venerdì 20 giugno 2008

Come cominciò... l'incontro

Che caldo anomalo per essere prima mattinata e anche il rumore per strada era insolito per l’ora… abbracciai Robertino, ormai divenuto il mio peluche tiracoccole, anche se il caldo me lo fece subito smollare; diedi un’occhiata al suo Swatch perennemente al polso: ecco il perché di tutto quel trambusto… eran le dieci! Ma dov’era finito mio padre? Avrebbe già dovuto essere in piedi, eppure non lo sentivo. Nel lavandino giaceva già riversa una scodella usata e il suo letto rifatto: doveva già essere uscito.

Tornai in sala da Robertino, quella mattina l’avrei svegliarlo in modo diverso, sperando che finalmente non si fosse alzato con la luna di traverso, quando notai ai piedi del letto un insolito fagotto, seminascosto dalle lenzuola arruffate. Raccolsi il fardello: eran le sue mutande, quelle che gli avevo bandito la sera prima; le annusai e poi stupidamente misi controluce per vedere se conservassero l’impronta del sesso… ne avevano l’odore, ma non ne serbavano la forma. Però perché accontentarsi di quell’intimo feticcio, quando là sotto mi attendava qualcosa di meglio? Le cacciai in castigo nell’angolo, coricandomi e prendendolo in mano, così bel tosto sotto il velo del pigiama azzurrino, e cominciai a ruotarlo. Pian piano Roberto aprì gli occhi, sbadigliando e stiracchiandosi, mentre ancora massaggiavo il suo inerme fallo, e in fine mi fece con un gran sorriso con letizia. – Dai! Che facciamo colazione… mio padre è via! – gli dissi per rassicurarlo di alzarsi anche se aveva un’imminente erezione.

Misi il latte sul fuoco, mentre Robertino posava le tazze: il suo tenero gonfiore tremolava ad ogni passo, bel libero senza l’ingombro delle mutande. Si accorse del mio guardare e mi passò appositamente accanto; non gli diedi neanche il tempo di posare le tazze che l’afferrai da dietro, ghermendo l’inteso suo sesso. l’aria si stava inebriando dell’erotica frizzantezza dei nostri ormoni in subbuglio che ci spingevano l’un l’altro a strofinarci, quando lo sfrigolio del latte attirò la nostra attenzione: - sembra sborra - osservò Robertino notando la schiuma che montava. – Lo vuoi fare?...– gli chiesi; mi guardò negli occhi in cerca di conferma poi si precipitò sul mio genitale, mentre ebbi appena il tempo di abbassare il fuoco. Lo prese fuori avvicinandoselo alla bocca con fare famelico: – No! Nella tazza…– gl’indicai. Non aveva capito: – Nelle tazze e poi lo beviamo col latte! Io il tuo e tu il mio…–, se lo bevevamo da solo, perché non potevamo farlo con un altro alimento. Il pensiero dovette stuzzicarlo, perché divertito di mise subito a menarmelo.

