venerdì 20 giugno 2008

Pomeriggio con Luca

Trascorrevo quel primo lunedì pomeriggio, dopo l'inizio della scuola, zappingando sul divano di casa, quando un ronzio passò per la via, il clacson di un cinquantino cominciò a suonare attirando la mia attenzione. Scostai la tenda: uno sconosciuto davanti all'entrata dava l'idea di attendere che il padrone di casa gli aprisse il cancello; non sapevo chi fosse, non conoscevo nessuno con quello scooter, ma dalla statura non c'erano dubbi. Di solito odio le visite inattese, mi puzzano d'invadenza, come se l'altro s'aspettasse che io stia al suo servizio; in quel caso, però, potevo anche chiudere un occhio, avrei pure potuto aprirgli, ma giocare a identificare l'intruso era più divertente. Già a metà del vialetto non ebbi più dubbi: un esserino minuto, vestito in corto col la maglietta blu e il mitico "46", anche se l'ombra del casco ne occultava l'identità, sapevo che sotto quel tondo copricapo si nascondeva la testa di Luca. Giunto al cancelletto, finalmente intravidi il bianco dei suoi occhi vivaci da dietro la visiera, era tutto così nuovo: il casco nuovo, il motorino nuovo, persino Luca sembrava appena fresco di fabbrica; e com'era ossimorico il suo esile figurino rispetto quell'enorme nuovo Aprilia; una veduta che quasi induceva il sorriso dalla tenerezza. Pensai a quanto anch'io, due anni prima, dovevo sembrare buffo su quei motorini sovradimensionati per le stature dei medi quattordicenni, aveva quasi del miracoloso come, così piccolo, potesse sostenere quell'enorme mole di plastica e metallo.

Luca, che ci fai qui?– dissi sorpreso.

Te l'ho detto che sarei venuto, no? – non era vero!

Così questo è il tuo scooter, quanto fa? –da ragazzi, quando non si hanno tipe per le mani, non resta altro per gareggiare con due cose: la velocità e le proprie dimensioni….

Mah! Devo ancora finire il rodaggio, però ho già tolto un fermo e a manetta mi fa gli 80!

Tze! Povero ingenuo! toglici almeno 10 Km da quello che vedi! E quando ti stancherai di andare piano, dimmelo che ti porto io da chi si deve… – Ci avevo speso già qualche risparmio natalizio – a insaputa dei miei – in tema di elaborazioni, di motori non m'intendevo, in compenso conoscevo chi ne era competente.

Andiamo a fare un giro? – mi chiese con gli occhi ridenti, forse già scontando una mia risposta positiva.

Non ho voglia né di tirare fuori il motorino né di vestirmi, sarà per un'altra volta dai…

Allora vuoi provare il mio… – m'interruppe, quasi porgendomi su un piedistallo il suo motorino. Mi stava offrendo di provare il suo scooter nuovissimo, cosa che mai e poi mai un primino normale avrebbe fatto – neanch'io –, perfino la ragazza a quell'età è più merce di scambio di un motorino, figuriamoci poi offrirlo così in mani altrui, o nutriva così tanta fiducia nei miei confronti oppure voleva assolutamente coinvolgermi in quel pomeriggio settembrino, anche a costo di cedermi momentaneamente il suo bene più prezioso.

Ok! andiamo in campagna a scorazzare! Vai dietro casa mia, a 400 metri c'è una via, aspettami là! –

