Lezione di Aikido
Era la prima volta che facevamo i compiti a casa di Luca e, sebbene non ci fosse nulla nell’aria che m’autorizzasse a pensare che presto qualcosa sarebbe cambiato, mi sentivo braccato, come dentro una gabbia dei leoni, con uno strano senso dall’erta sempre addosso; ma in fondo cos’era quel primino, se non il mio piccolo leoncino dalla bionda criniera.
– Allora, Luca, io vado… torno alle 5 così vi porto in palestra!–
– Sì, mamma! – la salutò ad alta voce per farsi sentire dall’altra parte della stanza. Ero nervoso: in fondo Luca mi era sempre sembrato un innocuo pupattolo giocoso, ma a casa mia… ora, invece, eravamo nella sua savana e aveva uno strano brillio negli occhi che un po' mi preoccupava; da quando ci eravamo seduti mi adocchiava con insistenza e mi attendevo da un momento all’altro un suo balzo felino, anche se finora si era comportato da perfetto ometto di casa: – Torniamo di là… –.
– Sì… – strano… e io che mi sarei aspetto di essere azzompato immediatamente! secondo me stava covando qualcosa…, eppure in venti minuti non si era ancora approcciato; forse si stava conservando… e poi alle cinque sua madre sarebbe tornata: non avevamo tempo! Ma una matita, da troppo tempo intenzionata a cadere, cadde… Che dejà-vu! e che mancanza di fantasia: non poteva trovarsi qualcosa di meglio? eppure giocai. – Dai, Luca… – mi sentii afferrare alla tuta che lui stesso mi aveva consigliato per la mia prima lezione di aikido.
– Ma tu fai lì! – mi ribatté scocciato; come se fosse facile fare i compiti con uno che ti ghermisce la verga! se solo si fosse preso un’altra bella zuccata, ne sarei stato lieto! ma quel tavolo era più alto del mio e lui lo conosceva bene. Mi abbassai il pantalone per facilitargli la vita, ma le mutande no! …quelle no, se la sarebbe cavata da solo. Sentii le sue dita infilarsi sotto le mutande ad accarezzarmi i maroni: non ci stavo più dentro, e iniziò a tirarmi un bel segone. – Tiramelo fuori!– gli dissi; non ebbi neanche il tempo di finire la frase, che già mi stava precedendo: finalmente poteva realizzarsela, quella fantasia, visto che era la seconda volta che me la riproponeva! e poi poteva smanettarmelo per bene in quella posizione, data la naturale curvatura del mio cazzo; ma lo scappellò.
– Luca che vuoi fare? –
– Secondo te… – e subito iniziò a ciucciare; ma cos’era tutta quella fretta…! Voleva farmi venire prima che tornasse sua madre? Iniziò a ciucciarmi, e allora m’accovacciai sulla sua tavola irretito da quella splendida fellatio, poi riprese a masturbarmi e dopo di nuovo a succhiarmi; e, secondo lui, io avrei dovuto continuare i compiti… Il problema vero, però, era che io da quella posizione non riuscivo a venire; andai indietro con la schiena e intravidi la sua capa bionda col mio uccello ancora in bocca: – Luca… così io non ci riesco! –.
– Ma dai… dopo lo fai a me! – me lo disse come se la cosa avesse dovuto allettarmi.
– Ti scazzi! – io, per lui, là sotto non ci sarei mai andato: quel primino era già fin troppo gasato da sé, senza trovarsi un più grande disposto a inginocchiarsi!
– Allora, dove andiamo… – chiese retoricamente: – Fatti indietro! –. Mi allontanai con la sedia e lo aiutai a venir fuori; ma che bello tenere quel biondo fringuello per le aluccie: lo afferrai alle braccine e ora non lo volevo più lasciar andare. Si guardò intorno, poi m’indicò in direzione del divano: – Ecco… là! –.
– Cioè… –
– Qua, poggiati qua!– sullo schienale; ma allora era una fissa: voleva assolutamente che io stessi in 'alto' e lui in 'basso', per poi ovviamente pretendere l’inverso; ma si sbagliava se pensava che io mi sarei chinato per lui: prostrato a quel suo magnifico fallo… e poi, magari, tenendomi pure le mani in testa, come stavo facendo io ora; poi tornò su, riprendendo a segarmi di fianco, ma io sentii un rumore sospetto.
– Ma siamo soli…–
– C’è mio nonno di là! – disse tranquillamente. Fui preso subito dal panico, cercando di divincolarmi dalla sua sega fatale: – Ma stai fermo! – mi rimproverò non mollando la presa.
– Ma c’è tuo nonno…!–
– Sì, ma non viene qua… c’ha il suo appartamento! –
– Sì, ma… – se avevo capito bene: era proprio quella porta nel salotto che li collegava!
– Non viene di qua… fidati! – e già… mi sarei dovuto fidare di lui, come sabato quando gli avevo fatto un pompino nella sua cameretta con la porta socchiusa!
– Ma la chiave…? –
– Non c’è neanche qua…– mi disse scontatamente e poi mi chiese come mai avessi la chiave in camera mia.
– Ma che domande… perché ho la chiave in camera mia!–
– Beh, io non ce l’ho…! – sì, peccato che fosse lui l’anomalia: – Tu come hai fatto…–.
– Cosa? –
– Ad avercela…!–
– Niente… un giorno sono tornato a casa e me la sono trovata nella serratura!– proprio dentro la toppa.
– …e come mai? –
– Lascia perdere…– ma su sua insistenza dovetti spiegargli per filo e per segno come a dodic’anni, mentre mi stavo segando beatamente nella mia cameretta, mio padre entrò nella stanza; per fortuna che era lui…
– Te l’hanno visto…! – esclamò Luca con la faccia sconvolta.
– Ma noooo! – o almeno speravo… lo speravo con tutto me stesso, che vergogna! mi ero voltato tanto in fretta… comunque la sua esclamazione mi aveva parecchio infastidito; poi Luca, come stanco di segarmi, venne davanti e si avvicinò al mio petto guardandomi malizioso: – Ah… poi l’ho trovato il foglietto… – disse discendendo, mentre mi sfregava contro l’uccello: – era 12 a dodici, e 15 a tredici…–.
– Cosa? –
– Gianluca…! – ah… le sue stupide misure!: – Il foglietto… te lo ricordi? –.
– Sì! – comunque preferivo le sue misure attuali di cinnazzo tutto cazzo! anche se come Peter Pan non doveva essere male a quell’età! se solo fossi stato alle medie con lui, probabilmente mi sarei perfino fatto bocciare due volte, pur di finire in classe con lui… meglio di no quindi o mi avrebbe travolto fin da allora quel quasi primino.
