indietreggiando coi passi; Luca trovò un nuovo equilibrio inarcando la schiena all'indietro e si fece trascinare in quella nuova stabilità passivamente, trainato per l'uccello; feci un metro, un metro e mezzo: la prova era superata, ma non la mia fame.
Lo ribloccai nuovamente al muro e mi abbassai per farlo rigodere: quello stupro simulato mi galvanizzava, lo scappellai direttamente succhiando: - Ah! fai piano! – mi gridò tra l'eccitazione e il dolore, - Scusa! – farfugliai con la bocca piena del suo pene tracotante. Ogni tanto l'affondavo in gola per sentirne bene tutta la taglia poi tornavo in punta per sentirlo gemere ancora; piano mi portò le mani dietro la nuca. Ogni tanto sognavo, con lui, di essere passivo: lui in piedi, io in ginocchio; trovavo avesse qualcosa di perversamente eccitante: ma non nell'essere noi due, due maschi, in quel che facevamo, ma nello stravolgimento dei ruoli contro l'età, mi sfiziava e non mi sarei fermato fino a ricavarne tutto il suo miele bianco.
Quando venne fu una gioia immensa per entrambi, accoglierlo; da quando eravamo entrati nel mio garage non chiedevo altro. Bevvi i rimasugli della sua acqua per sciacquarmi la bocca dei suoi ultimi resti, mentre lui come un ometto si ricomponeva. Si stava portando al motore, quando lo raggiunsi con un braccio dietro il collo: - Ehm... e non fai altro!? - Mi prese la mano con l'opposta - Fare cosa... con ieri siamo pari! – e si tolse il mio braccio come una scarpa di dosso; con due parole mi aveva spiazzato, l'adoravo! vuol dire che mi sarei arrangiato da solo... dopo tutto, trovo che fare un po' di sesso solitario ogni tanto faccia bene, aiuta a conciliarsi con sé stessi, ma non troppo spesso. Ora però dovevamo andare; appena fuori del cancello pretese di salire, ma non ci stavo a farmi sequestrare il motorino per la sua bella faccia; così lo rimorchiai fino alle porte del paese: per quella strada di campagna non ci avrebbero beccati; ora poteva salire: - Dai sali! - gli dissi fermandomi, e il piccoletto alzò la gamba per salire sbattendo la gamba le carene: - Fermati! - mi guardò come sentendosi in colpa qualcosa che non aveva ancora fatto; intanto scesi: - Dai, ora sali e fatti indietro! –.
- Questa poi non l'ho capita... -
- Sei troppo goffo e non voglio che mi smicchi la carena! -
- Ti smicco le carene... - mi prese in giro: - ma se sono più agile di te! – e salì sulla sella facendo ben spazio per sedermi: - Ora tieniti e tira su i piedi! – e gli indicai la partenza con un colpo di casco sul caschetto protettivo all'indietro e si strinse a me. Un'altra strada, ma come allora: ancora io e lui per una via di campagna, solo che da quella volta eravamo intimamente cresciuti; l'aria fredda entrava nei vestiti, bloccata in me dal suo caloroso abbraccio, ma lui poverino non era vestito da motorino, così che paradossalmente andammo così adagio che avremmo fatto prima continuando con lui in roller e io a tirarlo, ma ci saremmo persi entrambi quel morbido abbraccio. Purtroppo giungemmo alle soglie del suo paese, dopo quanto non importava era comunque troppo presto... Lo sentii slacciarsi quasi con rammarico da parte sua, mentre sulla schiena conservavo ancora il ricordo della sua testa poggiata, solo che ora lui era al mio fianco tenendosi al mio braccio. Pian piano come a voler assaporare ogni attimo percorremmo fino ad arrivare di fronte a casa sua, com'era maestosa vista di giorno, anche se con la luce opaca del tramonto; Luca mi guardava quasi ringraziandomi per la giornata trascorsa insieme, non capivo quello sguardo triste: lui sorrideva, ma i suoi occhi non come al solito.
Sospirando a lunghi respiri suonò il campanello dandomi le ultime occhiate, come una persona che ti vuol ricordare prima di un addio; com'era dolce, oltre che melodrammatico, ma l'aria mutò decisamente quando comparve lo sguardo scuro di sua madre alla porta; non l'avevo mai visto così severo: ricordava quello dei miei che da anni non vedevo. Avanzò con fare quasi minaccioso lungo il vialetto, con lo sguardo così serio da annichilire la congenita serenità di Luca. – Luca ma dove sei andato! –.
