venerdì 20 giugno 2008

Finalmente a cena

Comparve in cucina una gran buffa macchia scura, quasi un omino Michelin vestito di nero; ma dov'era finita la sua tonalità bluastra che lo accompagnava sempre nelle trasferte a casa mia: quella consueta dei suoi jeans oltremare? Poi, finalmente, in quel groviglio di scuri, irruppe un tocco di colore: il biondo dei suoi capelli levandosi il casco; ma il "su di lui" mio colore preferito comparve solo alla volta di una distinta camicia turchese, che, levata la giacca, assieme a quei pantaloni, all'occhio, di pregevole fattura, formava un elegante completo: non era un vero... non era un completo, né un coordinato, ma un semplice abbinamento di vesti, soltanto che era da lui così impeccabilmente portato, da parire abbinato dall'occhio sapiente di uno stilista esperto.
'mbé..., che hai da guardarmi così? – mi chiese Luca mentre gli tenevo una mano sulla spalla, era così bello, che non riuscivo ad evitarne un contatto.
Niente... e che sei così elegante oggi... – avrei dovuto dirgli che era stupendo, ma sembrava troppo – Voltati! – e lui inorgoglito fece una piroetta su se stesso: non solo la camicia, pure quei pantaloni erano stupendi: neri ed all'esterno sprovvisti di tasche, così da poter seguire il profilo del suo dolce sedere; evidenziando che non portava neanche il portafoglio – Ma che elegantone! –.
Oh, mia mamma ha voluto così!
Ho capito... ma non c'era bisogno di vestirsi da cresima... mangi da me, non al ristorante!
Lo so, ma vallo a dire a lei... – rispose con quel tono sottintendente "i genitori... valli a capire!".
Sembrava un cioccolatino tutt'avvolto nella stagnola dorata per invogliarti ad aprirlo, non resistevo: la mia mano non si staccava istintivamente attratta da quella roba bella; l'avrei violentato proprio lì sul posto: disteso sul duro tavolo della cucina... certo anche a lui non avrebbe sgradito, ma perché levarsi adesso tutte le voglie quando avevamo a disposizione l'intera giornata?

Le parole sui libri scorrevano veloci e perdevano significato mentre l'occhio mirava leggiero verso quell'angolo d'azzurro, ma il mio muto osservare inorgogliva quell'ospite perfetto che ben si giovava delle mie attenzioni e non perdeva di mettersi in risalto vestendo dei più appropriati colori: se il rosso, specie sui pantaloni, n'esaltava l'intrinseco erotismo, il blu e i suoi affini, ovunque fossero, n'evidenziavano l'innata eleganza; e lui continuava a leggere imperfetto, compiaciuto del mio discreto guardare.
Alle, mi controlli qua! – disse intercettando il mio sguardo – Ho fatto tutti i passaggi, ma non mi tornano i conti... –. Stava diventando frustante vederlo arrivare senza mai il bisogno di un mio reale aiuto, ormai credevo d'esserci soltanto per fargli da appagamento al suo adolescenziale appetito sessuale, quando, invece, avrei dovuto essere, almeno nell'intenzione, suo mentore; ed ora il riscatto: – ...prova a vedere se è sbagliato! – mi porse il libro, suggerendolo quale fonte dell'errore: giustamente, era più facile che avesse sbagliato l'autore o che fosse, magari, un refuso dell'editore, piuttosto che un suo errore: – Fammi vedere va! – finalmente mi sentivo maestro. Avvicinai la sedia per guardare sul quaderno, ma quel suo atteggiamento smargiasso mi aveva acceso la libido, mettendo da parte tutti i miei buoni proponimenti di prima, e una mano scivolò sul suo nero pantalone. Era fantastico quel tessuto, così morbido e sottile da sembrar quasi di accarezzar la sua pelle; coinvolto in quell'esaltazione sensoriale davanti ai miei occhi si aprirono i passaggi di quell'intrinseca architettura algebrica, formata soltanto da elementari equazioni di primo grado:– Ecco vedi... hai dimenticato la x! –.
Dove? – esclamò precipitandosi sul quaderno; non poteva credere di aver sbagliato.
Qui! Proprio qui, vedi...? – e con soddisfazione gli mostrai l'errore, era come l'aver trovato una pecca, un neo in quella piccola gemma di perfezione – Ah ecco... – e senza dare evidenza d'incertezza ripassò con la sua fine scrittura l'equazione, ma la mano era già presso il suo inguine, pronta a ponderare quell'importante quantità, questa volta, senza l'ostruzione dei jeans. – ...come mai così presto? – riprese continuando la sua correzione amanuense, fingendo indifferenza per il mio interessamento.
Beh... oggi abbiamo più tempo, visto che stai qui a cenare! – era già duro; non stavo più nella pelle, né una parte di lui ci sarebbe stata ancora per molto nella propria... – ... dammelo! – gli intimai, roteando la sua sedia verso me. Il cigolio delle gambe non felpate fendé l'aria per la casa vuota dando il la alla mia lussuria, un diavolo smanioso s'impadronì di me, delle mie mani: riafferrai con arroganza la sua tracotante abbondanza, avvicinandomi pure per respirare il suo effluvio, sentivo come un profumo di fresco ma l'ormone di Luca era predominante. S'irrigidì sulla sedia divaricando le gambe, purtroppo quei pantaloni non rendevano giustizia alla sua parte anteriore, ma presto il suo fantastico fallo comparve ...! Oggi mi sembrava ancora più lungo, forse era il nero a slanciarlo, e iniziai a menarglielo bene per scaldarlo a dovere; in men che non si dica il suo verso riempì l'aere di sensuali melodie d'amore: l'udivo lì lì per venire, viaggiare sull'orlo del non ritorno che presto mi avrebbe dato da bere... e io lo comandavo con quella magica bacchetta fra le mie dita. Non chiedevo altro, in fondo, che vederlo godere, mi soddisfaceva sapere di farlo sentir meglio, anche se era logicamente impossibile aggiungere qualcosa di grazia a ciò che è per sua natura perfetto. Stavo rischiando di vedermelo arrivare in mano, ma non sarebbe accaduto, mi sarei fermato al tempo opportuno... m'implorava di fermarmi, mi supplicava, ma io no, continuavo nella mia sottile tortura: erano fantastiche le sue smorfie di godimento, il suo volto contrarsi angelico tra i mugolii e i versetti, fra cui afferrai sottile un "fermati!". Tardi! Troppo tardi... la mano già inumidita, appena realizzai l'errore buttai la bocca sulla punta per coglierne almeno gli ultimi flutti. Com'era inebriante il suo seme; peccato essersi persi il primo spruzzo, certamente copioso, nella foga di segarlo, e ora potevo solo raccoglierne i resti lungo l'asta del pene.