– Luca fermati… io così non ci riesco! – neanche poggiato ci riuscivo; allora Luca tornò in pieni davanti a me, si guardò un po' intorno e poi mi spinse – se solo lo avessi fatto io con lui, si sarebbe incazzato come una bestia! –; mi lasciai cadere all’indietro sulla seduta del divano e Luca scavalcò venendomi in mezzo alle gambe. In ginocchio, mi guardava come un vero piccolo leoncino famelico e poi si decise a succhiarmelo avidamente. Oh, mammamia com’era bello! mi piaceva tremendamente la sua giocosa irruenza: essere dominato da quel piccoletto mi faceva sentire in suo possesso, ma in fondo pur sempre in possesso di un dominus benevolo. Ecco, comunque, perché non mi piaceva recarmi a sua casa: perché era la sua tana, e quel primino aveva già fin troppo ascendente su di me, senza concedergli ulteriore vantaggio di campo. Mi sentivo letteralmente svuotare, risucchiare da quel tremendo “faccia d’angelo” e dalla sua mirabile maestria: i miei gemiti non trattenevo, come lui in casa mia; e se anche in quel momento fosse entrato suo nonno beccandoci sul fatto, non me ne fregava più niente… affari suoi: era stato lui l’artefice di tutto quanto!
– C’hai goduto… eh! – mi disse sorridendo; devo dire che a venire fuori casa c’era molta più soddisfazione, forse stato per l”esoticità” posto… e comunque mi faceva impazzire quel biondino: lo presi per coricarlo su di me, ma lui si bloccò stendendo le braccine: – Non c’è tempo! – mi disse a quadrupede; aveva ragione: i minuti sgocciolavano anche per un breve coccolino.
– Allora, vieni qua! – gli dissi voltandolo sotto; mammamia com’era bello! quante cose gli avrei fatto… ma appena posai la mano sul suo genitale, sentendo quella sventola che vi stava sotto, lo spogliai di prepotenza. Scoprii il fianco scarno, mi piaceva la sua snellezza, e appena lo vidi baciai la sua nobile verga appassionato, accarezzandolo sul fianco, sentendo bene tutta la cresta iliaca, mentre quel duro pezzo di carne mi bruciava in mezzo alle labbra. Me lo passai guancia e poi presi a sferzarglielo con lunghi colpi di sega sua quella canna indomabile bega: – C’è tempo… o non c’è tempo? Ti faccio venire… o non ti faccio venire? – gli dissi, nel vederlo agognare l’orgasmo.
– Dai… – mi disse quasi supplicano di regalargli l’orgasmo; allora lo scappellai e l’infilai con foga in gola, chiedendomi in quel momento chi godesse di più: se lui succhiato o io che la succhiavo; forse entrambi! perché quel pezzo di carne lo sentivo come il mio complemento assoluta a un vuoto esistenziale: un compendio perfetto tra bocca e verga, tra carne e mente, tra spirito e materia; fino a giungere al culmine, alla soluzione perfetta: al migliore orgasmo per lui o al più prezioso oro bianco per me!
Arrivammo in palestra che già mi sentivo nervoso come al primo giorno di scuola, era un ambiente totalmente nuovo per me quello e mai mi ci sarei recato se non introdotto da Luca, che in tutto mi precedeva: nel passo, nelle presentazioni, nelle spiegazioni. Appena entrati, mi diedero un foglio da compilare: grazie a lui la prima settimana sarebbe stata gratuita e quindi anche la prima lezione di prova; ma l’unica cosa veramente che mi consolava era la presenza di sua madre vicino, che però presto lasciammo alla reception per andare allo spogliatoio: – Ma tua madre che fa? –.
– Ci aspetta qui! – ma che era… la sua autista! infatti non avevo ancora capito perché non c’eravamo recati da soli in quel luogo, coi nostri mezzi. Luca pose la mano sulla porta e spalancò un nuovo mondo davanti a me: lo spogliatoio; …un po' piccolo, direi, o almeno così mi pareva sovraffollato di bambini e ragazzini di tutte l’età, e con tutte le cartelle e gli abiti appesi, e soprattutto dominato dal bianco; poteva anche assomigliare al nostro spogliatoio di scuola, volendo, solo che era decisamente più sofisticato come ambiente con tutte quelle panchine poste ai lati e altre in mezzo, a comporre un’isola centrale, e poi gli specchi e pure i phon. Mi sentii a disagio: non c’erano adulti a cambiarsi, ma soltanto ragazzi e bambini, di cui alcuni molto piccoli, ma mi sentivo comunque osservato con ostilità da quelli più grandi per l’essere l’ultimo arrivato in quell’ambiente da camerata; alcuni di loro avevano facce davvero arroganti, mentre vestendosi si pavoneggiavano in prove di forza da spogliatoio, ma Luca saluta tutti e mi porta direttamente da Marco e Alberto, i suoi unici veri amici lì dentro: della nostra età il primo, più piccolo il secondo. Ero davvero frustrato in quel momento: costretto a nascondermi dietro la sua schiena per pararmi da quegli sguardi contundenti come un ladro; ma Marco e Albero mi sembravano delle brave persone, e sedendoci tra loro tutti quegli occhiatacci sparirono di torno.
Luca prese la roba dallo zaino e iniziò la sua vestizione, che m’aveva detto essere piuttosto complicata; io invece non avevo nulla da infilarmi se non le mie ciabattine, ancora una volta consigliatemi da lui, assieme alla tuta più larga e più vecchia che avevo. Luca si spoglia accanto a me, e in quel momento mi rendo conto che tutti in quella stanza si stavano spogliando, ma fu tremenda per me la consapevolezza che tutti potessero vederlo in mutande; però la cosa ancora più sconcertante, fu di rendermi conto anche di tutte quelle altre mutande intorno a me! la prima fu quella di Alberto: puntinata, come Luca, e piena – così appariva costretta tra le sue gambe sedute – ma che stava succedendo… pure i dodicenni adesso ce l’avevano come Luca? scossi la testa e lo guardai in volto. Era carino, altino ma magrolino, e con le spalle strette, che lo facevano sembrare ancora più piccolino con quel visino tondo incorniciato da un caschetto biondo, anzi biondissimo, ma più uniforme di quello di Luca, e con due scaglie di cielo al posto degl’occhi; mai viste due iridi azzurre più profonde! ma il tutto immerso in un intorno di malinconia dallo sguardo triste, mentre parlava da solo mogiamente con Luca… poi sfoderò una cintura gialla tonalità paglierino.
Alla mia destra, invece, Marco, più grandicello: quindic’anni, moro, dal fisico tonico; fu un imbarazzo vedere subito il suo gluteo rotondo all’altezza della mio viso come biglietto da visita, ma ancora non mi aveva mostrato il suo davanti. – Tutto bene…? – mi chiese con tono amichevole; ops… speravo solo che non m’avesse beccato nel mio safari di mutande!
– Sì… ma cos’è? – stava prendendo fuori una strana vestaglia nera.
