venerdì 20 giugno 2008

Aspettando venerdì

Quanti sguardi birichini, quante occhiate maliziose durante quei compiti di scuola che non avrebbero mai dovuto esserci… troppe volte le nostre mani si erano incontrate tra quei quaderni scarabocchiati nella consapevolezza che avrebbero mai dovuto essersi toccate, se volevamo resistere; solo due giorni mancavano… non potevamo sciuparli così! Se tutto quel subbuglio, tutto quel parapiglia era frutto di soltanto così pochi giorni d’astinenza, venerdì sarebbe stata una cosa fantastica! anche se ora era veramente difficile resistergli, a quel biondino incredibile; ogni suo effluvio era un profluvio d’ormoni ch’empivano l’aere.

Per l’ennesima volta Luca mi chiese intervento sui compiti di scuola come pretesto per toccarmi la mano, e come d’incanto calammo in un erotico torpore che piano ci portava ad avvicinarci: sapevamo ambedue benissimo che tra poco avremmo finito entrambi e che allora sarebbe stato alquanto più difficile resistere, ma per fortuna in quel momento entrò Niki; con la sua intrusione felpata, quasi per similarità alla nostra cognizione ovattata, s’insinuò sotto il sub-limite cosciente della nostra percezione assonnata a distarci, di rientro dalle sue penultime uscite autunnali. – Pc'… pc'… vieni qua… dai! –, ma il quadrupede non mi cagò di striscio e continuò la sua strada imperterrito verso il divano, la sua prossima dimora invernale per la quale presto avremmo litigato, sulla quale salì scomparendo dalla vista.

Oh, non ho capito! – andai a molestare il gatto accompagnato dal mio vice.

Niki si toelettava bellamente sul cuscino, mentre noi due restavamo ginocchioni a guardarlo nel suo gesto sinuoso, finché non lo interruppi con la mano: – Oh, quando ti chiamo, mi devi cagare, hai capito? – atterrai il felino.

Ma lascialo stare! – mi rimproverò Luca, si vedeva che non era suo il felide: – ma ciao Niki! … ma come sei bello! – disse con la voce stridula, portata all’estremo limite del suo registro vocale come sempre quando si rivolgeva al gatto, tanto che mi trapanava il timpano: – Niki… – poi lo vidi alzarsi: – tienilo lì che torno subito! – e scappò via; subito pensai che dovesse recarsi al bagno, ma lo sentii aprire la cerniera della sua cartella e poi un tintinnio. Ma cos’era?

Luca tornò: – Niki guarda…– gli sbandierò davanti al muso un collarino, che lui annusò: – ti piace, eh? – muoveva quel campanellino freneticamente.

– Che cos’è? Fa vedere…

E’ un collarino; l'ho preso per Niki… – ma che roba: neanche a dodic’anni avrei fatto una cosa del genere per il mio gatto…

Ma no…

Perché…

Ma non lo indossa, non è abituato! – un po', in realtà, ero geloso perché quel presente non era per me.

Ma aspetta! Aiutami a metterglielo – fui costretto a bloccare quel morbido ammasso di pelo che come al solito al brandimento s’agitò.

Ma come ti è venuto in mente?

L’altro giorno, mentre giravo, l’ho visto e mi è venuto in mente Niki… – ero felice di sapere che un qualcosa di me fosse sempre presente nella sua mente, perché in fondo ora era come se quel regalo lo avesse fatto implicitamente anche a me.

Ma quanto hai speso? – gli chiesi: non volevo certamente saper da quella cifra la valuta del suo pensiero per me, anche perché non è mai lecito misurar col pecuniato il valore d’un pensiero; ma il semplice sapere che si era separato di un qualcosa di suo, il danaro, per dare qualcos’altro a me, relativamente alle sue disponibilità di quattordicenne, mi era sufficiente per sentirmelo e acquisire lo stesso sapore di un “ti amo”.

Boh, uno, due euro… – disse finendo di allacciarlo, invece io l’avrei sommerso di coccole; poi lasciammo Niki che andò via tintinnando per nulla soddisfatto. – Guarda, gli piace! – disse Luca forse antropomorfizzando un po' troppo il gatto; ma io in quel momento, in quella sua manifestazione di dolcezza, io gli sarei saltato addosso: sentivo un intenso bisogno di stringerlo, di abbracciarlo a più non posso, ma non potevo!

Una crisi d’astinenza per la di lui corporeità mi prese; ma dovevo sedarmi, calmarmi, impedirmi d’abbracciarlo o tutto sarebbe finito lì, e mancavano soltanto due giorni… – Luca, vai a seguirlo! –.