Succhiavo con avidità il suo bigolo dal sapor salaticcio; sentivo innata in me la voglia di quell'arnese, appagata dalla sua gran bega, dotata di tutti i centimetri che necessitavano alla mia ingordigia, quando udii un suo – Allora...? – dal tono impertinente a esortarmi a finire il recupero del bottino. La cosa mi suscitò il riso da non poter più trattenerlo in gola; sollevata la capa fissai quella punta inumidita d'uccello ancora gonfia e gommosa, finché fui attratto da un altro sfavillo vicino: un brulichio vago dal sembiante acquoso, come di goccia..., ma da dove? Ce n'erano altre sparse sul pavimento a formare un tragitto sino la sedia, e poi in contiguo, in bluastro, su un lembo di camicia con una strisciata bagnata.
Oh cazzo! – esclamò prendendo il brandello macchiato – ma che cazzo hai fatto? Ma non potevi stare più attento!?... – e continuò con una sequela di lagnanze, senza darmi possibilità di replica, sul tono del "te l'avevo detto!".I suoi occhi si stavano a poco bagnando, prospettando in soliloquio una sequenza di orizzonti tragici al suo rientro; solo una cosa potevo fare proporre di pulirla, se solo avesse dato accettazione alle mie parole, dandomi la camicia. – ...e che cazzo vuoi farci con la camicia Me la pulisci tu eh! – sbottò in un ultimo sfogo alla mia insistenza con voce stridula e ai limiti del pianto; in altre circostanze avrei reagito diversamente, ma, essendo più piccolo, cercai di trattenere la pazienza.
Sì, ci provo io...con dell'acqua! se adesso la smetta di frignare! –
Non sto piangendo! – disse tirando su col naso. Mi segui a passo a passo in cucina sul lavandino, come un cagnolino, dove nei panni, ora, di un muto assistente assisteva il chirurgo nell'operazione di pulitura, che con acqua e una spugna inumidita cercava di levare dal tessuto il suo sperma ragazzino.

Ero riuscito a pulire la camicia, ma quell'esisto a chiazze bagnato non servì a toglierli lo guardo basso per le sue tragiche preoccupazioni, era come se scontasse già, dentro di sé, una vergogna che si prefigurava al suo ritorno a casa; vederlo così crucciato e dall'aspetto minutino, con quelle braccia scarne che sembravo appese, mi fece un sacco di tenerezza. La mano scivolò affettuosamente sotto la canotta, quasi a confortarlo, in cerca del suo smilzo corpicino, che trovai, ma, appena ne ebbi contatto, uno strano sentire dissonante mi prese la menta: di solidità, per la corporeità disvelata dalla geometria addominale lievemente scolpita nella sua scarna fisicità, ma anche un sorta d'impermanenza per quella magrezza allo stesso tempo rivelata; mi dava come l'impressione di toccare un muro che a tratti comprimevo e a tratti attraversavo.
Can Luca, ma quanto sei magro! Quanto pesi? – chiesi turbato.
Boh, che ne so io! – rispose come se neanche c'entrasse.
Come che ne sai!
Non lo so! È tanto che non mi peso... – da come ne parlava sembra che neanche esistessero le bilance nel suo mondo,però quell'inevasa domanda aveva suscitato la mia curiosità, o meglio acceso una mia vecchia fantasia: – Ehm... – com'era difficile quella domanda: – ...posso misurarti? – gli buttai la frase mangiandomi le parole, sperando, quasi, che lui non le avesse sentite.
Perché?
Così tanto per fare... tanto non abbiamo niente da fare ora...
Poi, dopo un po' di silenzio,– Dai, va be'! – non credevo alle mie orecchie, forse si figurava una mia fantasia erotica,ma si sbagliava,io parlavo sul serio volevo misurarlo e certamente non me lo sarei fatto ripetere. Rapidamente lo condussi in bagno al piano superiore munendomi di penna e d'astuccio, poi l'abbandonai un attimo per reperire il quaderno da scarabocchi e un metro da sarta. Non c'era nulla di morboso nelle mie intenzioni, se non soddisfare una voglia, una curiosità che, in realtà, mi prese sin dal primo incontro al mare: quantificarlo fisicamente, nel vero senso del termine, come per renderlo più mio carpendone gli intimi segreti della sua bellezza, racchiudibile, forse, in una metafisica equazione. Entrai nel bagno spalancando l'uscio, poi lo richiusi come per creare l'atmosfera di riservatezza tipica di uno studio medico, sintomo di serietà; il primino s'era tolto le scarpe, come gli avevo ordinato, avanzai a lunghi passi per spingerlo contro il muro: – Sta fermo qua, che ti misuro! – al comando si rizzò sugli attenti: – Quanto sei alto? – gli chiesi come per avere un'informazione preliminare.
