Come cominciò... doppio
Era sorridente mio padre: ci guarda con gli occhi pieni di lieta malinconia, mentre ci rubavamo le patatine dal piatto, in quello stesso luogo cui, una settimana prima, giurai di distruggere la vita di Robertino, e invece, ora, ci trovavamo a ridere, come due scemi, seduti dalla stessa parte del tavolo: – Ghiri…ghiri…ghì… – gli fece solletico sotto al collo perché lasciasse sguarnito il piatto: – …fregato! –.
– Dai…! – mi disse col tono piagnucoloso, come se adesso pretendesse da me le cure, anziché i dispetti; ma che stava succedendo… perché era così imbelle? dov’era finita la nostra fiera ostilità? la sua rivalità? possibile che mi fosse bastato così poco… che mi fosse bastato incularmelo per domarlo? Ma adesso mio padre ci guardava finalmente felice, anche se mi faceva sentire in colpa… perché lo faceva? Mi faceva sentire in colpa il non essere lì, in quel momento, solamente con lui: il non aver passato quella settimana semplicemente noi due; avrei voluto portagli le braccia al collo e dirgli «ti voglio bene… papà!», grato per quella settimana con Robertino – grazie a lui –, che mi rubò una patatina dal piatto. Dopo cena ci accompagnò pure a prendere il gelato, ovviamente pagò lui: forse la parte di Roberto l’aveva presa dal suo fondo spese, o forse gliel’aveva offerta lui, come la cena d’altronde; ma che mi importava!… io continuavo a sentirmi male: come sospeso tra quell’immagine di lui, che se ne andava di spalle, e quella provocante di Robertino, che mi guardava allettante in pantaloncini corti, tirandomi verso la spiaggia. Ma che aveva ora? mi corteggiava come se fossi il suo migliore amico… però, intanto, quella musica ,che l’aveva attirato sulla spiaggia, non proveniva da una festa, come ipotizzato, ma da un bar, e così ci sedemmo su una altalena (di quelle che squadrano i maroni).
Roberto si sedette per primo, alzandomi la sella all’altezza del cavallo, così che mi potetti sederi anch’io, sollevandolo in aria col solo vantaggio del mio peso, che lui non sapeva contrastare. – Dai… – mi disse, ancora rifacendo l’indifeso… e così lo feci scendere, mostrandomi magnanimo; poi iniziammo a dondolarci. In quel movimento notai un piccolo monte bianco sul suo pantalone panna, che catalizzò completamente la mia attenzione, che però Roberto sembrava non percepite, preso com’era dalla nostra ritrovata sintonia; ma io, invece, me lo immaginavo già nudo su quel coso, che andava su e giù, e io che glielo mangiavo… Lo portai in mezzo al parco, ma lui ancora non dava segno ai miei segnali, allora lo portai sul lungomare, in mezzo alla gente, per potermi calmare, ma anche lì, non appena si affaccio da una ringhiera, la visione del suo posteriore candido, mi eccito: – Roberto, andiamo a casa… –.
***
Oramai era più forte di noi: a una cert’ora, anche non tarda, dovevamo rincasare, seppure anzi tempo, calamitati da quel letto che mio padre ci aveva preparato sull’onda emotiva dell’averci visto finalmente andare d’accordo. Ci cambiammo al buio come sempre: in realtà solo lui doveva farlo, perché io il mio corredo per la notte l’indossavo già; c’era, però, qualcosa di strano che non andava in lui… Robertino, infatti, sembrava sessualmente inerte: il suo grillo non era bello vispo come mi sarei aspettato, cambiandosi davanti a me, ma molle, come se quel rito di spogliazione fosse ormai parte di un atto notturno privo di sensualità. Quando tornai dal bagno, Roberto stava già nella sua metà del letto; entrai e iniziai a punzecchiarlo: – Allora… –.
– Fa caldo… – mi disse controvoglia, come se anche quel lagno fosse faticoso ormai per lui, e poi si voltò dandomi le spalle; un affronto peggiore non poteva farlo! Mi accovacciai dietro di lui e cominciai a molestarlo; ma come… ieri sera era stato lui a costringermi ad avere un rapporto orale, e ora, solo perché era lui che non lo voleva, pensava di cavarsela così! Continuai a stanarlo: finii nel suo boxer e iniziai a gingillarglielo; ma allora non era vero che non ne aveva proprio voglia, perché gli stava diventando già duro…, ma poi s’alzò dicendo che doveva andare a bere. Nel mentre entrò anche mio padre in cucina: lo squadrò come se avesse visto un alieni con la bottiglia in mano, e poi guardò me con gli occhi sbarrati, ma nella penombra della sala dovevo già sembrargli dormire. – Roberto non a collo! – gli disse proponendogli un bicchiere – giustamente, almeno, l’educazione poteva impararsela essendo un’ospite!