Volò. Per quelle strade di campagna non ci avrebbe mai visti nessuno; presi i comandi del mezzo, Luca salì dietro sulla lunga sella, ora gli avrei fatto vedere io qualcosa che lui non avrebbe mai osato fare per l'inesperienza e la paura di cadere. Una lunga e diritta strada deserta, era quello che ci voleva per le scorribande motociclistiche. Quante volte ero venuto a gareggiare su quella strada con gli amici da solo o in coppia, proprio come noi due in quel momento; mai nessuno però mi aveva afferrato come faceva lui: di solito per pudore tra maschi ci si tiene aggrappati solo il minimo indispensabile per non essere sbalzati dalla sella, Luca invece si teneva forte e mi abbracciava, sentivo il suo casco premermi in mezzo le scapole; era piacevole, per fortuna che nessuno era in grado di riconoscerci. Finalmente giungemmo al limite dell'asfaltato; da quella linea in poi solo una lunga striscia di ghiaia bianchissima. "Ora sì che ci si diverte Luca! – dissi – però, dammi il casco che ho paura di beccarmi un insetto e cadere?". All'idea di cadere col suo scooter nuovissimo, mi diede subito il suo casco, ci teneva veramente! Di solito un casco è solo un semplicissimo casco, ma per me il suo acquisì un valore quasi affettivo, mi sembrava di condividere con lui qualcosa di intimo, qualcosa che standogli in testa ne aveva acquisito l'essenza. Via, sgommate sulla strada impolverata, frenate, sterzate, il posteriore derapò più e più volte, ed ad ogni volta o giravolta Luca si stringeva con maggiore forza, premendo con la testa contro la mai schiena, ne percepivo distintamente la forma, per questo, anche, gli avevo fatto levare il casco. Sulla destra si aprì improvvisamente il cortile di una cascina diroccata, vi entrai sul terreno più morbido e friabile, e a perno sul piede, per fare cerchi nello sterrato, un nuvoloso polverone si alzò tutt'intorno a noi. Nel denso della nuvolaglia s'intravedeva soltanto la sagoma grigiastra del casale e gli alberi d'intorno, e man mano che scompariva quell'orizzonte lontano, il nostro mondo privato si definiva tra quelle pareti di inconsistenza bianca; l'universo era svanito e solo io e lui nel nostro abbraccio eravamo a popolare quel mondo sfumato. A naso presi l'orientamento e mi tuffai nel biancore fuligginoso in direzione di quello che credevo essere l'accesso, senza preoccuparmi se il ponte oppure la conca del fossato avrei trovato. Basta, gli avevo mostrato un po' di guida ricreativa, ed era più di quanto non sapessi fare, ora era meglio rientrare. Nel ritorno trovai ancora qualche occasione di divertimento: delle serie di buche ad intervalli regolari, prodotte dai pneumatici dei trattori, andandoci sopra alla giusta velocità sapevo che avrei fatto provare a Luca l'effetto "montagne russe", ma il rischio di perdere il controllo era davvero alto; fossi stato solo col mio mezzo l'avrei anche fatto, ma la forza di quell'abbraccio mi trattenne malinconicamente al solo pensiero di avergli guastato quell'oggetto prezioso.

Parcheggiai il motorino nel cortile interno; Luca galvanizzato per l'esperienza mi trotterellava intorno tutto entusiasta, a lui parevano chissà quali manovre, si capiva che era un pivellino, bastava poco per esaltarlo. Era la prima volta che l'avevo ospite in casa e come al solito non sapevo come affrontarlo, avevo in mente una mezza idea suscitata, anche, dal suo sguardo malizioso, ma mi vergognavo a proporla, era passato un mese! Sì, è vero… probabilmente era venuto per quello nella mia scuola, e adesso in casa mia, ma non riuscivo a ritrovare quella libertà dai pregiudizi del mondo che mi aveva mosso quell'estate, in una cosa che, in fondo, doveva restare soltanto un piccolo peccatuccio accidentale senza più reiterazione.


Accesi la Play, e ci sedemmo ai piedi del divano, ma ben presto Luca si stanco di perdere e si arrese lasciando cascare a terra il joypad, come un re sotto scacco. Tirandosi sul divano, si distese comodamente con una gamba ciondolante e l'altra stesa dietro la mia testa, assicurandosi di mettere bene in mostra tutto quello che poteva mostrarmi; pian piano, poi, buttando in dietro le braccia, riuscì pure a sollevare la maglietta, scoprendo tutta la sua esuberanza pubica che quei pantaloncini rossi che certo non contribuivano a minimizzare. Stanco della mia inerzia, in fine mi chiese provocatoriamente pure cosa avremmo ora fatto, ma io continuai a fare l'ignaro proponendogli di guardare la televisione; gli porsi perfino il telecomando affinché scegliesse il canale, lo prese deluso e dopo due cambi di canale, mi chiese, rompendo ogni indugio: – Possiamo fare altro, se vuoi? – fissando arrossito il telecomando che roteava fra le mani.