Ma che ne so... – disse quasi seccato, sembrava che nulla sapesse di se stesso, forse neanche di essere al mondo: – ...l'anno scorso ero, credo, uno e mezzo; insomma non è che stia sempre a misurarmi...io! – non capivo quel soffermarsi sul "io", pareva che volesse accusarmi d'una qualche ossessione che però io non avevo; forse aveva dei problemi con la sua coscienza.
Beh... ora lo sapremo... poggia la testa! – e il piccolo si eresse.
Ma sei sicuro di prenderla giusta?
Sì! Ma non vedi che è una squadra..., più sicuro di così ti muro! – mi sarebbe piaciuto farlo più basso, ma la professionalità me l'impediva: – ... e non alzare i talloni! –.
Fatto! Levati e passami il metro! – e marcai nella pittura la sua statura con la parte metallica, poi mi feci aiutare da lui a misurarla, esaurendola dal basso: – Allora qui c'è il metro e mezzo! –.
Non è possibile...! – replicò trovandosi la fine del metro proprio dinnanzi al suo bulbo oculare; sembrava anche a me troppo in alto, ma il metro non sbagliava solo per fargli dispetto!
Come no! ...è proprio qua, la tua statura... la vedi? – mi divertiva segnalargli la cosa, era come girargli un coltello nella carne viva: – e da qua al segno sono proprio 6 centimetri... quindi, se l'aritmetica non è cambiata negli ultimi quindici minuti, sei uno e cinquantasei, caro mio! – e gli balbettai il palmo sul capo per farlo sentire di più basso, anche se in realtà non sapevo se era alto o basso, a me sembrava soltanto medio. Pareva essersi amareggiato, per incontestabile l'esito della misurazione,forse sperava di essere cresciuto di più nell'ultimo anno, ma a me non importava, anzi, andava benissimo così: avevo già visto cert'altri primini ben più alti di lui, e perfino di me, e la cosa non mi piaceva decisamente; inoltre, altrimenti, non mi sarei potuto sentire padrone della situazione, vista la fascinazione che esercitava su di me.
Su spogliati! – gli ordinai, riportando il 156 sul quaderno.
Come spogliati! Mi hai già misurato, no?
Sì, ma adesso ti peso... dai svestiti – volevo sapere tutto di lui fino al minimo dettaglio, ma Luca non voleva ubbidirmi: si era tolto soltanto i pantaloni accasciandoli a terra: – allora... ti ho detto di svestirti! I vestiti mi alterano il risultato? –.
Esagerato... e che vuoi ancora... mi sono svestito!
E la canottiera!
e le mutande, no? – disse tirandone l'elastico – Queste no... non ti alterano il risultato? – secondo me smaniava di togliersele per introdurre qualcosa di sessuale; ma io non volevo: era troppo preso, e poi avrebbe compromesso la professionalità necessaria.
Più si spogliava e più il mio occhio clinico lo vedeva dimagrire, di una magrezza sana, però: non pregiudicante di un buon stato di salute, ma interessante per la rarezza del fenomeno; finché voltandosi, dopo aver sistematola canottiera, presento una vivissima erezione già fuori dalle mutande: – Luca, ma sei una cosa vergognosa... – e mi guardò come un bambino: – ...come fai ad averlo ancora in tiro? – Cercai di nascondere la mia eccitazione nell'asetticità del rapporto di misurazione; ma ora la sua bega, la sua semplice silhouette, mi pareva incredibilmente eccitante! Vederlo ora, la sua figura desnuda con quella turgida cappella, mi riportò alle esperienze e alle fantasie erotiche dell'estate appena trascorsa.
Cosa ci posso fare...lo fa – comoda parlare in terza persona, come se lui non c'entrasse nulla, per non fare la figura del perenne cinno ingrifato...
...dai sali sulla bilancia... – gliela calcia con fare macho.
Il rotore si mosse, ma dal suo breve oscillare già si poteva intuire la minutezza dell'esito finale, quando vidi il disco fermarsi non credetti ai miei occhi: – Quarantaquattro...! Ma come fai a stare in piedi! – dissi con veemenza. Luca, poverino, spaventato per il tono della mia voce, mi guardando con due grossi occhioni intimoriti; poi, per rassicurarlo, sdrammatizzai; – Praticamente sei un primino... – dissi prendendogli la cappella tra le dita: – ...tutto bega; un cinnazzo tutto cazzo!
Non sono un cinnazzo! – scattò subito scontrosamente, scansandosi dalla bilancia, con la voce che gli partiva verso i registri acuti dell'età; era fantastico quanto stizzito perdeva il controllo della voce. Mi venne da ridere e intanto segnai anche quel secondo numeretto, mentre lui si accingeva a rivestirsi; quando lo fermai andandogli col metro incontro, per misurandogli la circonferenza della testa: – Si può sapere cos'altro mi fai? –.
Ti sto seviziando... ma che domande! Non si vede che ti sto misurando!?
...e questo non lo misuri! – disse ridanciano.
Cosa me ne faccio, e da questa estate che so quant'è lungo... – fu lui stesso a misurarselo misurando il mio allupato!
Che ne sai... magari è cresciuto! – poveretto... non sapevo dove volesse arrivare, ma di certo si sbagliava: per esperienza sapevo che a quell'età cresceva di poco e visto che erano ancora lunghi uguali, il suo non poteva essere cresciuto, a meno che non lo fosse anche il mio.
Ma si può sapere perché ancora mi misuri?
Curiosità... voglio vedere una cosa... – risposi rimanendo sul vago.
Su di me! – rispose quasi scandalizzato, forse sentendosi oggetto – e si può sapere che cosa? –.
Sezione aura...