Ma è storto… – esclamò

Non è storto! Va solo un po’ in basso! – lo corressi sull’aduncaggine del mio fallo, non notata la sera precedente. Masturbava avidamente, come dovesse vincere la gara contro la mia anorgasmia, per giungere al premio finale; allora mi accorsi che i tempi sarebbero stati lunghi e apposi la mano alla sua suggerendogli il ritmo della sega. Anche se ero io a dirigere l’orchestra, era sempre lui a suonare lo strumento; speravo apprendesse che ogni pene ha la sua anatomia: la sua forma, la sua lunghezza, e non poteva trattarli tutti allo stesso modo. Finalmente venni copiosamente nella tazza; era fortunato! tre giorni che non venivo… solo così, infatti, poteva assicurarsi la bella scorpacciata che desiderava, poiché io non ere come lui: necessitavo di tempo per produrne in abbondanza; non avevo i suoi grossi maroni. Roberto guardò soddisfatto quei fluidi accumularsi sul fondo della tazza, quasi si fosse tolto un atavico vizio; ma non gli diedi tempo di ammirare il suo operato, perché quella chiazza bluastra sulle sue brache e quel puntello lì sotto, reclamavano la loro parte. Io, a sua differenza, che m’era stato al fianco, lo presi da dietro sormontandolo con tutto me stesso, perché io sono un dominatore, e con una mano lo masturbavo e con l’altra tenevo le palle. – Vedi come devi fare… il mio è più lungo del tuo e me lo tenere così, vicino la cappella! Come sto facendo io… – incredibile: gli avevo detto che ce l’aveva piccolo e lui pensava a godere. Roberto mirava verso l’alto con gli occhi socchiusi e lo sguardo trasognato: perché quando lui godeva, godeva appieno; non come me ch’ero restato a guardare la sua manina scorrere frenetica lungo l’asta. Poi lo sentii irrigidirsi, ansimare, prima di stillare veloce due o tre schizzi nella scodella, come fili biancastri uscirgli dal glande; avevo sempre voluto vedere un altro eiaculare, come in un porno, ma dal vivo, era una mia vecchia curiosità che avevo esaudito.

S’incantò a fissare quel refluo biancastro addensarsi sul fondo della tazza, mescersi vorticoso al latte fumante che colavo dall’altro diluendo la sua razione di sperma. Ora fissava perplesso quel migma di latte e umori maschili ricamando col cucchiaio i cereali in superficie; ora ch’eravamo entrambi venuti, quell’erotico esperimento non sembrava più tanto grandioso e il suo titubare mi fece passare ogni voglia di continuare. Ma ormai eravamo entrambi venuti e mi pareva uno spreco scaricare il nostro fiero prodotto dentro lo sciacquone; toccò a me rompere l’indugi: affondai il cucchiaio nell’intruglio e n’assaggiai un boccone violando il reciproco tabù. Non era poi così male… e noi che ci immaginavamo chissà quali sapori: gusti starni dei nostri fluidi contaminati, e invece sapeva di latte; di latte e basta. Tirammo entrambi un respiro di sollievo; in fondo era anche logico: la quantità di seme, per quanto a noi potesse sembrare abbondante, era comunque niente rispetto al latte versato, e così mangiammo l’uno un po’ dell’altro.

***

Curioso, mio padre non era sotto all’ombrellone… ma per il soggiorno aveva comprato tutto ieri e oggi avrebbe dovuto godersi la spiaggia come piaceva a lui: un quotidiano la mattina e poi alternanza fra letture e riposo per il resto della giornata. Intanto noi due eravamo troppo stanchi per pensare a qualcosa di nuovo e pure senza idee per il resto della vacanza; paradossalmente la nostra conciliazione, togliendoci ogni pungolo vendicativo, ci aveva tolte anche ogni spirito d’iniziativa e quell’unica che riusciva a darci la carica non potevamo praticarla di pieno giorno. Spossato, il lettino accolse le mie lasse membra, mentre Roberto s’intratteneva giocherellando con la sabbia… se gli avessi dato secchiello e paletta avrebbe pure fatto un castello! Poi scorsi di lontano una figura famigliare: quella di mio padre vicino ad altre due semisconosciute: una più alta e imponente ma dal passo affaticato, e l’altra decisamente più agile e snella, oltreché tappa; doveva aver fatto amicizia con qualche vicino d’ombrellone, lui riusciva sempre ad amicarsi qualcuno, se solo avesse ereditato anch’io quella qualità, avrei avuto molti meno insuccessi sociali. – Oh… eccoli qua i miei nottambuli!- disse - Alla buonora… vedo! – – Suvvia, son giovani!- replico l’altro signore anziano e - Se non le fanno loro, quando mai le fanno le pazzie… alla mia? – No! Quei soliti discorsi dei vecchio che parlano con nostalgia dalla propria gioventù, riferendosi però ai “giovani d’oggi”… volevo morire o perlomeno finire in un coma profondo! L’altro, probabilmente il nipote, lo stesso smorfioso di ieri, sostava invece silente guardandoci con aria interessata.

