Come cominciò... secondo giorno
Ero quasi venuto ripensando al primo pompino fatto a Robertino: era stata fantastica quella notte iniziata con intenti violenti e finita, poi, in un tenero abbraccio; peccato che il giorno dopo non iniziò proprio così bene:
sorse il sole dai palazzoni costieri e ritrovarmi Robertino fra le braccia, fu uno dei migliori risvegli che potessi chiedere alla sorte: le sue fattezze puberali, così graziose, le accarezzai, prima sulle morbide gote, di lui che ancora non aveva il primo accenno di peluria, poi per tutto il volto; irresistibile. Sotto la luce del nuovo giorno mi pareva perfino meno antipatico del solito; possibile che fosse bastato così poco per cambiare il nostro rapporto? Proprio no: delicatamente lo richiamai nel mondo ridesto, quando Mio padre comparve misteriosamente in cucina a prepararci la colazione, corsi subito ad aiutarlo; per fortuna mi ero svegliato prima di lui, altrimenti sarebbe stato difficile spiegargli che ci facevo abbracciato a Roberto, che ufficialmente odiavo.
Mio padre fischiettava, io mi sentivo conciliato con l’ospite inatteso: tutto insomma sembrava volgere per il meglio, ma Roberto sedeva solitario in disparte, sul pavimento la luce del sole che lentamente scivolava; sembrava assente. La colazione era pronta, corsi a chiamarlo poggiandogli con affetto una mano sulla spalla, ma gelidamente scosse l’arto scrollandosi il mio palmo di dosso, come con ribrezzo, fortunatamente mio padre non vide nulla; poi venne al tavolo. Ero perplesso… sembrava coperto da velo ombroso, quasi violato per quella cappa d’autismo che l’avvolgeva intorno: non guardava nessuno, mangiava e basta ignorando tutto; mio padre d’istinto mi diede la colpa del suo stato guardandomi storto e iniziando meco un surrealistico alterco fra mimi, finito col mandarlo a fan culo.
Una giornata iniziata bene e quel lunatico moccioso me la stava rovinando; solo quando mio padre uscì, il fetente, si fece meno assente. Non comprendevo… qualche attimo prima sembrava sereno, e adesso mi faceva il mescolino; lo spronai a muoversi per andare in spiaggia. Ma che voleva…. stanotte aveva goduto come un porco: era venuto … e ora faceva l’ingrato!? Per me poteva anche perire quell’odioso ragazzino! Già, per me, ma non per mio padre… lui presto avrebbe investigato, e se Roberto avesse continuato con quell’assurdo comportamento, era doveroso non sottovalutarlo, mio padre, quando voleva scovava ogni segreto, con lui il crimine perfetto non esiste, anche se dubito che gli avesse mai svelato il nostro segreto… comunque meglio non fidarsi.
Passò un’oretta, ma neppure in acqua voleva degnarmi più qualcosa in più di un monosillabo; quasi mi mancava la sua fiera irruenza, i nostri battibecchi, la sua strafottaggine, ma dov’era finita? Forse avrei dovuto parlargli, dire quella cosa di quella notte trascorsa, ma affrontare l’argomento m’imbarazzava, perché parlarne… non poteva comportarsi in maniera adulta, come facevo io, facendo finta di nulla? D’improvviso mi fece intendere che voleva risalire, ero io a condurlo col materassino mentre lui assente si limitava a galleggiare, avrebbe potuto anche andarsene da solo, se proprio ce l’aveva con me, e invece mi stava appresso come un Chihuahua; non potevo perdere quell’ultima occasione per smuovere le acque, prima che lo facesse mio padre col suo fare inquisitorio: – Perché vuoi salire… vuoi che tutti te lo vedano? – gli dissi apposta per sfotterlo facendo leva sul suo proverbialmente dolce caratterino.
– Cosa vuoi dire? – esclamò subito con un fare così acido che l’avrei preso a sberle sul muso.