Non so, te che vuoi fare? – dissi facendo finta di niente – …dai, guardiamo un po' di tv! – e mi ripresi il telecomando, lasciandogli però l'altra mano sul ginocchio. Cominciai timidamente ad accarezzarlo in punta di dita, sapevo quanto in lui le ginocchia fossero una zona erogena. Luca taceva, e lentamente salivo sotto il pantaloncino seguendo il profilo di quella snella coscia, che il mio lieve sollettichio aveva già irrigidito; giungendo inesorabilmente fino all'orlo degli slip. Non volevo andare oltre, per ora mi bastava farlo grevemente impazzire lambendone l'inguine, senza toccare neppure di striscio il sesso lì accanto. Era eccitatissimo, il mio lieve tocco l'aveva acceso, tanto che sentivo il suo fiato affannoso farsi sottofondo alle voci del televisore. Qualcosa di lui si stava muovendo: aggiustava con la mano il pubico pacco; lo so che avrebbe voluto qualcosa di più, un affondo digitale, ma quella lenta e inesorabile esplorazione per me era più divertente. Il gonfiore montava, ritirai la mano e salii sul divano con lui che richiamò ratto le gambe per farmi posto, e sedersi al mio fianco.

Tutto in silenzio, in taciturno silenzio, senza guardarci, solo la TV era oggetto dei nostri sguardi sul canale coi video musicali di Madonna, sottofondo perfetto per la nostra intimità. L'abbracciai e con l'altra mano sotto la maglietta andai a cercare il suo cazzo; non ci volle molto per trovarlo: era già lì, ritto, mezzo fuori dagli slip, pronto per l'uso. Piccole contrazioni ritmiche sulla cappella turgida, ricordavo bene quanto gli piacesse il mio massaggio, anche lui finalmente si mosse per contraccambiare; ne avevo voglia, da quando l'avevo visto il primo giorno, il mio cazzo sentiva il bisogno di un incontro intimo con le sue dita; a scuola cercavo di non pensarci, ma quando l'avevo vicino la voglia di abbracciarlo teneramente o di portarlo nei bagni era tanta e forse anche lui l'aveva dagli occhi con cui mi guardava durante l'intervallo, parlando di tutto fuorché di noi due. Improvvisamente il suo fuoco si accese, e iniziò a masturbarmi contemporaneamente a lui; era più bello fare tutto di nascosto, con un poco di pudicizia sotto le magliette senza vedere nulla, anche se quelle vesti affaticavano i movimenti. Tentati di cavarne un po' di più dai suoi pantaloni per masturbarlo veramente, ma c'erano troppo vestiti a ridosso; appena comprese che volevo smarlettarlo davvero, abbandono la mia sega per dedicarsi integralmente alla sua, era stato egoista, ma a lui, in fondo, si poteva perdonare tutto. Mi tolse il fastidio degli indumenti alzando la maglietta e spingendo in basso pantaloni e mutande.

Oh, eccolo qui il mio bel doppio decimetro! – gli dissi, mentre lui si sentì tutto buono per l'apprezzamento ricevuto; e sì, fra i mille pregi di Luca c'era pure quello, l'essere pure lui al par mio ben dotato, ed essendo anch'io maschio so quant'è importante a quell'età sentirsi lodare i pregi di cui madre natura ci ha fatto dono. Era passato più d'un mese da quando l'avevo masturbato in vacanza, e quella volta ne avevamo fatto ben più di peggiori, un'esperienza indimenticabile di quelle che non ci dormi la notte per l'eccitamento; ma adesso, avendo ripreso tutto così inaspettatamente, anche quel poco era più che soddisfacente. Osservavo i suoi maroni polleggiare su e giù sotto la spinta dei miei colpi di mano lungo quel pene non indifferente, quasi spropositato, come il motorino, per la sua minuta fisicità e il faccino limpido da sbarbatello. Gemeva e spingeva arricciando il tappeto, parlottava, lui nell'orgasmo non riusciva proprio a tacere, inarcava la schiena, ansimava come un forsennato; stava già per venire, l'umido del suo glande non mentiva, allora rallentai per indietreggiare, ma Luca – Non ce la faccio più dai, fammi venire! – mi supplicava.

Luca voleva venire ora, ma questo significava o farlo eiaculare su divano, oppure che avrei dovuto fargli dell'altro, probabilmente proprio quello che voleva, ma io non ne avevo voglia: mi sa che s'era viziato troppo in vacanza!

Vuoi venire adesso?– chiesi per sincerarmi delle sue intenzioni

Sì, adesso non resisto più –

Mollai tutto.

