Come cominciò... sessantanove
Luca rientrò felice dentro la stanza precedendomi: quasi un cherubino sceso dal cielo in slippini e maglietta per il mio buonumore, tant’era sereno; era come se nulla del nostro precedente bisticcio, sotto la doccia, fosse mai accaduto. – Leggiamo qualcosa? – chiese avvicinandosi a una pila di fumetti per poi da questa spiccare un volo leggero posandosi all’indietro sopra il letto.
Mi avvicinai a quel cumulo di giornaletti osservandone le date; ma come faceva a leggerseli? Eran così vecchi che sembravano le riviste dal dottore… anche tre o quattro anni; più dei pezzi da collezione che da lettura…
– Dai, prendine uno! – mi esortò portandosi al centro del letto, poi vedendomi titubante richiese – non ti piacciono? –
– No… è che non ne leggo molti… – a dire il vero nessuno, ma non volevo sembrare spocchioso.
– Beh, nemmeno io! solo che qui non ce altro… –; allora ne presi uno e subito m’invitò a sedermi sopra il letto, poi con fare cogitoso ripropose: – Anzi, mettiti qui! – divaricando le gambe.
– Eh…? – diss’io non dimenticandomi di guardarle.
– Sì… qui! con la testa! – si batté invitantemente sul pacco – poggiati! –; mammamia quant’era arrapante in quella posizione... da svenirgli in mezzo alle gambe! Poggiarmi con la testa sul suo pubico cuscino… la cosa già m’intrigava; saran state pur cose bambinesche: puerili fantasie, morbose piccinerie, ma nell’eroticità di quell’aria ci stavan tutte. Luca riusciva sempre ad accendermi con quelle piccole e semplici cose che da bambini compongono un mondo del proibito, fatto proprio di quei tabù infantili dal sapore naïf, ma che danno un incredibile piacere nel violarli.
Mi distesi soffermandomi a una quarantina di centimetri da quella forma strana: io ero abituato alla classica a bozzolo, sia in me che in Robertino, dove il pene, sopra ai testicoli, si somma al loro spessore dando vita a un’invitante montagnetta; lui, invece, c’aveva una silhouette oblunga e tutta spalmata sotto quelle mutande che ben la evidenziavano con linee sottili del motivo disegnato; ma chissà se era anche comoda per dormirci sopra?
- Dai poggiati! – mi disse Luca. Che bello sentire il suo fresco vermicello sotto la nuca, un piacevole incomodo, il bacino, poi, era all’altezza giusta per favorirmi la lettura; una comodità assurda! … sembrava fatto apposta per me, per dormirci sopra, tanto che quasi ci avrei passato l’intera giornata tra quelle comode gambe.
Tentavo di leggere le nuvolette della Banda Bassotti tramare qualcosa, ma un pungolo me l’impediva: non riuscivo ad afferrarle; uno strano disagio mi infastidiva la mente, mentre Luca trasmettendomi i suoi sussulti di pene ridendo. Mi voltai con la testa di lato, trovandomi il suo uccello sotto la guancia; lo avvertivo, lo premevo, mi piaceva sentivo percepirlo sotto lo zigomo, ma realizzai anche in quel giocherello cosa non andava: riposavo sul pube di un quattordicenne; di uno, due anni, più piccolo di me! e non ero stato io ad imporglielo, anzi me l’aveva offerto lui, quasi obbligato, e la cosa non mi andava! Mi ero lasciato incantatore da un primino seduttore, dalla sua verga; e l’idea m’infastidiva; alzai la testa…
- Cosa c’è? – disse Luca abbassando il giornalino.
- Mhmm… non ce la faccio! – fissai un’altra volta quella cosa mostruosa: - non ce la faccio a stare così! -
Si alzò sui gomiti guardando per aria, mentre la sua mimica esprimeva tutto il suo «uffa!», poi parlò: - …beh, allora facciamo così: tu vieni qui e io al posto tuo… – e la cosa già suonava meglio.