– Beh, hai il costume trasparente! Che ti si vede tutti; quindi fai un po’ te…–
– Ma va a fanculo! – doveva essere il suo intercalare preferito
– Non ti sto prendendo in giro, è vero… il tuo costume fa vedere tutto! Non ci credi? Toglilo! –
– Ma va… –
– Toglilo… ti dimostro che è vero! – Insistetti per convincerlo, anche se in fondo avevo l’impressione che volesse solo fare il prezioso, tirarselo un po’ insomma; in fondo, secondo me, non gli sarebbe dispiaciuto affatto essere toccato in mezzo al mare, o almeno così avrei sperato. Mi consegnò il costume, dopo che lo traghettai al largo per garantirgli che fossi scappato col prezioso indumento, lasciandolo nudo come un mollusco; infilai il pugno nel costume ed estendendo il medio l’emersi dall’acqua: – Toh! Guarda! –
– Ma che simpa! –, rispose con un’acida smorfietta. – Sì, ma lo vedi il pugno! Lo vedi che è trasparente! Pensa a quando ce l’hai in dosso… –, d’innanzi a quella diafana evidenza dovette capitolare ogni riserva e darmi ragione, ma quel che più contava è che finalmente avevo rotto il suo muro di silenzio, in tempo per ogni qualsiasi evenienza paterna.
Meno male ch’era tornato quello di sempre, lo preferivo rompiballe piuttosto che taciturno e introverso; sotto la doccia ebbe pure un’erezione “involontaria”, e pur conoscendo le sue particolarità, sorrise, come orgoglioso di mostrare il suo turgido vanto di fronte a un vasto pubblico. Io invece mi sentivo in imbarazzo: non è normale aggirarsi per la spiaggia al fianco di uno che manifesta un’evidente erezione nel proprio costume, specie se trasparente… era come avere un neon puntato addosso, mi sentivo osservato da tutto e da tutti, perfino dai granelli di sabbia. Giunti all’ombrellone sostammo aspettando l’asciugatura, ma neppure in quel luogo appartato non eravamo sicuri da occhiate indiscrete: un ragazzetto, infatti, nell’ombrellone accanto – uno nuovo, mai visto prima – ci sbirciava divertito dalle pagine del Topolino, doveva essersi accorto del mio volgermi guardingo e della sua sconcia trasparenza. Robertino, intanto, non s’era accorto di nulla, troppo impiegato nel fare buchi nella sabbia per rendersi conto del mondo circostante… toccava a me difendere la duplice faccia: ogni volta che volgevo truce lo sguardo verso quel biondino abbassava repentino gli occhi sul giornalino, ridendo sotto i baffi che non aveva; ma che voleva quell’impiccione… non poteva farsi letteralmente i cazzi suoi!
Appena asciutti scappammo: gironzolare senza meta era sempre meglio che farsi deridere da uno smorfioso, e poi dovevo approfondire la conoscenza di Roberto, insomma avevo fatto conoscenza di una parte di lui, ma sconoscevo tutto il resto; avevo in casa un ospite che neanche conoscevo, e poi volevo vedere se c’erano ancora i margini per una replicata. Scoprii così la sua passione per la pesca, e siccome mio padre quell’anno aveva portato seco le canne da pesca, rinvenute dopo anni di disuso in qualche cantuccio polveroso del cantinino (forse per quel suo tentativo di coinvolgermi in attività Father & Son), suggerii a Roberto di trascorrere un pomeriggio alternativo in un posticino di mia conoscenza.
Mio padre approvò, anche se amareggiato nel vedersi sostituito da Robertino in un’attività che aveva progettato per noi due; così dopo pranzo inforcammo due bici a noleggio e andammo con gli zaini in spalla e le canne a tracolla in un torrentello a 4 o
Quel pomeriggio fu incredibile, inizialmente volevo approfittare dell’isolamento del boschetto, fra l’altro scelto da lui, per tentare qualcosa, ma desistetti preferendo aspettare la sera, più sensuale e provocante, intanto ne avrei approfittato per sondare come realmente l’avesse presa. Scoprii tantissime cose su di lui, mi bastava una mezza parola sulla mia vita privata e lui si apriva completamente con la sua solita emorragia egocentrica di sé stesso, talvolta perfino non rendendosi conto di quanto le cose che dicesse potevano essere usare abilmente contro di lui. Mi raccontò di ogni sua abitudine masturbatoria: la prima sega a 11 anni, come la fece e di come se le faceva in seguito, pure in mezzo agli interstizi del calorifero, diceva, ma la cosa mi parve un po’ assurda, anche se diceva di usare la gommapiuma… come poteva passarci in mezzo, dopotutto non ce l’aveva così piccolo! Quel che invece mi lasciò di stucco, e di cui largamente dubitavo, fu la sua candida ammissione di gingillarsi l’affarino anche quatto o cinque volte pro die (come fosse una prescrizione medica); in effetti mi parve esagerato, anche se pur’io nei periodi di maggior ardimento raggiungevo la tripletta giornaliera, ma era solo un caso eccezionale, o almeno così era prima di Luca, se invece nel suo caso fosse stato vero e il giorno prima avesse mantenuto fede alla sua abitudine, a giudicare dal flotto di seme che mi aveva versato in bocca, dovevo dedurne che i suoi, invece di un ragazzino, avevamo messo al mondo una vera e propria sex–machine per la produzione di sperma.