Dai che andiamo allora…– gli dissi alzandomi. Luca resto dapprima perplesso a fissare la punta umida del suo uccello, col pungolo orgamisco che refluiva al suo interno, poi mi guardo attonito.

Andiamo dove…? – mi disse incavolato come per chiedermi se fossi impazzito.

In bagno! –

Perché in bagno?

Ti faccio venire sul bidé…

Come nel bidé! – disse sconvolto come se avessi detto un'eresia.

Luca io non ne ho voglia di…

Ma io sono cinque giorni che apposta non… – e per reticenza non terminò la frase; cinque giorni di astinenza…? complimenti per la costanza… ma io non avevo comunque voglia di soddisfarlo nel senso che intendeva lui.

Allora dai che andiamo in bagno! – insistetti.

No! Se devo farlo così, allora faccio da me – replicò seccato con un vocione inaudito, lui voleva ben altra prestazione, anche se per me non si era incavolato tanto perché non l'avevo accontentato, ma perché non condividevo la sua stessa voglia.

Dai Luca non fare così, oggi non ho voglio di farlo così!

Ma perché ? – chiese, allungando quella "e" finale, abbastanza stizzito; sembrava aver perso il controllo della voce.

Perché non ne ho voglia e basta!

Sì, ma si può sapere perché?– il tono delle voci si stava alzando, specialmente la sua che a tratti andava sul falsetto, ma quella cosa così buffa, che in altre circostanze mi avrebbe fatto sorridere, in ora non faceva altro che infastidirmi, rammentando che mi stavo giustificando con un ragazzetto più piccolo.

Luca è inutile che rompi i coglioni! È così e basta

Io rompo!... – disse sconvolto, già per lui ero io il rompiballe rifiutandomi di farlo venire – …sei tu che non si capisce cos'hai! Si può sapere perché…?

A prendermi pure la colpa per i suoi capricci, proprio non ci stavo – Maledizione Luca, ma sei tonto?! ho già fatto prima che tu venissi– gli gridai contrariato per avermi fatto confessare quel che non avrei voluto dirgli. Non so perché, ma mi vergognavo a confidargli di essermi masturbato prima del suo arrivo: mi sentivo un po' come il fidanzato di una mia compagna di classe, che, pure essendo di quarta, l'anno scorso, poco prima della fine, si era fatto beccare dalla sua ragazza a masturbarsi, dopodichè lei offesa aveva raccontato alle amiche così anche noi estranei ne venimmo a conoscenza; ora capivo come si sentiva umiliato nell'intimo. Finalmente Luca tacque, stette pensieroso due secondi e col volto che lentamente tornava alla suo solita mite espressione e mi chiese: – Ma perché l'hai fatto… – quasi si sentisse tradito – …potevi aspettarmi? – mi rimproverò.

Come aspettarti! come cazzo facevo a sapere che saresti venuto… non mi hai nemmeno mandato un messaggio… ce l'hai 'sto cazzo di cellulare, hai il mio numero, è usalo! – dopo quel paradosso, scoppiò un imbarazzante silenzio; non sapevo come superare l'impasse del momento: io in piedi, lui steso sul divano con ancora l'uccello di fuori in tumescenza calante, serviva un diversivo.

Vuoi qualcosa da mangiare?

Sì, grazie – rispose mestamente. Il frigo vuoto, non c'era niente per noi due, guardai sul tavolo: nel cesto della frutta solo qualche frutto e alcune banane, lì a maturare oramai da giorni; gli avrei dato una quelle, almeno avremmo riso un po'. Lo raggiunsi alle spalle del divano e da dietro gli feci penzolare la banana sopra la testa.

Tieni c'ho soltanto questa, magnatela e non rompere!

Certo che me la mangio, mi piace pure, mh! – Mi rispose afferrandomela ratta di mano. Quel sua risposta in tono da bimbetto dispettoso, mi aveva rieccitato: – …e ben lo so che ti piace! – gli dissi scavalcando lo schienale e sedendomelo in mezzo alle gambe. Presi per la frenesia a solleticarlo sotto la maglietta, mentre mangiava quel frutto peccaminoso; mi sarei riappropriavo nella mente della topografia del suo corpo: eccole, le sue cunette addominali azzardate sottopelle, e poi i confini inferiori dei pettorali non ancora accentuati per l'imberbe età, ed ora la snellezza dei suoi fianchi sottili, e le sue scapole e quella sua scaletta vertebrale infinita, che era un piacere scorrere con le nocche inciampandovi ad ogni gradino. Quel suo essere asciutto e longilineo mi attizzava, non sapevo più dove mettere le mani, lo volevo toccare dappertutto, mentre lui con la fiera immobilità, pareva una marionetta cosciente tra le mie mani; lo disturbai in ogni modo persino sulle guance, mentre mangiava la banana, con le mani fuori dal collo della maglia, ma lui niente impassibile continuava a mangiare al sua banana. Apparentemente remissivo, ma allo stesso tempo dignitoso, questa la complicità me lo faceva adorare; nonostante i due anni in meno d'età lo sentivo al mio pari, ero io a subirne il fascino.