Ci scambiammo di posto, ora era Luca a stare tra le mie gambe; era fantastico! il suo dolce peso sul mio pube… e lo stimolo di quella testa m’infondeva pure una terribile voglia di sega, e me al sarei anche fatta se lui non ne fosse stato disturbato. – Però… sei comodo! – disse girandosi di pancia: - …quasi, quasi ci dormo sopra… – e vi ficcò la sua guancia sopra dormendoci una decina di secondi, poi: – …anzi, leggo! – e si rigirò nuovamente. Tutto quel muovere di nuca mi aveva già attizzato, e anche se lui non lo vedeva là sotto c’era già un’erezione in atto. Mi continuava a stimolare ciondolando la testa a destra e a sinistra, finché non mi divenne completamente duro; allora Luca infilò le mani sotto il costume, dribblando la retina, per venirmelo a prendere. Il suo toccò mi lasciò senza fiato, per tutto il percorso sentii un intenso solletico al ventre, ora tramutato in un sentore d’orgasmo, e mi masturbò. – Vacca, s’è duro! –, disse poi girandosi: mi abbassò il costume, me lo scappello, e iniziò a succhiarmelo.
Mi sentivo nuovamente in suo potere, imprigionato dentro il mio corpo costretto soltanto a godere; era la terza in quella giornata, ma che mi stava succedendo: io non sapevo d’avere così tante munizioni nel mio arsenale! Mi sentivo venire, ma anche un impellente bisogno di abbracciarlo, di stringerlo al petto, di tenermelo affettuosamente; una forza sovrumana m’alzò verso di lui per afferrarlo, poi mi coricai addossandomelo tutto, come un vestito, mentre il suo corpo si adagiava sul mio; doveva avere un’incredibile voglia di coccole anche lui. Che bello… la sua testa contro il petto, la sua guancia sulla pelle; il suo profilo corporeo disegnato sopra il mio, come avere un dolcissimo peso addosso che invece di gravarmi mi alleviava il respiro; e il suo turgido fallo accanto al mio. Luca stava in silenzio godendosi il mio abbraccio, le mie coccole, le carezze profuse sui capelli sottili; avrei voluto cristallizzami con lui per sempre, passare abbracciati tutto il resto della nostra vita completamente estranei a quel mondo esteriore e alle sue calunnie… perché volevo gridargli «ti amo…»?
Il respiro di Luca si fece sottile, sembrava dormisse; poi pian piano lo sentii riprendersi e su di me salire per venirmi a guardare in faccia; ma quant’era bello con quello sguardo furbetto, non potevo che rimanere estasiato e poi mi chiese: - Va bene adesso… - e le sue labbra si appiccicarono alle mie. Stemmo un attimo con le labbra serrate, le une sopra le altre, con la mia testa che vagava confusa… poi la sua lingua raggiunse la mia: una lieve scossetta e le nostre bocche si spalancarono. Non ci potevo credere: stavo limonando, o era lui a limonare me… era nuovamente padrone della situazione; possibile che in quell’abbraccio, che in quell’attimo di tenero abbandono, avesse recitato soltanto per farmi sentire padrone della situazione? Però ora lo stavo limonando; stavo limonando Luca, e mi piaceva un sacco! Le nostre lingue avvinghiar in un bacio improvvisato: poca esperienza avevamo: solo due ragazze io, baciate prima di lui, e lui nessuna, ma era bravo davvero!
Poi Luca stacco la bocca e disse: – Però… baci meglio di una ragazza! –; rimasi allibito: lì per lì non sapevo neanche se prenderlo per un “complimento” o un’offesa, essendo stato paragonato a una ragazza, e poi come poteva lui fare quella comparazione che aveva detto di non aver mai avuto una ragazza, o mentiva? nell’immediatezza del paragone sentivo, però, di dovergli ribattere qualcosa e un: - Grazie…! - m’uscì dalla bocca. Un “grazie”! …ma come potevo dirgli “grazie”! «anche tu!» avrei dovuto pronunciare; arguto, sagace, umiliante… quella era la risposta giusta! Poi Luca riesordì: - Lo facciamo doppio…! – e me lo ritrovai a quattro zampe su di me, con le gambe a fianco della testa. Non vedevo più niente: la sua maglia, scesa fin sotto il mio mento, mi occultava tutta la vista; oramai il mio mondo era ridotto solamente a lui: il mio orizzonte, le sue spalle maschie; il mio cielo, il suo torso nudo; il mio zenit, le sue mutande piene e quel pene uscente verso di lui, come un ago eterno d’una bussola indicante il mio costante Nord, unico punto cardinale nella vita; e tutt’intorno bianco, semplicemente bianco.
Allungai le mani verso il mio cielo, e chi non avrebbe voluto toccare il proprio cielo con un dito, potendo… lo solcai con le dita sui fianchi donandogli un brivido di godimento che scaricò succhiando sul mio cazzo, poi giunsi alle sue mutande, scendendole lungo quelle colonne d’ercole fin sotto la mia testa. La costellazione del Gran Cazzo ora dominava, unica e solitaria, nel mio cielo… Castore e Polluce pendevano placidi separandomi da quell’immonda divinità. Alzai la mano verso quel membro poderoso, sentendolo mugolare; ero giunto all’estremo della mia perversione in vita che potevo provare, finché Luca iniziò più forte a spompinarmi e quell’eterea divinità a stillare qualche goccia d’ambrosia sul mio petto, allora l’abbassai verso bocca per cibarmene ancora.