La parte più bella, però, fu quando accennò un paio di domande su me: – Ma tu ce li hai veramente…? – sottintese i venti centimetri.
– Sì – gli risposi laconicamente non aggiungendo altro; mi divertii soprattutto constatare quel suo gonfiore che sfoggiava nel costume, credo che solo per timidezza non mi chiese una verifica.
Fatta una cert’ora tornammo a casa, anche se tardi non c’erano problemi quella sera; in ogni caso avremmo mangiato alla festa della spiaggia. Quelle sagre paesane trasferite sulla sabbia, spacciandosi per party marittimi, non potevano certo dirsi sinonimo di divertimento per noi giovani, costellate com’erano da romagnole cantilene e canzonette da balera; ma a dispetto dei festeggiamenti, decisi ugualmente di sfoggiare i miei occhialini da sole, che di giorno non avrei mai indossato. Roberto doveva rodersi offuscato dal mio look da fico! La lungimiranza di mia madre aveva previsto pure quell’inusitata evenienza e fornito il mio guardaroba vacanziero a dovere, lui invece aveva ben poco da mettersi; ma dopotutto che ne poteva fregare a un tredicenne di vestire decentemente, specialmente a lui che veniva a letto indossando un completo della nazionale tre taglie, almeno, più grande di lui.
Walzer, Mazurche, anni ’7; quella sera proprio non tirava aria di baldoria, tanto che presto riposi gli occhialini assieme ad ogni velleità festereccia: vagando, magari, avremmo incontrato qualche gruppetto di ragazzi a cui aggregarci, ma, dopo il cambio agostano, sarebbero stati tutti più grandi di noi, o forse anche qualche gruppo di ragazze, ma con quella piattola al seguito mi avrebbero soltanto riso in faccia. Benedivo e maledivo la sua presenza, da un lato era un buon pretesto per disancorarmi da mio padre ed evitar figure ancor più misere seduto al suo fianco con quei coetanei che mi sarebbero sfilati davanti, ma, d’altro canto, era troppo piccolo ed eccessivamente limitato per essere una buona spalla di un sedicenne.
Completai la cena e salpai con lui per altri lidi musicali. Bagno dopo bagno, giunti quasi in fondo alla festa e smarrendo coi passi ogni speranza tra le dune di sabbia, giunsero improvvisamente ai nostri orecchi note inaudite: ritmi frenetici, quasi tribali per noi assuefatti, oramai, a nenie ottocentesche; ci precipitammo verso l’origine di quella nuova speranza, ma il gazebo era affollato di ragazzi tutti più grandi noi: non c’era spazio per noi, e soprattutto per lui. Che fare? Quella piattola tra i piedi la dovevo impegnare e senza camminare, perché gli facevano male i ginocchini per il troppo camminare, diceva…, e era un’ora inaccettabile per tornare alla base o mio padre vedendoci avrebbe senz’altro preteso che fossimo tornati a casa con lui dopo lo spettacolo dei fuochi. Quel nano bagongo intanto stava già gongolando per la mia figura da gonzo, di me che m’ero pure preso tempo tempo fino all’una davanti a mio padre al solo fine di stupirlo… urgeva subito un rospo amaro da ficcargli in gola a quell’infame; per cui presi un bicchiere di vino gentilmente offerto dalla casa, e me lo bevvi tutto d’un sorso.
Ah, l’alcool… il dolce nettare di Dionisio, che io potevo bere, avendone l’età, e lui no; potendoglielo negare con sadico godimento davanti ai suoi occhi ostentandone una superba bontà, benché fosse schifoso oltreché forte. Poi per ribadire il concetto ne presi un altro po’, quando pure lui questa volta volle seguirmi, tentai d’impedirglielo: solo io potevo bere e poi mio padre mi avrebbe linciato; ma col suo fare gentile mi fece presente che non ero né suo fratello, e né suo padre, per poterglielo impedire… e allora bevi poppacapezzoli… ben ti sta quel vinaccio orrendo e che non reggerai mai, tu che ancora puzzi di biberon!