Alle, questo è Luca… – gli mise una mano sulla spalla mio padre – …perché non fate amicizia? – prima mi appioppava Robertino, e ora mi sceglieva gli amici, ma che altro voleva regolare nella mia vita… Quel coso messosi controluce, intanto, ci guardava; sembrava un tipico ragazzino delle medie: mingherlino, forse più grande di Roberto, ma comunque non di me, dalla statura l’avrei detto un primino, smilzo e indossava un paio di pantaloncini larghi con un paio di bande laterali bianche su fondo rosso, che cozzava col biondo, eccessivamente indorati dal sole alle spalle, dei suoi capelli. – Luca… – disse il nonno – prendi la palla e andate a giocare… che io e il signore dobbiamo parlare… – e ubbidiente sparì.

Sparì, parì dinanzi ai miei occhi, ricomparendo con un enorme pallone tra le mani, ma la cosa che più mi sorprese era apparve al sotto di quello: un malloppo d’inusitate proporzioni, contenuto in un costume fantasia a tinte fredde (verdi, marroni, viola, blu), raffigurati in un caotico frattale, che n’esaltava il volume. Ogni voce, ogni rumore divennero un inutile sottofondo, e la spiaggia intorno un’irrilevante cornice, coi miei sensi univocamente volti a quell’unico arnese; che avrei voluto avere i raggi x per guardarvi attraverso.

Mi risvegliai da quell’incanto soltanto quando la sua voce mi chiamò, porgendomi in dono il pallone; aveva qualcosa d’ammaliante quel ragazzino gentile che come un pifferaio magico, e il suo piffero, mi aveva attirato verso l’area sportiva. Per tutto il tragitto l’ammirai, con ancora quell’immagine davanti e di fondo il suo profilo distinto di nuca e delle spalle così maschili e al contempo gentili.

Ero troppo stanco per giocare: mi sedetti a fondocampo con Robertino, che come un’ombra mi seguiva, custode geloso che il nostro duo non si trasformasse in un trio.

Non giocate... – chiese perplesso.

No, siamo stanchi, ieri abbiamo fatto tardi! – e Roberto annuì come a dirmi “ben detto!”, quasi avessi rimarcato la presenza di un “noi” versus “lui”, che lui condivideva; poi, dopo qualche palleggio, ci chiese se eravamo parenti. – Chi… io e ‘sto qui? –risposi - Ma, scherzi! Non siamo neanche parenti, è solo un ospite! –, lui sorrise, ma Robertino non gradì l’irrispettosa battuta dedicata all’intruso; – Quanti anni hai? – gli chiesi.

Io… quattordici! Devo andare alle superiori… – sottolineò – beh, in realtà li faccio tra qualche giorno…

Dove le fai? – continuai scoprendo che era delle mie parti, e che sarebbe andato al liceo rivale: – Che liceo…!

Perché? – mi guardò stupito, arrestandosi con la palla.

…insomma non è un granché… il mio è meglio! – non era vero, ma il campanilismo rivale spinge pure a falsificare le carte.