– Questa…? è una hakama! – in quel momento notai che anche Luca ne aveva una; mammamia quant’era figo col judogi bianco! Notai pure che tutti gli altri, tranne le cinture bianche e gialle, avevano quel gonnellino nero pece a pieghe sottili lunghe fino ai piedi, ma mi spiegò, Marco, essere quello, no una gonnella, bensì un pantalone, sostenuto alla cintura da un complesso intreccio di stringhe e di nodi; rappresentava per loro solo un semplice paludamento, richiamo all’abbigliamento tradizionale giapponese, ma era invece per i samurai l’unico indumento in grado di permettere loro ogni movimento, proprio come quello indossato da Goemon nel mitico Lupin III.
Pronti, uscimmo dallo spogliatoio: io completamente borghese, Alberto col solo judogi, e Luca e Marco vestiti similmente con l’hakamae la cintura verde; ma apprendo da Marco che presto sarebbe passato alla successiva. Che strano clima di complicità che s’era già creato fra noi, ma colgo in loro che io ero solamente “l’amico di Luca”; un’altra cosa che non potevo accettare: perché io non potevo sopportare di essere considerato solo e soltanto in funzione di qualcun altro, specie se più piccolo, anche se era Luca! La cosa mi creava grande frustrazione, e iniziai a sfogarmi su di lui punzecchiandolo, prendendolo in giro, dicendogli super sayan, karate-kid con vena sarcastica, mentre si preparava, quando Marco mi corresse: – Beh, in realtà sarebbe un aikidoka, non un karateka… – e mi spiegò il significato di quel ka finale.
Marco era veramente un bravo cicerone, sveglio e serio; entrati in una nuova stanza, fu lui a spiegarmi che era il dojo e il tappeto a terra il tatami, ma la cosa che più mi attirava, era quella lunga parata di specchi, che si stendeva lungo una parete. Che strano vedermi ora… in quegli abiti normali, diverso da tutti gli altri: immerso in quel contesto di vago oriente occidentalizzato, non erano loro “quelli strani”… ma io! in un mondo tutto alla rovescia, coloro che sarebbero stati strambi, erano invece perfettamente intonati, e io coi miei abiti borghesi ero l’unico stravagante. Salimmo sul tatami: che strano sentore sdrucciolevole sotto i piedi scalzi, ma tutti erano a loro agio; alla parete, appesi, tutti i loro strumenti che, apprendo, usavano una volta su tre: i jo, i bokken, i tantoe poi tutti quegli altri ornamenti dal vago sapore esotico-guerriero, come quella lunga pergamena con tutti puntini dell’agopuntura segnati sopra, e i meridiani e i chakra, commentati rigorosamente in ideogrammi. Improvvisamente m’immaginai Luca al posto di quell’anonima figura nuda: gli avrei volentieri cercato io quei puntini sopra e scorso i meridiani per vederlo godere, ma notai, con disappunto, che non ve n’era uno sulla verga, eppure in lui quella parte sarebbe stata piuttosto evidente, e mi pareva strano che non ci fosse proprio niente! Dalla porta rientrò il maestro, Luca mi presenta e dopo i due tipici scambi di formalità mi spiega che cos’è l’aikido – la “via dell’unione dello spirito” – e il suo nobile retaggio, con l’appunto un po' polemico che oggi il marketingl’aveva reso un po' troppo occidentalizzato, come con l’uso di tutti quei gradi e colori, svuotandolo dal suo primordiale contenuto. Cinque minuti di corsa e dopo tutti a sedere, in ginocchio di fronte al maestro sul bordo del tatami, rigorosamente per ordine di grado ed età: sono, infatti, l’ultimo della fila bianca, pur non avendo il judogi, ma alla mia destra ho Alberto. Luca mi guardava, mentre il maestro spiegava: che bello vederlo con quel musino… finalmente immerso in quell’ambiente di cui si vantava tanto… il mio piccolo aikidoka.
Il maestro chiamò Samu, il ragazzo più grande, diciassettenne credo (anche perché di più grandi, in quel corso, non ce ne potevano stare), cintura marrone: alto dal fisico atletico e mediterraneo, col mento volitivo; se ci fosse stata una mia compagna gli avrebbe letteralmente sbavato dietro, ma c’era un qualcosa che mi stonava in lui. Mostrano la prima mossa, ikkyo: con eleganza incredibile Samu sferra il primo colpo e il maestro lo trascina a terra a rallentatore con un volteggio, mentre io mi chiedo cosa mai avesse di grande cotale tecnica… poi, guardai Samu: aveva il labbro sporgente, carnoso, che mostrava tanto l’interno dell’epitelio orale; ma non mi piacciono le labbra a canotto: mi san di lucciola, di prostituta, di volgarità! e poi mi ritrovo Luca che s’inchina: – numis smasch… – dice colle sue labbra sottili e maschiette.
– Eh…! –
– È il saluto, fallo! – obbedisco rispendendomi dell’incanto, sbiascicando qualcosa: – Salì con me! – mi dice opponendo il polso al mio, e sale. – Quando senti la mossa, batti! – e subito mi ritrovo a terra, disorientato, in una posizione che manco sapevo dov’ero, e con una forte leva sul braccio.
– Ahia…! –
– …e ti ho detto di battere! –. Riproviamo due o tre volte, e ogni volta, appena sale, me lo ritrovo dietro, volteggiante come un ballerino, e poi di nuovo a terra; mi sentivo come una trottola nelle sue mani, e con le articolazioni che mi facevano male.
Il maestro mostra la seconda tecnica, nikkyo, e di nuovo mi ritrovo Luca davanti; lo prendo al bavero, e subito mi ritrovo carponi col polso ritorto in una posizione che manco sapevo di poter assumere: – Ahh… ahh! –.
– Batti! – mi disse Luca, intanto che continuava a intorcinarmi.
– AHhh… AHH! –
– Eh Batti! –
– Luca calmati! – intervenne il maestro: – è nuovo… – come se quel piccolo ******** non lo sapesse… mi aveva presentato lui!
– Quando senti male batti sul tatami…–disse allora: – è il segnale!– e che cavolo ne sapevo io delle loro convenzioni del cazzo! Luca intanto si alza, sorride, come se mi avesse dimostrato qualcosa: quanto valeva; ma intanto il polso mi doleva. – Su prova tu! – mi prese lui al bavero; ma come potevo io… come potevo sapendo quello che gli avrei fatto? come poteva pretenderlo! Quel piccolo bastardo sapeva che non ci sarei mai riuscito su di lui, eppure mi guardava con aria di sfida come a dirmi: «visto come sono forte!».
Non ci riuscivo con lui: appena sforzavo, desistevo; poi venne l’ora del sankyo, col maestro che terminò la spiegazione raccomandando: – …attendi alle articolazioni! –; e no… questa volta l’avrei fregato! scattai prima di lui e mi diressi da Marco, l’unico di cui mi fidavo: – …scismas… – gli dissi.
