venerdì 20 giugno 2008

Come cominciò... galletto ruspante

Chi ero… cos’ero… continuavo a chiedermi, riflettendo all’oscuro sul divano col capo reclinato all’indietro; continuava nella testa quel maledetto balletto di dubbi: passi pure per Robertino, mi dicevo, prima per sfregio, ora per sfogo, me lo facevo… sì, per sfogo: per sfogo sessuale, per capriccio estivo, come molti altri avevo sentito fare prima di me; una prova insomma! nulla d’eclatante, nulla d’irreversibile, come a molti altri ragazzi è capitato… un nulla insomma che vuol dire soltanto un bel nulla! ma con Luca… come la mettevo? non una, ma tre… e non uno, ma due maschietti mi ero fatto in meno di una settimana … a sedic’anni avevo probabilmente fatto più pompini e visto cazzi di quanti non ne abbiamo fatti in media le mie compagne di liceo! Che mi stava succedendo…? il cazzo… solo il cazzo avevo per la testa, quella fallica forma che vedevo proiettata pure sul soffitto, e mentre cercavo di cavarmela dalla testa, si rinnovava l’idea di averne trovato la forma perfetta in Luca, e il dispiacere, perfino, di non rivederla più. Ma che mi stava succedendo? mi ero perfino sottratto alla gita, lasciandolo andare mio padre da solo con Robertino , pur di farlo con lui… e ora li sentivo rientrare.

- Ah… sei qui! – disse mio padre riportando luminosità nella stanza: - allora com’è andata?

Ma che cazzo c’era da dover chiedere com’era andata! Era andata cosa?! Ero semplicemente andato a casa di un amico per “fatti di scuola”, non potevo? Che c’era da sottendere…

- Allora com’è andata… – mi ripronunciò Robertino comparendomi davanti con tono deciso. Lo guardai; non credevo a me stesso: dopo tutto quel sesso avuto oggi con Luca, avevo ancora il coraggio, guardando il suo bozzo nei pantaloncini azzurri alla zuava, di desiderarne ancora. Alzai lo sguardo incrociando il severo di lui, che pretendeva risposata; quel tredicenne doveva essersi montato la testa se si atteggiava a quel modo, fissandomi spigoloso, ma io nella mia crisi non riuscivo a rispondere, se non sfuggendo da quella domanda cui non potevo dare risposta: - Papà, aspetta! Vengo a darti una mano… - mi defilai in cucina.

Per tutta la cena fu un autentico tormento: non mi rispondeva ai tentativi di riallacciare un contatto, non mi passava le spezie, parlava solo con mio padre come fosse diventato lui il suo unico figlio durante quel lungo pomeriggio; e io ero non sapevo reagire. Dopo la cena mi costrinse ad uscire, e con mio padre a seguito per poi separarci, e lui ovviamente con me; poi improvvisamente gli venne sonno, ora che la casa era libera… e - Dai, che sono stanco! – divenne il suo leif-motif della serata; ma io sapevo perché voleva rientrare: per farmela pagare, per la mia assenza di oggi, per l’aver scelto Luca a lui, e forse perché l’avevo “tradito”; o forse, anche, per sfogare la sua spropositata libido. E in tutto quel trambusto io non riuscivo a reagire, se non opponendo la mia flebile resistenza della mia passiva inerzia al suo comandare, suscitando se possibile in lui ancora maggiore rabbia e pulsione. Ero distrutto, non sapevo che fare: lui avrebbe preteso sesso, ma io non riuscivo a trovarne la benché minima voglia, vuoi per il mio stato, vuoi la mia esaurita libido.

Alle dieci e mezza entrammo in casa, nemmeno mio padre era rientrato, e lui subito si buttò sulle valigie, per poi precipitarsi nel letto, che ovviamente solo io dovevo fare: da padrone a servetto. Mi sentivo svogliato, stanco d’energie, o semplicemente stanco di lui, della vacanza, di tutto questo; avrei dato l’anima per svegliarmi l’indomani mattina a casa nel mio letto senza alcuno di fianco. S’infilò precipitosamente nel letto, quando il mio occhio cadde su uno strano indumento nella sua sacca: - Cos’è questo?- lo presi fuori: - …un boxer!