Sezione che...! – ribalbettò stranito; avevo letto quell'estate un curioso libro, a tratti surreale, sulla matematica nella natura, nel corpo e nel mondo, e accennava a questo fantastico numero, dalla mantissa sempre uguale a se stessa, nel reciproco e al quadrato, ero stato affascinato dalla sua storia, dalle proprietà, ma soprattutto dal fatto che si potesse scovare nel corpo, e io ora potevo verificare su di lui.
Sezione aurea: è il concetto di medio proporzionale in geometria... – e continuai parlandogli della divina proporzione, di medi e di estremi, dei numeri di Fibonacci, dei semi di girasole, delle coppie di conigli, della spirale logaritmica e infine che si poteva trovare perfino nel nostro corpo fra rapporti tra le sue parti, per questo ne prendevo lunghezze, un po' per gioco e un po' per attendere quel momento che anche lui aspettava. – Va be', ho capito che ne sai di matematica, ma perché proprio me? –.
Perché sei proporzionato! – era un modo cifrato per dirgli che era carino; che in un qualche modo mi piacesse lo aveva già intuito, ma non capendo lui cosa intendesse che cosa provasse, non volevo svelarmi oltre il dovuto: – ...cioè se c'è, in te lo dovrei ritrovare; e poi chi altro potrei misurare? –.
E quando sarebbe questo numero?
Beh, in realtà nel corpo è una proporzione, quindi è più facile trovarlo come rapporto, un grossomodo del 62%..., o del 61.8 per l'esattezza... – ma a lui, però, ben altro interessava con quel metro in mano e presto ci sarei arrivato... ero in fondo curioso anch'io, se, pure lì, lo si potesse trovare; certo non in quella percentuale, anche perché sarebbe stato alquanto sproporzionato come rapporto tra asta e cappella, perlomeno per l'inestesismo evidente, ma, dato che il suo era così bello, chissà forse l'avrei trovato al quadrato?

Segnai gli ultimi numeri, mentre lui mi si avvicinò incuriosito, credendo che avessi già iniziato a fare i calcoli: – allora...? –.
Allora che!
Allora questo numero ce l'ho o no! – alla fine l'avevo appassionato, specialmente da quando gli avevo detto che nell'antichità era considerato segno perfezione riscontrarlo nel proprio corpo e avevo acceso un suo inedito lato vanesio.
Ma che ne so! devo ancora fare i conti..., magari stasera, poi ti faccio sapere! e adesso... – veniva il pezzo forte quello che anche lui bramava approfondire.
E adesso... – mi chiese turbato, quasi si fosse dimenticato del reale proposito di tutta quella minuziosa mappatura.
...e adesso misuriamo questo! – gli abbassai gli slip.
Non me lo smanetti un po' per farlo divertire? – riattaccò con un sorriso largo come la faccia. Altro che smanettarglielo: con un gesto violento gli scappellai glande: – Ahuuu! Perché? – mi disse incazzato: – Perché così la pelle non te lo fa più lungo! – gli risposi così brutalmente da farlo vergognare: – ...toh guarda e tra i diciannove e i venti, ti devi rassegnare... non ti cresce più! – gli detti una bella strizzata, soddisfatto delle sue misure: primo perché non mi batteva, secondo perché difficilmente avrei trovato cotanto cazzo da spupazzarmi come volevo: – ...e la cappella sono quattro! –; Luca rimase interdetto, mentre segnai le ultime misure, poi, con aria incavolata, lo vidi partire abbassare quel coso sempre duro verso la tazza.
Ma come fai? –
Cosa... ad avercelo ancora duro?
No, a farla davanti a me come se niente fosse! Io non ci riuscirei, mi blocco solo immaginarmi uno alle spalle...
boh! io non ho problemi davanti a te, non sento vergogna anche perché in fondo ti ho già visto... cioè, davanti a uno sconosciuto avrei problemi anch'io! – non so perché ma non credevo alle sue parole: – Ah, tu chi come lo chiami? – aggiunse dopo.
Chi?
Lui... – indicando il suo coso.
Perché, il tuo ha un nome? – non credevo arrivasse a tanto.
Sì, si chiama Gianluca!... guarda... Gianluca saluta! – e lo gingillò su e giù; non ci potevo credere: provavo io vergogna per lui.
E gli altri due chi sono: Pierluca e Leoluca, così completiamo la triade dei Luca...?
Buon'idea... non ci avevo ancora pensato! – non capivo se mi stesse prendendo in giro o se davvero nascondesse dentro di lui un lato così divertentemente infantile:– dai vestiti che torniamo giù! –.

Dovevo raggiungere soltanto Luca al piano inferire, quando giunto all'angolo delle scale...
Luca perché sei in canottiera? È tua quella...? – mia madre... no! E per di più con fare inquisitorio.
E' sporca... – balbettò.
Di resina,... – vociai io dalle scale per attirare l'attenzione – ...deve averla sporcata a scuola! abbiamo provato a pulirla con l'acqua, ma stavo cercando il sapone... – avevo preso le redini della situazione, speravo solo di saper confezionare qualcosa di credibile.
Resina...? – fece mia madre dubitante, rimirando quell'alone slavato dalla mia precedente lavatura: – ma il sapone non basta! – un attimo di pausa–... ci vuole la lavatrice e poi... e poi..., dammi qua che ci provo – e rapì la camicia dalle mani di Luca, scomparendo in garage.
Ma sei scemo... – corsi a rimproverarlo sottovoce: – le hai dato la camicia sporca di sperma! –.
Eh... eh... la presa lei... – come per dirmi "ma che ci posso fare": – ...almeno la pulisce... – con incredibile candore. In quel momento non sapevo se adorarlo o accopparlo; scelsi un mix dei due, non sapendo dove mettere le mani: gli misi una mano davanti e una dietro la nuca, mentre lui stava fermo a subire, simulando una giocosa aggressione. – ALLE! Allora: ti ho detto non essere manesco! – ahhhhh, avrei voluto urlare.