Che ne so! – esclamò fatalista – in fondo non mi sono ancora iscritto! Chissà alla fine magari finisco nel tuo… – e strinse l’occhietto – com’è possibile che vada in Inghilterra… – e prese a raccontarmi dei suoi zii; ma quell’ultima frase mi aveva lasciato l’amaro in bocca: fantasticavo già, infatti, d’incontrarlo per caso nelle vie della città mentre facendo fuga con gli amici, lo salutavo dall’altra parte della strada e i miei compagni che si chiedevano come mai conoscessi una persona così affascinante. Luca aveva qualcosa di magico, a partire dal suo viso pulito, perfettamente simmetrico e gentile: privo d’ogni segno decisamente virile, ma comunque maschile; due occhi furbi e castani; e il caschetto poi… quel caschetto così biondo, ma non d’un biondo banale, uniforme, che non varia tinta, ma di quelli che avevano nei punti in luce un color quasi oro o paglierino per poi sfumare in ombra, o dov’eran più folti, sul castano o cinerini, di segando una carinissima rotondità della nuca. Fisicamente asciutto, un quattordicenne di corporatura minuta, ma tonica, solo l’addome, però, appariva leggermente formato, ma non come in Robertino, nel suo caso direi era più per un maggiore grado di magrezza. Saltava per il campo come una gazzella sfoggiando una dirompente vigoria; era un incanto vederlo giocare, fermarsi, stoppare, scattare, arrestarsi sotto il canestro e tirare, in un’ardua gara solo contro se stesso, e poi esultare; ma soprattutto danzava quel contenuto procace del suo costume a slip, che migrava per il campo.

Riprese a parlare raccontandomi della sua vita, come se qualcosa me ne dovesse importare qualcosa, ma il problema era che qualsiasi cosa di lui m’interessava; archiviavo avidamente nella mente ogni nota da ripassarmi poi a memoria: era stato per anni in Inghilterra, i primi otto della sua vita, quindi parlava bene l’inglese e vi aveva giocato a calcetto fin da piccolo, poi, tornato in Italia, iniziò le arti marziali; si vedeva, infatti, che era un tipo sportivo. – AI… che! Hai detto?– Aikido, -risposte - faccio l’aikido… – non sapevo che fosse, ma finsi ugualmente di saperlo, per non fare la figura dello stupido; probabilmente nessuno era tenuto a saperlo, ma la sconoscenza d’un qualcosa che lo riguardasse, mi pareva un atto d’indebita irriconoscenza… e che altro sapevo di lui… che tra due giorni sarebbe partito, purtroppo… per l’Egitto, dove coi suoi avrebbe festeggiato il compleanno, come mi sarebbe piaciuto essere là con lui… tra piramidi e faraoni.

è il regalo per la promozione? – gli chiesi.

Sì… in pratica sì! – e tirò facendo l’ennesimo canestro. Però… mica male per una semplice promozione dalle medie!

Con quanto sei uscito?

Ottimo! Naturalmente… – quel suo avverbio mi fece sentire uno sciocco, come potevo immaginare che una persona così non fosse anche intelligente, e magari il primo della classe… anche se non aveva nulla del secchione; anzi mi chiedevo qual qualità mai gli mancasse, a uno che sembrava della perfezione farsene un baffo.

Al solo sentir parlare d’esame, Roberto si destò dal suo torpore: – E stato duro… – chiese timidamente

Sì, anche se io sono andato bene! Ma gli altri… – e si fermò col pallone sottobraccio. Ora dovevo stare attento a guardarlo, perche il mio occhio cadeva sempre sul suo costume, su quella tentazione divina che sembrava messa lì apposta per essere apprezzata con mano. Quando era lontano potevo fingere di guardare lui, e non una sua parte, ma da vicino non potevo, non avevo scampo… dovevo distogliere lo sguardo e in tempo, per evitare che mi beccasse, perché già più volte spostando all’ultimo lo sguardo incrociai suoi occhi che sembravano dirmi “beccato!”.

Ma cosa ti han chiesto? – richiese Robertino, già visibilmente preoccupato all’idea di cosa l’avrebbe aspettato tra un anno; e Luca cominciò a raccontargli cose inverosimili, assurde nozioni, anche non vere, chiedendo ogni volta a me conferma delle sue affermazioni. Robertino divenne subito terrorizzato, visualizzando uno scenario nero sul proprio futuro e questo mi dispiaceva ma il fare deciso di Luca, era troppo trascinante da non poterlo non assecondare. Notò presto, però, la nostra complice intesa, ordita al suo psichico massacrò e ruppe subito il discorso scontroso; allora Luca prese a far finta di colpirlo con la palla e quando lui indietreggiava con la testa gli diceva in fretta – Beccato! – irritandolo ancor di più. Giunse il nonno e preso appuntamento per il pomeriggio se ne andò, con Roberto che intanto mi comunicava la sua antipatia per l’intruso; ma doveva rassegnarsi: era il più piccolo, oltre che il meno sveglio, e dunque il bersaglio ideale per due adolescenti intenti a fare amicizia alle spalle di un altro.

