venerdì 20 giugno 2008

Come cominciò... la doccia

Sedevo nudo sull’orlo del letto osservando un’altrettanta nudità migrare per la stanza, in cerca qua e là di balsami e saponi per la doccia, non astenendomi al contempo dal notarne il biancore del sedere stagliasi sul resto più ambrato dell’eterea carnagione; era quella un’insegna iridescente che m’impedantiva di guardare altrove da quelle curvilinee forme d’un sederino tondo e compatto che d’un tratto davanti a me mutò di sembiante: non più sodo e rotondo, ma tremolante e filiforme, che avanzò con incedere ipnotico. Quel sesso a un palmo da me e tutto nella stanza perse di significato; l’osservai ritrarsi per poi abbassarsi, non potendo far altro con l’occhio che seguitarlo nel suo tragitto verticale, fino a scomparire alternato al biondo volto di Luca magicamente comparso di scena.

Ero io in posizione dominante, mentre lui accovacciato tra le mie gambe… ma avevo la netta impressione che fosse quel quattordicenne dirimpetto al mio sesso a dirigere il gioco: mi fissava negli occhi perscrutando i miei reconditi pensieri e reggendosi appena in punta di dita; mai avrei pensato fosse quella una mia sì tal zona erogena da eccitarmi brutalmente da un lieve brulichio in punta di ginocchia. Luca fissò compiaciuto il mio sesso penzolone allungarsi nel suo lento risorgimento, poi mi prese il prepuzio stiracchiandolo lungamente, prima in basso e poi in alto, e in fine emise un infantile barrito dicendo: - Che fai, l’elefante…! – e m’iniziò a masturbare; ero esterrefatto dal suo disinibito toccare quasi non fosse un sesso altrui, mentre io prima mi ero accostato alla medesima parte di lui con timore quasi reverenziale, e lui, invece, non sembrava minimamente turbato dal masturbare, così giocosamente, un membro due anni più vecchio di lui. Menava e allungava, tirava e stirava, anche se non capivo dove volesse arrivare: dopo il mio precedente prosciugamento non avevo più risorse per lui; ma almeno mi compiacqui di aver trovato finalmente un altro come me… che nel momento del maggior concitamento, per smania o livore, si mordicchiava la lingua poggiata sul labbro inferiore retroverso all’interno; fino quel momento pensavo d’essere l’unico sventurato portatore di quell’attitudine verace dai più biasimata, perfino dai miei, ma ora, in lui, mi faceva tanto indice di naturale comunanza.

Non c’è la facevo più, stavo per scoppiare: se Luca non avesse smesso, di lì a poco, gli sarei venuto letteralmente in faccia contrariamente a quanto preventivavo; solo che ora preferivo serbarle, le riserve, per stasera da usare nel letto con Robertino. Si fermò brandendomelo in mano, poi lo strinse come per saggiarne la compattezza: me lo sentivo d’acciaio, come mai ricordavo! e poi riprese a tirarlo a sé, come volesse farne prova di trazione trascinandomi seco con letto appresso. Lo muoveva, l’esaminava; m’incuriosiva il suo attento studiare, poi, chiedendo, placò la mia curiosità: - Ma quanto ce l’hai? -

- Non lo so! – risposi; ma che c’era quell’anno... tutti volevano sapere quanto ce l’avevo: prima Robertino, poi Luca… ora chi altri si sarebbe aggiunto alla lista? Quindi mi divaricò le gambe e facendo un vasto sorriso vi ficcò la faccia in fino al mio sesso, strofinandola avidamente, finendo poi con l’abboccarmi un testicolo. Trattenni il fiato a quella nuova sensazione, anche se il mio primo istinto fu d’urlare quasi per un inquieto presagio: non è rilassante sentirsi una parte di sé, così delicata, trattenuta dalle fauci d’un altro alla sua completa mercé; poi iniziò a succhiare. Un insolito piacere: sottile, a tratti stravagante, direi, che andava aumentando; saliva quel gradiente di piacere fino a farsi man mano devastante; era come se la mia stessa gonade godesse di un orgasmo tutto suo… era travolgente! ma stava maturando anche una lieve dolia. Sentimento interessante quello, che tingeva il piacere d’un’inedita nota masochista, ma col tempo anche quella sensazione dolorosa crebbe… e ora era paragonabile a un autentico bruciore, tanto da levarmi il fiato. Avrei voluto fermarlo, ma una stupida punta d’orgoglio me lo impediva: che cosa avrebbe pensato? sarebbe stata un’ammissione di debolezza davanti a uno più piccolo… e non solo un piccolo qualsiasi, ma un piccolo che m’affascinava, che sembrava l’essenza stessa dell’incrollabilità! e poi come avrebbe reagito? avrebbe smesso… si sarebbe fermato… o per lo stizzo avrebbe abbandonato ogni proposito di sesso? no, non potevo! Ma se ora non avesse smesso mi sarei messo a gridare e a piangere come un moccioso.