Continuammo il nostro naufragio musicale, ogni tanto lo perdevo di vista per poi ritrovarmelo di fianco come un folletto dispettoso. Ne approfittai anche per un bicchiere di birra, lottando con lui per che non mi seguisse anche sta volta, ma alla fine ebbe la meglio; ci pensò per fortuna il buon senso di quel bademaister, improvvisato barista, e la sua faccia incredula a restringergli le pretese alcoliche a soltanto un terzo del voluto. Non ci volle molto per che Roberto iniziasse a dare i primi segni di sconnessione; contrariamente al pomeriggio, quella sera non voleva trascorrere mai, erano appena le undici ed eravamo già giunti allo stabilimento. Per fortuna partirono i fuochi, lo parcheggiai su una sdraio in disparte per non farci beccare: quel cretinetti s’era ubriacato e passò esagitato l’intero spettacolo pirotecnico a mimare i botti e le esplosioni, facendo, se possibile, perfino più fracasso di quelli; mi vergognavo del suo stato: avevo paura che il suo dimenarsi confuso attirasse l’attenzione di qualcuno. Ero così angustiato che invece di godermi lo spettacolo, passi tutto il tempo a scrutare le sagome oscure della folla in cerca di un malaugurato volto in grado di riconoscerci, ma non corsi nessuno: soltanto una figura sembrava di tanto in tanto più interessata a noi che ai fuochi; sforzai la memoria e riconobbi quel ragazzino della mattina con una sagoma anziana al suo fianco, forse suo nonno.
Finita l’esibizione il pubblico defluì dalla spiaggia; non notai mio padre tra la folla, probabilmente doveva essersene andato, scontando che quella sera avremmo fatto più tardi di ieri. Forse non aveva tutti i torni, anche se non avevamo nulla da fare non potevo rientrare finché la sua ciuccarella non fosse svanita, perché quella ridanciana euforia era pericolosa; improvvisamente scoppiò a ridere senza freni per una mia sciocca battuta, preso da tutta quell’allegria iniziai a ridere a mia volta, pensando alla tragicomicità della situazione. La spiaggia era ormai deserta: degli sdrai intorno a noi soltanto quelli vicino ai gazebo sostenevano ancora le terga di persone, che presto se ne sarebbero andate al definitivo spegnersi delle danze; intanto Robertino doveva andare in bagno. Lui voleva mingere in riva col pipino di fuori direttamente nel mare, io, invece, per paura che si accorgessero della sua ciucca, lo volevo portare in un luogo appartato: ma non potevo nelle toilette del bagno, troppi occhi sulla passerella e quella figura ancora ci fissava; allora scelsi lo stabilimento vicino, perché quegli snob, che non partecipavano mai alle feste, si meritavano del piscio sul loro cabinato. Ci incamminammo alla ricerca di un cantuccio sicuro; non so perché ma l’idea di accompagnarlo in un posto pubblico dove l’avrebbe tirato fuori, mi stava eccitando, e dal brio nell’aria pure lui ce l’aveva duro. Poi anche a me la birra cominciò a fare il suo effetto: dovevo mingere anch’io con Roberto vicino. Ci infilammo in un angolo buio, col muro leggermente piegato, in modo che ognuno avesse potuto schizzare pudicamente sul suo canto di muro, pur rimanendo a spalla con l’altro ma senza sbirciare; ma ci bloccammo entrambi, interminabili istanti, col pene di fuori, ognuno religiosamente concentrato sul proprio fallo, non ci osservavamo ma la tensione tradiva la reciproca erezione. Eravamo immobili coi cazzi turgidi attendendo che la natura facesse il suo corso, ma quel senso di imbarazzo posticipava angosciosamente l’arrivo del primo zampillo; era pure probabile che qualcuno passasse e ci rimproverasse per la maleducazione del nostro scabroso atto, ma quella coscienza inverosimilmente, invece, d’affrettarci, allontanava il traguardo e accresceva la tensione rendendo tutto più eccitante. D’un tratto ebbi l’impressione che qualcuno dal fondo del cabinato ci spiasse; finché Roberto non ruppe il silenzio dicendo: – Oh, mammamia quanto pesa! Dai dammi una mano! –, - Sì, aspetta –
Lui scherzò, ma io spontaneamente allungai il braccio, inforcando tra l’indice e il medio la base del suo pene; lo sentii duro dopo quasi ventiquattrore che non lo toccavo e lui incominciò a far pipì. Lo scroscio stimolò anche il mio, che finalmente partii, rimanemmo immobili fino all’ultima goccia, io lo tenevo, ma non guardavo e lui neppure; - Scrollo? –chiesi nella mia parte di manutentore; poi ritirai la mano velocemente accusando l’imbarazzo, mentre lui cercava di cogliere qualcosa del mio tra le ombre della notte. Mi voltai, sentendo alle spalle una strusciata di scarpe: – Che c’è? – mi disse: – No niente solo un rumore… – lo rassicurai, ma mi sentivo osservato; tornando poi con lui verso il mare, per far giungere l’ora, la sensazione continuò, finché in lontananza mi parve di scorgere agile una figura minuta scompare veloce come un’ombra nella notte.