- Mamma... - era la prima volta che lo vedevo intimorito.
- Non trovare scuse... sei andato coi pattini fino da Alessandro e per di più sulla strada provinciale! Quante volte... -
- Ma... - balbettò.
- Niente scuse t'ho detto... fila dentro! - disse aprendo il cancello, Luca entrò mesto poi cerco con lo sguardo basso di voltarsi verso di me indugiando un attimo: - Fila! – riprese adirata, forse cercava il mio soccorso, ma non avrei saputo che dire anche perché c'era ben poco da dire: - Alessandro, - mi disse: - grazie per averlo riaccompagnato, ma ora è meglio che vai, non preoccuparti vi vedrete domani mattina... -.
Non avevo mai visto la mamma di Luca così incavolata, ricordava la mia, e io che l'avevo vista sempre sotto una luce diversa... se non mi ricordavo male a quel tono di voce corrispondeva una bella ramanzina con relativa punizione; non avrei proprio voluto trovarmi nei suoi panni, anche perché mi ci ero già trovato a sufficienza in passato, ora coi miei c'erano altri problemi intergenerazionali, ma son tutt'altra cosa.
Condussi la bici a mano, intanto vedendo la sua testa sfilare avanti e indietro coperto dalla siepe, solo quando giunsi alla fine del vialetto comparve in tutta la sua figura. - Ecco come fai... mi sembravi più alto! Non sapevo che avessi quei così... –.
- Belli vero! –
- Insomma... sembrano un po' vecchiotti! – aveva ai piedi un paio di roller e anche tutto il corredo di protezioni: due ginocchiere e quel casco anch'esso vissuto dai graffi e l'opacità.
- Eh... me li ha regalati mio cugino la scorsa primavera, perché lui non li usa più! Quindi, insomma, non sono nuovi... –
- Ma è quel famoso cugino... -
- Sì, proprio lui... - il famoso cugino... quello che l'aveva iniziato alla sega e fattogli tirocinio due anni prima; non so perché, ma quando collegai il personaggio alle informazioni in mio possesso salì la gelosia: anche se, da quello che mi aveva raccontato, il cugino gli aveva solo insegnato a farsi le seghe e solo una volta costretto a fargliene una, e dunque a lui non lo aveva mai toccato, almeno mi piaceva crederlo - quello lo consideravo soltanto un mio privilegio -, il fatto che qualcun altro ci fosse andato vicino, mi dava fastidio.
- Ma adesso dimmi, che ci fai qui? –
- Così... – fece spallucce: - ero solo in casa, non avevo niente nulla fare, così ho pensato di venirti a trovare... – mi faceva piacere sapere di essere solo un ripiego: – inoltre avevo anche voglia di usarli – già... comunque avevo l'impressione che fosse venuto più per venire... che per "venire", mentre guardavo il suo bel pacco, oggi particolarmente pronunciato; poi guardai i suoi roller pensando a quanti metri avevano macinato fra casa mia e la sua, quando improvvisamente una brutta sensazione mi permeò.
- Scusa, ma che strada hai fatto? Perché casa mia e la tua non sono proprio vicine... la alta? –
- La alta! – annui convintamene.
- Come la alta! ...ma sei matto! Fai la provinciale con quei così... – dissi alzando la voce all'idea del pericolo che rappresentava quella strada.
- Oh! Ma cosa vuoi... sembri peggio di mia madre! –
- Ma cazzo! Ci sono le strade basse e tu vai a fare le trafficate con quei così... - l'idea che avesse rischiato così balzanamente, con tanta leggerezza, era una cosa che non potevo sopportare; così come mi incazzavo istintivamente sentendo di opere d'arte deturpate, di monumenti vandalizzati o paesaggi distrutti; sono sempre stato sensibile a ciò che è bello, fervente sostenitore che non abbiamo diritto di mutare la bellezza perché abbiamo l'obbligo morali di preservarla per chi sarà dopo di noi. Trovo che il bello abbia una dimensione a sé, noi non possiamo disporne come vogliamo, se ciò ne priva ad altri il beneficio; così come Luca non poteva disporre liberamente di sé, se così facendo rischiava di privare altri della sua presenza.