Ma non gli ho fatto niente! Stavo scherzando... vero? – e annuì.
Piuttosto, dagli una felpa, che questa non è stagione per stare in canottiera... – ancora con tono da rimprovero, poi guadò lui– Luca non ti preoccupare è venuto via... però non era resina... – questa volta tutta mielosa; meglio portarlo via o uccidevo qualcuno, mi ero stancato di vederlo trattare da mia madre come il piccolo principe.

***

Luca tienilo bene... non si rovina mica! Non è mica un gatto di pezza! – volevo fargli tenere in braccio Niki, ma era decisamente imbranato: si vedeva che non aveva un gatto.
E' come lo devo tenere?
Così dammi! – e prelevai il gatto, speravo solo che non si stufasse con l'essere sballottato:– lo devi tenere con due braccia così... e le zampe sotto! Insomma, devi fargli capite chi comanda! Vero Niki? Io uomo, tu gatto... dai siediti che te lo passo – povero Niki, che pazienza! Sballottato così, come una patata bollente, fra me e lui, ma a lui di solito bastava un po' di coccole e aver lo stomaco pieno, tutto ilresto non importava; speriamo anche questa volta.
Intanto mia madre ci passò alle spalle: – Alle sta attento che non lo graffi, lo sai com'è quando gli gira... – va beh che era ospite, e che l'ospite è sacro, ma adesso si stava esagerando: non era mica uno Swarovski! – Non ti preoccupare, lo conosce bene...non lo graffia! – Intanto Luca aveva preso la confidenza e tutto soddisfatto si sta accarezzando il gatto, sembrava un bimbo col micio in braccio.
Passò del tempo e mentre guardavo distrattamente la tv il gatto si mise pure a fargli le fusa, quel felide ruffiano adesso stava davvero esagerando... non so perché, ma c'era qualcosa in quel quadretto che mi dava fastidio; così decisi di far fare mao al gatto... – Ma dai! Poverinoooo! – disse schiaffeggiandomi la mano dalla coda.
Poverino! Ma di chi è il gatto? – e gli infilai una mano in mezzo le gambe: – Dimmi preferisci che usi la tua di coda? – e iniziai a cercarlo per stringere. Luca si buttò di reazione in avanti trattenendo il gatto per non farlo scappare, poi finalmente quando io raggiunsi il mio scopo torno in dietro, riposizionandosi come se niente fosse, come se la mia mano non si trovasse in mezzo alle sue gambe a stringergli l'uccello; poi lasciò andare il gatto. – Dov'è il topolino? Te l'ha mangiata il micio! –. Luca restò fermo con la mia mano lì, riponendo le sue sotto le gambe, mentre io immancabilmente manipolavo la sua cappella tumescente; pian piano presi la sua stessa postura, ,fingendo di guardare la televisione, mentre mia madre stava di stanza in cucina e sotto il suo naso si consumava lanostra silenziosa trasgressione. Che eccitazione quel farlo in barba agli adulti e alla puerile convinzione di aver tutto sotto controllo, specialmente i figli racchiusi, secondo loro, nelle loro prestabilite e preconfezionate regole di "normalità".

Prima di cena, Luca volle assolutamente rimettersi la camicia finalmente asciutta ripulita dai suoi fluidi biologici; non so perché ci tenesse tanto, credo volesse solo prestare fede a ciò che lui sentiva come un'obbligazione: presentarsi a tavola come il bijou che mamma l'aveva preparato. Il problema dunque che si cambiasse, ma dove lo fece: in salotto davanti a me e,soprattutto, a mia madre... Maldestramente fece adocchiare qualche lembo di cute e anche di mutanda, ma non di quella innocua, che fissa l'indumento e non dà indice di pudenda, ma di quella gonfia, che puntinata di verdino lasciava intravedere la sua abbondanza e che non sfuggì alla malizia del mio occhio, abituato ad osservarlo, al contrario di mia madre che, per fortuna, di lui notò solo la magrezza e, presa dalle solite premure materne in concomitanza del suo innocente apparire, cambiandosi in salotto, disse: – Ma Luca mangi? Ma come sei magro... –. "no mamma! Lui mangia soltanto bega" avrei voluto dirle, ma ovviamente un figlio non può proferir queste parole, né pensarle, né tanto meno farle, primo perché pur sempre suo bambino, secondo perché non può mostrare certuni lati di sé.
Le apprensioni genitoriali di mia madre furono presto sconfessate, guardando Luca mangiare: nessuno valutandolo ad occhio avrebbe sospettato in quel figurino cotale voracità nel ripulire il piatto, che mia madre a più tornate riempiva col trasporto di un genitore soddisfatto che vede la prole mangiare. Mi faceva ridere vedere quella scena dirimpetto, anche se io non potevo non chiedermi dove trovasse posto in lui tutto quel cibo, in quale hole–wormnel suo stomaco finisse; intanto mio padre tesseva la sua ragnatela di domande, bonariamente destinata come sempre ad intrappolare l'ospite in quelle sue conversazioni infinite, che dopo cena sembrano durare fino al mattino. Giunse il dolce – evento raro in casa mia, se non il sabato e le feste comandate – e Luca intanto si era fatto intrappolare da mio padre; ogni tanto lo vedevo lanciarmi richieste di soccorso con lo sguardo e mi sarebbe piaciuto abbandonarlo lì, nel suo brodo, avendolo avvisato, ma era troppo perfino per un nemico ... e poi non potevo lasciare che i miei avessero un dialogo con lui più fondo di quanto non avessero con me: non giova alla mia immagine, specialmente se rischiavo di risultate, ad un confronto come ipotetico figlio, peggiore di lui.