Allora… avete fatto conoscenza? Mi pare un ragazzo simpatico…– ci chiese mio padre appena entrati; Roberto non era affatto d’accordo con quella affermazione, ma comunque parlammo di loro per buona parte del pranzo. – ah… Giovedì andiamo all’Italia in Miniatura… – ci comunicò mio padre sorridendo a Robertino.

Ma che ci andiamo a fare… – brontolai – ci siamo stati l’anno scorso…-

– …e ti è piaciuto, no?

Papa… avevo un anno in meno! Su…

– Alle… non puoi pensare soltanto a te stesso! – riprese mio padre – Tu ci sei stato, ma lui no! – e quelle parole gli valsero la trepidante stima di Roberto, che l’elesse a suo eroe personale.

Sì, ma la volta scorsa c’erano tutti gli altri… era diverso!

– …e se è questione di numero, chiedi a quell’altro ragazzo, come si chiama… se non vuole venire! – ma a quella proposta riuscì dalle grazie di Roberto, che lo guardò subito male.

Papa… primo, Giovedì parte… secondo non posso chiedergli di venire con noi…

Non puoi… e chi te lo impedisce! Quando avevo la tua età, beh… forse due annetti di più, si partiva in due e le conoscenze si facevano tutte sul posto: ragazze, amici e tutto quanto il resto… – Com’è dura l’incomunicabilità intergenerazionale! Comunque lui aveva deciso e, come per Robertino, giovedì saremmo andati all’Italia in Miniatura.

Non sapevamo che fare: troppo presto per andare, troppo caldo per mettersi a dormire; io in realtà una mezza idea ce l’avevo, guardando Robertino stravaccato sul divano, ma era inapplicabile con mio padre nei paraggi. Aveva finito già di metter via tutto, eppure continuava a stare nella stanza, sembrava che lo facesse apposta per romperci i coglioni; mi stavo spazientendo e gli avrei quasi gridato dietro se entro poco non se fosse andato a letto, come al suo solito.

Controllai che effettivamente fosse andato a letto, non volevo sorprese, e con circospezione mi sedetti accanto a Robertino steso come una stessa marina per dissipare più calore possibile. Chissà se ne aveva voglia? La calura rendeva ogni contatto insopportabile, ma quando l’ormone monta rende gradevole ogni cosa… m’appoggiai con la mano al costume, e il seducente contatto dell’acrilico m’invitò a continuare, scivolai con circospezione sul suo pacchetto: ce l’aveva già duro! Che bello averlo sempre a disposizione… ma lui mi guardava indifferente Scivolai allora, lungo la bega, sotto la maglietta, soffermandomi a giocherellare l’ombelico, prima d’intrufolarmi nei suoi pantaloni a menargli quel nerboruto cazzo. Finalmente pareva essersi acceso: prese anche lui iniziativa e mi sollevò la maglietta, ma appena vide il mio cazzo fuori dal costume, gli si gettò addosso prendendolo in bocca. Che goduria, tirava, succhiava come un ossesso quel moretto assatanato e avido di seme, potevo sorvolare perfino sulle sue imperfezioni di suziamento, e d’un tratto alzò la testa imponendomi di venire. Voleva bermi dal cazzo, e quel suo desiderio inespresso mi eccitò a tal punto che non seppi trattenermi dal prendergli testa e spingerla ad un ingoio profondo, anche se con delicatezza; mi sarebbe piaciuto venirgli in bocca, in un’esplosione che l’avrebbe sbalzato sul soffitto, ma io non era come lui, percepivo soltanto uno stimolo innocente e a tratti perfino fastidioso, tedioso addirittura se pensavo alla rabbia per la sua inconcludenza. Forse era l’afa a impedirmi di venire, oppure il fatto d’essere venuto di mattina; mentre a lui bastava così poco per godere, incominciai quasi ad invidiarlo e desiderare di picchiarlo se non avessi sentito quel fischiettio impertinente. Corsi subito sul balcone; era difficile da credere, ma da quel semplice fischio mi parve di riconoscere l’autore dal timbro… quella silhouette, quella capigliatura, doveva essere la sua!

