venerdì 20 giugno 2008

La zuccata

Aveva davvero uno sguardo malandrino oggi Luca, da quando si era seduto continuava a guardarmi con un inquietante sorriso… cogitava qualcosa nella sua matta testolina, anche se non capivo cosa: si limitava a seccarmi con inutili domande, più intento a farmi perdere tempo, o meglio, a giudicar dai suoi interventi, ad assicurarsi che non avessi tempo… per lui, per noi, per quello che prima o poi, sapevamo, saremmo finiti a fare; ma perché tutte quelle domande? Stavo letteralmente impazzendo per quel suo sguardo sornione; odio non sapere cosa sta per succedere attorno, odio essere in balia dell’altra gente.

- Quanto ancora? – insisteva.

- Luca non so…, smettila di rompermi! Credo anche tutta la giornata! – visto che ci teneva tanto al fatto che non avessi tempo per lui tanto valevo farglielo credere, anche se a momenti avrei finito.

Ora si era rimesso a studiare, proprio non capivo: prima inquieto, poi risoluto, ora, invece, pareva sedato, come una fiammella a corto d’ossigeno; non mi chiedeva più niente, stava curvo sui suoi quaderni di scuola in silenzio, col respiro pacato, mentre il biondo dei suoi capelli sembrava donar luce all’intera stanza. Mi ipnotizzava la forma gentile del suo capo: quell’aspetto morbido che invogliava ad accarezzarlo e lui certamente avrebbe gradito, magari corrisposto con un tenero sorriso. Pian piano intravidi, col mio secreto sbirciare, un accenno di sorriso mentre riprenda a sgomitare; gomito a gomito, lui spingeva, io respingevo, mi guardò, mi voltai, prendemmo a gareggiare spingendoci con le mani come lottatori seduti. Ma allora che aspettava… era tutta lì la sua smania? Possibile che quel pomeriggio volesse soltanto giocare? Per il nostro trambusto finalmente una penna si mosse con secco rotolio verso l’estremo del tavolo, scandendo un secreto countdown in quell’eterno scivolare; mentre noi due immobili restammo ad aspettarne l’imminente caduta. Era sua, feci per raccoglierla, ma frettoloso mi fermo sgusciando sotto il tavolo, scomparendo pian piano tutto quanto.

Era difficile comprendere Luca, pur intuendo cosa tramasse, il suo comportamento inesplicabilmente enigmatico, lo rendeva semplicemente ambiguo; lo sentii battere più volte contro la gamba, ma dov’era finita quella biro? Quanto ci voleva per raccoglierla? Finché a tradimento mi accorsi di non poter più serrare le gambe. Neanche il tempo di scoprire la natura dell’ingombro che mi sentii sfilare l’uccello delle mutande: - Ma Luca, che fai?- gli chiesi sporgendomi all’indietro: sedeva là sotto all’indiana in mezzo alle mie gambe, inscurito dall’ombra del tavolo che saldamente mi teneva la verga.

- Ti faccio una sega! – esclamò convintamente, lì per lì non capii se fosse una proposta oppure un’imposizione, ma compresi che una risposta negativa non era contemplata.

- Adesso…! Mentre sto studiando!

- Sì, perché no? - mi disse esortandomi all’assenso – Dovrebbe essere più divertente, no? – in effetti non aveva tutti i torti, era una fantasia intrigante, oltre che essere un must per ogni adolescente, e poi non sarebbe stato la prima volta che mi stuzzicavo l’uccello mentre studiavo, magari soprappensiero la mano finiva sempre lì, e non mi era quindi difficile coordinare le due cose.

- Sì, però…non fare altro mi raccomando… - e annui; non credo fosse tanto intenzionato a masturbarmi, quanto più a creare un precedente, per avere semmai una prossima volta una carta da spendere a ruoli invertiti.