Luca io vado a cercare quelle cose per il tuo amico... ehm, Gianluca ecco... quando puoi, vieni! – che bello avere un gergo segreto per chiedere del sesso impunemente anche di fronte ai propri famigliari, ma conveniva utilizzarlo con intelligenza: parsimoniosamente, per non sciupare quel patrimonio linguistico in fondo di facile decifrazione, se abusato.

Levai il mappamondo per far posto a Luca nella seggiola accanto alla mia, aspettando il suo arrivo avrei confrontato i dati raccolti in cerca di riscontri che qualche tempo fa avevo trovato per sapere qualcosa sulla mia la forma fisica.
Luca entrò: – Chiudi la porta! – gli ordinai facendo segno della chiave.
Allora...? – disse appena seduto estraendo subito il pene dai miei pantaloni.
Allora cosa... ho cercato qualcosa su di te per le cose di oggi – intanto Luca si era già seduto e aveva tirato fuori il mio pene dai pantaloni.
...e dunque? – chiese iniziando a masturbarmi, anche se sembrava ben interessato al altro piuttosto che alle mie informazioni.
Beh! Ho trovato che, anche considerato l'età, sei alto come una femmina! –
Ihhh! – disse con un risolino di scherno, mostrandomi il biancore dei suoi denti nell'arco superiore: – sei veramente simpatico! –.
.. e comunque sei magro, vedi! – non prestò peso alle mie parole, sembrava più concentrato alla sega e a farmi eccitare, divenendomi il cazzo duro.
Hai finito con sta fola... – e strinse con la mano continuando a segarmi: –io vedo soltanto delle stupide linee... – opponeva il suo franco pragmatismo alla mia teorica esposizione.
Perché lo sai leggere! Queste vogliono dire... che, in base al peso... e all'altezza solo il 18%... della tua età... è più magro di te... – era davvero difficile coniugare le frasi con quella mano che stringeva, intanto il volto di quel fascinoso biondino stava attraendo la mia attenzione e a ogni parola mi trovavo più vicino alla sua fronte. Era fantastico quel tête–à–tête con lui, a perdermi nella profonda meraviglia delle sue iridi castane, dove mi parve d'intravederlo nella sua anima più nascosta. Sarei restato ore lì con lui a non fare altro, ipnotizzato da quel dolce tepore della sua nuca, ma ruppe l'idillio staccando la fronte per guardare l'orologio; sembrava più interessato all'ora che si faceva, che al mio sentimento, come se fossi un impegno da sbrigare: – E' tardi, tra un po' devo andare a casa! –.
Non ti preoccupare... – dissi recuperando con prepotenza il contatto, muovendo la mia fronte: – se vuoi ti accompagno io, così i tuoi non si arrabbiano... – usai comunque un tono dolce.
Beh... in realtà... – disse ciondolando il capo, trascinando la mia – tu mi avresti comunque riaccompagnato, perché gli ho detto così..., ma non c'è ne bisogno, l'ho detto solo per farla stare tranquilla, avevo già intenzione di tornare a casa da solo! Insomma non sono più un bambino... ho già quattordic'anni! Gli dirò che sei andato via subito, tanto si fidano di me! – e sull'ultima frase alzo le spallucce, prima di abbassare la testa sul mio pene... Il suo discorso continuava a rimbalzarmi nella testa con un evidente non–sense: si era formato un loop che non andava scemandosi: ci teneva a presentarsi a tavola come la mammina l'aveva vestito e poi non aveva problemi a disubbidirle in una così pericolosa? Ma certo... lui aveva quattordic'anni! Un uomo già fatto e finito... mica un poppante! Anche se usciva per la prima volta da solo di sera, lui sapeva già come girava i mondo... lui! Insomma era già un uomo tutto d'un pezzo, come potevo dubitarne...? Una cosa però, nonostante i due anni di meno, la sapeva fare: qual pompino incredibile; oggi era fantastico, involontariamente nei movimenti, mi aveva alzato la canottiera e ora sentivo chioma bionda solleticarmi l'addome. Pian piano da quel punto di contatto si dipartì una strana sensazione: quasi di mite dolenza, come se avessi finora riso di mille grosse risate; e l'addome non ce la faceva più a trattenersi, quasi mimando quello spasmo di risa, mi chinai su di lui mentre l'ingoiava, e più solletico e dolenza nutrivo, più la mia pancia sulla sua testa si piegava come a cercare maggiore parte di quel fantastico sentore. Ora Luca era lì, quel migma di emozione s'era sparso fino al mio pene, e mi sentivo la sua nuca quasi nel ventre; come un chakra potentissimo e invadente che non riuscivo più a trattenere: avrei voluto ululare quel piacere, che non sapevo come esprimere se non accarezzando su quel poco di schiena che in quel frangente avevo a disposizione, poi finalmente come una forza liberatrice pronunciai il suo nome sentendomi arrivare. La sedia tremò per il mio fremito coitale, mentre sentivo di abbandonarmi disteso lungo il suo dorso, come se gli avessi partorito in bocca il frutto di me stesso e del suo impegno, mentre lui continuava ancora dilatando ad infinitum il mio piacere, di un orgasmo cominciato ben prima dell'avergli eiaculato in gola.
Ero spossato, disteso sulla sua schiena, quando Luca fece resistenza alla mia inerzia per sollevarsi; allentai quel poco bastante per farlo salite, poi quando mi chiese, cos'avessi d'agitarmi a quel modo passandosi la mano sovra la bocca come se avesse finito chissà quale lauto pasto, non resistetti e mi buttai su di lui abbracciandolo. – Mamma mia, ma cos'hai? – non sapevo come descrivergli la mia gioia, per quello che aveva fatto, all'inizio fui tentato di buttarmi sulla sua bocca, ma poi corressi con un caloroso abbraccio e manifestandogli la mia riconoscenza strusciandomi contro il suo capo.