Archiviare così quella giornata, dopo che la lieve toccata aveva reso la mia mano smaniosa d’averne il resto, non era possibile: riuscimmo, però, a coricarci nel letto senza alcuno imbarazzo, finché ci trovammo entrambi supini, aspettando che l’altro, o il destino, facesse per primo una mossa, prima di andare a dormire.
– Robby guarda che lavoro… – dissi puntando un dito sotto le coperte
– Ma va’ a girare… è il dito!–
– No, è il mio cazzo! è lungo così! – Improvvisamente in lui la paura che fosse vero prevalse sul sospetto, e, nel tentativo di verificare, mi scacciò con una brusca manata il dito, rimproverandomi con una smorfia.
– Facciamo un confronto? – ripresi subito, lui sembrò non credere alle mie parole, e mi guardò come per chiedermi conferma: – Come… –
– Così da sotto le lenzuola li confrontiamo. Dai…– Roberto deglutì, sembrava finalmente aver raggiunto un suo scopo; lo tirammo fuori entrambi posizionandolo in verticale sotto le lenzuola e lasciandovi poi cadere le coperte sopra a disegnarne vagamente le forme. Ecco finalmente quello che aspettava, glielo leggevo negli occhi, un po’ incredulo osservò il mio superare in abbondanza il suo; per dargli segno che non si trattava di finzione sfilai le mani mettendole in bella mostra, quando lui ne approfitto per tentare di sollevare le lenzuola.
– …e no!– mi girai dalla parte opposta, volevo ancora farglielo desiderare, poi ripresi, a rimetterglielo in bella mostra sotto le lenzuola, ma questa volta allungò ratto la mano afferrandolo saldamente alla base. Restò immobile, quasi incredulo di esservi riuscito, poi mi guardò come per chiedermi se quel brandello di carne che stringeva fosse realmente mio…. eccitato buttò via il lenzuolo, scoprendoli entrambi, e si fissò stupefatto a mirarlo uscirgli dal pugno, mentre ancora l’avrebbe potuto afferrare con l’altro che la cappella vi sarebbe uscita. – Ma sei un elefante!– esclamò stupito, gli risi in faccia prendendo il suo; adesso, con la mano per metro di confronto, si poteva valutare la differenza: non poi così abissale, solo che dove a lui terminava la cappella la mia iniziava; apprezzai invece un’altra discrepanza: il suo mi parve proprio un bel funghetto, con la cappella gustosamente tondeggiante, mentre il mio risultava più affusolato, più atto alla penetrazione.
Mi abbandonai un attimo nell’incanto di quella nuova sensazione, sentirtelo toccare da una mano amica ma comunque non tua, e anche lui godeva di quella disarmante emozione di stringere un altro cazzo duro senza trovarlo schifoso, e poi iniziai a muoverlo per fargli una sega. Pian piano anche lui iniziò a imitarmi, fino a capire di non aver più bisogno dello sprono per proseguire, ma cambiando di sua iniziativa la mancina con la dominante per farmi la sega. Non avrei mai immaginato fosse così bello sentirsi segare da un altro ragazzo, oltreché eccitante era perfino rilassante; dopo d’un po’, però, realizzai che in fondo non era un granché: Robertino non aveva il giusto ritmo, lo prendeva troppo in basso, ed era troppo incostante; insomma avrei dovuto impartirgli qualche altra lezioncina, ma non ora… domani, ora era tempo di rilassarsi.