Presto dovetti ricredermi, studiare stuzzicandosi l’uccello è cosa ben diversa che l’avere un altro a masturbarti, queste ultime due attività sono decisamente tra loro incompatibili: la prepotenza erotica della fantasia impedisce qualsiasi altra forma di concentrazione, se anche all’inizio mi sembrava di potermi concentrare, dopo qualche riga di testo mille immagini mi si paravano davanti ipotizzando che accadesse sotto il mio tavolo. Luca era troppo bravo… lo stimolo della sega mi prendeva completamente; e pure lui, secondo me, se la stava godendo, già me lo vedevo soddisfatto là sotto che per l’eccitazione pure si masturbava con la mancina, ma io alla sua non potevo partecipare. Spostai il piede per indagare le sue sotterranee attività, quando intercettai il suo morbido fagotto all’incrocio degli inguini. Che bella sensazione il contatto con la sua parte sessuale: pigiavo lentamente compiacendomene della cedevole resistenza; il suo acceleratore, che più premevo col piede, più la sua foga aumentava.

Chi aveva più voglia di leggere una sola parola… con quella sega fantastica? A fanculo i libri! poi sentii la mano di Luca farsi più pesante e liberarmi la cappella… bravo bambino! Tutto percepii improvvisamente più bello, più umido, più avvolto; non potevo toccarlo allora posai i palmi aperti sul tavolo, lo sentivo: le sua labbra muoversi avanti e indietro con foga e decisione; sul tavolo premevo, quando: “toc”; un colpo secco da sotto il tavolo.

- Luca!– invocai abbassandomi preoccupato.

Sferrò con stizza un pugno contro la gamba centrale del tavolo, poi tornò a tenersi dolorosamente la testa lamentandosi. Quegli occhietti stretti, quasi ai limiti del pianto, m’impietosirono: doveva essersi fatto veramente male, se quello spigolo vivo era il luogo dove aveva battuto, e anch’io lo conoscevo bene fin da piccolo per lo stesso motivo.

- Dai, Luca, vieni fuori… fammi vedere…! - gli allungai le mani per traghettarlo alla luce mentre lui si abbandonava alla mia guida come cucciolotto. Che bello, però sentirlo, così bisognoso di me, tranquillizzandolo ruppi con delicatezza la resistenza delle sue mani intrecciate sulla testa, mentre con apprensione m’accingevo a scorgere qualche goccia scarlatta di sangue tra la chioma bionda. Indugiai un po’ per accarezzare la sua chioma, di lui che sembrava in fondo gradire le mie amorevoli cure; tentai di scorger meglio: forse si trattava di un taglietto sottile le cui tracce si vedono in ritardo, ma non appariva niente neanche col trascorrere del secondi, peccato… già mi figuravo mentre lo medicavo! C’era però poca luce nella stanza, lo portai in cucina per vederci meglio, pensando nel frattempo a come quell’episodio poteva sembrare una provvidenziale lezione per fargli capire di non fare il capetto emancipato.

- Ahi!-

- Ma se non ti ho nemmeno toccato… su Luca non facciamo una tragedia… per un bernoccolo!-

- Sarà solo un bernoccolo, ma a me fa male!- oh povero com’era delicato

- Spetta che ti do del ghiaccio - Ghiaccio, un Cuki e uno straccio per avvolgerlo, come prescrivono i curatori, ecco gli ingredienti per l’unico rimedio che conoscevo al suo “atroce” male, di lui che anche ancora si teneva con le mani la testa come se gli stesse per saltare via. Mentre completavo l’impacco, Niki irruppe nella cucina catalizzando immediatamente tutta la sua attenzione e anche il dolore sembrava passato.

- Na allora ti fa male o no?

- Certo, che mi fa male! – disse quasi con ostentazione

- Bene! Allora lasciami stare il gatto e mettici questo sopra…- nella mia inesperienza di soccorritore avevo sovrabbondato il pacco, e Luca lo guardò incredulo.