Dopo un quarto d'ora di fusa reciproche, Luca disse: – oh no! Devo scappare... – e si divincolò dal mio abbraccio; lo raggiunsi a metà strada dalla porta, bloccandolo alle spalle e accompagnandolo con la sua passiva resistenza, a distendersi sul mio letto: – Dove vuoi andare...? – gli dissi abbassando la zip per infilarvi la mano; che tesoro... ce l'aveva già duro!
Ma se arrivano i tuoi...!
La porta è chiusa! – la sua verga pulsava mezza fuori dalle mutande, dovevo solo emergerla da quella fessa, come un pennone dal mare nero dei suoi pantaloni.
Ma è tardi devo andare... – replicava con finta voglia d'andarsene.
Sai una cosa? Ho voglia di un intero pomeriggio per noi..., la prossima domenica che i miei vanno via per l'intera giornata ti chiamo... capito? – dissi accarezzando la sua magnifica belva che palpitante aveva voglia di spruzzare da tutte le parti. La scappellai e poi scesi a infilare la lingua in mezzo alla base del pene, sembrava di fare un immenso cunnilingus tra due grandi labbra che tenevo aperte con ambo le mani: i peli a infastidirmi sulla punta della lingua e poi su lungo quell'enorme clitoride, che clitoride non era, fino alla cappella lucida e bella. Preso dall'eccitazione, Luca iniziò subito a vociare: – Ma sei scemo! – gli gridai a mezza voce: – così certo che i miei ci sentono! – e poi ripresi in bocca quell'umido glande scintillante come un diamante; mi piaceva davvero troppo: la mia voglia di bega non s'era ultimata con la razione di quel pomeriggio, e speravo, nonostante la sua precedente venuta, che ne avesse conservato da parte ancora un po', come riserva d'annata. Adoravo l'odore di sperma tutt'intorno al suo uccello, la voglia crebbe, non mi limitai più solo alla cappella, ne infilai più che potevo; che cosa stupenda, chissà se anche lui provava quella stessa sensazione di poderosa vigoria quando mi succhiava? Avrei continuato allungo, ma stava già venendo. Voleva fare in fretta; e in fretta c'era riuscito. Peccato che le sue scorte fossero limitate, o almeno così mi volevo illudere, visto che ancora tutte le sue capacità non le avevo testate.
Un po' di spermino è quello che ci vuole per finire la cena, meglio dell'amaro o del limoncino a fine pasto dagli amici; ora però il problema era aprire la porta a chiave senza farci sentire, nel caso i miei fossero nel corridoio o si sarebbero insospettiti, anche se al massimo avrebbero immaginato che guardavamo i soliti filmini proibiti. – Luca al segno butta a terra quelle scatole che devo nascondere lo scatto della mandata... – Uno, due e tre... e il tonfo metallico coprì il rumore della chiave; aprii di scatto per controllare, ma non c'era nessuno, i miei erano ancora al piano di sotto, meglio così... comunque avevamo trovato un valido diversivo per le volte successive.

***

Luca allora vai? – chiese mia madre vedendolo vestire.
Sì, vado... e grazie per la cena!
Ma figurati, la prossima volta vedi cosa ti preparo! Ma vai via da solo? – aggiunse preoccupata.
Sì,con mia mamma sono d'accordo così... – e sparì verso il garage; mia madre però non era convinta della sua risposta, e mi avvicinò:– vieni qua... – conoscevo quella faccia rompiscatole: – ma va via da solo? –.
... l'hai sentito, no? È d'accordo così! Cosa c'è? – la sua faccia si fece seria
C'è che lui, per la sua età, è sveglio, ma vigliacca se voi maschi non siete sempre complici quando si tratta di combinare qualcosa... – il prologo già non mi piaceva: – ...è inutile che mi guardi con quella faccia... non sono tua madre, non una cretina! Lui ha due anni in meno di te e, secondo voi, io mi credo che sua madre lo lasci andare da solo a quest'ora? Lui è minorenne, e da quando è qui, la responsabilità è nostra, se no legale almeno morale, e fino a che non torna a cas... –.
Ma ha detto...
Non m'interessa quello che ha detto... tu, ora, lo accompagni a casa! Vi siete attardati in camera tua giocando, e ora lo riaccompagni! O vai anche tu o lui non esce di questa casa, finché non lo sento da sua madre, a costo di tenerlo qui a dormire! O preferisci che telefoni ai suoi? – in fondo era lui che andava nei guai mentendo ai suoi, ma sarei stato una carogna a non impedirlo.
Uf...dai l'accompagno! –; Luca mi doveva un favore a sua insaputa.
Dai che non è poi un così gran sacrificio... – fece mia madre repentinamente col tono più gentile: – e ricorda che gli amici vanno coltivati! Su vallo a fermare...–.

Dai... entra! – mi esortò Luca arrivati a casa sua, io che avevo promesso a mia madre di tornare presto, ora, però, se facevo tardi, era colpa sua... era lei dirmi sempre che non si rifiuta mai una gentilezza o un invito caloroso.
Quella di Luca era una vera magione, non riuscivo a vederne i confini tra lo scuro e l'occultamento della vegetazione, ma era davvero grossa: scorgevo soltanto mezza guglia del tetto, l'altra era mezza celata da un'alta siepe a fianco, lungo il vialetto, probabilmente nascondeva un'altra entrata; dalle dimensioni doveva trattarsi di una bifamigliare. Luca spalancò la porta d'ingresso e subito fummo investiti dalla luce dell'atrio; appena Luca si tolse il casco sopraggiunse sua madre a fare gli onori di casa: – Ciao Alle, allora s'è comportato bene? – mi disse mentre Luca arrossiva: – Dai mamma! –.
No... tutto a posto! – mi sentivo in imbarazzo nella parte del referente più adulto con sua madre da una parte non dovevo essere scortese non rispondendo, e dall'altra dovevo cercare di non farlo incazzare con un comportamento troppo altezzoso – ...però io adesso dovrei andare... –.