Dai mettiti giù?– gli ordinai frettoloso.

Cos'è adesso ne hai voglia? – mi rispose malizioso.

No, però voglio farti qualcosa di soft!

Di soff–t… – disse prendendomi in giro – e che vuol dire di soff–t? –.

Qualcosa di leggero, dai stenditi che capisci!

– …e se ora fossi io a non averne voglia! – se la tirava pure, era nella tana del leone eppure se la tirava.

Se fossi tu ora a non averne voglia non m'importa niente… piccolo! Qui sei a casa mia e si fa come dico io!

Vale come legge? – che domanda curiosa.

Cosa vuoi dire?

– Nel senso che se poi quando siamo a casa mia si fa come voglio io senza obiettare!

Certo che vale io so' 'n omo d'onore! – siculeggiante risposti, sembrava molto una proposta di schiavo a part time, però non era male l'idea del ruolo.– Sarà..., ma a me non convinci! Ci verrai poi a casa mia vero?– disse coricandosi.

Ma sì, che ci verrò prima o poi…, però, anzi spogliati… anzi spetta, faccio io! – Denudarlo della maglia era una cosa che mi piaceva, gli sfilai la magliette; ecco, finalmente, il Luca che avevo imparato a conoscere questa estate, quel primino filiforme, magro ma allo stesso tempo sostanzioso. Tolsi anche la mia, volevo abbracciarlo sentirlo pelle a pelle, mentre lo accarezzavo in questa mite stagione, senza il torrido agostano della nostra prima avventura.

Così adesso mi fai capire che intendi per soft – disse coricandosi fra le mie braccai, mentre l'accarezzavo; la tele, intanto, ormai muta, proiettava le sue luci sulla nostra pelle nella ombra della stanza che avanzava, le figure presto divennero soltanto ipnotici colori, a risalto delle mie coccole.

Mi viene quasi da dormire – disse sbadigliando, fingeva di essere annoiato, ma aveva compreso il mio intento e che il significato della parola soft.

Allora dormi pure, intanto io faccio lo stesso – seguì il consiglio, ora l'avrei accarezzato ancora meglio: la schiena era più adatta per le coccole così disadorna di zone erogene. Chiuse gli occhi, com'era bello quell'angiolino biondo tra le mie mani, un quattordicenne gracilino ma forte e d'animo deciso, un fascino ammaliante, disarmante nella sua semplicità. Vederlo dormire mi rilassava, le palpebre si fecero pesanti, e presto seguii la sua sorte.


Rinvenimmo entrambi, non so dopo quanto, più carichi ed eccitati di prima. Riconoscevo quella brillantezza nei suoi occhi, il suo significato, solo che ora, nonostante la stanchezza, anch'io avevo una matta voglia di esplorarlo fino in fondo. Ripresi ad accarezzarlo, la sua pelle mi pareva ora ancora più morbida e sensuale di prima, pure lui cominciò a muovere le sue belle manine e insieme non c'impiegammo molto, a toccarci su ogni centimetro del nostro corpo, fino a giungere colà dov'era la meta finale.

Scontavamo la prossima mossa dell'altro imitandone il gesto: le mie mani, le sue mani, dentro i pantaloni a cingere quella grossa crisalide che in poche mosse si sarebbe dischiusa dando vita al suo drago famelico. Lo sentivo pulsante e costretto sotto il tessuto delle mutande e l'aprii: due grossi peni durissimi, delle medesime proporzioni, testa a testa, stringevamo nelle mani. Non ce la feci più, iniziai a masturbarlo, lui pure; il fulcro del mondo ora stava nei pressi del nostro pube. Mi piaceva guardarlo con quello sguardo malizioso di chi sa di aver intrapreso un gioco proibito; adesso si che ne avevo voglia, Luca aveva riacceso il mio furore, che come un vulcano non più sopito, ora, doveva essere sfogato.