– Onegai shimasu– mi corresse.
– Ciao… – ero finalmente felice di guardare qualcuno senza negli occhi quel brillio di rivincita.
– È un po' complicata, spetta… – mi mostrò con calma la tecnica e poi, pur apprezzando la sua forza, mi ritrovai a terra con dolcezza, quasi planando: senza spinte, né crolli, eppure sentivo la sua tecnica… ma allora si poteva anche fare dolore! e poi fece subito provare a me: mi spiegò la presa, il movimento, le posizioni delle gambe, e l’importanza delle anche per imprimere forza alla tecnica, e lo chiusi sentendo bene la vigoria del suo braccio. Marco era veramente ben messo: sotto doveva avere veramente un fisico ben fatto, altro che me e Luca! che intanto fissavo in coppia con Alberto, il quale assolutamente non batteva; quindi su lui non stava affatto imprimendo forza… gli feci intendere con lo sguardo che se anche la smetteva strapazzarmi al suolo gliene sarei stato grato.
Finalmente Luca smise di scaricare su di me tutta l’energia di questo mondo, e anche se come insegnante continuava a non essere granché, almeno ora mi sentivo cullato dalle sue esili membra; e se invece di dilungarci in quella zuffa, ci fossimo appartati e coccolati a vicenda… non sarebbe stato meglio? Gli posai un palmo sopra il petto, sentendolo mingherlino sotto il judogi, per comunicargli la mia voglia di dolcezza, ma purtroppo c’erano troppi occhi in quel luogo…
Finii la lezione con un’ultima “umiliazione”: appaiati per grado, dovevamo mostrare i kata davanti a tutta la classe assisa e dovetti fare da uke a un bimbetto di diec’anni al massimo, per cui dovetti inginocchiarmi; basta, quella disciplina proprio non faceva per me!
Finita, fummo trattenuti dal maestro che voleva sapere com’era andata la mia prima volta, e io lì per lì non me la sentii di disilludere le aspettative di Luca davanti al maestro, così mentii – anche se, mi ero ripromesso, che quella sarebbe stare la prima ed ultima volta che quel dojo mi avrebbe visto come allievo, per la palestra ancora non sapevo… –; poi le parole del maestro mi turbarono: – …su alla doccia!– la doccia… io di certo no, ma Luca? Oddio, fui preso dal panico al pensiero che tutti potessero regolarmente vederglielo; ma poi scoprii essere solo un falso allarme. Rientrati nello spogliatoio Luca si tolse la palandrana nera, ma io notai che i ragazzi più smargiassi si aggiravano discinti, coi peni al vento, senza preoccuparsi di chiudere l’accappatoio, fui però colpito da come Luca e gli altri non se ne curavano nemmeno.
– Ma tu non ti cambi? – gli chiesi, intanto che quei peni attivavano il mio occhio.
– No, resto così! – in tenuta d’aikido; nemmeno Alberto e Marco si erano docciati, ma almeno si stavano cambiando! in quel momento fui distratto dal genitale di Samu: di fisico bello, asciutto e atletico, ma il pene… non era grosso, ma tozzo, e tutto cappella, con un prepuzio bruno antiestetico, che gli dava un aspetto serrato! Già che c’ero ne approfittai anche per ridare un’occhiata agli amici di Luca; fissai le mutandine di Alberto: ah, ecco… ora che era in piedi non appariva più così prominente come prima! però che teneri quei due, lui e Luca, accumunati da quella certa innocente immaturità e dalle stesse mutandine…, anche se Luca era intento ad atteggiarsi da grande. Marco invece vantava una bella mutanda bianca, dal contenuto interessante ma assai “svolazzante”: ne avevo capito la posizione, di lato, ma non ancora l’entità.
– Allora andiamo? – disse Luca in collettivo.
– Perché… –
–Ci porta a casa mia mamma… – scoprii allora che Marco e Alberto erano del paese di Luca, e che ogni volta ciascuna madre li accompagnava a casa: la prima tappa fu quella di Marco, completamente agli antipodi rispetto quella di Luca, poi la nostra, visto che Alberto abitava a due passi di distanza.
– Allora ti è piaciuto? – chiese la madre appena entrati.
– Insomma… –
– Perché!? – chiese Luca scorato.
– Mmm… Non credo faccia per me! – mi guardava deluso: – non mi ci sono trovato… – mi sentivo quasi in dovere di chiedergli scusa!
– Beh, comunque falla la prima settimana… – mi raccomandò sua madre.
– No, no, quella sì! – almeno la palestra, quella vera, volevo provarla … poi Luca mi trascinò in camera con una fretta incredibile: ma che voleva… rifarlo di nuovo? ma prese la fotocamera: – Mamma ci fai una foto? – gridò.
– Perché… – gli chiesi.
– Così… non ne ho nessuna con te!– ci mettemmo in posa nel corridoio e Luca iniziò a fare lo sciocco ad ogni scatto.
– Dai… tieni, dopo porto Alle a casa, o rimani qui? – magari… ma a dormire!
– No, grazie! – ne avevo già avuto abbastanza di sabato… poi rientrati in camera Luca si mise a scandagliare le foto: – Fa vedere?–.
– Toh! Sono venute bene! – disse: io come al solito sembravo uno spaventapasseri, e lui in judogi era un figo pazzesco!
– Già…! –non potevo fare a meno di ammirarlo sia nelle foto sia mentre si cambiava: – Ma allora non hai fatto la doccia là per fare questo? – intesi le foto.
– No, non la faccio mai! –
– Ah, pensavo ti vergognassi…–
– Vergognarmi di che! – disse mostrando il pube prima di farlo scomparire, poi si avvicino inquietantemente: – e tu che ti guardavi là… eh! – gli parti una manata verso il mio pube, che mi beccò di striscio.
– Oh! – e gli tirai a mia volta per reazione una manata, appena ripreso, beccandolo, ma Luca si piegò in due.
– Auh! –
– Oh! Luca… Luca… scusa!– lo abbracciai subito, ma lui mi guardò fiero.
– Fregatooo…! –
– A sì…! – Iniziai a solleticarlo e poi lo sollevai di peso: in realtà mi sembrava leggero come un fuscello.
– Ohoo! – esclamò sorpreso a mezz’aria, trovandosi disposto come un ariete: – Can, ma sei forte!–.
– Eh…! – non ci credevo neanch’io; ma in quel momento s’affacciò sua madre.
– Ehi, non fatevi del male voi due… adesso! – ci squadrò in quella buffa posizione.
– No, mamma, non ti preoccupare… stiamo solo giocando! – e lei se ne andò allibita, io e Luca di guardammo ridendo, e poi lo buttai sul letto andandoci sopra
– Allora…! – gli dissi sentendogli il suo bel gioiello: – Ma non la fai mai la doccia là, vero?–.