Intanto io mi buttai sul divano, occupando tutto lo spazio disponibile e portandomi le mani sotto il petto per vincolare a me, ma Luca tornò: – Oh, che fai? – non gli risposi, guardavo dall’altra parte e gridavo dentro: – dai lasciami venire… –.

No!

Perché?

Lo sai!

Dai, non facciamo niente… voglio solo sedermi! – E sì, solo sedersi… come se non lo conoscessi.

No!

Dai…

T’ho detto di no!

Beh, allora mi ti metto sopra!

Non gli risposi, ero troppo preso dal lottare con me stesso, con la mia astinenza, ma lo sentii salirmi sopra.

Ma che fai!?

Mi metto sopra di te!

No…

Eh, prova a fermarmi! – maledetto! Sapeva benissimo che non potevo voltarmi o in quell’attimo sarebbe finito tutto.

AHIA! –

– Che c’è? – si tolse subito.

– Tu e quella cazzo di cintura! – mi voltai con testa, ma non portando, violentandomi, la mano sulla parte fitta: – Me la sono sentito nella carne!! –.

Scusa… – e poi lo vidi metter mano alla cintura.

E adesso…? –

Me la levo, così non ti faccio male!

– Perché tu pensi ancora di risalire …

Se non mi fermi.. – ma non si stava solo togliendo la cinta: assieme a quella si stava levando pure i pantaloni.

Ma non ti dovevi levare solo la cintura?

Lo sai che mi stanno larghi… dopo scendono e mi danno fastidio! Dov’è il panno? – e si voltò intorno con disinvoltura trovandolo sulla sedia, ormai si muoveva – pure in mutante – come fosse a casa sua; nel movimento scorsi sotto la camicia le sue mutande, a tratti comparire come una chiazza bianca tra le sue gambe; che voglia di violentarlo… poi con quell’insolito pastrano addotto ritornò: – Mi fai posto? – chiese retoricamente.

No!

E allora risalgo! – disse col tono di ripicca di un bambino: «non mi fai venire, allora ti salgo sopra» sembrava dire, che proprio non era un vero dispetto, anzi avevo finalmente occasione di toccarlo, ma per me era una vera e propria tortura, averlo intorno e non poterlo abbracciare… ma Luca non si limitò soltanto a salirmi addosso, dopo avermi detto scherzosamente che ero comodo si infilò con le mani sotto le mie mutande, afferrandomi il genitale.

Luca, no!

Ma dai non posso farti niente, sono sotto di te… – intendeva le mani; inutile discutere con uno così: con lui la logica e la diplomazia non servivano a niente;quanto voleva qualcosa, l’otteneva sempre! Iniziò a palparmi i testicoli e poi disse: – Come sei morbido! Sembrano di velluto… –.

Grazie… – cos’altro potevo rispondere a quel primino-peste.

Passarono cinque minuti di silenzioso abbraccio: Luca mi stringeva forte come in cerca anche lui di un libidico riempitivo del suo bisogno incolmabile di affetto, lo stesso per cui sentivo quel turgido pene premermi contro la schiena; passò quindi un’auto proiettando il suo riflesso sulla parete interna: – I tuoi.. –.

No… è troppo presto! – Luca mi strinse trasmettendomi il suo senso di imbarazzo e poi disse: – Pensa se entrassero ora … – non capii bene il nesso tra il detto e il suo gesto di prima.

Cioè?

e…se entrassero ora, se ci beccassero…

Mmm, e dunque…

Eh, che cosa penserebbero? – ecco, proprio il classico discorso che non volevo sentire, quel pensiero che mi ero ripromesso non avrei mai affrontato: perché io avevo tacitamente accettato la mia situazione con lui, ma a patto che non avrei mai pensato alle sue eventuali conseguenze, e lui invece andò proprio a tirarlo fuori; allora risposi aspramente: – Penserebbero di che: di tu che stai in mutande nella mia sala… di tu che stai in mutande sulla mia schiena… o di tu che stai in mutande sulla mia schiena e con le mani dentro le mie… Eh! – volevo fargli notare come proprio non gli convenisse affrontare in quel momento la questione, rappresentando proprio lui l’unica anomalia evidente nella stanza: – e comunque non voglio pensarci! – chiusi perentoriamente il periodo.

Luca si fece piccolo piccolo sulla mia schiena, come se fosse un capo in ammollo in procinto di ritirarsi durante il lavaggio: – Ma se… –.