- Che sono un elefante, non c’ho mica ‘na testa così grossa!- il senso dell’umorismo almeno non gli era sparito - …comunque sei proprio sicuro che non mi sono tagliato…- sembrava quasi ci tenesse ad essersi fatto male, chissà forse voleva una scusa per non andare a scuola.

- Fammi rivedere…- era piacevole tenere la sua testolina in mano: i suoi capelli morbidi mi accarezzavano le dita mentre li spostavo, quasi spulciando per vedere se qualcosa di nuovo alla luce della portafinestra non fosse saltato fuori, ma forse aveva soltanto un lieve bernoccolo che neanche vedevo.

- No, non hai niente… non ti preoccupare, non ti dovranno dare dei punti…-

- Eh, già fai il dottorone,” non ti dovranno dare dei punti”…! - aveva tono antipatico ora, proprio da attaccabrighe, o la botta essere stata più forte del previsto o forse voleva solo litigare per scaricare su di me la sua frustrazione per la sua goffaggine; ma non gli avrei dato questa soddisfazione, conoscevo ben quelle tecniche di scaricabarile, ero nato ben prima di lui in fondo e non mi sarei fatto trascinare dentro da quel pivellino.

- No, non faccio il dottorone… è che ho esperienza in queste cose, una volta mi hanno dato tredici punti!- e per impressionarlo scoprii il polpaccio mostrargli la lunga cicatrice biancastra come fosse una fiera ferita di guerra.

Gli feci passare ogni intento polemico, ma dovetti raccontargli per filo e per segno l’intera storia: di quell’incauto tredicenne che, tre anni prima, cadde maldestramente col Ciao truccato di un amico. Il mio racconto destò il suo vivo e ossessivo interesse, specie per il modo rocambolesco cui riuscii a contrabbandare l’incidente per una rovinosa caduta in bicicletta, coadiuvato dalla sua testimonianza. Luca si sorprese nello scoprire che ora probabilmente, senza quella menzogna, me lo sarei anche potuto scordare il motorino; ma all’inflessibilità di un genitore non si poteva scappare. Dopo il racconto, il dolore sembrava essersene andato dal mio piccolo amico: - Si vede che il ghiaccio ti ha desensibilizzato ‘sta capoccia vuota…- e mentre lui riguardò bonariamente storto, gli misi una mano sulla spalla - …dai, malato che andiamo… -

Non appena gli diedi le spalle mi senti trarre per il polso: - Dottore, dottore…- disse prendendo uno strano tono – aspetti! non mi sento bene… mi sento rigido e faccio fatica a piegarmi, sente…? – e mi portò la mano al suo pacco.

“Cinno maledetto” mi dissi nella mente davanti a quell’ennesima trovata, poi, sentendone il turgore palpitare nei pantaloni, m’immedesimai nella parte – Mmmmh… in effetti qualcosa c’è, mi faccia controllare…- e lo spinsi decisamente contro lo spigolo del tavolo: - Mi dica ragazzo, quanti anni ha? - con goduria gli abbassai la zip.

- Quattordici… - slacciai la cintura.

- Uh, è giovane! e mi dica…ha per caso anche male alla testa?-

- Sì, come ha fatto ad indovinare… proprio adesso ho male qui! Come se l’avessi appena dato una capocciata…

- E già… immaginavo! – finalmente lo sfilai dalle mutande: - Eh, ma che roba…! - dissi imitando la voce di Pozzetto davanti a quel lungo cazzone all’insù.

- Allora… Va tutto bene, vero? Eh… – continuò nella parte ridendo.

- No… no, anzi, è gravissimo! Lo vede questo… è infiammazione! Qui dovrebbe essere tutto bello piatto! - presi in mano quella durissima bega –

- Oh mio dio! Che si può fare… si può curare? – mi disse con la voce furbetta sottintendendo la cura.

- Sì… sì, benissimo, e conviene anche farlo subito… – allungai la mano aprendo il cassetto - Anzi lo facciamo adesso… una bella amputazione e non se ne parla più! – estrassi dal cassetto un lungo coltellaccio appuntito.