Misericordiosamente smise e lenitivamente si mise a leccarmi lo scroto, che dolce sollievo… poi salì su, su, fino al meato e lo prese in bocca inghiottendone la più parte, quasi mi stupì la sua capacità d’ingoio, poi l’estrasse riconstatandone l’inturgidimento: - Posso misurartelo? – mi chiese, ma non feci neanche in tempo a rispondergli che subito scattò verso il comodino estraendone dal cassetto un metro da sarta. Mi chiesi come avesse potuto reperite in quel luogo quell’astruso strumento: un vecchio metro stiracchiato e logoro dall’uso e dal tempo, con le tinte tricromatiche sbiadite sulle bande delle decadi numeriche, a tratti illeggibili; ma a vederlo con quella fettuccia fiappa in mano, nudo e col cazzo rizzuto, non potei fare a meno di accostarne l’immagine erotica di lui a quelle delle signorine, di ieri, flagello munite e in abiti fetish. Lo accostò al mio pene, come ieri con Robertino, e dopo averlo mensurato con metodo e impegno, sentenziò: - Quasi venti! –con infinita soddisfazione.

- Ma l’hai fatto per me o per te? – gli chiesi, questa volta io retoricamente; ma in fondo lo capivo: v’è maggior soddisfazione nel riscontarsi sulle parti intime d’un altro piuttosto che sulle proprie, dove le stranianti prospettive inducono costanti dubbi sulle proprie dimensioni e il timore di essersi ingannati.

Il metro s’arricciò lentamente a terra: - Dai che andiamo! - mi disse con un implicito invito al plurale che il mio cervello rifiutava d’afferrare, poi mi prese per il bigolo e mi accompagnò nella sala da bagno; mi sentivo felice a essere menato da lui per l’uccello come un bimbo per mano. Non sapevo cosa stesse succedendo; non sapevo come reagire… se tutta quella confidenza se la fosse presa Robertino sicuramente gli avrei rovinato la vita, ma a lui non sapevo reagire. Trovai ad attendermi già il mio costume accanto alle sue cose, aveva pensato a tutto! evidentemente una risposta negativa non era prevista… - Dai! – mi fece entrando nella doccia, dove ora la sua figura m’invitava ad entrare come un sommo signore nel suo impero dei ghiacci. Mi fece entrare e mi chiuse la porta alle spalle; ci ritrovammo a stretto contatto dentro quel mezzo metro di doccia. Certo ci si stava strettini rinchiusi in due in quel tubo di vetro… era praticamente impossibile muoversi senza fregarsi, e per di più l’imbarazzo dello stretto contatto aumentava il mio senso di claustrofobia: ora capivo come si sentiva il celebre Houdinì rinchiuso, a testa in giù, dentro la Pagoda cinese piena d’acqua, che la tradizione vuole gli sia costata la vita; speravo solo non costasse questa volta qualcosa a me!

Luca trovò la giusta miscela d’acqua, e mentre io m’acclimatavo rasente alla parete, per non incappare in un improprio contatto col mio pene, mi passò la saponetta: – Dai… che dobbiamo docciarci! – mi disse e mi passò senza chiedere la mano sul torso. La sua carezza saponosa m'infuse coraggio e iniziai a mia volta a passarlo; che strano passargli la mano su quel tenero petto, così glabro e dal sembiante sì gracile da sembrar carezzare un uccellino, ma che aveva in sé tutta una mole da renderlo inamovibile, anche se mi sarebbe bastata una sola manata per costringerlo alla parete e riprendermi il dominio dovuto, fuscello com’era… Passavo con gusto la mano sul quel giovane petto e man mano che le nostre membra s’intricavano mi concedeva gentilmente il passo; toccarlo era ormai più eccitante di un massaggio tailandese, mentre lo guardavo beandomi della sua faccia radiosa sotto la pioggia, ma Luca non mi guardava… sembrava più intendo a passarmi bene, a gustarsi più solo il lato fisico del nostro contatto, che non quello emotivo come io invece avrei voluto.