Luca non voglio parlarne!

Va bene… – finalmente aveva capito: – ma allora facciamo qualcosina… – mi strofinò il genitale.

Nooo… – che testardo.

Ma senza venire…!

Luca, ma, can… mancano solo due giorni, si può sapere che fretta hai! – L’odiavo quando insisteva così: io avevo già i miei problemi a resistere con lui sulla mia schiena e quella canna turgida dietro il sedere e lui mi provocava…

Beh, anche mia mamma dice che io ho sempre fretta… – disse sdrammatizzando – sono nato persino di fretta!

Cioè… – non capivo come c’entrassero con la fretta le circostanze del suo parto.

– Sono nato prima, io!

Prima de che? –

Di quando dovevo nascere! Sono nato di sette mesi, io… – me lo disse come se fosse una cosa per cui, solo per quella, dovesse essere considerato del tutto speciale.

A sì… – mi fece immediatamente tenerezza immaginarmelo come un piccolo fagottino: – dunque sei un settimino! – e un ennesimo -ino si andava ad aggiungere alla mia collezione di vezzeggiativi per lui: il mio Luchino, il mio primino, ed ora anche il mio settimino; in quel momento avrei strinto forte pure il cuscino per resistere a quella matta voglia di coccolarlo…

Mmm… – fece il mugolio impreciso di chi non aveva capito.

…che sei nato di sette mesi: setti – mino; almeno cosi ho sentito dire… – poi Luca mi rinnovò l’abbraccio intuendo il mio senso d’affetto per lui, e sussurrò con nostalgia: – Ti ricordi il mare? –.

Certo… – e come scordarlo… poi Luca tacque: – A proposito del mare… –

– Yes… –

– Tu avevi detto di non aver mai baciato una ragazza…

Mmm, sì!

– …e allora perché mi avevi detto che bacio meglio!? – quella sua affermazione d’allora, pronunciata con quel tono sicuro, ancora non l’avevo digerita, e ancora non capivo se fosse verità o pura canzonatura.

Rise: – Era solo per prenderti in giro… – disse ridendo, ma in quel momento lo avrei strozzato: – …ma lo senti ancora quel coso?– disse poi cambiando argomento.

Chi?

Quel bimboccio…!

Ah, Robertino…, no non lo sento più! – e perché mai avrei dovuto…?

Robertino…? – disse col tono improvvisamente ingelosito dal mio simil-vezzeggiativo.

Era il suo soprannome; lo chiamavamo tutti così! Il suo soprannome completo era “Robertino il cretino”, ma ovviamente non potevamo dirglielo!

Ah, ecco! – disse proprio approvando appieno il soprannome

e scusa, ma… perché mai dovrei risentirlo?

Beh, visto quello che facevate… – come se con lui non avessi mai fatto niente…

Innanzitutto era soltanto lui a fare… – meglio tenere nascosta l’altra parte della verità – …e poi mi sembra che anche con te non scherzavi! – come metteva adesso

Va be’, mai io ero soltanto curioso, volevo provare…

Provare…? – per lui farmi tre pompini, era soltanto provare…

Sì, volevo provare a farmi fare una sega da qualcun altro, provare cosa si provasse… mio cugino non me l’ha mai voluto fare! –

– E coi tuoi amici di scuola? –

– Mi vergognavo, mica è una che si può chiedere così! –.

Invece con me vergogna non l’avevi…

Era diverso, non ti conoscevo! E poi ero sicuro che ci saresti stato… – ma… mi stava forse dando implicitamente del finocchio?

E come facevi a essere così sicuro che ci sarei stato…

Beh…in spiaggia mi fissavi sempre il pacco! – improvvisamente mi vergognai, anche retroattivamente, per quel me stesso d’allora: – e poi vi ho visti…

Chi?

Te e Robertino! In spiaggia… la sera della festa… e poi a casa mia… – capito, meglio cambiare discorso!

Ma non potevi comunque chiederlo a tuo cugino? – dopotutto era lui che si faceva fare le seghe dal cuginetto… quel bastardo! Se solo ci pensavo sarei andato da lui e gli avrei mozzato l’uccello; però forse doveva accadere, o Luca non si sarebbe mai fatto avanti con me per quella voglia…

Non ha mai voluto toccarmelo! Forse si vergognava che ce l’avevo quasi grosso come il suo, pur essendo più piccolo… e poi tu c’è l’hai di più di lui… – come a dire se lo devo fare, voglio farlo bene! Però, finora, si era soltanto riferito alla sega, dimenticando tutta l’altra parte di quello che avevamo fatto; se l’era forse dimenticata?