- Sto CAZZO!- esclamò portandosi le mani al genitale.

- Come hai…ehm, ha detto?- continuai la recita.

- Come amputare!? – sembrava un calciatore sulla barriera di difesa.

- E sì, in questi casi è la soluzione migliore… un bel taglio netto! - gli feci segno con la punta del coltello.

- Ma come è proprio necessario? In fondo non mi dà così tanto fastidio, sa…, magari guarisce da solo…!-.

- No, no! Non guarisce mica…- gli infilai una mano nelle mutande per rendere visibile i maroni: - ….le vede queste due cose …- indicandogliele alternativamente con la punta del coltello – non dovrebbero neanche esserci, l’infiammazione si sta propagando, e presto sarà tutto così... -. Mi rapì nel frattempo il riflesso del pene nella lucida lama del coltello, mentre l’angolavo cercando di riempirla con la sagoma del suo sesso, non trovando la giusta inclinazione: …però questo bisturi è troppo, per un affarino del genere basta meno… – e andai a prendere un coltello più piccolo.

- Affarino ci sarai tu! - mi ridisse indispettito alle spalle.

-Ragazzo come ha detto, non ho capito …-

- No, e che mi chiedevo…sa… se non c’erano proprio alternative…- e ammiccò con l’occhiolino.

- Sì, ci sarebbe un’alternativa, ma in fondo sono solo inutili appendici; tanto vale levarle…

- Però, vede, io ci sono affezionato… alle mie “appendici”…- in fondo se la sapeva cavare egregiamente.

- Ma sono tutte cure moderne, cose inaffidabili…, sa tutta quella roba new age… io sono contrario a questi modernismi… sono un tradizionalista! Un bel taglio netto e risolviamo tutto…-

- Ma io sono moderno, insisto… mi piace pure quella roba new age…-

- Uffa! Ma lo sa che il medico pietoso fa la piaga purulenta! -

- Eh...?- mi rispose stralunato ascoltando il mio proverbio che probabilmente, dalla sua faccia, non aveva mai ascoltato; posai il coltello e lo presi per l’uccello: - Dai vieni…-

Com’era bello trascinarlo per quel testimone improprio di staffetta; una staffetta sessuale che prima aveva visto lui in gara e tra non molto me. Lo portai in salotto, gli abbassai i pantaloni quel quanto bastava e poi lo spinsi a sedere sul divano nella sua più completa passività; vacca com’era bello con quell’uccello svettante verso il suo volto desideroso, mi sedetti alla sua sinistra e iniziai a segarlo. Dovevo riprendermi quello che la volta scorsa mi aveva sottratto con la sua fuga improvvisa; mi sentivo bene a masturbarlo, quasi lo facessi a me stesso; sentire qualcosa di lungo e duro in mano, ma di un altro, aveva un epilogo travolgente sulla mia psiche: lo sentivo mio, sentivo quasi un senso di possesso del suo corpo, del suo coso, di lui stesso, perfino del suo pensiero.

Ero indeciso se guardare con soddisfazione il suo pene oppure la sua faccia radiosa, in quel momento ci sarebbe servito un pittore cinquecentesco per immortalarne l’estasi su tela, più vivida perfino di quella dei putti affrescati. Un desiderio pulsante crebbe di tenerlo ancora volta in bocca: - Vede che queste cure non funzionano! – Luca si girò con un’espressione che sembrava chiedermi se lo volessi prenderlo in giro - …a questo punto, devo ricorrere alla cura intensiva… - e abbassai la testa verso quello splendido uccello.