Basta facciamolo! – gli dissi, non ci fu bisogno si aggiungere altro che capì immediatamente tutto, perfino la posizione migliore per avere il nostro primo rapporto; scese un poco, e io mi voltai: lui sotto e io sopra, così avremmo fatto il nostro primo sessantanove su quel divano. Non gli detti nemmeno tempo di sistemarsi completamente che gli levai pantaloni e mutande fin sotto il sedere liberandomi del loro ingombro, lui invece dovette sfilarmi le vesti fino alle caviglie, per mettersi con la testa in centro alle mie gambe. Eccolo finalmente quel cazzo lungo così come lo volevo, iniziai subito con una bella leccata per riscoprirne sulle papille l'antico sapore, ma Luca aveva fretta, non riusciva ad aspettare il mio meticoloso rituale di preliminari, e iniziò subito a metterlo in bocca succhiando come un forsennato.

Il suo succhio mi eccitava ancora di più, come una turbina che alimentava il mio fuoco interiore e mi spingeva a leccarlo con maggiore vigoria, ben presto neppure quello gli bastò più e me lo scappellò di colpo iniziando un fellatio irripetibile; non ce la facevo: succhiava, boccheggiava il mio glande con così tanta foga, che vedevo le stelle dal godimento. Avvertii un senso di vuotezza all'interno della bocca con l'impellente bisogno di colmarlo immediatamente del suo uccello; era giunto il mio momento di gustarmelo come lui si era gustato quella banana. Luca succhiava con passione e livore, sembrava, inspiegabilmente, aver acquisito esperienza da quell'incontro vacanziero, era diventato bravissimo; ben presto gli avrei sborrato in gola.

Sto venendo sto venendo – gli dissi per avvertirlo, ma a lui non importava avrebbe preso tutto e senza ringraziare. Ansimavo così tanto da non riuscirlo più neanche a tenerlo in bocca.

Luca preparati, ahah... – gli colai in uno spasmo il mio seme in gola, quel poco che ancora residuava Luca lo accolse tutto senza problemi, e continuò a succhiarmelo quasi ne volesse ancora, ma in realtà si ricordava che me piaceva sentirmelo succhiare anche dopo l'orgasmo, perché pure dopo, come lui, godevo come un matto, anche se in quella posizione era difficile godersi appieno il suo sapiente pompino; lui invece sì, che supino si sarebbe goduto alla grande il mio bocchino. Luca aveva finito, ma lecchicchiava ancora il mio glande, ora potevo dar sfogo alla mia voglia; era tanto che non vedevo un cazzo da quella prospettiva, eressi il suo pene mettendone in gola il più possibile, purtroppo non ne avevo abbastanza per contenere tutti quei centimetri. Com'era bello, lungo, era un mese che non lo facevo, che sentivo la mancanza in un carnoso e poderoso membro virile dentro la bocca, e che se non fosse stato per lui, per la sua scelta di venire nella mia scuola, non avrei mai più riprovato.. Non volevo perdere tempo volevo giungere anch'io presto al suo culmine, non ricordavo più il sapore dello sperma e volevo rinverdire la memoria; scappellai e inizia succhiare più forte che potevo, mi sembrava un enorme ciupaciups.

Era liscia quella turgida cappella, una delizia sotto la lingua e Luca che si agitava irrefrenabile sotto di me, a tratti verseggiava ad altri lo riprendeva e succhiava dandomi una carica così prepotente che riversavo subito sul suo pene. Succhiavo e leccavo, leccato e succhiavo con avidità, non vedevo l'ora di riassaporare il suo flotto di spirito; c'eravamo Luca stava gemendo troppo, non era lontano, finalmente avrei estinto il mio fuoco interiore col suo seme, eccolo annunciato dai suoi versetti di piacere, la bocca riempirsi di un liquido ben più denso del normale: non era saliva, era Luca dentro di me. Avevo dimenticato il sapore di quel fluido salmastro, così prepotente; cinque giorni – pensai – di astinenza e si contavano tutti: faticavo a tenere in gola tutto il liquido, stavo ancora continuando a succhiare per ingordigia, ma parte della sua semenza si disperse lungo l'asta. Non potevo lasciare che ne andasse sprecata neppure una gocciolina del mio Luca, allora succhiavo; il suo gemere ancora rallentava, lui godeva, un'eternità mi parvero quei suoi secondi di sublime godimento.