E la bocca… anche quella sei stato tu a cominciare! – e lì volevo proprio vedere come se la cavava: ora non poteva più la scusa preconfezionata dell’innocente curiosità… ora doveva ammetterlo, e rimangiarsi pure quell’implicita accusa di prima!

Stessa cosa…

Come! – quella non gliela aveva fatta al cugino…

Eh, dopo la sega, mi aveva chiesto di fargli anche quello… –

– E tu? – stavo già iniziando a preoccuparmi di non essere stato il primo.

– e io ho rifiutato! – bravo Luca! – solo che poi, a furia di insistere, mi aveva convinto e ma quella volta che stavo… siamo stati interrotti!

Come? – Non li avranno mica beccati? M’immaginavo già quella porta spalancarsi mentre Luca lo impugnava in direzione della bocca…

… ci hanno chiamati… e poi per ballazze varie ci siamo più rivisti! Adesso c’ha pure la ragazza! – allora pericolo scampato, in tutti i sensi.

E che c’entra però con te al mare?

Eh, dopo quella volta mancata con mio cugino mi è rimasta la curiosità … e già che c’ero, ho provato con te! – ma che piccolo grazioso animaletto curioso che era Luca… dunque per lui dovevo bermi che fosse soltanto frutto della sua curiosità, e non invece che della sua atavica voglia di prenderlo…

Ma dunque tu con tuo cugino non c’hai mai…

No, tu sei stato il primo, sei l’unico! – mi strinse forte affettuosamente – come te d’altronde… – sottolineò.

Beh… – lui proprio l’unico….

– Chi? – aveva già intuito, e fattosi improvvisamente geloso.

Ehm… Robertino! – dissi a mezza voce come quelle parole non dovessero da lui farsi sentire.

Robertino…! Ma mi avevi detto che era soltanto lui a… – e ci credeva pure…? Sembra più scandalizzato di una fidanzatina gelosa, solo perché avevo fatto un pompino al suo rivale; dopotutto che c’era di male: lui l’aveva fatto delle seghe al cugino, io spompinato Robertino! solo che l’avevo ben fatto anche prima di conoscerlo, ma questi erano soltanto dettagli: – Luca dopo quel giorno con te mi è piaciuto da matti, è ho voluto riprovarlo, solo che tu non c’eri … – Dunque, in fondo era colpa sua, era lui che mi aveva sedotto e abbandonato; Luca tacque, e di dopo di un po' riemise: – Allora chi è meglio? –.

Chi?

Tra me e Roberto…

E cosa? –

Insomma ci hai bevuti entrambi, o no?

Sì… – anche se mi vergognavo ad ammetterlo.

Eh, appunto... allora chi è meglio? – non ci potevo credere, voleva sapere chi dei due trovassi di sperma più buono! Da una parte sembrava anche averla presa con filosofia: disposto persino a mettersi in gioco; ma non sapevo se avrebbe preso altrettanto sportivamente una sua eventuale bocciatura: – Ma non lo so, come faccio a dirlo! – e francamente mi trovavo ridicolo a paragonare i loro spermi.

– Ma dai… – mi esortò nuovamente; sembrava quasi che, nonostante il tempo trascorso, il suo residuo di competizione con Robertino non fosse per lui ancora risolto, tanto da voler sapere chi fra loro preferissi.

Ma cosa ti posso dire… – non sapevo che cacchio inventarmi: – diciamo, che tu sei più liquido, ecco! – speravo almeno di avergli fatto una specie di complimento, tanto per placarlo.

Come più liquido! – disse però come se gli avessi evidenziato un difetto.

Eh, più liquido… si vede che, essendo più grande, ne produci di più! – mi toccava pure rivisitargli l’affermazione, come se fosse un moccioso troppo cresciuto che si offende con niente! Certo che da quel punto di vista tra lui e Robertino non c’era poi molta differenza, avevo pure dovuto mentirgli: a memoria ricordavo,infatti, che quest’ultimo ne producesse molto più abbondantemente di lui, forse per quegli enormi maroni che aveva e che in lui non avevo invece ritrovato, ma Luca, in compenso, aveva dell’altro che molto più mi piaceva.

– Quanti anni aveva? – mi chiese insofferente.