Era appena il terzo pompino che gli facevo ritrovatolo dalle vacanze, eppure con quella parte di lui avevo un feeling incredibile, mi sembrava di averci come un’atavica famigliarità, oltrepassante pure limiti del tempo. Succhiavo quel pene tornito e lui gemeva dal godimento; poteva essere fastidioso certe volte questo suo modo di fare, come se solo con la bocca godesse, ma non era colpa su; era che lui sapeva lasciarsi andare completamente, infischiandosene del mondo circostante, contrariamente a me che invece, benché fossi solo con lui, non riuscivo mai a cancellarmi dalla mente gli occhi malefici del mondo accusatore. Meritava veramente ogni goccia del mio sudore, speso per farlo godere, sentivo inoltre, questa volta in più, il piacere vivido d’introdurre il suo lungo pene nella bocca, diversamente dalle altre che volevo soltanto decuplicare a semplice bisogno di sfogarmi. Quel senso di pienezza del cavo orale, quella fragranza, altrimenti non buona, in quell’istante ispiravano un vago senso di poesia, avevo il bisogno di qualcosa in più di lui. Luca mi poggiò la mano sulla testa e già sentivo le prime sue stille di sperma; ecco finalmente quello che volevo… succhiavo, e più succhiavo di più ne usciva: liquido, abbondante, ma non ne ricordavo tutta quella gran copia le altre volte, mi sentivo colmato, dovetti deglutirne un poco per farne spazio all’altro.

- Csh csh, can Luca ma quant’è che non vieni… csh csh! – dissi con una tossetta col suo vago sapore di sperma.

- Perché…? – mi disse con un sorriso largo di compiacimento.

- Eh! ...prova ad arrivarci… - mentre il singulto non s’arrestava

- Non so… qualche giorno comunque…-

Qualche giorno…! Ma come faceva a resistere quel mocciosetto, che io da quando l’avevo conosciuto non riuscivo a resistere più un giorno senza farmene una, e per l’eccitamento capitava pure che, quando lui se ne andava, riprendevo da solo ad ammazzarmi di seghe!

Ora m’aspettavo che almeno si facesse avanti per il proprio turno, dato che prima non vi aveva adeguatamente adempiuto, ma dopo essersi chiuso i pantaloni, lo vidi muore un passo nella direzione opposta;

- Scusa dove pensi di andare…- dopo averlo fermato per il polso; s’arrestò sorridendo: - …non vede che anch’io ho bisogno di cure! – e gli indicandogli l’enorme bozzo nella mia tuta.

Tornando sui suoi passi, salì ginocchioni sul divano dove prima sedeva, prima si erse più alto di me guardandomi con un senso di soddisfazione dall’alto al basso col suo spendilo viso radioso e poi si accovacciò scoprendomelo dai vestiti. Toccò un attimo in punta di dita gli umidicci segni del mio eccitamento su quel accenno di glande scoperto dal turgore; mi ricordò l’umido tocco della sua lingua, era così delicato quasi temesse di farmi del male, poi cominciò la sega sorridendomi nuovamente come a chiedermi se ero felice.

- Passa direttamente alla cura intensiva… - lo esortai e Luca prontamente abbassò la pelle e girò la lingua attorno alla cappella, l’adoravo quando faceva così, quando prendeva qualche erotica iniziativa, poi cominciò la vera pompa. Non sapevo dove posare le mani: sulla sua testa avevo paura di fargli male, ma volevo toccarlo, così piano, accarezzandolo, gli sfilai la maglietta mal posta dentro i jeans scoprendogli l’inizio della schiena; trovavo eccitante il suo fianco snello, presi ad accarezzarlo con mossette fugaci su quella sottil pelle, e a incitarlo con qualche sì. Alle mie incitazioni cominciò a succhiarlo più forte, e io non potevo far altro che gingillarmi con la sua colonna sconfinandogli ogni tanto sotto l’elastico per tastargli sul sedere. “Dai, Luca…”; “su Luca…” dicevo nel mio maldestro tentativo d’imitarlo nei suoi versi di godimento, mentre lui sentendomi giungere adeguava il succhiamento: - Luca preparati…- non riuscivo all’esimermi dall’avvisarlo - sto venendo… e succhiò con avarizia ogni goccia del mio seme; continuò a saziarsi anche dopo la mia venuta, perché sapeva quanto mi piacesse essere succhiato. Tornò su, passandosi il dorso della mano sulla bocca; era così divertente vederlo adesso, sembrava si fosse appena fatto chissà qual grande scorpacciata, e sorridermi accattivante sembrava quasi chiedermi se anch’io ero stato soddisfatto; non mi sarebbe dispiaciuto indagare cosa provasse dietro quel candido sguardo impenetrabile, ma quello era un momento da contemplar in religioso silenzio.