- Allora la finisci! – mi disse non comprendendo le ragioni della mia reazione – piuttosto come mai ti vedo uscire... - aggiunse con una lieve malizia e l'intenzione di cambiare discorso.
- Che c'è di strano, devo andare in centro! -
- Strano, credevo che tu stessi sempre a studiare... - e ancora quel tono di malizia con una strana nota di punzecchiatura; intanto uscii dal cancello.
- Mo anzi... è che faccio apposta ad accumularli per quando vieni tu! Così abbiamo di che riempire la giornata... –
- Ma che stronzo! – esclamo scherzoso.
- Dai che devo andare... mi accompagni? -
- Sì! - e fece segno di spostarmi il braccio dal manubrio.
- Cosa...? - non capivo le sue intenzioni.
- Fammi salire... – lo guardai strano – fammi salire sulla canna! – bel coraggio!
- Ti faccio... - "salire io su so cosa" volevo continuare la frase, ma mi censurai: - ...tu hai capito male bello! Hai le gambine, sei venuto fin qui... allora vieni con quelle, dai che andiamo! Se vuoi ti do un tiro... -.
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Provavo quasi vergogna con quel primino sulle rotelle, guardato dai clienti della ferramenta avanzare fragorosamente, sconvolgendo la quiete del negozio nel goffo tentativo di camminare, anziché pattinare; poi mi si ficcò di fianco impicciandosi degli affari miei, il commesso lo guardava stranito e sembrava chiedersi chi fosse quel biondo forestiero: forse era meglio levare le tende prima di fare troppe figuracce.
Penultima tappa: a piedi tra le corsie del supermercato, senza carrello, con due braccia in più da sfruttare - le sue - per tenere quelle quattro cose da prendere, prima di recarmi finalmente alla mia meta predesignate; ci fermammo in fila alle casse con Luca che sfoggiava il suo sfolgorante sorriso e le vecchie che lo squadravano sodo scandalizzate dal suo look extremely street, ma a lui nulla calava: solo lui, me e la cassiera, tutt'intorno terra bruciata e quelle quattro cose che teneva in braccio con affetto, poi, giunto il nostro turno, eccolo comparire il portafoglio. Non ci potevo credere un portafoglio di Dragonball con Goku, Gohan e Vegeta supersayan:
- Luca ma che è...? –
- Un portafoglio! Bello vero? –
- Eh... come no! Ma qualcosa di più dignitoso no? – e sfoggiai il mio in pelle marrone con "Vera pelle" marchiato sopra, anche se in realtà l'avevo comprato alla bancarella, l'importante in quell'istante è che facesse scena e da demarcatore di stile, e quindi d'età, fra me e lui.
- Beh, allora devi vedere camera mia! C'ho pure i poster... - cercavo d'immaginarmela camera sua. La camera di un adolescente è un po' lo specchio stereotipato della sua personalità clichè, e io cercavo di figurarmi come potesse essere la sua per rispecchiare la sua pimpante e spensierata persona; la mia era abbastanza scarna, priva fronzoli, non quadrata né seriosa, ma semplicemente una camera, senza poster o idoli alle pareti, non perché fossi qualunquista o privo d'ideali, ma per pigrizia, non una pigrizia da inattività, ma per indolenza verso la superfluità: non mi andava di abbellirla, in fondo ci passavo solo la notte e quindi non la vedevo, inutile personalizzarla ulteriormente, più di quanto non servisse all'utilità che ne traevo dal dormirci dentro.
- Mi piacerebbe vedere camera tua, sai... -
- E anche a me, ma tu non ci vieni mai a casa mia! – e sottolineò quest'ultimo fatto di cui avevamo più volte parlato, ma che io glissavo, non andandomi di andare a casa sua, non per cipiglio snob, ma perché rappresentava il suo regno e secondo i nostri accordi avrebbe comandato lui, e ciò m'inquietava.
- Dove andiamo adesso? - mi chiese subito usciti dal negozio, mentre per l'ennesima volta lo tiravo per le vie del paese.