Tredici… – speravo in fondo di averlo placato: lui era più grande, l’aveva più lungo, era più liquido; insomma, lo batteva su tutti i fronti… e difatti ricadde in un silenzio cogitabondo per poi riemergerne con uno strano sbuffo, quasi sovrappensiero.

Mmm?

– Puah… a tredici anni aveva già fatto un pompino! – disse con sprezzante tono di superiorità, quasi a voler schernire quell’invisibile presenza di Robertino ormai andata concretizzandosi al nostro fianco; ma che passava per quella testa di primino…

Beh, tecnicamente anche tu ne avevi tredici la prima volta…

Sì, ma io ero già verso i 14! – come se a quattordici anni fosse differente fare un pompino!

E allora! che cazzo c’entra, scusa? E poi quando li compi gli anni che non ricordo? –

Il 18!

Il 18, già! – una data che avrebbero dovuto far festa nazionale – …e il segno?

Leone, non ricordi? Lo sono di nome e di fatto…

Mhmm – cos’era questo oscuro proverbio.

Leone - Leoni… il mio segno, il mio cognome…, e poi, comunque, io ne avevo già quattordici! Perché, come t’ho detto, sono nato prima!

E no, bello… ti prendi un bel granchio! Tu non sei nato prima, se nato in anticipo, che è diverso!… tu sei nato prima di quando dovevi nascere, ma questo significa, semmai, che gli anni dovresti contarli dopo, e no prima! … anzi, due mesi… settembre ,ottobre… dunque tu avresti quattordic’anni da nemmeno un mese, forse…! E ti dirò di più: tra te e Roberto non ci sarebbero più di sei mesi! – ora volevo proprio infierire visto che lui ci teneva tanto a rimarcare la sua differenza, che invece non era affatto molta.

Beh, fatto sta che io sono comunque nato prima di lui! e ce l’ho pure più lungo! – cos’era tutto questo bisogno di sottolineare la sua pretestuosa superiorità, qualche tacca in più di bega, o di data o di altezza lo rendevano forse migliore? Per me lui era meglio perché era lui nella sua interezza ad esserlo; ma possibile che conservasse ancora un astio così profondo, verso quella scomoda presenza con cui ancora si sentiva in concorrenza?

Dopo un quarto d’ora sbrandai l’incomodo ospite dalla mia schiena, che ancora vestiva in deshabillé e mia madre stava arrivando: – Su che è tardi!

Di malavoglia scese lento come un bradipo, poi si fermò davanti a me avvolto in quella coperta a mo’ di mantella sulle spalle; per curiosità alzai la camicia e vidi l’illustre inquilino ergersi oltre la soglia dello slip: l’afferrai tra le dita massaggiandogli la cappella mentre lui si scioglieva teneramente in un brodo di giuggiole traspirando voglia di venire dai suoi pori: – Dai Luca, a venerdì – lo licenziai con una pacca sul sedere – e mi raccomando!

Va bene…

Piuttosto inventati qualcosa!

Cioè?

Un qualcosa di divertente da fare visto che abbiamo due giorni! – e anche due notti…

Ci proverò – in quell’attimo l’auto di mia madre si infilò nel cortile; Luca si rivestì in fretta e furia e quando lei entrò, diligentemente svicolò via, incrociandola il meno possibile.

– Ciao! Ma che ha Luca che è scapato via? – che palle, temeva sempre che gli avessi fatto qualcosa, ma se non gli avrei torto nemmeno un capello, al massimo un pelo pubico…

Aveva fretta, gli han detto di tornare prima che faccia buio! – poi Niki si mosse come al solito per reclamare la pappa, scampanellando fino in cucina.

Ma cos’è?

È Niki! – lo presi in braccio.

Ma cosa gli avete messo?

È stato Luca, gli ha fatto un regalo, guarda! – mia madre scosse la testa sorridendo condiscendente … sapevo benissimo cosa stava pensando: che Luca era veramente un bambino, perché solo un bambino poteva pensare a fare un regalo a un gatto… ma a me Luca in fondo piaceva proprio per questo.

Dai togliglielo che dopo lo sai che quanto va fuori s’ impiglia nella siepe … – e lo sapevo bene, ma solo che non potevo farlo finché era in casa, sarebbe stato un affronto, e poi ora avevo almeno la scusante che si trattava di una direttiva materna e non di una mia decisione.

Tolsi il collarino e lo riposi in un cassetto a fianco dei suoi slip, altro ricordo di che ritrovai dopo quella volta vicino ad un piede del letto, e che dopo una segreta lavatura riposi in attesa di momenti propizi.

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