– No! – mi disse per rassicurarmi mentre glielo stringevo; ma si vedeva che anche lui ne aveva voglia: quell’incontro ci aveva eccitati, ma purtroppo era troppo tardi, anche se una prossima volta lui e quel judoginon mi sarebbero più scappati!
– Allora, Luca, io vado… torno alle 5 così vi porto in palestra!–
– Sì, mamma! – la salutò ad alta voce per farsi sentire dall’altra parte della stanza. Ero nervoso: in fondo Luca mi era sempre sembrato un innocuo pupattolo giocoso, ma a casa mia… ora, invece, eravamo nella sua savana e aveva uno strano brillio negli occhi che un po' mi preoccupava; da quando ci eravamo seduti mi adocchiava con insistenza e mi attendevo da un momento all’altro un suo balzo felino, anche se finora si era comportato da perfetto ometto di casa: – Torniamo di là… –.
– Sì… – strano… e io che mi sarei aspetto di essere azzompato immediatamente! secondo me stava covando qualcosa…, eppure in venti minuti non si era ancora approcciato; forse si stava conservando… e poi alle cinque sua madre sarebbe tornata: non avevamo tempo! Ma una matita, da troppo tempo intenzionata a cadere, cadde… Che dejà-vu! e che mancanza di fantasia: non poteva trovarsi qualcosa di meglio? eppure giocai. – Dai, Luca… – mi sentii afferrare alla tuta che lui stesso mi aveva consigliato per la mia prima lezione di aikido.
– Ma tu fai lì! – mi ribatté scocciato; come se fosse facile fare i compiti con uno che ti ghermisce la verga! se solo si fosse preso un’altra bella zuccata, ne sarei stato lieto! ma quel tavolo era più alto del mio e lui lo conosceva bene. Mi abbassai il pantalone per facilitargli la vita, ma le mutande no! …quelle no, se la sarebbe cavata da solo. Sentii le sue dita infilarsi sotto le mutande ad accarezzarmi i maroni: non ci stavo più dentro, e iniziò a tirarmi un bel segone. – Tiramelo fuori!– gli dissi; non ebbi neanche il tempo di finire la frase, che già mi stava precedendo: finalmente poteva realizzarsela, quella fantasia, visto che era la seconda volta che me la riproponeva! e poi poteva smanettarmelo per bene in quella posizione, data la naturale curvatura del mio cazzo; ma lo scappellò.
– Luca che vuoi fare? –
– Secondo te… – e subito iniziò a ciucciare; ma cos’era tutta quella fretta…! Voleva farmi venire prima che tornasse sua madre? Iniziò a ciucciarmi, e allora m’accovacciai sulla sua tavola irretito da quella splendida fellatio, poi riprese a masturbarmi e dopo di nuovo a succhiarmi; e, secondo lui, io avrei dovuto continuare i compiti… Il problema vero, però, era che io da quella posizione non riuscivo a venire; andai indietro con la schiena e intravidi la sua capa bionda col mio uccello ancora in bocca: – Luca… così io non ci riesco! –.
– Ma dai… dopo lo fai a me! – me lo disse come se la cosa avesse dovuto allettarmi.
– Ti scazzi! – io, per lui, là sotto non ci sarei mai andato: quel primino era già fin troppo gasato da sé, senza trovarsi un più grande disposto a inginocchiarsi!
– Allora, dove andiamo… – chiese retoricamente: – Fatti indietro! –. Mi allontanai con la sedia e lo aiutai a venir fuori; ma che bello tenere quel biondo fringuello per le aluccie: lo afferrai alle braccine e ora non lo volevo più lasciar andare. Si guardò intorno, poi m’indicò in direzione del divano: – Ecco… là! –.
– Cioè… –
– Qua, poggiati qua!– sullo schienale; ma allora era una fissa: voleva assolutamente che io stessi in 'alto' e lui in 'basso', per poi ovviamente pretendere l’inverso; ma si sbagliava se pensava che io mi sarei chinato per lui: prostrato a quel suo magnifico fallo… e poi, magari, tenendomi pure le mani in testa, come stavo facendo io ora; poi tornò su, riprendendo a segarmi di fianco, ma io sentii un rumore sospetto.
– Ma siamo soli…–
– C’è mio nonno di là! – disse tranquillamente. Fui preso subito dal panico, cercando di divincolarmi dalla sua sega fatale: – Ma stai fermo! – mi rimproverò non mollando la presa.
– Ma c’è tuo nonno…!–
– Sì, ma non viene qua… c’ha il suo appartamento! –
– Sì, ma… – se avevo capito bene: era proprio quella porta nel salotto che li collegava!
– Non viene di qua… fidati! – e già… mi sarei dovuto fidare di lui, come sabato quando gli avevo fatto un pompino nella sua cameretta con la porta socchiusa!
– Ma la chiave…? –
– Non c’è neanche qua…– mi disse scontatamente e poi mi chiese come mai avessi la chiave in camera mia.
– Ma che domande… perché ho la chiave in camera mia!–
– Beh, io non ce l’ho…! – sì, peccato che fosse lui l’anomalia: – Tu come hai fatto…–.
– Cosa? –
– Ad avercela…!–
– Niente… un giorno sono tornato a casa e me la sono trovata nella serratura!– proprio dentro la toppa.
– …e come mai? –
– Lascia perdere…– ma su sua insistenza dovetti spiegargli per filo e per segno come a dodic’anni, mentre mi stavo segando beatamente nella mia cameretta, mio padre entrò nella stanza; per fortuna che era lui…
– Te l’hanno visto…! – esclamò Luca con la faccia sconvolta.
– Ma noooo! – o almeno speravo… lo speravo con tutto me stesso, che vergogna! mi ero voltato tanto in fretta… comunque la sua esclamazione mi aveva parecchio infastidito; poi Luca, come stanco di segarmi, venne davanti e si avvicinò al mio petto guardandomi malizioso: – Ah… poi l’ho trovato il foglietto… – disse discendendo, mentre mi sfregava contro l’uccello: – era 12 a dodici, e 15 a tredici…–.
– Cosa? –
– Gianluca…! – ah… le sue stupide misure!: – Il foglietto… te lo ricordi? –.
– Sì! – comunque preferivo le sue misure attuali di cinnazzo tutto cazzo! anche se come Peter Pan non doveva essere male a quell’età! se solo fossi stato alle medie con lui, probabilmente mi sarei perfino fatto bocciare due volte, pur di finire in classe con lui… meglio di no quindi o mi avrebbe travolto fin da allora quel quasi primino.