– Ma non hai sonno? – gli chiese con evidente imbarazzo.
– Ho sete! – disse Robertino.
– Va beh…, fa caldo… – in effetti, anche lui s’era alzato per bere: – dai, vai a letto… e ricordati di mettere via l’acqua! – intanto lo schifiltoso si era servito un altro bicchiere d’acqua, e mio padre se ne tornò a letto. Roberto con calma si finì il suo bicchiere, lasciandolo sulla tavola, e ricomparve da dietro l’orizzonte di questa con una vistosa erezione nei boxer, a mo di maniglia; ma quel cretino non s’era fatto beccare da mio padre con un’erezione in atto! Ecco perché quello sguardo sbarrato… doveva essersi interrogato sull’opportunità di farmi dormire con uno così: uno che gli si presentava candidamente con la canna in tiro! supponendo che non l’avesse imputato a dei nostri giochetti notturni, ma probabilmente alla sua esuberanza ormonale, di certo doveva essersi disagiato, come genitore, all’idea di aver fatto dormire il proprio figlio adolescente con uno così, decidendo lui d’ospitarlo! Che deficiente…! ma in tutti i modi non ce la facevo a essere in collera con lui, anzi quel gonfiore mi eccitava.
– Riprendiamo…! – disse Robertino appena rientrato nel letto; ma come… non aveva caldo? o bastava un semplice bicchiere d’acqua per refrigerarlo… comunque non me lo feci ripetere due volte: entrai nel suo boxer e glielo tirai fuori. Supini ci segavamo a vicenda: lui segava me, e io segavo lui; era rilassante farlo: sentire quel pezzo caldo di carne in mano non mio… ci sarebbe mancato soltanto un cielo stellato sopra di noi e tutto sarebbe stato perfetto, e magari anche una bella brezza su di noi due distesi sulla spiaggia, su due lettini appaiati, e con la risacca del mare a farci da sottofondo; però che noia quel monotono su e giù! Guardai i nostri peni ritti: il mio più grosso, il suo più corto; doveva ormai essersi abituato a tal evidenza, anche se un po' mi mancava la sua irruenza, ma probabilmente si era fatto una ragione dell’età, o forse semplicemente si era sottomesso al maschio alfa, a quello dal membro più grosso, che oggi pomeriggio gli aveva infilato i suoi venti centimetri nel retto; ma ci voleva una svolta: – Scappellamelo! – gli dissi.
– Perché? –
– Così prende un po' d’aria… – in realtà volevo che me lo succhiasse incitato dalla mia cappella nuda; ma Roberto non colse l’invito: lo scappellò un attimo e poi riprese a segarmelo, mentre io rimasi incantato fissare la sua paffuta cappella. Quando finalmente si decise a succhiarmelo, alzandosi deciso, lo fermai: – Aspetta… – gli dissi: – lo facciamo doppio? –.
– Mmm… –
– Tu a me, e io a te… contemporaneamente! – ne avevo voglia di rifarlo come ieri col biondino; ma poi pensai che lui ce l’aveva più corto di Luca, quindi avrei dovuto alzare la testa, mentre se fosse stato sotto probabilmente avrebbe goduto soltanto lui; – Tu sei destro, vero? – mi venne in mente un’idea, e annuì: – allora vieni qua! –. Ci scambiammo di posto: lui lo avrei lasciato con la testa dalla parte del cuscino disteso sul fianco sinistro, cosicché entrambi saremmo stati liberi di usare la mano dominante per poterci masturbare; poi gli fece piegare la gamba sotto: – Ci poggiamo qua! Su, levami i vestiti! – non vedevo l’ora di sentirmi spogliato da un altro, ma non mi tocco il pene.
– Levami anche i miei… – disse.