dai muoviti! – corsi dentro prendendo lo zainetto, mentre Roberto mi guardava ancora in credulo per averlo lasciato a bocca asciutta, dopo avermi spompinato.

Riconobbi Luca da lontano intento a leggere il suo solito fumetto; in quel momento fu come un tuffo al cuore la certezza di non essermi sbagliato guardando dal balcone. Volevo che l’incontro apparisse casuale, quasi una mistica coincidenza del destino tra noi e lui, ma appena ci salutò con tanto calore non seppi resistere dal manifestargli la nostra contentezza, mentre Robertino sbuffava.

Ho saputo una cosa… – esordì appena fui vicino

Anch’io! Siamo vicini… – e scoppiammo entrambi a ridere, consci di come pur abitando relativamente vicini forse sei/ sette kilometri, probabilmente non ci saremmo mai visti nei paesi d’origine, mentre Roberto intanto s’isolava nell’ombrellone accanto: – Che allora cosa facciamo… – gli chiesi

Carte… – propose – sapete giocare a carte? – Prese un mazzo di carte, e per la mia gioia venne togliendosi i pantaloncini rossi, sedendosi sul mio lettino; ero felice perché così giocando avrei potuto sbirciarlo senza che nessuno si accorgesse di niente. Il suo profilo gentile, era così intrinsecamente elegante, mentre mescolava le carte che non mi sarei mai stufato di ammirarlo, quando, prima di distribuirle, divaricò le gambe mettendosi a cavalcioni sul lettino; in quel momento avrei voluto svenirgli addosso: quella mossa aveva messo terribilmente in evidenza l’apparente abbondanza del suo membro, palesandola perfino Roberto che mi lanciò un’occhiata sbalordita.

- Allora, briscolina?- propose girando la carta col seme di atout; abitare vicini ha innumerevoli vantaggi, primo fra tutti conoscere gli stessi giochi di carte e le medesime regole, perfino Robertino che abitava nella città vicina. Appositamente tenevo le carte, dopo aver assunto la sua stessa posizione, per nascondere la mia erezione, appena sotto promontorio della paura per poterlo sbirciare con circospezione non curante del gioco, intanto ci pensava Robertino palesemente a farmi vincere: mi avrebbe regalato un carico per uno scartino pur avendo una briscola in man, piuttosto che veder trionfare la sua nuova nemesi. Sconvolto da come potesse sembrare ovunque grosso: da sopra, di sotto, di fianco… notavo una vaga rassomigliava con qualcosa di già visto… pareva c’avesse il Lago di Garda in messo alle gambe, sotto tondo e un po’ doppio, e sopra lungo e filiforme; quel lago mi aveva sempre ricordato un fallo stilizzato: sotto le palle e sopra il pene; che fosse anche il suo caso? A un tratto fece un’esultanza buttandosi di spalle e l’effetto fu micidiale: quell’immonda abbondanza era ancor di più evidenziata, ora era proprio come averla servita su un piatto d’argento, bastava solo affondarci la faccia ed era fatta; ma quella cosa mi imbarazzava anche pensavo a che potessero pensare i passanti vedendo uno in quella posizione così esplicitamente sessuale e quell’inconcepibile coso sbattuto sotto la mia faccia. Assumendo, oramai, in via definitiva quella provocatoria postura, aveva rafforzato il mio sospetto e forse fugato: perché si grattava di tanto in tanto l’inguine sovrappensiero, scostando il costume, e una volta mi aveva pure mostrato una bella fetta di marone, confermandomi il trucco adottato; tutta quella procacità era forse soltanto frutto in buona fede di una sapiente distribuzione del suo sesso all’interno del costume, ma comunque l’effetto era lodevole, dovevo però confutare il tutto sta sera su Robertino.