- Adesso lo vedi! – non volevo dirgli che saremmo andati in palestra, volevo che lo apprendesse da solo. Non so perché, ma sentire, affrontare quella nuova realtà mi faceva già sentire più adulto; molti miei amici più grandi, di diciotto diciannove anni, ci andavano e bene o male mi parlavano di un mondo vissuto, che nella mia adolescente visione aveva già la parvenza di un luogo di formazione non solo fisica ma anche sociale: avrei potuto fare conoscenze di persone già integrate nel mondo vero, del lavoro, della patente, delle uscite il sabato sera vere, non di quelle coi soliti quattro cazzari attorno al tavolo di un pub a parlare di ragazze con una coca in mano e poi a letto a farsi le seghe; ma della discoteca, delle donne, delle conquiste, oltre che dei muscoli da farsi; inoltre in quel momento mi serviva ulteriormente per rimarcare la differenza di due anni tra me e lui, per la cui età era impensabile poter fare pesi, mentre io ne avevo già parlato e ricevuto l'approvazione dei miei.
Arrivati davanti l'enorme struttura della palestra, Luca si snocciola l'ennesimo chuin gum comprato poco prima al supermarket, parcheggiai la bici e finalmente entrammo. Le porte mi si aprono dinanzi al mio passaggio da sole, mentre Luca mi segue alle spalle, mi sembra già più bambino, mentre avanza goffamente cercando di camminare con quei cosi ai piedi per non fare troppo casino. Appena entrati, sulla destra, ci accoglie un bancale d'una silim-reception e dietro una giovane donna, tonica, sulla trentacinquina in abbigliamento sportivo, che si rivolge a me, ignorando completamente quel bimbetto alle mie spalle, che con aria storta si guardava intorno come se si trovasse dentro una struttura straniera che studiando rendeva più sua.
- Salve vorrei delle informazioni circa vostri corsi e i costi, grazie – che bell'inizio... iniziare bene è come dare un bel biglietto da visita, e io ci tenevo, anche perché era come dare una lezione di vita a Luca e svolgere così la mia forma educativa; la signora sorride e si avvicina proponente, ha i capelli scuri, corti fino alle spalle, l'abbronzatura discreta, e una canottiera rossa, elasticizzata che metter bene in evidenza il suo fisico tonico e il decoltè, senza reggiseno, sodo e discretamente abbondante, una terza direi: - Bene, che cosa vuole fare? – e intanto Luca neanche lo caga –abbiamo diverse scelte: la palestra naturalmente; ma anche molti altri servizi o corsi, come la sauna, lampada, corsi di ballo, latinoamericani e moderi, aerobica, stretching..., e volendo, si può scegliere di fare l'uno o gli altri, o l'uno e gli altri come preferisce! Dipende, da quello che vuole..., anche i costi! – mi sentivo già disorientato, pensavo che in palestra si venisse principalmente per fare pesi, sapevo, ovviamente, che c'erano anche altre cose, ma pensavo in via solo complementare e non pure esclusiva. La commessa mi guarda, sorride davanti al mio taciturno disorientamento e poi mi porge da un blocco un foglietto verde con il prospetto riassuntivo di tutti i corsi, a mo' di tabella: - Vedi generalmente i ragazzi sono indirizzati al bodybuilding, e altro come la lampada, oppure anche ai corsi di arti marziali...- e continuò poi per acclimatarmi a spiegare la struttura generica dei corsi: il trainer che ti segue nei primi giorni e prepara le schede, i diversi abbonamenti mensili, tri-semestrali e annuali, e del perché quest'ultimo conveniva, oltre ai costi accessori delle lampade e, perché no, dei corsi aggiungiti, alcuni già compresi nell'abbonamento annuale ed altri con una piccola aggiunta.
Dopo la spiegazione mi ero più rasserenato, anche se non acclimatato, avevo intuito il funzionamento, anche se io volevo solo far pesi, o almeno inizialmente era così che credevo, visto che ora non sapevo più che parola usare: lei non aveva mai parlato di pesi e io avevo paura di fare la gaffe dello sfigato utilizzando un termine non appropriato, anche perché ora mi sentivo imbarazzato a pronunciare bodybuilding, per di più con quel figurino al mio fianco, che s'era messo, pure lui, improvvisamente a guardare il prospetto dei corsi.
- Fate anche arti marziali? - chiese Luca rubandomi la scena.
- Sì! E lo facciamo sia per ragazzi che per adulti! – disse lei rivolgendosi a lui; mi sentivo sorpassato a destra da un quattordicenne.
- E quali? -
- Karate, Judo e ... se volete vi mostro la palestra e dove si tengono i corsi – parlava al plurale, ma guardava soltanto lui.