- Sì… – mi guardò stupito, come per chiedermi cosa ci fosse d’eccezionale: non né avevo mai visto uno dal vivo, sempre e solo nei film americani, e né tanto meno preso in mano; non che mi piacesse particolarmente, ma m’incuriosiva quell’indumento, e mi stuzzicava pure l’idea di vederglielo addosso in quel momento: - Perché non lo metti di notte? – gli dissi infilando un dito nella fessura come a imitare il suo uccellino.

- Perché mi hai detto non mettere niente sotto – e mi mostrò il suo birillo nei pantaloncini, per farmi vedere, appunto, che anche stasera non indossava niente sotto.

- Sì, ma con questi è uguale, non metti quelli e indossi solo questi… - fra l’altro era pur sempre un capo di biancheria e quindi più adatto, e soprattutto non avrebbe suscitato scalpore se beccato con solo quello addosso. Con disinvoltura si tolse i pantaloni e mi strappò i boxer di mano infilandoseli nel salotto; roba che se entrava mio padre ci avrebbe colti sul fatto. Vedevo con soddisfazione il suo pisello barzotto sparire sotto l’orizzonte di tessuto intimo stuzzicandomi già la libido; mi piaceva con quell’indumento addosso: aveva un qualcosa di sensuale col suo stargli a mo’ di costume da bagno, ma più attillato, più tubolate, meno sintetico, e lasciando intendere quel che vi stava sotto quei bigi calzoncini.

Mi accompagnò nel bagno con la sua ritrovata rimostranza gagà: fu bello vederne uscire quei 12 – 13 centimetri dalla fessura per pisciare assieme a me, e divertito mi guardava mentre l’osservavo manipolarselo come un placido lombrico; non seppi resistere a poggiargli la punta del dito al limitare del prepuzio durante la minzione, percependo il riverbero del flusso sulla pelle; che stravagante sensazione: parere di palpare tremula seta.


***


Allungò la mano per cercarmi nel letto, ma gliela levai: - No, adesso! Deve arriva mio padre… - e mi voltai dalla parte opposta; già me la vedovo la sua imbronciatura per lesa maestà: avevo rifiutato il suo appassionato interessamento, dopo il mio breve nel bagno, e per lui configurava un ennesimo rifiuto, un tradimento, non so tra quanto sarebbe scoppiato.

Mezz’oretta e mio padre entrò dalla porta: - Oh, siete a letto! – mi alzai per guardarlo: - No, dormi pure – spense la luce: - faccio piano e corro subito a letto! – tutto preoccupato per Robertino. Che rabbia vederlo prodigarsi per lui, ma dopotutto me lo meritavo: io l’avevo trascurato, io l’avevo lasciato andare da solo con lui oggi al parco e lasciato intenerire per quel temporaneo orfanello, e ora ne pagavo con rabbia il fio. Mio padre fu di parola: rapido, silenzioso, indolore come un assassinio ninja; lo vidi muoversi nell’ombra, la luce del bagno traspirò appena da sotto la porta contornando la sagoma di Robertino che dormiva beatamente, e poi si spense; dopo di cui soltanto il silenzio. Ormai pensavo che dormisse profondamente, ma appena mi poggiai: - Oh! – mi toccò la spalla, poi lo sentii avvicinarsi e come prima ricercami il cazzo.

- Dai, non ne ho voglia… - feci disinteressato.

- Dai! – calcò per esortarmi, e tirandomi mi dispose supino, mentre io né l’avvantaggiavo, né m’opponevo, per fargli capire che non avrei preso parte attiva al gioco; con estrema confidenza mi abbassò i pantaloni e benché io non volessi assolutamente agevolarlo, per il suo fare risoluto, parte di me aveva involontariamente reagito e ora se la trovava bell’e che pronta d’adoprare a suo piacimento.