Quando il sole si fece meno prepotente decidemmo di scendere in acqua, anche se prima dovevamo proteggerci. Io e Robertino eravamo imbarazzati all’idea di cospargerci a vicenda e di tradire la nostra insolita intimità, così che lui se la cavava egregiamente nell’arte dell’arrangiarsi sulla schiena, ma io proprio ero negato. – Lascia! Faccio io…! – disse Luca prendendomi la lozione; era stupito dalla naturalezza della sua azione e comincio a spalmarmi… ma quella spalmata non era una semplice passata di mano, era un massaggio di mille mani sapienti…, Luca sapeva decisamente come toccarmi; mi sentivo estasiato dal suo tocco rilassante e accomodante, che goduria, avrei voluto non finisse mai. – scusa se ci metto molto, ma te ne ho caricati una marea – mi disse, poi finì. Terminato quell’incredibile massaggio, mi porse la schiena chiedendo di spalmarlo; non chiedevo altro… era fantastico quella schiena essenziale, eppure macigna, con le dita unte su quella pelle che sembrava seta; però non volevo sembrare troppo appassionato, nel trasporto, comunque, di tentare di infondergli per gratitudine lo stesso godimento che aveva appena dato a me. Era fantastico passare la mano su quei picchi vertebrali fino in fondo con la tensione che aumentava avvicinandosi alla zona proibita, ove indugiavo; se non fosse stato ne Robertino ne la spiaggia in quel momento l’avrei perfino abbracciato con passione, per sentirlo nella sua carnalità più piena incurante di come avrebbe reagito… – Finito… – mi chiese, – Sì, certo! – e finalmente trovai il coraggio di varcare quell’orlo dove la pelle si faceva più bianca.

Spedimmo Roberto a prender la palla, poi ci raggiunse buttandosi subito dove l’acqua era più fonda per bagnarsi e sguazzare, mentre noi giungevamo tranquillamente con reciproco supporto ad affrontare il brivido dell’acqua che sale: prima i piedi, poi le ginocchia, ora le palle dove Luca soffrì molto avendocelo grosso…, e infine l’addome. Roberto tirò poi la palla schizzandoci fastidiosamente, con Luca, che per tutta riposta gliela ritirò lontano, verso la riva, ove si gettò per prenderla. – Alle, tieni! – poi mi ritirò mostrando tutto quello che di sé poteva mostrare, allorché Luca incredulo mi afferrò il braccio – lascia perdere è un po’ strano… guarda! – e gli tirai la palla Al suo ennesimo tuffo Luca rise a crepapelle. Passammo l’intero pomeriggio in acqua a prenderci gioco di Robertino, inventandoci i giochi in cui doveva saltare e correre come un matto; che buffo avere quell’insolita complicità con uno sconosciuto, eppure sentivo in lui già un che di fraterno. Poi venne il turno cui la palla non doveva cadere in acqua: Robby me la tirò, ma sia io che Luca ci precipitammo entrambi per prenderla, scontrandoci a mezz’aria; nell’annaspamento collettivo, per risalire in superficie, mi sentii tastarmi freneticamente il sesso. Ripresi la palla e la tirai allontanandomi da Luca; non capivo cosa fosse successo, eppure mi sentivo nitidamente le toccate ancora addosso, ma Luca non guardava, e, invece, l’avrebbe per l’imbarazzato si fosse accorto di averlo fatto. Detti la colpa al caso, all’involontario, ma nella seconda zuffa una mano la sentii distintamente indugiare a ponderarmi il cazzo; non capivo, mi sentivo perso per il culo, se prima era accidentale, quello era vistosamente intenzionale, ma Luca non mi guardava ugualmente, e poi tra noi c’era soltanto giocosa intesa, non malizia… però mi stava diventando duro. La cosa si ripeté nuovamente, con la sua mano che cozzò contro il mio cazzo duro, ma questa volta vidi sorriso sul suo volto, ma tra sé e sé; bene… allora avrei risposto all’istigazione: questa volta fui io a buttarmi su di lui con la mano morta a verificarne la sostanziosa abbondanza… cazzo! Beccai la parte bassa dei maroni, ma almeno in parte avevo convalidato l’intuizione: tutto quel immondo malloppo era merito di come lo portava nel costume.