– No, non ce n’è bisogno… – gli usciva già comodamente dalla fessura, il che mi eccitava ancora di più eccitare: afferrai quell’uccello e mi poggiai sulla sua coscia per ciucciarglielo come un enorme ciuccio, quel che in fondo per me era…, e Roberto fece lo stesso con me; però… c’aveva una testa pesante per essere una zucca vuota! ma allora è vero che la testa é la parte più pesante del corpo e comunque mi conveniva stare attento se non volevo pesargli troppo, perché già la sua mi pigiava tantissimo, e in fondo era tre anni più piccolo di me. Era decisamente più rilassante quella posizione rispetto quell’altra: non te ne dovevi stare con la testa penzoloni a ciondolarla continuamente, ma te ne potevi stare poggiato su un cuscino naturale e concentrarti unicamente sulla cappella; intanto pensai a mio padre, a quella faccia che aveva fatto… se solo avesse saputo quello che adesso stavamo facendo ora, separati da una sottile parete da lui, sarebbe successo il finimondo; ma io Robertino me lo stavo godendo, anche se mi dava noia quel senso di piccicaticcio tra la guancia e la sua coscia. Mi staccai da quell’uccello e iniziai passandogli i polpastrelli sopra, volevo sentirne l’effetto: quel lucido che si sentiva perfino sotto le dita, per sinestesia, con quella turgida cappella liscia; che strato vedersi quella larga cappella tonda a due centimetri dalla faccia, aveva assieme sia una valenza iconica che onirica e m’apparve in quel tondo una faccia: una faccia bionda, la sua faccia … quella di Luca. Subito lo ripresi in bocca con l’intento di farlo venire: l’avrei ripreso tutto quanto in gola quello di Luca, come un gabbiano che ingoia un pesce ben più lungo del suo becco; ma presto mi resi conto che era impossibile per venire insieme in quelle condizioni, vuoi il caldo, vuoi il fastidio per quella piccicura, che mi impedivano di conciliare l’impegno per farlo venire e la concentrazione per avere il mio orgasmo assieme. – Robby… – mi fermai: – con ci riesco! – mi sentivo imbarazzato: – mi fai prima te? –.
– Sì! – annuì col capo.
– …però continua dopo…! – non volevo mica che si fermasse solo perché non venivamo insieme… e subito l’ingoiò voracemente. Mi puntai il suo uccello verso la bocca per leccarlo; ma come facevano tutti quanti a trovarlo sconveniente, a dire che era disgustoso, solo perché ero maschio? In fondo io stesso ce l’avevo: se me lo toccavo, perché avrebbe dovuto farmi schifo toccare quello di un altro… e poi anche le ragazze lo prendevano in bocca, perché allora io avrei dovuto esimermi da un tal piacere; mi sentivo venire! Ancora un piccolo sforzo, ed ecco… chiusi le gambe sulla testa di Roberto, e gli occhi, e lui fece lo stesso con me; me la sentivo bella stretta quella grossa crapa che mi ciucciava, e lui non demordeva… poi mi resi conto che anche lui stava arrivando; mentre mi spargeva il suo aroma tredicenne nella bocca: era buono, sostanzioso e ora che ci prolungavamo l’orgasmo a vicenda, cementavamo la nostra amicizia definitivamente.
Ci scollammo contemporaneamente, quella pompa mi aveva stremato eppure sentivo già la nostalgia di quell’arnese nel mio cavo orale; e mi recai in bagno ad asciugarmi, calzando faticosamente le vesti che a stento scivolavano sulla pelle madida, al mio torno Robertino riposava già, con l’amichetto messo via, stravaccato sul letto. Mi sedetti accanto a lui, a guardarlo: guardavo il suo fisico acerbo, guardavo i suoi pantaloncini e ne avevo ancora voglia; salii lentamente lungo la sua gamba, tentando d infilarmi sotto il tessuto, ma non vi riuscivo, allora salii sul suo pacco. – lo rifacciamo… – riproposi, ma lui non mi rispondeva, mi guardò come se avessi detto una scemenza e poi si rivoltò di lato, ma io non ne aveva ancora voglia… Rientrai nel suo boxer dalla solita fessura e lo tirai fuori: era il mio bambolotto sessuale, e mi ispirava una lussuria incredibile Robertino, e non me ne fregava affatto se ora ci facevo la figura di un maniaco appassionato per il suo sesso.
Aveva già ripreso forma, ma non ancora abbastanza nerbo per stare in piedi da solo: ma si accasciava di lato come una maniglia;fu allora che mi venne in mente la domanda: – Ma tu lo porti sempre così? – indicandogli di lato
– No! –
– Ma allora perché ti fa la maniglia? –
– Mmm… – avevo usato un linguaggio troppo criptico.
– Cioè, va di lato! –
– Eh, quando mi diventa duro, giù non ci sta! – allora era un fatto fisiologico, non lo faceva solo per mettersi in mostra; ma in quel momento sfilai fuori anche le sue balle dalla stessa fessura del pene, e in un impeto erotico mi buttai sulle sue albicocche pelose per leccargliele tutte; ne sentivo i noccioli in bocca, le gonadi, e intanto lo masturbavo… ma come aveva fatto la natura a inventare qualcosa di così fantastico! Il fallo era semplicemente un manufatto perfetto: un set composto due palle e una mazza, senza le quali sarebbe apparsa incompleta; e io in quell’estate ne avevo scoperto la passione.



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