Era tremendo: succhiare ed essere succhiato; finalmente provavo il mio primo sessantanove, e non chiedevo altro, se non di riprovarlo anche con Robertino, poi potevo anche morire… ma come avevo fatto a resisterci senza sino ad allora: avrei potuto starci la vita con quella stalattite di carne sempre in la bocca, cibandomi unicamente della sua ambrosia. Luca stava già venendo e lo sentivo colarmi il suo succo gentile per amalgamarmisi in gola e poi deglutire; pur’io venni, al suo ritrovato dono, per ringraziarlo l’ennesima della sua esistenza e di avermelo fatto scoprire.
Luca si buttò di fianco che ancora ci ciucciavamo per quel buon sapore di ragazzo dentro la bocca; era un cazzo perfetto, mai ne avrei trovato un altro simile… alla mia età mi avrebbero detto «pensa alla figa!», ma chi aveva bisogno della figa con quella lunga bega davanti agli occhi! Luca mi guardò teneramente soddisfatto, stava per dirmi qualcosa quando un rumore secco riecheggiò per la casa: – ihhh… mio nonno! …presto! – e schizzò allarmato fuori dal letto sistemandosi le mutande, mi lanciò la maglietta e prese un paio di calzoncini da dentro la valigia; poi lo vidi affrettarsi a rimettere tutto a posto.
L’osservavo malinconico rassettare in fretta la camera dal nostro passaggio, era come se di un attimo di paradiso bisognasse cancellarne ogni traccia; ma tutto quell’agitarsi mi mise anche uno strano senso d’ansia addosso e un profondo magone d’addio… sentivo di dovermene andare: che da quella casa dovevo scappare. Intrapresi la via dell’uscita ma nell’andito incontrai suo nonno dallo sguardo sereno uscire dall’ombra: – Oh, ciao… stai per andare?… allora, mi raccomando, salutami il babbo! –
– Lo farò… grazie! – mi nascosi guardando dall’altra parte, mentre sopraggiunse Luca.
– Ciao, nonno! – la sua voce argentina rischiarò improvvisamente la stanza.
– Luca…, hai finito la valigia? –
– Sì! –
– Bene, allora accompagnalo, che andiamo! – io in realtà preferivo andarmene da solo piuttosto che fare quegli ultimi passi in sua compagnia perché sapevo non sarei resistiti
– Sì, un attimo… aspettami un attimo! – mi disse Luca scomparendo dond’era venuto; ma io avevo fretta: non volevo farmi vedesse da lui piangere perché se ne andava…
– Va beh, la saluto… e buone cose… mi saluti Luca –
– Arrivederci… allora – «a mai più» sarebbero state semmai le giuste parole, perché Luca a settembre sarebbe partito… partito per l’Inghilterra. Uscì nel giardino respirando finalmente un po’ d’aria serena, ma quel fondo di tristezza era sempre lì che mi accompagnava, allora accelerai il passo perché avevo bisogno di sfogarmi, ma fuori da quel cortile, fuori da quel confine che ancora a lui mi legava, ma a metà del vialetto sentii chiamare: - Alle… - correva Luca: - aspetta! – mi sembrava di stare in una di quelle scene da film, d’addio, che finiscono mai, in un lunghissimo abbracciato; ma rallentando allungo un braccio: - Tieni! – guardai la sua la mano: - è il mio numero! -
– Ma non ce l’ho il cellulare… –
– Fa niente, l’avrai…! – mi preconizzò serenamente.
– Ma te andrai in Inghilterra… –
– Sì, ma ritornerò pure! E poi che ci vieta di sentirci lo stesso, prendi, dai.. – presi quel biglietto per farlo contento, sapendo che tanto era inutile, perché presto mi avrebbe dimenticato: non si sarebbe mai ricordato di me, là in quel paese, preso tra gli impegni di studio e la nuova vita d’oltremanica, quella era solo una caduca parentesi estiva e finita ognuno sarebbe ritornato alla propria vita, ma sostai ugualmente fuori dal cancello a osservarlo entrare perché volevo fermarmelo nella mente fino all’ultimo fotogramma quel biondo primino e il nostro magico incontro.



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