Indugiavamo ormai da un po’ troppo tempo sul petto per lavarci adeguatamente, fu lui così a prendere iniziativa e a portarmi le mani dietro la schiena: - Dobbiamo lavarci! – disse, e poi mi cozzò col caldo cazzo contro il bacino. Subito indietreggiai, e lui si scusò, come fosse quello l’unico insolito contatto fra noi maschi di cui esserne imbarazzato, poi riprese ad insaponarmi in quel simil-abbraccio. Io lentamente m’accostai a lui imitandolo, anche se quella posizione mi infondeva una matta voglia di abbracciarlo, sentivo pero che non potevo: che mi sarei sentito ridicolo mostrandomi in gesto d’affetto verso uno più piccolo di me, in cerca soltanto di disimpegnato sesso. Pian piano con le braccia salì: - Adesso ci occupiamo di questi… - disse e mi iniziò lo shampoo; mammamia quant’era bello ora che finalmente, sorridendo, doveva per forza guardarmi in faccia e io certamente lo fissavo con sguardo innamorato carezzandogli l’oro dei suoi capelli. Adoravo sentire la sua testa tra le mani, mi sembrava di possederlo, di essere lì per baciarlo; ero felice… non mi ero mai sentito felice nella mia vita e ora lo ero grazie a lui, poi Luca avvicinò il naso al mio: le nostre punte si toccarono, le labbra si sfiorarono, e poi sfuggì dicendo: - Ora ci occupiamo di questo! -. Io speravo di risentire nuovamente la sua santa boccuccia sul mio pene, le sue labbra, la sua lingua sul glande, ma mi abboccò nuovamente al testicolo; no...! di nuovo quel pungolo, quel sentimento di piacere dolente, eccitante fino al midollo, ma più rapido e più svelto di prima nella sua dolorante ascesa; era come se l’abitudine avesse velocizzato la scena, e non riuscivo più a resistere: scaricavo sulla struttura di metallo la tensione e puntellando i piedi negli angoli vicini iniziai ad urlare. Luca sembrava però non capire i miei urli di dolore, scambiarli per i suoi gemiti di piacere, e galvanizzato iniziò più forte a succhiare. La mia voce rimbombò per quel tubo di vetro e metallo rintronandomi nelle orecchie; al dolore fisico si aggiungeva quello urlato in un continuum vorticoso, finché Luca non smise: - Wow! …ma che t’ho fatto!- mi disse sorridente: - dai resisti un altro po’! - e riprese la tortura del marone. Un altro po’…! avrei voluto vedere lui nel mio stato… con quel dolore sempre in atto che a momenti mi faceva lacrimare; se in quel momento ci fosse stato Robertino a vederci, sicuramente si sarebbe sparato una sega vedendomi implorare quel quattordicenne per ché smettesse; poi si concentrò finalmente sul mio uccello. Era questo volevo da lui … essere sfinito a pompini: faticare perfino a stare in piedi, come un pugile nell’angolo trattenuto su dalle sole corde, com’io ora con l’attrito della pelle contro le pareti. Stavo per venire, ma non volevo: Luca non sapeva poi come farmi godere a sufficienza, volevo conservare l’orgasmo per stanotte con Robertino: - Fermati, sto venendo… -

- Non ti preoccupare, ho capito come ti piace… – e lo riprese in bocca, saldo alla base, e iniziò a succhiare, e a succhiare; ora si che urlavo dal godimento, finché venni… Luca continuò anche dopo, come un’idrovora a succhiare, dilatando ad infinitum ogni attimo del mio lungo orgasmo, finché esausti scivolammo al suolo.

Sedevo nudo col culo nell’acqua e Luca nell’angolo dirimpetto a deglutirsi con soddisfazione sperma, aveva finalmente appreso il piacere del seme, che fra l’altro neanche prima aveva rifiutato, ma ora non sazio allungò le gambe per giochicchiarmi coi piedi dei miei testicoli.

- Queste cose non le fai, vero, con Roberto? – mi stuzzicò compiaciuto menandosi la verga; era veramente un tipino impudente, ma quella mazza che tra le mani mi faceva sorvolare ogni cosa: era sospendente… sembrava perfino proporzionata rispetto al suo fisichino minuto, e continuava a stuzzicarsela davanti a me con irrefrenabile libido. Era perfetta: ben lunga, diritta e tornita, perfettamente innervata dalla base alla cappella con quella nervatura spiccata lungo tutta la dorsale inferiore, mentre a me a metà scompariva inglobata nella mia curvità; avrei voluto leccarla tutta su quella cresta, delle palle fino alla cappella ancora coperta dal lauto prepuzio nonostante l’erezione e la compulsiva masturbazione… ecco, però, forse quello un difettuccio l’aveva: nella tenue resistenza allo scappellamento…, forse una lieve fimosi, ma appena accennata; ma quel neo poteva nulla rispetto alla sua immensa bellezza.