– Luca fermati… io così non ci riesco! – neanche poggiato ci riuscivo; allora Luca tornò in pieni davanti a me, si guardò un po' intorno e poi mi spinse – se solo lo avessi fatto io con lui, si sarebbe incazzato come una bestia! –; mi lasciai cadere all’indietro sulla seduta del divano e Luca scavalcò venendomi in mezzo alle gambe. In ginocchio, mi guardava come un vero piccolo leoncino famelico e poi si decise a succhiarmelo avidamente. Oh, mammamia com’era bello! mi piaceva tremendamente la sua giocosa irruenza: essere dominato da quel piccoletto mi faceva sentire in suo possesso, ma in fondo pur sempre in possesso di un dominus benevolo. Ecco, comunque, perché non mi piaceva recarmi a sua casa: perché era la sua tana, e quel primino aveva già fin troppo ascendente su di me, senza concedergli ulteriore vantaggio di campo. Mi sentivo letteralmente svuotare, risucchiare da quel tremendo “faccia d’angelo” e dalla sua mirabile maestria: i miei gemiti non trattenevo, come lui in casa mia; e se anche in quel momento fosse entrato suo nonno beccandoci sul fatto, non me ne fregava più niente… affari suoi: era stato lui l’artefice di tutto quanto!
– C’hai goduto… eh! – mi disse sorridendo; devo dire che a venire fuori casa c’era molta più soddisfazione, forse stato per l”esoticità” posto… e comunque mi faceva impazzire quel biondino: lo presi per coricarlo su di me, ma lui si bloccò stendendo le braccine: – Non c’è tempo! – mi disse a quadrupede; aveva ragione: i minuti sgocciolavano anche per un breve coccolino.
– Allora, vieni qua! – gli dissi voltandolo sotto; mammamia com’era bello! quante cose gli avrei fatto… ma appena posai la mano sul suo genitale, sentendo quella sventola che vi stava sotto, lo spogliai di prepotenza. Scoprii il fianco scarno, mi piaceva la sua snellezza, e appena lo vidi baciai la sua nobile verga appassionato, accarezzandolo sul fianco, sentendo bene tutta la cresta iliaca, mentre quel duro pezzo di carne mi bruciava in mezzo alle labbra. Me lo passai guancia e poi presi a sferzarglielo con lunghi colpi di sega sua quella canna indomabile bega: – C’è tempo… o non c’è tempo? Ti faccio venire… o non ti faccio venire? – gli dissi, nel vederlo agognare l’orgasmo.
– Dai… – mi disse quasi supplicano di regalargli l’orgasmo; allora lo scappellai e l’infilai con foga in gola, chiedendomi in quel momento chi godesse di più: se lui succhiato o io che la succhiavo; forse entrambi! perché quel pezzo di carne lo sentivo come il mio complemento assoluta a un vuoto esistenziale: un compendio perfetto tra bocca e verga, tra carne e mente, tra spirito e materia; fino a giungere al culmine, alla soluzione perfetta: al migliore orgasmo per lui o al più prezioso oro bianco per me!
***
Arrivammo in palestra che già mi sentivo nervoso come al primo giorno di scuola, era un ambiente totalmente nuovo per me quello e mai mi ci sarei recato se non introdotto da Luca, che in tutto mi precedeva: nel passo, nelle presentazioni, nelle spiegazioni. Appena entrati, mi diedero un foglio da compilare: grazie a lui la prima settimana sarebbe stata gratuita e quindi anche la prima lezione di prova; ma l’unica cosa veramente che mi consolava era la presenza di sua madre vicino, che però presto lasciammo alla reception per andare allo spogliatoio: – Ma tua madre che fa? –.
– Ci aspetta qui! – ma che era… la sua autista! infatti non avevo ancora capito perché non c’eravamo recati da soli in quel luogo, coi nostri mezzi. Luca pose la mano sulla porta e spalancò un nuovo mondo davanti a me: lo spogliatoio; …un po' piccolo, direi, o almeno così mi pareva sovraffollato di bambini e ragazzini di tutte l’età, e con tutte le cartelle e gli abiti appesi, e soprattutto dominato dal bianco; poteva anche assomigliare al nostro spogliatoio di scuola, volendo, solo che era decisamente più sofisticato come ambiente con tutte quelle panchine poste ai lati e altre in mezzo, a comporre un’isola centrale, e poi gli specchi e pure i phon. Mi sentii a disagio: non c’erano adulti a cambiarsi, ma soltanto ragazzi e bambini, di cui alcuni molto piccoli, ma mi sentivo comunque osservato con ostilità da quelli più grandi per l’essere l’ultimo arrivato in quell’ambiente da camerata; alcuni di loro avevano facce davvero arroganti, mentre vestendosi si pavoneggiavano in prove di forza da spogliatoio, ma Luca saluta tutti e mi porta direttamente da Marco e Alberto, i suoi unici veri amici lì dentro: della nostra età il primo, più piccolo il secondo. Ero davvero frustrato in quel momento: costretto a nascondermi dietro la sua schiena per pararmi da quegli sguardi contundenti come un ladro; ma Marco e Albero mi sembravano delle brave persone, e sedendoci tra loro tutti quegli occhiatacci sparirono di torno.
Luca prese la roba dallo zaino e iniziò la sua vestizione, che m’aveva detto essere piuttosto complicata; io invece non avevo nulla da infilarmi se non le mie ciabattine, ancora una volta consigliatemi da lui, assieme alla tuta più larga e più vecchia che avevo. Luca si spoglia accanto a me, e in quel momento mi rendo conto che tutti in quella stanza si stavano spogliando, ma fu tremenda per me la consapevolezza che tutti potessero vederlo in mutande; però la cosa ancora più sconcertante, fu di rendermi conto anche di tutte quelle altre mutande intorno a me! la prima fu quella di Alberto: puntinata, come Luca, e piena – così appariva costretta tra le sue gambe sedute – ma che stava succedendo… pure i dodicenni adesso ce l’avevano come Luca? scossi la testa e lo guardai in volto. Era carino, altino ma magrolino, e con le spalle strette, che lo facevano sembrare ancora più piccolino con quel visino tondo incorniciato da un caschetto biondo, anzi biondissimo, ma più uniforme di quello di Luca, e con due scaglie di cielo al posto degl’occhi; mai viste due iridi azzurre più profonde! ma il tutto immerso in un intorno di malinconia dallo sguardo triste, mentre parlava da solo mogiamente con Luca… poi sfoderò una cintura gialla tonalità paglierino.
Alla mia destra, invece, Marco, più grandicello: quindic’anni, moro, dal fisico tonico; fu un imbarazzo vedere subito il suo gluteo rotondo all’altezza della mio viso come biglietto da visita, ma ancora non mi aveva mostrato il suo davanti. – Tutto bene…? – mi chiese con tono amichevole; ops… speravo solo che non m’avesse beccato nel mio safari di mutande!
– Sì… ma cos’è? – stava prendendo fuori una strana vestaglia nera.