Sotto il mio sguardo iniziò a menarlo, senza che glielo avessi chiesto, poi, dopo qualche secondo, lo scappellò – Oh! Adesso io lo faccio a te, e poi tu a me! - s’era dato battuta e riposta da solo col suo solito teorizzare di reciproca cortesia, e iniziò a succhiare; mi sembrò allucinante la normalità con cui lo faceva, la banalità che aveva assunto quel gesto prima scabroso come un atto d’assoluta quotidianità. Lavorava con passione e dovizia come oramai sapeva fare, incominciò a tirare come avesse creato il sottovuoto dentro la bocca, poi l’umido e lo strusciare della lingua; ormai era la quarta volta quel giorno che percepivo la stessa sensazione, ma qualcosa non andava: alzò la testa. Vidi il mio uccello tra le sue mani, la mia cappella lucida rispecchiare i bagliori della finestra: - Allora vieni! – mi ingiunse e lo riprese in bocca; mi sentivo abbastanza eccitato per avere un’erezione ma non per venire, Luca oggi mi aveva completamente svuotato, e alla lunga il suo insistente succhiare mi stava stancando: - Dai, lascia stare… non ho voglia – gli dissi anche a costo di rinforzare il suo sospetti. Roberto mi guardò col suo sguardo di un nero profondo e, vedendomi venire in contro come due fari cupi d’auto, mi si mise addosso, a cavalcioni, come un piccolo colosso di Rodi: - Ah sii…! - mi disse estraendo il pisello dalla fessura con fierezza. Quei suoi quindici centimetri sbattuti sotto la bocca con provocazione, poggiati sulle mie labbra con lieve pressione, vi entrarono tutti, dopo essermi gustato il suo caldo prepuzio corrugato sul labbro.

Non so perché me lo feci fare senza reagire, ma quel giorno mi sentivo passivo: non passivo nel senso che lo bramavo nel culo; ma nel senso che desideravo arditamente essere domato, dominato, e lui, in quel momento, era il mio piccolo dominatore, proprio come fu Luca. Avevo voglia del suo turgido cazzo, duro e nervoso, quella quindicina dentro la mia bocca, che per la fretta non avevo neanche scappellato, ma lui godeva ugualmente; però sentivo in me una foga: anche voglia d’altro… di quella parte di lui che ancora non vedevo, e che Luca come per contagio mi aveva fatto sublimemente apprezzare; cercai, ravanai, finché non portai in luce le sue palle consistenti. Estrassi quel pene di bocca per mirarlo al completo: quel membro sembrava magicamente scaturito da una vulva matura, ed ora più d’ogni altra cosa mi attivavano quelle splendide palle rattrappite che avidamente leccai. Roberto sembrava godere il mio nuovo interessamento; mi sembrava di leccare due uova sode rugose dal gran ch’eran compatte, e le volevo passare in ogni dove: in mezzo, dal pene, snella superficie più rugosa; mi sembravano immense, finché non tentai di leccarle dietro trovando lo spiacevole intralcio del suo tessuto.

- Toglilo! – gli dissi, e subito con un contorsionismo ne sfilò la gamba, girandoselo poi a perno sull’altra e portandolo di questa alla caviglia. Ora che era completamente nudo e libero, era meraviglioso; il mio piccolo galletto con tutta la sua ruspante emilianità eretto per dominarmi, aumentando la mia perversa voglia di sottomissione: tornai ai leccargli nuovamente i maroni, atto estremo di completa sottomissione, scivolandogli un poco sotto le gambe: era magnifico. Era come mangiare un lauto pasto, nel frattempo avevo persino ritrovato la mia eccitazione e preso a masturbarmi; se solo non ci fosse stato mio padre nella stanza accanto avrei potuto, ora, anche schizzarlo sulla schiena, solo non sapevo come avrebbe reagito. Sazio, poi, di quella ghiotta prelibatezza e stanco di sollevar la crapa in mezzo alle sue gambe, tornai nuovamente sul cuscino per cominciargli finalmente la sega; era la prima volta che lo masturbavo in posizione remissiva, e oltre il suo uccello potevo gustarmi la scena del mio dominus che spasmodicamente godeva. Col tempo sembrò perdere la resistenza per ergersi cavalcioni, e lo vidi piano adagiarsi sul mio ventre, ma non appena incontrò il mio turgido uccello, rapido sobbalzò nuovamente in piedi; poi abbassarsi e di nuovo alzarsi in un continuo balletto sulla punta del mio uccello. Poi finalmente parve trovare la posizione per non avere dal mio sesso noia, ma ogni tanto lo vedevo ugualmente arretrarsi, prendendoci contro quasi con ritmico piacere; possibile, mi chiesi, che Roberto si stesse stimolando l’ano traendone piace… proprio lui, che configurava il tutto ipocritamente come un vicendevole scambio al solo fine di svezzarsi alla figa; possibile che ora si abbandonasse a una pratica, a un piacere, così smaccatamente, inopinabilmente homo? Ma dopo un po’ Roberto si alzò facendomi intendere che doveva assolutamente concludere.