- Sì! – rispose affermativamente per entrambi, mentre io mi limitai mestamente ad annuire.
Ora era lui a precedermi e a interloquire, e perché no, magari, anche a correggerla, quando lei si sbagliava; com’era poco galante a correggerle termini che lei neanche conosceva: perché lei si vedeva che era una sportiva e che quindi poco poteva interessarle, né saperne, del mondo delle arti marziali... ma sorrideva.
Alla fine ce n'andammo dopo che mi diede il famoso foglietto coi costi d'iscrizione e avermi chiesto generalità e telefono per potermi successivamente contattare. – Però dai non è male... - mi disse Luca inaspettatamente, volgendosi verso quella grande struttura, con spirito da pacca sulle spalle.
- Mah..., adesso vedo, poi deciderò se iniziare... -
- Senti ma perché non vieni a vedere la mia, dove faccio Aikido? Magari... anzi, vieni con me durante una lezione... - com'era propositivo.
- Sì, ma io voglio fare palestra: pesi! -
- Lo so, ma da me mica fanno solo arti marziali! è una palestra come questa! Già che ci sei potresti anche vedere quello che faccio io e piacerti, non lo puoi sapere se non provi... - ecco ci mancava solo che si mettesse a parlare come mio padre e poi eravamo a posto! – e poi non per dire, ma, secondo me, costa anche meno! - Ma cazzo... non mi andava di farmi bagnare il naso da questo semibimbetto: lui era venuto a vedere quella che sarebbe stata la mia palestra e in un qualche modo spodestato, e ora io avrei visto la sua e proprio mentre faceva quelle pratica dal sapore esotico che sono le arti marziali! Volevo vedere se erano proprio così eclatanti per ragazzi della sua età, visto che una volta aveva pure osato minacciarmi, vantando quella cosa.
Non so come fosse possibile ma appena ripresi a tirarlo i ruoli rientrano magicamente nei ranghi, con lui che andava ululando per le vie del paese trainato dal sottoscritto; poi a un certo punto decise di cambiare punto d'attracco attaccandosi al braccio. Come al solito una di quelle cose che non si possono raccontare: la sensazione fraterna che provavo quando lui si teneva al braccio che gli ponevo; mi sarebbe piaciuto un sacco sentire pure la sua nuca sulla spalla - che in quel momento ci sarebbe stata bene -, e intanto pensavo al motivo del suo arrivo in quel giorno, possibile che non avesse tentato ancora nulla di sessuale... Chissà forse era realmente venuto a trovarmi? forse per lui rappresentavo anche un amico e non solo un diversivo... però in quel momento mi figuravo lo stesso di condurlo nudo, trainandolo per l'uccello, facendogli un bel segone inseminando le vie del paese.
***
- Dai Luca entra che poi ti accompagno con lo scooter... - non potevo lasciarlo andare a casa da solo, senza di me, per far prima, avrebbe rifatto sicuramente la provinciale e io non volevo, nonostante il suo gnolare avrei insistito finché non avesse consentito, anche se in fondo sembrava compiacersi della mia preoccupazione che mi spingeva riaccompagnarlo.
- Oh finalmente te lo vedo... - mi disse alle spalle mentre aprivo il garage, non capivo quell'uscita, sembrava un doppio senso, ma il tono non era allusivo e così lo guardai – Lo scooter! Finalmente lo vedo di giorno... - aggiunse al mio sguardo torvo: - ...con tutte le volte che ti ho detto di fare un giro, l'unica volta che siamo usciti motorizzati è stato venerdì scorso di sera! - non capivo, ma comunque, ecco che, secondo me, la sua parte erotica stava saltando fuori, il motivo per cui era venuto a trovarmi quel pomeriggio stava facendosi strada.
Aprii la saracinesca e un raggio di sole soffuse le nostre sagome scure nel pulviscolo fuligginoso del garage trai colori amarantini del tramonto. Una luce erotica allungava le nostre ombre amoreggianti, compenetrantesi, la sua più buffa e arrotondata per via dei paramenti protettivi, la mia più alta e slanciata verso quella dello scooter; là solitario come un monumento dimenticato. Sentii il bisogno di guardare Luca come per rinfrescarmene la bellezza: - Ho sete – disse - vengo su a bere un goccio d'acqua... –
- Fermati! - lo sboccai: – con quelle cose mi segni tutto il pavimento, che mia madre ci ha appena dato la cera e mi fa un... così... te la porto io! –.