A quel ritmo imperfetto, sopperiva l’eccitante senso d’un tocco altrui, migliorato dal fatto che anch’io toccavo il suo. Dopo qualche minuto, mi ridestai richiamo dalla depressione del letto che si apriva al mio fianco; aprii gli occhi, e lo trovai leggermente ricurvo sul mio pene rivolto alla sua bocca, possibile…? Era fermo con lo sguardo titubante, incerto tra il farlo e non farlo. Non potevo perdere quell’occasione, ma nemmeno pressarlo o si sarebbe ritirato: – Dai provaci… – l’esortai col fare quasi invitante; dopotutto anch’io l’avevo fatto. Roberto storse il naso guardandomi diffidente: dovevo inventarmi qualcosa: – lo sai, che lo stimolo della bocca è come quella della figa…, anzi prima di farlo la prima volta sarebbe consigliato provarlo 5 o 6 volte così il cazzo è già abituato… – che stronzata… ma cosa potevo inventarmi per convincerlo, se non che dopo, che lo avesse fatto a me, pure io gli avrei fatto un piacere unico per un ragazzo: preparalo alla prima volta… al primo incontro con la fica. Era ancora poco convinto, ma lo mise in bocca. Che impiastro! Ma non sapeva che doveva scoprirlo… Non aveva mai visto un porno? o imparato niente ieri da me… – Scappellalo! – e l’infilò correttamente.
Oh che bello; in principio subito fu un po’ timido, ma poi sembrò prenderci gusto, metteva in bocca soltanto la cappella, ma in fondo era quello che contava. Ora anch’io provavo quelle sensazioni che ieri gli avevo regalato: l’umido, lo struscio della lingua, lo stesso risucchio che man mano divenne più intenso, a un certo punto cominciai a desiderare che la sua lingua fosse stata rasposa come quelle mio gatto, chissà cos’avrei provato…
Col tempo m’accorsi che qualcosa non andava: godevo sì, ma non come mi sarei aspettato… mi aspettavo qualcosa di più…. di più sconvolgente, come l’avevo visto ieri, ma anche se stringevo e menavo di più velocemente per stimolarlo a pompare, nulla migliorava; forse era il fatto che io sono già abbastanza lungo di mio a venire, o forse che era la prima volta e che non ero abituato, ma neppure lui lo era il giorno prima, sempre se non vi avesse mentito, o molto probabilmente era lui che non esserne capace. In compenso il suo daffare, mi aveva fatto crescere, per sua fortuna, la voglia di tenerlo in bocca, di riprovare le stesse emozioni di ieri. Lo feci distendere, e lui comprendendo le mie intenzioni e mi guardava soddisfatto; presi a menarlo come soltanto io sapevo fare, tenendolo in mano per sfregare bene la cappella, chissà, se così, non avesse finalmente afferrato la tecnica…
In men che non si dica, lo vidi godere: ansimava e buttava in dietro la nuca a bocca aperta; mi piaceva vederlo in quello stato, in fondo di totale soggezione, perché era in mio potere: decidevo io quando, quanto e come farlo godere. Basta m’ero stancato di quei preliminari, gli abbassai le mutande e m’infilai in mezzo alle gambe, per accarezzargli i maroni; adesso gli conveniva prender nota o la prossima volta per lui non sarebbe stata così piacevole. Non ce la facevo più; era già umido, e a differenza del giorno prima, questa volta mi fiondati sul suo sesso a fauci aperte inghiottendone il più possibile. La volta scorsa mi ero trattenuto per non fargli notare un’eccesiva passione da poco scoperta, ma dopo esserci reciprocamente esplorai potevo liberarmi: ne presi dentro più della metà, sentendolo turgido in fino alla gola, quel cazzo… che emozione… che goduria… Mi assestai infine solo sulla cappella, dedicandomi esclusivamente a quella: leccavo, succhiavo, passavo le labbra; insomma le sue stesse cose, eppure lui lo sentivo godere come un matto. S’agitava scompigliando tutto il letto, forse lui era persino esagerato, esuberanza tremendamente giovanile, eppure l’invidiavo; avrei voluto anch’io provare tutta quella frenesia al leccamento del mio pene. Dopo poco il suo respiro si fece più profondo: era pronto; adeguai il mio succhio e ammirai il suo addome abbassarsi trattenendo il respiro prima di liberarsi nell’esplosione finale… ed ecco stava venendo; ne accolsi cordialmente nuovamente tutto il suo seme, tutto quel che quel piccolo tredicenne poteva offrirmi, ed era davvero molto… Era proprio buono, meglio di ieri, e poi continuai ancora a succhiarlo, perché ancora lo vedevo godere: era già venuto eppure continuava ancora come l’orgasmo non fosse mai finito; il bocchino dunque doveva essere meglio di una sega… come mille seghe consecutive e anch’io volevo provare tutto quello sfinimento se solo quel moccioso l’avesse imparato.