Era così bello Luca, e nudo ancora meglio… da non levargli gli occhi di dosso! sembrava un’effigie divina da adorare con circospezione; il portatore di bega: il begoforo! Eppure io avrei voluto tanto violargli quella verga divina, ma non prima di saziarmi dei suoi bei marron glasses. - Alzati! – gli dissi e lui subito s’alzo; ah… com’era maestoso quell’uccello ora che mi sovrastava con la sua naturale tendenza all’insù sopra la testa, ma davanti ai miei occhi le due meraviglie ch’ora avrei saggiato. Me ne riempi la bocca d’entrambe, ma eran troppe per tenerle insieme e tenni sol una, la sinistra, come pria fece lui; ma dopo un po’ di dolce succhiare Luca incominciò a scalpitare: a fremere con la gamba, ad emettere qualche versetto, ma io non mi fermavo; poi lamentò un tormentato «basta» e io continuavo ad ignorarlo, esattamente come lui, e in fine gridò straziato - Basta! – scendendo lungo la parete con melodrammatica espressione. Si rannicchiò al suolo e ancora stravolto con due grandi pupille nocciola, mi disse: - Ma è tremendo! – con una nota di velato rimprovero: - …cioè, subito godi… ma poi… – cercava fraterna compassione, ma il suo vittimismo, dopo il suo menefreghismo, mi irritava.

- Eh, ma va! – gli feci capire che lo sapevo.

- Sì… però sei un bastardo! Io t’avevo detto di smettere… - mi rimproverò per non aver tenuto la stessa considerazione che prima lui non aveva avuto…

- Perché tu cosa hai fatto prima! – lo ricusai…, quel quattordicenne non la poteva cavarsela così, ma Luca sembrava non gradire la mia obbiezione: - Sì, ma… -

- “Sì ma”, che! – lo interruppi con veemenza: – Dai! Su! - gli feci sui testicoli cenno d’alzarsi - Su?… - fece anche col ditino e lo sguardo innocente.

- Sì! -

- Ma vuoi continuare!? - mi disse quasi scandalizzato.

- Sì!

- Ma…, mi vuoi punire…! – iniziava quasi un piagnisteo.

- Sì! Certo… -

- Ma io sono piccolo… - disse correggendo l’atteggiamento con voce tenera e fare dolciotto: - mi devi perdonare…-

- Perdonare un corno… - l’attaccai – non puoi essere piccolo solo quando ti pare! - aveva voluto fare il primino emancipato… e ora ne pagava le conseguenze! - Tu adesso ti alzi e resisti, come ho fatto io! e stai zitto… - gli feci pure segno col dito.

- Ah sì… – disse offeso quasi facendo uno scatto indeciso se se stesso: sembrava indeciso se tra lo scottarsi o sottoporsi alla mia punizione con stoico coraggio; scelse la seconda. – Va bene, allora…! – disse come un uomo costretto al suo destino alzandosi in piedi e offrendomi lo scroto.

Mi piaceva quell’eroico atteggiamento di stoica accettazione della vita, per farmi vedere quanto valeva quel piccolo ometto; chissà forse se lo meritava uno sconto di pena… Gli leccai lo scroto, bella sensazione… e poi riospitai nuovamente quello stesso testicolo di prima, ma succhiandolo con più dolcezza, quasi limonandolo; ero sicuro che trovando il giusto dosaggio sarei riuscito a farlo godere pur mantenendo intatto quel piccolo pungolo, per farlo espiare senza troppo dolere; e ci ero riuscito! Luca non si muoveva, né gemeva, lo sentivo soltanto un pochino teso, ma di quel teso necessario al fisico godimento, inoltre adesso apprezzavo il suo marone in bocca: con quella gonade sola che pareva una grossa caramella da succhiare, e sciolta quella, accanto l’altra. Passai a quell’altra, lui se ne stava ormai così buono che non potevo tralasciarla per il reciproco piacere; era una cosa bellissima e pensare che mi bastava un poco per tramutargli tutto in un autentico inferno… Saziato dei suoi testicoli, era tempo di ripassare all’attrezzo: a quel grosso cannone che da sotto ammirato, ma non prima di non essermi complimentato con lui per la sua imperturbabile sopportazione.

Appena alzato vidi Luca col volto sofferto e il pianto trattenuto per non farsi sentite: - Sei contento, adesso! – iniziò a lacrimare: - ho resistito, contento! come hai voluto tu… e non ho neanche fiatato… - e iniziò un pianto dirotto. Mi sentivo un verme: Luca piangeva e io ne ero colpevole; una grave tristezza m’assalì solinga col solo bisogno di stringerlo forte per dargli il mio affetto, le mie scuse. – Dai, Luca… - lo strinsi; sentii che quella era la sua autentica natura: di tenero primino, e non quella di quattordicenne sicuro e emancipato; lo stringevo e sentivo un sentimento fraterno… lo stringevo e capivo che non avrei dovuto trattarlo a quel modo, ma abbracciarlo, perdonarlo, coccolarlo… lo stringevo e capivo mentre lacrime amare sotto l’acqua tergevo.

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