Finalmente anche lui mi disse basta, quel round era finito; il suo pene mollato cadde sul ventre come pugile bolso, lo guardai: il mio pene indicava la punta del suo naso, che leggermente sfiorava e, lui stramazzato con gli occhi vitrei mi sorrise. Dopo il sesso si pensa sempre di essere più carichi e invece si è più tramortiti di prima; mi rigirai e cadenzando il suo nome a lunghe sillabe gli svenni a fianco, mentre mi guardava felice: l'avevamo fatto, aveva ricevuto quello per cui in fondo era venuto e ora avevamo voglia soltanto di riprendere le forze.

Sentii un fruscio, l'inconfondibile rumore della macchina di mai madre che calpesta la ghiaietta fine del cortile.

Luca, presto rivestiti! C'è mia madre! – gli prese il panico; eravamo passati da un'aspettativa di relax all'avere l'adrenalina in corpo a mille per la paura. Eravamo ancora stesi sul divano con l'uccello di fuori, in fretta e furia mi rivestii, mentre lui doveva ancora finire, mia madre comparve in cucina.

Ciao mamma – dissi, scattando sugli attenti pere tensione, mentre lui sortì dal divano finalmente ricomposto.

Ciao Alle! Ah! C'è un tuo amico, ecco di chi è lo scooter la fuori!

Sì, mamma, lui è Luca! – non avevo mai usato così tante volte vicino il termine mamma nella mia vita.

Salve signora, io sono Luca – disse porgendole la mano e quasi un accenno d'inchino.

Ma che educato che sei, vedi come ci si comporta…– mi disse – che fai ti fermi a cena? – per lei l'ospite era sacro, forse anche più del figlio.

No, è tardi! adesso va a casa! – risposi io per lui, prendendolo per le spalle e accompagnandolo alla porta, con ancora il sapore salaticcio del suo seme che mi defluiva dalla gola.

Gli diedi il casco anche se lui non sembrava molto intenzionato ad andarsene: – A una cosa dimenticavo, mio nonno mi ha detto di dire a tuo padre di chiamarlo – già il suo lavoro, questa estate suo nonno e mio padre si erano accordati per un qualcosa che ancora non capivo bene.

Sì, riferirò, grazie! – lo congedai, ma mettendosi il casco indugiò nuovamente.

Senti, poi… per quel fatto che ti portiamo noi a scuola, nè hai messa coi tuoi?– me ne ero completamente scordato

Devo ancora chiederglielo, ma non credo che abbiamo problemi, dai, ne riparliamo quando finisce il mese, ciao!

ciao – mi disse e finalmente se ne andò, tanto l'avrei rivisto l'indomani a scuola.


Alle, chi era il tuo amico? – mi chiese mia madre appena rientrai nella cucina.

Ma è Luca, quello del mare… quello di cui ti ho parlato, che avevo beccato in vacanza e che poi ora frequenta la mia scuola!

Ah sì, hai ragione, però non devi essere così scortese con gli amici!– mi rimproverò come al solito.

Ma che ho fatto…?

Insomma, l'hai cacciato via senza neanche darmi il tempo di farci due chiacchiere, di sapere chi è! – L'avevo fatto apposta, non volevo che Luca parlasse troppo con chi mi conosce, almeno non per ora, e poi mia madre con lui era meglio che non facesse comunella – ma dimmi…– riprese – …mi sembra più piccolo di te, non mi sembra che abbia la tua età? – mi chiese indagando, sapendo che di solito durante l'anno, all'infuori del periodo vacanziero, ben mi vedevo di frequentare, se non per necessità, gente più piccola.

Sì, ha 14 anni!

Ecco, allora cerca di non essere prepotente con i più piccoli, mi raccomando!

Io prepotente!?

Te lo ripeto, l'hai in pratica cacciato via; comunque mi ha fatto una buona impressione

Come buona impressione!

Sì, insomma, è educato, gentile, cortese, si presenta bene, è carino!

Quell'ultimo apprezzamento mi aveva, non so perché, infastidito; carino… Luca a me piaceva, lo trovavo fantastico, ma come poteva a mia madre sembrare carino! Presi le scale e andai in camera mia a farmi qualche altra sega.


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