Dopo averlo portato allo svuotamento, ritirai su i pantaloncini e mi allungai al suo fianco cingendolo con un braccio; Roberto non si muoveva, sembrava stordito o forse intorpidito dal rilassamento dell’orgasmo; non so perché ma così sfinito mi pareva perfino carino: un piccolo ometto tiracoccole: - ti è piaciuto? – gli chiesi e lui silenziosamente annuì, poi gli infilai una mano a conchiglia negli slip a contenere quel tenero malloppo e avvinandomi a lui fino a sfiorarlo con naso ci addormentammo nel tepore della notte.
Cos’era tutta quella sapida mollezza che colmava il mio palmo… Il suo delicato profilo si delineava dinnanzi ai miei occhi, come lo skyline di una città addormentata; com’era dolce Robertino con quel volto puttino. Un’incredibile voglia erotica mi prese stropicciando il suo morbido fallo mentre lui dormiva cupìdo: con delicatezza gli sfilai i pantaloncini, ma non come prima sol fino alle ginocchia, tutti, anche gli slippini; ma non volevo svegliarlo, volevo giocare col suo giovane corpo di lui dormiente, ma quelli rischiarano di farmelo svegliare fissandosi all’altezza del sedere, e allora decidi di bandirle per sempre dal nostro letto.
Com’era strano vederlo tutto nudo che dormiva… avrei potuto fargli qualsiasi cosa, ma mi limitai ad appoggiargli la testa sul petto per auscultarne il cuore, giochicchiando nel frattempo col suo pisello, mentre scorreva fluido tra le dita manipolandosi flessuoso in ogni posa come il pongo. Indi scesi sui testicoli, pur conoscendoli m’accorsi sol allora della pienezza che avevano, avrei dovuto dedicar più attenzione in futuro. La voglia erotica crebbe, tramutandosi in morbosa libido, m’invogliava l’idea di provare in bocca la flaccidità del suo ninnolo antico, come l’ennesima regressione al mio stadio orale; ed era meglio approfittarne ora, o da sveglio ce l’avrebbe avuto sempre duro, e poi così era più eccitante. Gradatamente l’assaporai per stadi, quella rara prelibatezza: prima la cappella per sentirne la carnalità sulla lingua, una polposa cedevolezza degna d’un cream caramel. Mi travolse allora il bisogno di ciucciarlo , ma senza risvegliarlo, perché io volevo saggiarne la foggia più indifesa e delicata.
Lasciai il prepuzio e in una boccata iniziai un bel cicciotto: era bellissimo, succhiare e ciucciare quel sesso impotente coi suoi peli che mi solleticavano il naso; il suo pene e la mia lingua avvolti in un’indissolubile frenesia d’amore, era quasi come limonarlo, solo che non avevo la sua lingua dentro la mia bocca, ma un’altra propaggine di lui. Anche se dormiva il mio succhiotto doveva gradirlo notevolmente perché lo sentivo già più tumido e ingrandito, avanzato verso la gola alla conquista spazio vitale; peccato… perché qualche minuto in più non mi sarebbe affatto dispiaciuto, ma era tardi e non potevo destarlo. Lo sfilai di malavoglia, assaporando un’ultima volta ogni centimetro del sinuoso fallo già i primi segni di tumescenza; il visino di Roberto era adornato da un accenno di sorriso, forse il mio fare gli aveva conciliato qualche sogno gradito. Gli rimisi i pantaloni, solo quelli, pensando come preso quella sorpresa l’indomani mattina.



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