Mentre riempivo d'acqua del rubinetto un bicchiere della Nutella coi Puffi - la trovavo un'idea simpatica -, pensavo a Luca là sotto, a quanto sarebbe stato bello se per ringraziarmi si fosse fatto trovare nudo, o almeno con l'uccello di fuori, seduto sulla sella del motorino; non sapevo cos'era ma non riuscivo a fermare quei filmini erotici nella mia mente. Quando scesi aprii piano la porta, quasi per sbirciare se il mio desiderio non si fosse realizzato; ma, intravedendone l'ombra, niente... – To', prendi! – Grazie!- rispose bevendo d'un sorso mezzo bicchiere; ma mentre presi il casco lo sentii ridire: - Oh... finalmente lo usi, non te lo vedo mai usare! – ma allora si stava giocando di me... della mia povera psiche, con quel doppio senso ancora nascono da un tono perfettamente non sibillino? Gli tolsi di mano il bicchiere fissandolo negli occhi per vedere se, almeno con quel contatto, riuscissi ad avere una lettura delle sue intenzioni: ma il suo sguardo era sincero. Possibile cazzo che fosse venuto veramente soltanto per trovarmi... avevo già pronto tutto per la partenza: bastava solo accendere il motorino e saremmo partiti, e, benché glien'abbia dato modo, non aveva ancora fatto alcunché di sessuale! Uffa, fa lo stesso: se anche lui non n'aveva, stranamente, voglia, l'avevo io...!
Riposai il casco sulla sella, e chiesi a Luca di poggiarsi un attimo al muro, mentre io lo raggiunsi camuffando le mie intenzioni concentrandomi sui roller: - Cosa vuoi vedere? – chiese ingenuamente, possibile che non avesse ancora intuito... - Niente! – mi alzai- solo questo! – "tuc" lo sbatter del casco contro il muro, mente lo premetti coll'avambraccio sul petto e l'altra intrufolata nella fessa dei pantaloni. Il biondino sorrise, mentre parte di lui prendeva già parte attiva al gioco. – A sì...- gli dissi: - e questo non lo vuoi dunque... - in risposta al suo sorriso, tirandoglielo fuori per masturbarlo. Pian piano mi avvicinai fin dove il suo casco me lo permise, finché ci ritrovammo naso a naso ridacchiandoci addosso; ogni tanto fissavo il suo giocondo sorriso e ogni altro il grosso cazzone che oggi non mi bastava: mi sembrava così saldo al suo padrone da volerlo mettere alla prova: - Che dici la facciamo una prova di trazione? - gli dissi digrignando i denti, lui sorrideva ancora, non so se avesse capito il senso della frase o se ridesse perché divertito dal nostro siparietto; comunque provai. Smisi di menarlo e l'afferrai saldamente alla radice, sembrava l'elsa d'una spada, così grosso, e iniziai a tirarlo indietreggiando coi passi; Luca trovò un nuovo equilibrio inarcando la schiena all'indietro e si fece trascinare in quella nuova stabilità passivamente, trainato per l'uccello; feci un metro, un metro e mezzo: la prova era superata, ma non la mia fame.
Lo ribloccai nuovamente al muro e mi abbassai per farlo rigodere: quello stupro simulato mi galvanizzava, lo scappellai direttamente succhiando: - Ah! fai piano! – mi gridò tra l'eccitazione e il dolore, - Scusa! – farfugliai con la bocca piena del suo pene tracotante. Ogni tanto l'affondavo in gola per sentirne bene tutta la taglia poi tornavo in punta per sentirlo gemere ancora; piano mi portò le mani dietro la nuca. Ogni tanto sognavo, con lui, di essere passivo: lui in piedi, io in ginocchio; trovavo avesse qualcosa di perversamente eccitante: ma non nell'essere noi due, due maschi, in quel che facevamo, ma nello stravolgimento dei ruoli contro l'età, mi sfiziava e non mi sarei fermato fino a ricavarne tutto il suo miele bianco.