– Questa…? è una hakama! – in quel momento notai che anche Luca ne aveva una; mammamia quant’era figo col judogi bianco! Notai pure che tutti gli altri, tranne le cinture bianche e gialle, avevano quel gonnellino nero pece a pieghe sottili lunghe fino ai piedi, ma mi spiegò, Marco, essere quello, no una gonnella, bensì un pantalone, sostenuto alla cintura da un complesso intreccio di stringhe e di nodi; rappresentava per loro solo un semplice paludamento, richiamo all’abbigliamento tradizionale giapponese, ma era invece per i samurai l’unico indumento in grado di permettere loro ogni movimento, proprio come quello indossato da Goemon nel mitico Lupin III.
Pronti, uscimmo dallo spogliatoio: io completamente borghese, Alberto col solo judogi, e Luca e Marco vestiti similmente con l’hakamae la cintura verde; ma apprendo da Marco che presto sarebbe passato alla successiva. Che strano clima di complicità che s’era già creato fra noi, ma colgo in loro che io ero solamente “l’amico di Luca”; un’altra cosa che non potevo accettare: perché io non potevo sopportare di essere considerato solo e soltanto in funzione di qualcun altro, specie se più piccolo, anche se era Luca! La cosa mi creava grande frustrazione, e iniziai a sfogarmi su di lui punzecchiandolo, prendendolo in giro, dicendogli super sayan, karate-kid con vena sarcastica, mentre si preparava, quando Marco mi corresse: – Beh, in realtà sarebbe un aikidoka, non un karateka… – e mi spiegò il significato di quel ka finale.
Marco era veramente un bravo cicerone, sveglio e serio; entrati in una nuova stanza, fu lui a spiegarmi che era il dojo e il tappeto a terra il tatami, ma la cosa che più mi attirava, era quella lunga parata di specchi, che si stendeva lungo una parete. Che strano vedermi ora… in quegli abiti normali, diverso da tutti gli altri: immerso in quel contesto di vago oriente occidentalizzato, non erano loro “quelli strani”… ma io! in un mondo tutto alla rovescia, coloro che sarebbero stati strambi, erano invece perfettamente intonati, e io coi miei abiti borghesi ero l’unico stravagante. Salimmo sul tatami: che strano sentore sdrucciolevole sotto i piedi scalzi, ma tutti erano a loro agio; alla parete, appesi, tutti i loro strumenti che, apprendo, usavano una volta su tre: i jo, i bokken, i tantoe poi tutti quegli altri ornamenti dal vago sapore esotico-guerriero, come quella lunga pergamena con tutti puntini dell’agopuntura segnati sopra, e i meridiani e i chakra, commentati rigorosamente in ideogrammi. Improvvisamente m’immaginai Luca al posto di quell’anonima figura nuda: gli avrei volentieri cercato io quei puntini sopra e scorso i meridiani per vederlo godere, ma notai, con disappunto, che non ve n’era uno sulla verga, eppure in lui quella parte sarebbe stata piuttosto evidente, e mi pareva strano che non ci fosse proprio niente! Dalla porta rientrò il maestro, Luca mi presenta e dopo i due tipici scambi di formalità mi spiega che cos’è l’aikido – la “via dell’unione dello spirito” – e il suo nobile retaggio, con l’appunto un po' polemico che oggi il marketingl’aveva reso un po' troppo occidentalizzato, come con l’uso di tutti quei gradi e colori, svuotandolo dal suo primordiale contenuto. Cinque minuti di corsa e dopo tutti a sedere, in ginocchio di fronte al maestro sul bordo del tatami, rigorosamente per ordine di grado ed età: sono, infatti, l’ultimo della fila bianca, pur non avendo il judogi, ma alla mia destra ho Alberto. Luca mi guardava, mentre il maestro spiegava: che bello vederlo con quel musino… finalmente immerso in quell’ambiente di cui si vantava tanto… il mio piccolo aikidoka.
Il maestro chiamò Samu, il ragazzo più grande, diciassettenne credo (anche perché di più grandi, in quel corso, non ce ne potevano stare), cintura marrone: alto dal fisico atletico e mediterraneo, col mento volitivo; se ci fosse stata una mia compagna gli avrebbe letteralmente sbavato dietro, ma c’era un qualcosa che mi stonava in lui. Mostrano la prima mossa, ikkyo: con eleganza incredibile Samu sferra il primo colpo e il maestro lo trascina a terra a rallentatore con un volteggio, mentre io mi chiedo cosa mai avesse di grande cotale tecnica… poi, guardai Samu: aveva il labbro sporgente, carnoso, che mostrava tanto l’interno dell’epitelio orale; ma non mi piacciono le labbra a canotto: mi san di lucciola, di prostituta, di volgarità! e poi mi ritrovo Luca che s’inchina: – numis smasch… – dice colle sue labbra sottili e maschiette.
– Eh…! –
– È il saluto, fallo! – obbedisco rispendendomi dell’incanto, sbiascicando qualcosa: – Salì con me! – mi dice opponendo il polso al mio, e sale. – Quando senti la mossa, batti! – e subito mi ritrovo a terra, disorientato, in una posizione che manco sapevo dov’ero, e con una forte leva sul braccio.
– Ahia…! –
– …e ti ho detto di battere! –. Riproviamo due o tre volte, e ogni volta, appena sale, me lo ritrovo dietro, volteggiante come un ballerino, e poi di nuovo a terra; mi sentivo come una trottola nelle sue mani, e con le articolazioni che mi facevano male.
Il maestro mostra la seconda tecnica, nikkyo, e di nuovo mi ritrovo Luca davanti; lo prendo al bavero, e subito mi ritrovo carponi col polso ritorto in una posizione che manco sapevo di poter assumere: – Ahh… ahh! –.
– Batti! – mi disse Luca, intanto che continuava a intorcinarmi.
– AHhh… AHH! –
– Eh Batti! –
– Luca calmati! – intervenne il maestro: – è nuovo… – come se quel piccolo ******** non lo sapesse… mi aveva presentato lui!
– Quando senti male batti sul tatami…–disse allora: – è il segnale!– e che cavolo ne sapevo io delle loro convenzioni del cazzo! Luca intanto si alza, sorride, come se mi avesse dimostrato qualcosa: quanto valeva; ma intanto il polso mi doleva. – Su prova tu! – mi prese lui al bavero; ma come potevo io… come potevo sapendo quello che gli avrei fatto? come poteva pretenderlo! Quel piccolo bastardo sapeva che non ci sarei mai riuscito su di lui, eppure mi guardava con aria di sfida come a dirmi: «visto come sono forte!».
Non ci riuscivo con lui: appena sforzavo, desistevo; poi venne l’ora del sankyo, col maestro che terminò la spiegazione raccomandando: – …attendi alle articolazioni! –; e no… questa volta l’avrei fregato! scattai prima di lui e mi diressi da Marco, l’unico di cui mi fidavo: – …scismas… – gli dissi.
– Onegai shimasu– mi corresse.
– Ciao… – ero finalmente felice di guardare qualcuno senza negli occhi quel brillio di rivincita.