Corremmo in fine a docciarci ancora scherzando tra schizzi e schiamazzi, perfino tra loro due sembrava sorta una tiepida intesa; quando Luca cominciò prima a spallare me e poi Robertino istigandolo a un animoso gioco per stimare le forze in campo. A un certo punto noto un tavolino: – Dai braccio di ferro… – disse sfidandolo porgendogli il braccio piegato; – Cos’hai paura? – lo istigò di nuovo, e lui rispose. Io ero giudice di gara: che impressione tenere ferme quelle mani avvinghiate, mentre loro si mostravano a vicenda gli esili bicipiti per intimidirsi reciprocamente, come in una zuffa tra gatti.

Pronti? Ready go! – li vidi spossarsi e contorcesi, ma fu chiaro fin dall’inizio che Luca avrebbe vinto, non foss’altro per la forza, ma per l’altezza e la maggiore leva al braccio che lo favorivano nettamente; e alla fine si mise ad esultare alla Rocky Balboa, con tanto di melodia trombettata con la bocca, per sfottere il perdente; – Ah… sei un grande! – disse Robertino, massaggiandosi il braccio: – … ma prova con lui, per vedere se ci riesci! – ma che c’entravo io con le loro beghe da pollaio…

Dai! – mi disse Luca sfidandomi

Dai cosa! Si vede già che non ce la fai… ho due anni in più!

Sarà… ma vediamo! Il destino potrebbe riservarti delle sorprese… – che spavalderia!

Ok! – e gli buttai la mano sul tavolo a prendere la sua. Subito iniziò giocosamente a stringere, ma dopo un po’ della mia morsa lasciò la persa; Roberto intanto stava per mettersi a giudice di gara: – No! Lascia – lo fermai –… lascia che sua lui a iniziare… anche senza preavviso! – Roberto mi guardò fiero, come fossi il suo vendicatore dell’ignominiosa sconfitta subita dal gringo straniero.

Luca mi guardava fisso negli occhi con uno sguardo da mezzogiorno di fuoco, mostrando il suo bicipite al posto della pistola, allora feci il mio; benché non fossi un maciste, in confronto a quelle due mezze bertucce ero qualcosa d’inverosimile. – Oh, però… – disse enfatizzando lo stupore e tastandomi il braccio; ma quella scena aveva qualcosa d’incredibilmente familiare, … che roba! – stetti al gioco fingendo di non capire, poi nel confronto, mentre tentò di darmi lo schiaffo, lo fermai a mezz’aria prendendogli il polso: – Eh no! Toh! –.

Ahi! – gridò: – ma come lo sapevi? – mi chiese tastandosi dolorante il braccio, Roberto intanto mi guardava anch’egli stupito.

Ma che credi di essere l’unico a guardare i film...

Ah vedo! Anzi sento… comunque complimenti per i riflessi – Robertino intanto s’era inorgoglito come se fosse il legittimo destinatario dei complimenti.

Sentite che fate stasera? –

Noi… niente! Possiamo ci becchiamo di fronte alla gelateria alle nove…–

– Va bene! – e si incamminò verso casa con il braccio retto dalla mano.

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