Quando venne fu una gioia immensa per entrambi, accoglierlo; da quando eravamo entrati nel mio garage non chiedevo altro. Bevvi i rimasugli della sua acqua per sciacquarmi la bocca dei suoi ultimi resti, mentre lui come un ometto si ricomponeva. Si stava portando al motore, quando lo raggiunsi con un braccio dietro il collo: - Ehm... e non fai altro!? - Mi prese la mano con l'opposta - Fare cosa... con ieri siamo pari! – e si tolse il mio braccio come una scarpa di dosso; con due parole mi aveva spiazzato, l'adoravo! vuol dire che mi sarei arrangiato da solo... dopo tutto, trovo che fare un po' di sesso solitario ogni tanto faccia bene, aiuta a conciliarsi con sé stessi, ma non troppo spesso. Ora però dovevamo andare; appena fuori del cancello pretese di salire, ma non ci stavo a farmi sequestrare il motorino per la sua bella faccia; così lo rimorchiai fino alle porte del paese: per quella strada di campagna non ci avrebbero beccati; ora poteva salire: - Dai sali! - gli dissi fermandomi, e il piccoletto alzò la gamba per salire sbattendo la gamba le carene: - Fermati! - mi guardò come sentendosi in colpa qualcosa che non aveva ancora fatto; intanto scesi: - Dai, ora sali e fatti indietro! –.
- Questa poi non l'ho capita... -
- Sei troppo goffo e non voglio che mi smicchi la carena! -
- Ti smicco le carene... - mi prese in giro: - ma se sono più agile di te! – e salì sulla sella facendo ben spazio per sedermi: - Ora tieniti e tira su i piedi! – e gli indicai la partenza con un colpo di casco sul caschetto protettivo all'indietro e si strinse a me. Un'altra strada, ma come allora: ancora io e lui per una via di campagna, solo che da quella volta eravamo intimamente cresciuti; l'aria fredda entrava nei vestiti, bloccata in me dal suo caloroso abbraccio, ma lui poverino non era vestito da motorino, così che paradossalmente andammo così adagio che avremmo fatto prima continuando con lui in roller e io a tirarlo, ma ci saremmo persi entrambi quel morbido abbraccio. Purtroppo giungemmo alle soglie del suo paese, dopo quanto non importava era comunque troppo presto... Lo sentii slacciarsi quasi con rammarico da parte sua, mentre sulla schiena conservavo ancora il ricordo della sua testa poggiata, solo che ora lui era al mio fianco tenendosi al mio braccio. Pian piano come a voler assaporare ogni attimo percorremmo fino ad arrivare di fronte a casa sua, com'era maestosa vista di giorno, anche se con la luce opaca del tramonto; Luca mi guardava quasi ringraziandomi per la giornata trascorsa insieme, non capivo quello sguardo triste: lui sorrideva, ma i suoi occhi non come al solito.
Sospirando a lunghi respiri suonò il campanello dandomi le ultime occhiate, come una persona che ti vuol ricordare prima di un addio; com'era dolce, oltre che melodrammatico, ma l'aria mutò decisamente quando comparve lo sguardo scuro di sua madre alla porta; non l'avevo mai visto così severo: ricordava quello dei miei che da anni non vedevo. Avanzò con fare quasi minaccioso lungo il vialetto, con lo sguardo così serio da annichilire la congenita serenità di Luca. – Luca ma dove sei andato! –.
- Mamma... - era la prima volta che lo vedevo intimorito.
- Non trovare scuse... sei andato coi pattini fino da Alessandro e per di più sulla strada provinciale! Quante volte... -
- Ma... - balbettò.
- Niente scuse t'ho detto... fila dentro! - disse aprendo il cancello, Luca entrò mesto poi cerco con lo sguardo basso di voltarsi verso di me indugiando un attimo: - Fila! – riprese adirata, forse cercava il mio soccorso, ma non avrei saputo che dire anche perché c'era ben poco da dire: - Alessandro, - mi disse: - grazie per averlo riaccompagnato, ma ora è meglio che vai, non preoccuparti vi vedrete domani mattina... -.
Non avevo mai visto la mamma di Luca così incavolata, ricordava la mia, e io che l'avevo vista sempre sotto una luce diversa... se non mi ricordavo male a quel tono di voce corrispondeva una bella ramanzina con relativa punizione; non avrei proprio voluto trovarmi nei suoi panni, anche perché mi ci ero già trovato a sufficienza in passato, ora coi miei c'erano altri problemi intergenerazionali, ma son tutt'altra cosa.



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1 commenti:
Sento di dover ringraziare vivamente il mio efficiente correttore di bozza anonimo, non so che sei, ma comunque grazie!
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