No! aspett... – mi fermò Luca: – stai qui! Per piacere non andare... eh? – l'accontentai, chissà cos'aveva di così importante da non potermelo mostrare domattina? Intanto mi accorsi degli arredi d'interno di quella casa misteriosa; mi metteva disagio, per di più con quei mobili, che mi misi a studiare per acclimatarmi un po', che sembravano decisamente di migliore fattura rispetto quelli di casa nostra, ma fui salvo quando la mia attenzione cadde su una foto inconsueta. Quel biondino ritratto, con l'azzurro e l'inconfondibile profilo della piana di Giza, era Luca; era bellissima quella foto: la luce, i colori, il soggetto; era tutto stupendo e lui aveva una fantastica fotogenia!
Finalmente sentii Luca tornare, ma dall'angolo comparve una mia vecchia conoscenza: suo nonno; era dalle vacanze di questa estate che non lo vedevo, e, in parte, fu anche un po' grazie a lui che feci amicizia con Luca: – Ohhh, ciao Alessandro... – odiavo quando la gente mi chiamava col nome completo – ...come stai? –.
Non sopportavo neanche quella domanda, non sapevo mai cosa rispondere; anche se era solo una domanda proforma, io, per formamentis, ero portato a rispondere il vero, non traendone un evidente vantaggio dalla menzogna. Mi chiedevo, sempre, che cazzo di senso avesse dire di "star bene" – visto che "bene" non ci stavo mai, almeno la maggior parte delle volte –, se non per accontentar le prospettive ipocrite e benpensanti della gente, che vuole si far finta di essere gentile interessandosi fintamente del tuo stato, con domande apparentemente innocue (ma che ontologicamente innocue non sono dal punto di vista morale, almeno per chi ha una visione morale del Vero), ma che in realtà non vuole che gli rompi il cazzo, tediandola con le tue futili vicissitudini, mentre loro sono sempre pieni di drammi... e poi che cacchio c'avrei dovuto avere, o essere, per risponderlo sempre: forse una lobotomia! Avrei anche potuto dire che stavo "male", ma subito mi avrebbero chiesto,e controvoglia, "perché?", e lì poi, mi sarei trovato a rispondere ad altre domande di persone invadenti, magari giustificandomi della mia vita con sconosciuti e persone che, pure, mi stavano sul cazzo; quindi, per tagliare la testa al toro, avrei dovuto rispondere "bene": una risposta banale e proforma, a domanda altr'e tanto banale e proforma! Ma io odiavo la banalità e le cose banali, e, anzi, ben mi vedevo dall'essere – o almeno cercavo – banale; per cui di solito non rispondevo, preferendo di parir scortese e persino maleducato – ma maleducato dove? Poi... – piuttosto che obbedire a una becera omologazione al basso rinnegando la verità! Ma in quel caso non potevo tacere, e l'etichetta m'imponeva, altr'e tanto cogentemente, di non far fare brutta figura ai miei rispondendo che in realtà non stavo bene – Bene grazie.... va tutto bene... –.
Allora com'è stato trovarti questo monello nella tua scuola? – disse accarezzando la testa del nipote; un po' invidiavo Luca lui aveva ancora suo nonno, io i miei li avevo persi tutti: parte prima di nascere e parte prima di poter crescere abbastanza per averne dei ricordi nitidi; solo mia nonna materna era ancora tra noi, ma non la conoscevo bene, non andava d'accordo con sua figlia...
Beh, insomma, non me l'aspettavo... – non potevo certo dirgli che mi era preso il panico, quando lo vidi per la prima volta, all'idea di cosa sarebbe potuto succedere: fortuna che trovammo il modo di far andare tutto bene – ...ehm però adesso devo andare... – non vedevo l'ora di levare le tende.
Già... tanto vi vedete domani mattina eh... – e diede un'altra carezza a Luca che gli sostava vicino abbracciandolo: – Ascoltami di' a tuo padre che è tutto a posto, lui sa di che parlo... –.
Riferirò! –
Luca mi prese sotto braccio e mi riaccompagnò all'uscita, ma prima rimirai quella foto per fissarmela nella mente.
Bella, vero? È di questa estate, di quando sono stato in Egitto con papà, ricordi? – ricordo che me lo aveva annunciato: mica male come regalo per la promozione dalle medie...– Ho un'idea: perché una sera non vieni a vedere le foto? Ne ho un DVD pieno! Sono fantastiche credimi... può? – chiese rivolgendosi a sua madre – Certo che può! Quando vuole... –.
Allora vieni? – mi chiese tutto fremente – anzi, perché non vieni domani... è sabato! – domande e risposte se le faceva e diceva tutto da solo.
Luca verrò a vederle! – e gli s'illuminò il viso – però domani sono impegnato, esco con gli amici... –.
ahhh! – soggiunse con delusione – Luca anche te... ognuno ha i suoi impegni... – gli fece eco la madre; forse intuendo che Luca stava un po' correndo troppo nell'affezionarsi a quell'amico più grande che, nel bene o nel male, aveva un mondo ancora distante dal suo.
Mi rimase in mente la faccia mortificata di Luca; mi sentivo un'idiota: non avrei dovuto usare così male i termini. Usare la parola "amici" in un modo così esclusivo, come se lui non ne facesse parte, quando invece per quanto ne sapevo mi trovavo meglio con lui che non con gli altri; m'ero stancato dei soliti sabati sera al pub: mai ragazze, sempre le solite quattro cazzate e poi a casa di uno a vedere l'ultima americanata cazzosa, solo per tirar tardi... tutte cose che per una sera avrei volentieri evitato, anzi, mi sa proprio che un sabato sera li avrei volentieri boicottati per stare con Luca.

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