Lo scappellai: quella giovane verga sembrava pulsare di vita propria; sistemai il cuscino per prenderla più comodamente, è Roberto la spinse con prepotenza nella mia bocca; il piccolo voleva venire! Cominciai ad accarezzarlo tutt’attorno al genitale, con lui che ogni tanto dava accennati colpetti di pelvi, mimando una scopata; ma a me non bastava: il suo cazzo me lo volevo sentire in gola, fiondato con prepotenza in vero proprio stupro orale; cercai le sue natiche scorrendo veloce la mano nella fessura; Roberto ebbe come un brivido e alzandosi mi spinse la cappella in fondo alla gola. La sentivo quasi soffocarmi e poi esplodere scaricando il flutto in profondità: faticavo a deglutire con tutto quel coso conficcato nella gola e improvvisamente cominciai a singhiozzare; Roberto preoccupato per l’integrità del suo cazzo, l’estrasse subito mentre presi a tossire. Non riuscivo più a riprendermi, era come se il suo seme e quello residuo di Luca mi stessero combattendo una lotta intestina per la supremazia, provocandomi una tosse compulsiva; Roberto intanto, preoccupato dal baccano, si trasse sotto le lenzuola, mentre io cercavo di rivestirmi alla meglio notando la camera di mio padre illuminarsi.

- Che succede… - disse comparendo in salotto, Robertino intanto mi guarda conscio d’essere l’implicito reo di tutta quella situazione.

- Non so…, tossisce… – disse infingardamente discolpandosi.

- Papà, non è niente… csh! csh! è solo… csh! di traverso… - non riuscivo smettere, provavo in fin lo stimolo del vomito.

- Oh, santo cielo! Vieni qua! – mi traghettò al tavolo, mentre Roberto resto nel talamo - come stai? toh, bevi dell’acqua! –

Pian piano la tosse svanì, mentre mi sentivo con mio padre come una volta, padre e figlio, soltanto io e lui: - Come va? – mi fece una carezza: se non ci fosse stato quell’intruso nella stanza avrei voluto tanto un abbraccio. - Su, adesso torna a dormire… - mi riaccompagnò fino al letto con la mano sulla spalla; non so perché, ma in quel momento desideravo qualcosa di più: essere stretto; ma io non potevo chiederlo, mi vergognavo; doveva essere lui a offrirmelo, ma non l’avrebbe fatto davanti a Robertino.

Ma dormite sempre così? – si riferì al nostro essere a torso nudo.

- È agosto, fa caldo!

- Sì, ma la notte frega, almeno dormite coperti… -

- Va bene… -

- Poi te lo credo che ti vien la tosse… ma dormite bene? vi sento sempre agitati, sempre muovervi… capisco che il letto è stretto e che in due ci state scomodi, ma se proprio… puoi dormire con me! – io e Roberto ci guardammo capendo che l’agitarsi, a cui si riferiva, era in realtà il nostro sesso, ma comunque la soluzione da lui proposta ora non era accettabili, quelle erano le ultime notti di sesso che avevo, e non me le sarei fatte scappare. – Su, a dormire! Che domattina vi voglio vedere in spiaggia prestonel pomeriggio vado a trovare un amico! -

- Davvero? – chiese Roberto con un tono che in realtà sembra più da esclamazione.

Mio padre lo guardo, poi riprese il discorso con me: - Vado a trovare Carlo, sai quel mio ex-collega…, ho appreso oggi che è qua, a due paesi vicino, con la famiglia… volete venire anche voi? –

- No, no passo! – mi sorrise; avevo intuito chi era, e se era con la famiglia voleva dire che c’erano pure i suoi marmocchi: quei due mocciosetti di 9 e 8 anni e pure la più piccola appena nata; ne avevo già abbastanza dell’ospite senza accalcarmi altra cinnaglia appresso, e poi dopo l’entusiasmo di Robertino per il prospettato pomeriggio libero, capii che forse potevo approfittarne per qualcosa di meglio, e qualche ideuzza già ce l’avevo...

- Beh, allora ‘notte!

- ‘notte! – gli rispondemmo in coro, e ogni luce si spense.

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