Stavo ancora con l’uccello di fuori quando tentò nuovamente la fuga; ma dove voleva andare quel bel biondino? Lo bloccai afferrandolo sotto le braccia mentre lui mi guardò incuriosito: - Ma dove vuoi scappare…? – gli dissi lo caricai di prepotenza su di me, buttandomi sul divano di schiena. Nella mia mente figuravo un lento adagiamento, ma sottovalutando le forze, crollammo rovinosamente sul divano, ritrovandomi lui steso sul petto che mi guardava a un palmo dal naso. Stetti un attimo in silenzio a fissarlo con imbarazzo, quando Luca mi disse - Ma ti piaccio così tanto?- con un tono divertito ma serioso nella sua essenziale domanda.

Cosa voleva dire quella domanda… un campanello d’allarme mi scosse l’anima: mai un “ma” iniziale sembro così oscuro; e poi cosa voleva intendere con piacere? Se come amico… come persona? Fisicamente? Esteticamente? Io lo trovavo semplicemente bello… sentivo per lui un trasporto quasi fraterno… e no solo, non lo sapevo nemmeno io: mi piaceva fisicamente, sessualmente, lo trovavo affascinante, ma che rispondergli… la verità… Quale verità? E lui, perché me l’aveva chiesto? Una domanda posta in quel modo presupponeva già nel preconcetto che il mio provare, qualsiasi cosa fosse, fosse scontatamente più profondo del suo sentimento! Cosa provava lui realmente? Magari il suo sentire era più superficiale del mio…, un ghiribizzo adolescenziale, un semplice sfogo sessuale in attesa di avere le ragazze della nostra, che figura ci avrei fatto io…

- Cosa!... volevo solo giocare ! – dissi per sdrammatizzare e gli passai per una mano tra i capelli

- Ahi…! – si lamentò piuttosto seccato:- ma sei scemo! -

- Luca ti avevo detto che era meglio tagliarlo, ma tu non mi hai voluto dar retta… – e gli abbassai quella stupenda testolina poggiandomi la sua fronte sul mio petto per poterla guarda: - Forse è meglio che chiami i tuoi se ti fa così male...

- No! No! Riesco ad andare a casa da solo…- contento lui… mi sarebbe piaciuto trattenermi un altro po’ con lui in quella posizione, ma visto che avevo appena evitato un discorso potenzialmente imbarazzante, meglio troncare ogni altro discorso sul nascere: - Dai che abbiamo anche già perso fin troppo tempo, su!-

- Già…- concluse laconicamente, alzandosi dal mio divano tenendosi ancora una mano sulla parte dolente della nuca.

1 commenti:

Angels ha detto...

Questi racconti sono meravigliosi. Questa storia la devi raccogliere e la devi pubblicare, questa vende! Secondo me è potenzialmente un best seller gay. Non riesco ad immaginare niente di più succoso per un target specifico gay.. magari il paragone ti offende.. però tre metri sopra il cielo è nato con dei fogli fotocopiati che giravano nelle scuole..e il tuo può nascere da un blog.. non ho ancora letto tutto ma giurerei che in queste storie c'è del materiale sufficiente per fare un film, ci devi pensare, io non ho i mezzi, non saprei da dove iniziare, ma sono sicuro che c'è chi ci lavora che potrebbe farci qualcosa di buono.. se fossi un regista mi ci divertirei un sacco a farne il film, magari in grande tiratura in versione un po' più casta.. :)