– È un po' complicata, spetta… – mi mostrò con calma la tecnica e poi, pur apprezzando la sua forza, mi ritrovai a terra con dolcezza, quasi planando: senza spinte, né crolli, eppure sentivo la sua tecnica… ma allora si poteva anche fare dolore! e poi fece subito provare a me: mi spiegò la presa, il movimento, le posizioni delle gambe, e l’importanza delle anche per imprimere forza alla tecnica, e lo chiusi sentendo bene la vigoria del suo braccio. Marco era veramente ben messo: sotto doveva avere veramente un fisico ben fatto, altro che me e Luca! che intanto fissavo in coppia con Alberto, il quale assolutamente non batteva; quindi su lui non stava affatto imprimendo forza… gli feci intendere con lo sguardo che se anche la smetteva strapazzarmi al suolo gliene sarei stato grato.
Finalmente Luca smise di scaricare su di me tutta l’energia di questo mondo, e anche se come insegnante continuava a non essere granché, almeno ora mi sentivo cullato dalle sue esili membra; e se invece di dilungarci in quella zuffa, ci fossimo appartati e coccolati a vicenda… non sarebbe stato meglio? Gli posai un palmo sopra il petto, sentendolo mingherlino sotto il judogi, per comunicargli la mia voglia di dolcezza, ma purtroppo c’erano troppi occhi in quel luogo…
Finii la lezione con un’ultima “umiliazione”: appaiati per grado, dovevamo mostrare i kata davanti a tutta la classe assisa e dovetti fare da uke a un bimbetto di diec’anni al massimo, per cui dovetti inginocchiarmi; basta, quella disciplina proprio non faceva per me!
Finita, fummo trattenuti dal maestro che voleva sapere com’era andata la mia prima volta, e io lì per lì non me la sentii di disilludere le aspettative di Luca davanti al maestro, così mentii – anche se, mi ero ripromesso, che quella sarebbe stare la prima ed ultima volta che quel dojo mi avrebbe visto come allievo, per la palestra ancora non sapevo… –; poi le parole del maestro mi turbarono: – …su alla doccia!– la doccia… io di certo no, ma Luca? Oddio, fui preso dal panico al pensiero che tutti potessero regolarmente vederglielo; ma poi scoprii essere solo un falso allarme. Rientrati nello spogliatoio Luca si tolse la palandrana nera, ma io notai che i ragazzi più smargiassi si aggiravano discinti, coi peni al vento, senza preoccuparsi di chiudere l’accappatoio, fui però colpito da come Luca e gli altri non se ne curavano nemmeno.
– Ma tu non ti cambi? – gli chiesi, intanto che quei peni attivavano il mio occhio.
– No, resto così! – in tenuta d’aikido; nemmeno Alberto e Marco si erano docciati, ma almeno si stavano cambiando! in quel momento fui distratto dal genitale di Samu: di fisico bello, asciutto e atletico, ma il pene… non era grosso, ma tozzo, e tutto cappella, con un prepuzio bruno antiestetico, che gli dava un aspetto serrato! Già che c’ero ne approfittai anche per ridare un’occhiata agli amici di Luca; fissai le mutandine di Alberto: ah, ecco… ora che era in piedi non appariva più così prominente come prima! però che teneri quei due, lui e Luca, accumunati da quella certa innocente immaturità e dalle stesse mutandine…, anche se Luca era intento ad atteggiarsi da grande. Marco invece vantava una bella mutanda bianca, dal contenuto interessante ma assai “svolazzante”: ne avevo capito la posizione, di lato, ma non ancora l’entità.
– Allora andiamo? – disse Luca in collettivo.
– Perché… –
–Ci porta a casa mia mamma… – scoprii allora che Marco e Alberto erano del paese di Luca, e che ogni volta ciascuna madre li accompagnava a casa: la prima tappa fu quella di Marco, completamente agli antipodi rispetto quella di Luca, poi la nostra, visto che Alberto abitava a due passi di distanza.
***
– Allora ti è piaciuto? – chiese la madre appena entrati.
– Insomma… –
– Perché!? – chiese Luca scorato.
– Mmm… Non credo faccia per me! – mi guardava deluso: – non mi ci sono trovato… – mi sentivo quasi in dovere di chiedergli scusa!
– Beh, comunque falla la prima settimana… – mi raccomandò sua madre.
– No, no, quella sì! – almeno la palestra, quella vera, volevo provarla … poi Luca mi trascinò in camera con una fretta incredibile: ma che voleva… rifarlo di nuovo? ma prese la fotocamera: – Mamma ci fai una foto? – gridò.
– Perché… – gli chiesi.
– Così… non ne ho nessuna con te!– ci mettemmo in posa nel corridoio e Luca iniziò a fare lo sciocco ad ogni scatto.
– Dai… tieni, dopo porto Alle a casa, o rimani qui? – magari… ma a dormire!
– No, grazie! – ne avevo già avuto abbastanza di sabato… poi rientrati in camera Luca si mise a scandagliare le foto: – Fa vedere?–.
– Toh! Sono venute bene! – disse: io come al solito sembravo uno spaventapasseri, e lui in judogi era un figo pazzesco!
– Già…! –non potevo fare a meno di ammirarlo sia nelle foto sia mentre si cambiava: – Ma allora non hai fatto la doccia là per fare questo? – intesi le foto.
– No, non la faccio mai! –
– Ah, pensavo ti vergognassi…–
– Vergognarmi di che! – disse mostrando il pube prima di farlo scomparire, poi si avvicino inquietantemente: – e tu che ti guardavi là… eh! – gli parti una manata verso il mio pube, che mi beccò di striscio.
– Oh! – e gli tirai a mia volta per reazione una manata, appena ripreso, beccandolo, ma Luca si piegò in due.
– Auh! –
– Oh! Luca… Luca… scusa!– lo abbracciai subito, ma lui mi guardò fiero.
– Fregatooo…! –
– A sì…! – Iniziai a solleticarlo e poi lo sollevai di peso: in realtà mi sembrava leggero come un fuscello.
– Ohoo! – esclamò sorpreso a mezz’aria, trovandosi disposto come un ariete: – Can, ma sei forte!–.
– Eh…! – non ci credevo neanch’io; ma in quel momento s’affacciò sua madre.
– Ehi, non fatevi del male voi due… adesso! – ci squadrò in quella buffa posizione.
– No, mamma, non ti preoccupare… stiamo solo giocando! – e lei se ne andò allibita, io e Luca di guardammo ridendo, e poi lo buttai sul letto andandoci sopra
– Allora…! – gli dissi sentendogli il suo bel gioiello: – Ma non la fai mai la doccia là, vero?–.
– No! – mi disse per rassicurarmi mentre glielo stringevo; ma si vedeva che anche lui ne aveva voglia: quell’incontro ci aveva eccitati, ma purtroppo era troppo tardi, anche se una prossima volta lui e quel judoginon mi sarebbero più scappati!



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